Vendetta cinese
(Marcello Zorzetto)
I
< Cazzo, devo per forza trovare 15.000 dollari prima di martedì, altrimenti Frankie mi fa spaccare le gambe! Merda!>
Seduto su un vecchio divano in un magazzino abbandonato del porto, Charlie Wu stava raccontando agli altri tre della gang i suoi problemi finanziari con uno dei più grossi boss del giro delle scommesse clandestine di San Francisco. Era stato preso dalla febbre per le corse dei cavalli e all’inizio le cose avevano cominciato ad andargli piuttosto bene, ma alla fine aveva cominciato a perdere e si era rivolto a qualcuno che gli prestasse dei soldi, rimanendo presto intrappolato nella ragnatela di Frankie.
Stravaccati vicino a lui, con in mano delle lattine di birra, c’erano Pedro e suo cugino Ramon, due giovani messicani, e Jimmy Huang: i cugini erano piuttosto bassi, con la pelle olivastra e i lunghi capelli neri raccolti in una coda di cavallo e si assomigliavano così tanto da essere soprannominati i “gemelli”, mentre Jimmy era alto e magro, con i capelli corti e gli occhiali. Charlie, il loro capo, era alto un metro e ottanta, aveva una cresta di capelli biondo platino e un fisico da palestra, con il tatuaggio di Bruce Lee sul bicipite del braccio destro; come Jimmy era di origine cinese, nato e cresciuto nella Chinatown della città della California.
< Come farai a procurarti tutti quei soldi?> Chiese Ramon. < Anche a fregare una decina di autoradio al giorno ci vorrebbe almeno un mese, senza contare che avremmo addosso un bel po’ di piedipiatti desiderosi di sbatterci dentro. Non mi va proprio l’idea di diventare la “ragazza” di qualche motociclista!>
Pedro ruttò in segno di approvazione, ma Charlie, gettando in un angolo la sua lattina vuota, rispose: < Credo di sapere come. A Chinatown c’è un vecchio che gestisce un merdoso negozio di medicine tradizionali, ma gira voce che sia anche uno strozzino. Probabilmente ha così tanta grana che gli esce anche dal buco del culo! Basterà rapinare lui. Non credo che chiamerà la polizia, i vecchi delle mie parti non parlano volentieri con gli stranieri.>
< Non sarà mica il vecchio Hong!> Intervenne Jimmy. < Mio zio dice che è un wushi, uno stregone, meglio non farlo incazzare!>
< Tuo zio è un coglione che racconta un sacco di balle e tu sei più coglione di lui perchè ci credi! La magia non esiste e comunque preferisco far incazzare un vecchio piuttosto che Frankie Spezzaossa. Le gambe mi servono! Se hai deciso di tirarti indietro, vaffanculo! Se però provi ad aprire bocca con qualcuno, giuro che ti strappo quella cazzo di lingua passando per il tuo culo!>
< Non voglio tirarmi indietro, solo che forse ci conviene pensare a qualcos’altro. In fondo ci sono tanti altri modi per fare soldi, no?>
< Certo! E intanto che ci pensi con il tuo cervello del cazzo, io me ne andrò in vacanza da qualche parte ad aspettare che quello si dimentichi che gli devo un bel po’ di grana! Ma non dire stronzate! Ascoltate cosa faremo.>
Gli altri si fecero attenti e Charlie continuò: < Domani sera ci troviamo nel vicolo dietro la casa del vecchio. Pedro, Ramon, voi due portate le pistole e il piede di porco, e non dimenticatevi le calze da infilarvi sulla testa.>
< E io?> Chiese Jimmy.
< Tu devi solo cercare di non fare stronzate per non mandare tutto a puttane, capito?> Rispose Charlie. < Gli entriamo in casa alle undici precise, quando starà dormendo. Lo leghiamo come un salame e gli facciamo sputare il nascondiglio del malloppo, poi prendiamo i soldi e filiamo. Tutto chiaro?>
< Ci sarà della grana anche per noi, vero?> Intervenne Pedro, che era il più sveglio dei due cugini.
< Ci puoi scommettere, lo ripuliremo fino all’ultimo centesimo. Ce ne sarà per tutti, anche per questo cacasotto!> Disse il capo, indicando con l’indice Jimmy.
I due annuirono e si aprirono un’altra birra, mentre Jimmy cercava di protestare assicurando che non avrebbe fatto casini.
II
Alle 22.00 della sera stabilita si ritrovarono tutti nel vicolo, che era maleodorante e ingombro di ogni genere di rifiuti; ripassarono brevemente il semplice piano e poi si sedettero al riparo di un cassonetto aspettando che arrivasse l’ora prescelta.
Alle 23.00 Charlie si alzò e si infilò in testa una calza di nylon, subito imitato dagli altri tre;
si avvicinarono alla porta sul retro e Ramon la forzò senza far rumore.
< Sei un mago Ramon!> Disse suo cugino tutto eccitato. < Non ho mai visto nessuno farlo così delicatamente.>
< Sì, sì, a dopo i convenevoli.> Tagliò corto Charlie. < Adesso pensiamo a farci dare la grana, con le buone o con le cattive!>
Si diressero rapidamente verso la camera da letto, dove l’anziano cinese dormiva russando sonoramente: i due cugini gli saltarono addosso, svegliandolo di soprassalto, mentre Jimmy controllava da una finestra che nessuno si avvicinasse alla casa.
< Chi siete? Che cosa volete da me?> Chiese con voce tremante il vecchio.
< Non essere troppo curioso, se non vuoi crepare all’istante! Dicci dove tieni i soldi e ce ne andremo in fretta.> Rispose Charlie.
< Non so di che cosa stiate parlando. Io non ho denaro, sono solo un povero farmacista…>
Charlie lo colpì con violenza al viso con un pugno, spaccandogli il labbro.
< Guarda che lo sappiamo che sei uno strozzino pieno di grana,> disse, < adesso devi solo decidere se dirci dove la tieni e salvarti la pelle o continuare a prenderci per il culo: in questo caso ti faccio secco all’istante e poi buttiamo all’aria questa topaia.Vedrai che i soldi salteranno fuori!>
Il vecchio cercò di negare nuovamente, ma poi si guardò la mano sporca del sangue che gli sgorgava dal labbro tumefatto e si arrese: < Va bene, avrete i soldi se mi promettete di non uccidermi. Sappiate però che non riuscirete a goderveli a lungo! Sarete maledetti per l’eternità!>
< Certo! E tu ti aspetti che io mi beva una stronzata simile! Guarda che non siamo più nel medioevo, vecchio, questo è il XXI secolo, nel caso tu non te ne fossi accorto!> Disse Charlie sghignazzando. < Adesso muovi quel culo rinsecchito e portami dove tieni il malloppo, subito!>
Ramon e Pedro risero sguaiatamente e mollarono l’anziano cinese, che cadde pesantemente a terra; rialzatosi faticosamente, si trascinò verso un grosso armadio decorato e premette una borchia dorata. Lentamente, con un cigolio lamentoso, il mobile cominciò a spostarsi, fino a rivelare una profonda nicchia scavata nella parete: al suo interno, disposte con cura, c’erano numerose mazzette di dollari.
< Cazzo!> Esclamò Pedro. < Ci saranno almeno 50.000 bigliettoni là dentro! Ce ne sono abbastanza per saldare il tuo debito, capo, e ne rimangono comunque una montagna da spartire tra di noi!>
< Chiudi quella boccaccia, prima che ti scappi qualcosa che ci possa fregare! Prendi un sacco e infilaci tutto, poi ce la squagliamo alla svelta prima che arrivi qualcuno.> Disse Charlie. < Come è la situazione là fuori?> Chiese poi rivolto a Jimmy.
< Qui è ancora tutto tranquillo, ma mi sentirei meglio se ce ne andassimo. Ho sempre paura che sbuchi una pattuglia della polizia.> Rispose Jimmy. < Per favore, muovetevi con quei soldi, comincio ad essere nervoso!>
< Sai che novità, tu te la fai sempre sotto!> Esclamò Ramon mentre infilava nel sacco le ultime mazzette di banconote. < Comunque abbiamo preso tutto, possiamo filarcela.>
< Ottimo lavoro ragazzi, andiamocene alla svelta.> Disse Charlie, che, rivolgendosi all’anziano cinese, aggiunse: < Se provi a parlare con qualcuno di quello che è successo stanotte, noi torneremo e sapremo fartela pagare, mi sono spiegato bene? Tieni la bocca chiusa e vivrai meglio di prima!>
Il vecchio annuì, massaggiandosi con espressione sofferente il labbro, e a quella vista Charlie e i due cugini scoppiarono a ridere, facendo fare un salto al povero Jimmy.
< Ragazzi, non fate casino, altrimenti qualcuno potrebbe sentirci. Dai, andiamo!>
Lasciarono l’uomo seduto sul pavimento e si diressero verso la porta posteriore, ma Jimmy, sempre più agitato, urtò una statua di legno di un Buddha in meditazione e cadde a terra insieme ad essa; rialzandosi rapidamente, non si accorse che una piccola ciocca dei suoi capelli si era impigliata in uno degli orecchini del Buddha e si era strappata.
I quattro giovani uscirono dalla casa e, passando per vicoli e stradine, si diressero verso il loro covo al porto, dove si sarebbero spartiti il denaro.
Il vecchio Hong, appena ritenne di essere al sicuro, si alzò dal pavimento e si diresse verso la statua per rimetterla la suo posto: quando la sollevò si accorse della piccola ciocca di capelli impigliata e un sorriso maligno si stampò sul suo volto solcato da innumerevoli rughe.
La prese tra le dita ed entrò in uno stanzino buio che teneva sempre chiuso a chiave: accese una grossa candela verde come la giada posta al centro di un tavolino circolare di pietra, che poggiava su un treppiede di bronzo. Mise i capelli sul tavolino e prese da un vecchio scaffale appoggiato alla parete una piccola anfora di alabastro che conteneva scarafaggi triturati, poi la aprì e versò una parte della polvere che vi era contenuta sul mucchietto di capelli. Si chinò sopra di esso e vi fece cadere alcune gocce del sangue che gli usciva dal labbro spaccato, poi prese la candela e versò sopra tutto la cera fusa, recitando alcune formule in cinese antico. Sempre borbottando incantesimi modellò il mucchio fino a formare un grosso insetto simile ad uno scarafaggio e lo appoggiò sul tavolo di pietra: lentamente l’animale di cera cominciò a diventare nero e mosse le sottili zampe irte di aculei.
Il vecchio rise e lo prese in mano, sollevandolo fino all’altezza del suo viso.
< Trova chi è stato a farmi questo!> Disse allo scarafaggio. < Arriva fino all’uomo che ti ha dato una parte del tuo corpo e prenditelo! Lui poi farà il resto, finchè i colpevoli di questa notte saranno tutti morti!>
Si spostò quindi nel bagno e depose l’insetto nel lavandino, guardandolo mentre spariva nello scarico nero.
Non avrebbe avuto bisogno di raccontare a nessuno dell’aggressione subita, perché qualcuno avrebbe portato a termine la sua vendetta.
III
Arrivati al magazzino abbandonato, i quattro si sedettero intorno ad una cassa di legno che usavano come tavolo e Ramon ci rovesciò sopra il contenuto del sacco: una pioggia di mazzette cadde sul ripiano, facendo brillare di cupidigia gli occhi dei giovani.
Charlie prese a contare i soldi mentre gli altri lo guardavano in religioso silenzio. Mise da parte i 15.000 che doveva a Frankie e il resto lo divise, naturalmente tenendo per sé una quota maggiore in quanto era il capo e aveva avuto lui l’idea di rapinare il vecchio.
Jimmy prese i suoi soldi e si alzò: < Io vado a casa, questa sera sono veramente distrutto. Ho bisogno di dormire. Ci vediamo domani, ragazzi.>
< Vai, vai pure a casa! Ma vedi di non farti scappare niente con i tuoi zii, altrimenti finiamo nei casini!> Lo ammonì Charlie, mentre finiva di scolarsi una birra.
Jimmy si richiuse alle spalle la porta del magazzino e si diresse verso la casa dei suoi zii, con i quali abitava da quando, all’età di tredici anni, aveva perso in un incidente i genitori. Camminava veloce, gettando qua e là sguardi irrequieti mentre stringeva sotto la giacca il sacchetto di carta in cui aveva messo il denaro: non si sentiva al sicuro, gli sembrava che quei soldi scottassero come un pezzo di metallo arroventato e questo lo innervosiva ancora di più. Finalmente si ritrovò di fronte al portoncino scrostato del palazzo in cui abitava, a non molta distanza dalla casa del vecchio; infilò la chiave nella toppa e tirò un sospiro di sollievo una volta che la porta si fu richiusa alle sue spalle. Salì le scale fino al suo appartamento, aprì ed entrò in silenzio.
Erano ormai le due di notte passate e Jimmy cercò di non fare rumore per non svegliare gli zii: sicuramente zia Susie gli avrebbe fatto un mucchio di domande e si sarebbe accorta che era molto agitato, perciò entrò in camera sua e si chiuse a chiave. Mise il sacchetto con i soldi in una scatola da scarpe, che poi sistemò sopra l’armadio, si tolse i vestiti e andò in bagno a lavarsi i denti prima di mettersi a letto. Ci teneva molto ad avere un sorriso perfetto, magari un giorno avrebbe sfondato ad Hollywood. Aveva appena sputato l’ultima sorsata d’acqua con cui si era sciacquato la bocca quando la sua attenzione fu attirata da un’ombra che si muoveva nello scarico del lavandino: avvicinò il viso al buco e vide due lunghe e sottili antenne che si muovevano freneticamente.
Guardò con disgusto il grosso scarafaggio che usciva zampettando dall’apertura e istintivamente alzò una mano per schiacciarlo, ma si bloccò a mezz’aria come ipnotizzato: l’insetto lo stava fissando con i suoi piccoli occhietti neri e scintillanti e una paura sorda si insinuò in lui, facendolo sudare freddo.
Cercò con tutte le sue forze di staccarsi dal lavandino o almeno di gridare, ma il suo corpo non gli obbediva più e dalla gola non gli uscì alcun suono: potè solamente fissare la creatura che pigramente gli risaliva l’avambraccio, su, sempre più su, finchè la perse di vista. Ma non se ne era andata, no, perché sentì che gli stava entrando in bocca, gli faceva il solletico mentre camminava sulla lingua. Lottò con tutte le sue forze per impedirsi di deglutire ma non ci riuscì; mentre quella cosa gli scendeva nello stomaco tutto divenne buio intorno a lui.
Muovendosi come un automa spense la luce del bagno e si diresse silenziosamente in cucina, dove rovistò nel cassetto in cui zia Susie teneva gli utensili da cucina finchè non trovò quello che cercava, una grossa mannaia d’acciaio come quella che usano sempre nei film i sicari delle Triadi. Il solito luogo comune, aveva sempre pensato.
Se la portò in camera da letto e la infilò sotto al cuscino, poi si stese e aspettò: il giorno seguente avrebbe avuto molto da fare, eh sì. C’erano alcune cosette da sistemare al vecchio magazzino, non è vero ragazzi?
Si sentiva molto su di giri, come quella volta che gli altri gli avevano fatto provare quella roba - una vera bomba aveva detto Charlie - ma una vocina nella sua testa gli stava dicendo di dormire qualche ora adesso, che avrebbe potuto sballarsi domani, e Jimmy le obbedì. Chiuse gli occhi e si addormentò pacificamente, come un bambino.
E intanto lo scarafaggio nero lavorava alla sua vendetta.
IV
I raggi del pallido sole del mattino diedero la sveglia a Jimmy, che si alzò dal letto stiracchiandosi pigramente. Gettò uno sguardo distratto alla sveglia digitale che teneva sul comodino, un regalo di compleanno di zio Kim, e vide che erano appena le sette: sicuramente gli zii erano già andati ad aprire il loro negozietto, ma per lui quello era un orario insolito, visto che non si svegliava mai prima delle undici.
Non perse tempo a fare colazione e a lavarsi i denti, perché la vocina nella sua testa era impaziente: < Sbrigati, > gli diceva con un tono mellifluo ma che non ammetteva repliche, < abbiamo molto da fare oggi, non è vero Jimmy?>
Prese da sotto il cuscino la mannaia e se la infilò sotto la giacca, nella tasca interna, poi uscì di casa e si diresse con aria imbambolata verso il porto: sicuramente se qualche poliziotto lo avesse visto lo avrebbe fermato con l’accusa di essere fatto fino al midollo, ma il suo tabellino di marcia non contemplava certo questi stupidi contrattempi!
La vocina lo guidò comunque per vicoli e stradine (meglio non correre rischi,no? Non hai tempo di convincere uno stupido sbirro che hai altro da fare oggi!) fino al vecchio magazzino e Jimmy si ritrovò come in un sogno a bussare alla porta malandata: era sicuro che gli sarebbe venuto ad aprire Ramon. Il buon vecchio Ramon, che aveva il cervello di un babbuino!
Tra i due cugini era quello che gli stava più simpatico, perchè non lo aveva preso per il culo quando aveva chiesto a Charlie di entrare nella banda per non essere più pestato da un paio di bulli giù a scuola (nella vita va così, o entri in una banda o ti fai calpestare da chi è più forte di te), ma quella di oggi era una questione d’affari.
Gli affari sono affari, diceva sempre lo zio.
Infatti da uno spioncino rudimentale fatto con il trapano ci fu il breve guizzo di una pupilla e pochi secondi dopo la porta si aprì cigolando e Ramon, con una mazza da baseball in mano, gli fece segno di entrare. Jimmy sorrise con un’espressione assente e rapido come il fulmine affondò la pesante mannaia nel cranio dell’amico, che se ne andò all’altro mondo esattamente come aveva vissuto in questo, praticamente senza accorgersene.
Tolse l’arma dalla testa che ormai sembrava un’anguria aperta e la ripulì sulla camicia del morto, poi entrò nel magazzino e si diresse verso quella che era considerata la sede della loro banda, cioè una grande stanza al primo piano dell’edificio. Salì lentamente le scale un po’ pericolanti stando attento a non cadere (non aveva tempo di rompersi una gamba, non adesso almeno), mentre dal piano di sopra sentiva la voce irritata di Pedro che chiamava il cugino.
< Si può sapere che cazzo stai facendo di sotto, Ramon? Chi era alla porta?>
< Sono solo io.> Disse Jimmy. < Ramon ha da fare adesso, ne avrà per un po’! Ma ho bisogno di parlare con te.>
Il ragazzo entrò nella stanza, dove l’altro stava guardando alla TV un episodio di Magnum P.I., e gli si avvicinò lentamente.
< Che cosa vuoi? Non vedi che sto guardando un telefilm?> Disse senza neppure alzare gli occhi dallo schermo.
Senza aggiungere altro Jimmy gli si portò alle spalle e lo stese con un colpo alla nuca dato con il taglio della mano. Un quarto d’ora dopo Pedro si risvegliò con un forte mal di testa e si ritrovò legato come un vitello da rodeo sul logoro divano; Jimmy sedeva sul pavimento di fronte a lui con lo sguardo perso e la mannaia in mano.
< Che cazzo hai intenzione di fare, fratello?> Chiese Pedro mentre iniziava a sudare freddo nonostante ci fossero quasi venticinque gradi. < Ti sei fatto di crack e sei uscito di testa? E dov’è Ramon?>
< Non ho tempo per tutte queste domande (bravo, disse la voce nella sua testa. Il tempo è denaro!), ma ne ho io una per te. Dove sono Charlie e i soldi del vecchio?>
< Non lo so, brutto stronzo! Adesso toglimi queste dannate corde e porta il tuo culo lontano da qui, perchè dopo questo scherzetto giuro che ti spacco la faccia!>
Jimmy si alzò lentamente e si avvicinò al divano, mentre Pedro iniziava a dimenarsi come se fosse stato punto da uno scorpione: stava cercando di spezzare le corde, ma erano robuste e i nodi erano stretti.
Dieci minuti dopo Jimmy stava uscendo dal magazzino con la T-shirt macchiata di sangue e il solito sorriso ebete sul viso: Pedro gli aveva fatto perdere un po’ di tempo ma alla fine aveva cantato come un uccellino (o per meglio dire aveva urlato, ma non faceva molta differenza) e ora sapeva che quello che stava cercando si trovava in una villa tra le colline di Hollywood, la casa di Frankie.
Charlie era andato a pagare il suo debito con quello schifoso strozzino, ma era convinto che se avesse fatto in fretta sarebbe stato ancora in tempo per riprendere i soldi.
Con la vocina che gli martellava incessantemente nel cervello (se avessi una pistola la farei smettere io, pensava) infilò le chiavi che aveva preso dalla tasca di Pedro nella serratura della vecchia Ford Taurus nera e partì sgommando.
Per fortuna non era l’ora di punta, non ci avrebbe messo un’eternità!
E infatti, dopo un viaggetto molto tranquillo, si ritrovò a parcheggiare lungo il muro di cinta della grande villa con piscina di quello stronzo (non che abbia qualcosa contro di te in particolare, pensava, ma adesso sei solo un ostacolo lungo la mia strada. Sta a te scansarti o essere travolto!).
Era meglio non passare dal cancello principale per entrare.
V
< Allora, che cosa abbiamo qui?>
L’ispettore Roger Merrill della Omicidi non era proprio di buon umore. Aveva ricevuto la chiamata giusto cinque minuti prima di finire il suo turno (un’ennesima dimostrazione che la sfortuna esiste e che si era particolarmente affezionata a lui) e in più faceva un caldo dannato!
Aveva passato gran parte del viaggio in macchina per raggiungere il luogo del delitto a lottare con il condizionatore, che naturalmente era rotto, e aveva quasi perso la voce per tutti gli accidenti che aveva tirato al mondo intero. La pazienza non era il suo forte, cosa testimoniata anche dal suo soprannome “ H.E.A.T.” (o se preferite “High Explosive Anti-Tank”, come vengono chiamati familiarmente i proiettili anticarro capaci di perforare una corazza di acciaio di dieci centimetri), perciò l’agente di pattuglia che lo accolse si affrettò a dargli tutte le notizie disponibili.
< E’ una bella strage, ispettore. Ci sono due morti con la gola tagliata al cancello e altri tre nel salone della villa, crivellati da colpi di arma da fuoco.Sembra un regolamento di conti tra boss.>
< Chi sono gli orizzontali?> Domandò Merrill senza un briciolo di ironia all’agente, che da parte sua non si sognò nemmeno di cercarla nelle sue parole. Sapeva bene, come d’altra parte sapevano tutti, che non c’era molto da scherzare con lui. Una volta aveva messo al tappeto due grossi balordi che avevano avuto la bella idea di fare un apprezzamento sulla madre dell’ispettore: lui si era limitato a levargli le manette e li meno di cinque minuti li aveva conciati così male che all’ospedale i medici avevano dovuto faticare non poco per rattopparli.
< Quattro sono gorilla di Francisco Ramirez e uno è un ragazzo, probabilmente uno dei pesci piccoli dell’organizzazione che si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Dai documenti sappiamo che è un certo Charlie Wu di Chinatown.>
< Charlie Wu? Non mi pare di conoscerlo.>
< Abbiamo chiesto al Dipartimento, sembra un piccolo delinquente che fa parte di una piccola banda. Magari era qui per trattare lo spaccio di droga nella sua zona.>
< Questo lo appureremo più tardi, tanto quello non scappa di certo.> Aggiunse l’ispettore. < Mostratemi la scena del crimine.>
L’agente condusse Merrill all’interno della villa fino al primo piano, dove si trovava il grande salone: assomigliava ad un campo di battaglia, con fori di proiettili sulle pareti, mobili e poltroncine rovesciate e i tre cadaveri sul pavimento.
L’ispettore si avvicinò ai corpi per esaminarli più da vicino, mentre i tecnici della scientifica si davano da fare per passare al setaccio la scena del delitto; si era appena chinato sul più giovane, Charlie, quando sentì un singhiozzo strozzato che proveniva dall’interno di un grosso mobile bar posto lungo una parete.
Merrill si alzò di scatto impugnando la sua Beretta e chiamando con un cenno della mano l’agente che era rimasto vicino alla porta. Insieme spalancarono le due ante del mobile e vi scoprirono all’interno un uomo rannicchiato e tremante.
< Mi sembra che non abbiate ispezionato con sufficiente attenzione la stanza prima di fare entrare la scientifica. Poteva succedere un bel casino se questo stronzo fosse stato armato!> Disse con tono seccato l’ispettore tirando fuori dal suo nascondiglio l’uomo, senza usare molta delicatezza. Lo tirò su per il bavero della costosa giacca sportiva che indossava – di sicuro un modello di Versace – e lo guardò con curiosità.
< Bene bene, guarda un po’ chi abbiamo qui! Se la memoria non mi inganna questo è Francisco Ramirez in persona, alias Frankie Spezzaossa. Allora, Frankie, chi è stato il cattivone che ha cercato di farti fuori?> Gli chiese con falsa preoccupazione Merrill.
< Vai a farti fottere!>
< Risposta sbagliata!> Rispose l’ispettore sollevandolo di peso di una quindicina di centimetri da terra. < Sai che se mi fai incazzare potrei finire io il lavoro di questo stronzo, basta solo che dica che hai cercato di fare il furbo mentre ti portavo in centrale. Ci siamo capiti?>
< Non mi fai paura, maiale!>
< Sappiamo tutti e due che non sei un duro, Frankie. Altrimenti non ti saresti nascosto come un topo di fogna mentre qui scoppiava la terza guerra mondiale, dico bene?>
Punto sul vivo Frankie proruppe in una serie di improperi e cercò di divincolarsi, ma venne scraventato con poco tatto su una delle poltrone che si trovavano nella stanza, rischiando di ribaltarsi con essa. Visto che Roger faceva sul serio, si decise a collaborare.
< Ok, ok, ti dirò tutto. Basta che dopo tu sparisca da qui.>
< Certo, tutto quello che vuoi, anche se dovrò lo stesso portarti con me al Dipartimento. Adesso vuota il sacco.>
< Dovevo incontrarmi con quel tipo, Charlie Wu, perché mi doveva un bel po’ di soldi. Gli piaceva scommettere sui cavalli, anche se non era per niente fortunato! Comunque, eravamo qui e lui stava per tornarmi i quindicimila che mi doveva, quando è entrato un altro giovane con le armi in pugno che ha iniziato a sparare come Rambo! Wu lo conosceva perché lo ha chiamato Jimmy, mi pare, e gli ha chiesto che cazzo faceva qui. Rico e Fernando, le mie guardie del corpo, si sono mossi per fermarlo, ma sono stati ammazzati in pochi secondi. Io ho fatto appena in tempo ad infilarmi nel mobile per non farmi ammazzare, non ero nemmeno armato! Credo che siano passati non più di cinque minuti da quando quel pazzo è entrato a quando è uscito dalla stanza!>
< Dove sono finiti i soldi, Frankie? Qui non li hanno trovati.> Chiese Merrill.
< Non lo so, magari li ha fregati quello squilibrato. Ma non se li godrà a lungo, parola di Francisco Ramirez.>
< Non mi preoccuperei più di tanto dei soldi adesso, pensa piuttosto a trovarti un bravo avvocato che riesca a farti uscire dalla galera in cui ti sbatterò. Adesso vieni con me!>
L’ispettore ammanettò il recalcitrante Frankie e poi si rivolse all’agente, che gli era sempre stato accanto:< Chiama il Dipartimento e fai mandare delle pattuglie a prendere i membri della banda di questo Charlie. Dieci contro uno che lo stronzo che ha fatto questo macello è uno di loro, che magari ne ha approfittato per prendere il posto del capo!>
< Subito signore!> Rispose l’agente, che era rimasto impressionato dai modi spicci ma efficaci del superiore.
Appena il poliziotto uscì, Merrill lasciò gli agenti della scientifica, che stavano terminando i rilevamenti, e trascinò con sé il boss ammanettato fino alla sua auto, dove lo caricò sul sedile posteriore. Guidò a velocità sostenuta fino al Dipartimento di polizia della divisione Hollywood e lì consegnò ad uno degli agenti di servizio il prigioniero, con il consiglio di sbatterlo nella cella peggiore di tutto l’edificio, con i suoi omaggi. Non che si illudesse che quel pezzo di merda potesse marcire in prigione (i tipi come lui avevano ottimi avvocati capaci di tirarli fuori in un batter d’occhio), ma voleva fargli capire che fuori dal suo ambiente non era nessuno. E quello era il regno di Roger Merrill.
Si diresse poi alla sua scrivania, dove trovò ad attenderlo un messaggio di un altro agente di pattuglia: sembrava che avessero trovato altri due membri della banda di Charlie nel vecchio magazzino che usavano come rifugio.
Merrill prese nota dell’indirizzo dell’edificio e montò nuovamente in macchina per dirigersi al porto. Quando arrivò, la polizia aveva già transennato il vecchio magazzino e alcuni agenti stavano cercando di allontanare cinque curiosi: scaricatori, a giudicare dal loro aspetto.
Si identificò ad uno degli agenti e oltrepassò il nastro della scena del crimine. Arrivato alla porta del vecchio edificio, vide altri due agenti che guardavano il cadavere di un giovane ispanico con la testa aperta a metà come un’anguria alle bancarelle sulla spiaggia: l’unica differenza era l’abbondante materia cerebrale che era sparsa tutto intorno alla brutta ferita.
< Chi abbiamo qui?> Chiese ad uno dei poliziotti.
< Si chiamava Ramon Estevez,> rispose l’agente. < Aveva precedenti per furto e spaccio. Di sopra ce n’è un altro, si tratta del cugino, Pedro Estevez. Sembra che lo abbiano torturato per un pezzo con un coltello prima di farlo fuori tagliandogli la gola.>
< Sembra proprio che all’ultimo membro di questa gang abbia dato di volta il cervello! Magari si è fatto di crack ed è improvvisamente impazzito. Adesso bisogna trovarlo prima che combini qualche altra cazzata.>
Esaminò anche questa scena del crimine e, mentre era impegnato a dare un occhiata allo sfortunato Pedro, che non faceva proprio un bel vedere legato e coperto di sangue dalla testa ai piedi, venne raggiunto da una chiamata: avevano trovato il sospetto.
VI
Jimmy aveva preferito scavalcare il muro di cinta della villa ed era riuscito ad arrivare fino al cancello, protetto dai fitti cespugli di ibisco che crescevano lungo il perimetro: le due guardie erano impegnate a fumare e a raccontarsi la partita di football della sera prima.
Sempre obbedendo alla voce che gli risuonava in testa, aveva aspettato che uno dei due si fosse avvicinato all’altro per farsi accendere una sigaretta ed era balzato fuori dal suo nascondiglio. Era stato veloce come un fulmine e quei due non avevano fatto nemmeno in tempo ad estrarre le pistole: Jimmy gli aveva tagliato la gola e adesso li guardava giacere ai suoi piedi. Prima di dirigersi all’ingresso della villa prese le due semiautomatiche dalle loro fondine e gettò via la grossa mannaia, che ormai non gli serviva più.
Aprì con cautela la porta della casa, non sapendo se ci fossero altri gorilla all’interno, ma fortunatamente non c’era nessuno: tese le orecchie per captare ogni minimo rumore e sentì delle voci provenire dal piano superiore. Una lo colpì: era Charlie.
Salìle scale di marmo ricoperte da una preziosa passerella di tappeto e si fermò davanti alla porta chiusa dalla quale provenivano le voci.
< Allora, hai portato i miei soldi?> Chiese una voce che Jimmy non conosceva, ma che sospettò subito essere quella di Frankie.
< Certo, eccoli qui! Quindicimila dollari sull’unghia e così ho saldato il mio debito.> La voce era quella di Charlie.
< Molto bene, è un piacere vedere che rispetti le scadenze. Se solo fossero tutti come te!>
A questo punto Jimmy decise che era arrivato il momento di intervenire: non poteva permettersi di aspettare più a lungo, doveva assolutamente recuperare i soldi e riportarli al legittimo proprietario. La voce nella sua testa era molto chiara e non gli dava un attimo di tregua: riprendili subito! Riprendili subito!
Estrasse le pistole dalle tasche e con calma fece scorrere il carrello per caricarle, poi si avvicinò alla porta e abbassò senza far rumore la maniglia, fino a che si aprì. Impugnò le armi e spalancò la porta con un calcio. I quattro che si trovavano all’interno della stanza si girarono nella sua direzione con delle espressioni stupite, visto che non si sarebbero mai aspettati una simile irruzione. Le due guardie del corpo di Frankie avevano ancora le pistole nelle loro fondine e, come quelli al cancello, non fecero neanche a tempo ad estrarle. Jimmy fu più veloce di loro e aprì il fuoco, centrando i gorilla con numerose pallottole e facedoli stramazzare al suolo senza un lamento; si girò verso Charlie, che gli stava urlando qualcosa, e sparò anche a lui. La forza dei colpi che lo avevano raggiunto al petto lo scaraventarono contro uno scaffale pieno di libri e Jimmy lo osservò scivolare lentamente a terra assieme ad una pioggia di volumi, con un’espressione mista di dolore e sorpresa.
Si guardò intorno cercando Frankie, ma non riuscì a vederlo; probabilmente nella confusione era riuscito a scappare, ma questo non importava più di tanto a Jimmy. L’importante era recuperare i soldi e andarsene alla svelta.
I 15.000 dollari erano in bella mostra sopra un tavolino di cristallo, ancora dentro la scatola da scarpe Nike che Charlie aveva usato per trasportarli fin lì senza dare nell’occhio, perciò dovette solo rimettere il coperchio e infilarsi la scatola sotto il braccio. Con quel pacco scese al piano di sotto e uscì tranquillamente dalla villa.
Tornò alla macchina di Pedro, mise in moto e si diresse verso Chinatown. Dentro l’auto aveva altri tre pacchetti, nascosti sotto il sedile del passeggero: erano i soldi che lui, Pedro e Ramon si erano spartiti dopo la rapina al cinese. Parcheggiò ad un isolato di distanza dalla casa del vecchio e raggiunse a piedi il vicolo dietro l’abitazione: bussò tre volte alla piccola porta e lasciò per terra la scatola da scarpe e i tre altri involucri, poi si girò e si allontanò senza guardarsi indietro.
La porta si aprì e il vecchio cinese sgusciò fuori, prese da terra quei contenitori pieni dei suoi soldi e guardò con un sorriso cattivo il giovane che si allontanava. Poi rientrò nella sua casa buia, come un ragno che torna a nascondersi nel suo buco, e chiuse la porta. Aveva riavuto il suo denaro, che quegli stolti avevano cercato di rubare, ma la sua vendetta non era ancora terminata: mancava un ultimo particolare.
La voce nella testa di Jimmy aveva iniziato di nuovo a parlargli, ma questa volta senza fretta e con un tono molto calmo, quasi ipnotico. Seguendo le sue indicazioni il ragazzo era tornato alla macchina e si era diretto verso il porto, ma in una zona non troppo vicina al vecchio magazzino, che scommettteva essere pieno di poliziotti. Parcheggiò su uno dei moli, dietro alcuni container che erano stati scaricati da un cargo battente bandiera delle Bahamas, scese dall’auto e gettò in mare le chiavi della Taurus. Non ne avrebbe più avuto bisogno. Poi si incamminò.
VII
Merrill parcheggiò in uno dei tanti posti liberi che si trovavano dietro l’obitorio, entrò nell’edificio dalla porta riservata al personale e, dopo essersi fatto riconoscere da un addetto alla sicurezza, si diresse verso l’ufficio del medico legale. Appena bussò alla porta dell’ufficio, la voce potente di Tom Cole, l’anatomopatologo, lo invitò ad entrare. Cole era esattamente il contrario di quello che uno si sarebbe aspettato di trovare a ricoprire quella carica: era un nero alto un metro e novanta, con le spalle quadrate da giocatore di football e i capelli ricci tagliati corti. Avevano spesso avuto occasione di lavorare insieme e si può dire che fossero amici: non che si frequentassero molto al di fuori del lavoro, in quanto Tom aveva una famiglia alla quale dedicare il suo tempo libero e Roger lavorava spesso ventiquattro ore su ventiquattro, visto che non aveva di meglio da fare, ma a volte si erano trovati a bere qualcosa e a discutere sui casi. A Merrill piacevano la competenza e la precisione di Cole e a Cole piacevano la determinazione e l’abilità di Merrill. Il loro lavoro congiunto aveva contribuito a risolvere molti casi difficili.
< Abbiamo qui il tuo sospetto per il casino di oggi, lo hanno portato qui una mezz’ora fa dalla zona del porto. Lo ha ripescato un pescatore che se lo è trovato impigliato alla lenza mentre cercava di prendere qualche pesce per la cena. Credo che gli sia passato l’appetito!> Disse Cole non appena Roger entrò.
< Si sa la causa del decesso?>
< Non presenta ferite evidenti all’esterno e da alcuni particolari direi che è annegato, ma non posso essere più preciso prima di domani pomeriggio, dopo che avrò fatto l’autopsia. Tra breve dovrebbero arivare anche i cadaveri della villa e del magazzino. Certo che ha combinato proprio un bel macello!>
< Già! Magari gli ha dato di volta il cervello dopo una pipata di crack, o forse si era stancato dei compagni. Adesso sarà meglio che torni alle mie indagini. Tornerò qui domani per i risultati delle autopsie.>
< Molto bene. Allora è meglio che mi metta anch’io al lavoro. Prevedo ventiquattro ore di fuoco, sono un mucchio di cadaveri! A presto!>
< A domani!> Rispose Merrill e uscì.
Il giorno dopo, alle quattro del pomeriggio, Roger Merrill si ripresentò all’obitorio per sapere i primi risultati delle autopsie. Trovò Cole nel suo ufficio, mentre beveva un’enorme tazza di caffè: dalle occhiaie che aveva, giudicò che non avesse dormito nemmeno un minuto.
< Ci sono novità?> Si informò, salutando il medico legale con un cenno della mano.
< Parecchie direi. I due del magazzino sono stati uccisi con una lama piuttosto grossa, a giudicare dalle condizioni della testa di uno dei due, che era aperta praticamente a metà. Forse una mannaia, di quelle che usano per tagliare le ossa. Quello che si trovava al piano superiore è stato torturato per un bel po’ prima che gli venisse tagliata la gola. Anche le due guardie all’ingresso della villa sono state sgozzate, probabilmente con la stessa arma. Ma sono necessari altri riscontri per esserne certi.>
< Infatti ti ho portato una cosa che potrebbe esserti utile,> disse l’ispettore mettendo sulla scrivania una busta di plastica trasparente che conteneva una grossa mannaia d’acciaio. < L’hanno trovata quelli della scientifica tra i cespugli del giardino della villa.>
< Molto bene, ci sarà utile per i confronti.> Rispose Cole. < Tornando alle vittime, i tre che si trovavano al piano superiore della villa sono deceduti a causa di numerose ferite di arma da fuoco. Ma la cosa più strana riguarda il giovane ripescato al porto. Ti giuro che non mi era mai capitata una cosa simile da quando ho iniziato a fare questo lavoro, una decina di anni fa.>
< Cosa può esserci di tanto strano?> Chiese Merrill. < Non è annegato?>
< Non è quello. La cosa incredibile è che quando gli ho aperto la scatola cranica per esaminare il cervello, mi è quasi venuto un colpo. Aveva il cervello completamente invaso da grosse larve d’insetto!>
MZ 15/4/2004