Per una volta

(Gaetano Grasso)

 

 

Quando tutto andava bene, a Cantalupo non importava un fico secco del Totocalcio; ma se arrivare alla fine del mese diventava un incubo, allora metteva mano all’impresa di tentare la fortuna.

Acquistava un giornale specializzato in pronostici dal suo edicolante e si accingeva a studiare il ‘sistema sicuro’, che gli avrebbe fatto d’incanto superare ogni difficoltà. Non si fidava, però, di quelli riportati dal giornale: ne aveva verificato la fragilità e non condivideva la maggior parte dei criteri di riduzione presentati; inoltre, se fosse stato un intenditore di gioco del calcio, non avrebbe avuto bisogno di niente e di nessuno per provare a vincere. Invece a Cantalupo il gioco del calcio non era mai piaciuto molto, tanto che da ragazzo aveva praticato più volentieri il baseball. Quindi, per pronosticare i risultati della schedina, gli occorreva necessariamente conoscere il parere di qualche esperto in materia e seguire la stampa specializzata, cercando poi di farsi un’idea sua.

Per i suoi pronostici Cantalupo usava un personal computer e si era costruito da sé il software necessario ad elaborarli. Lui non era, però, né un vero programmatore, né un analista e la sua padronanza dei linguaggi di programmazione elettronica era piuttosto approssimativa. Le varie versioni di TOTO.EXE, il programma che si era costruito, contenevano sempre qualche difetto ed erano così scomode da usare che soltanto lui ci si raccapezzava. D’altra parte, i programmi in commercio, che aveva potuto esaminare da un amico tabaccaio, per quanto sofisticati e molto più efficienti del suo, utilizzavano filtri, per lo più statistici, che lui non condivideva. Cantalupo non disprezzava la statistica, ma era disposto a farne un uso molto moderato. Per questo, nel suo programma, utilizzava criteri di sua invenzione per filtrare i pronostici e li aveva chiamati, negli anni, coi nomi più diversi.

All’inizio aveva separato le colonne in ‘buone’ e ‘meno buone’. (Non usava l’aggettivo ‘cattive’, perché a quel tempo aveva la pretesa di sostenere che nessuna delle colonne elaborate dal suo sistema era mai veramente scadente.) In seguito, deluso, cambiò filtro e cambiò anche nome: le colonne selezionate ora si chiamavano ‘ottime’, le altre semplicemente ‘discrete’. Ma di nuovo non raggiunse l’obiettivo. Così il successivo filtro selezionava colonne definite ‘eccellenti’ e altre ‘comuni’. Infine, l’ultima sua creazione, solo quelle che potevano garantire vincite ‘accettabili’ e altre che, se giocate, avrebbero probabilmente permesso vincite  ‘clamorose’.

Tra un tentativo e l’altro trascorrevano gli anni, l’innovazione tecnologica permetteva nuovi progressi e Cantalupo era passato dal linguaggio di programmazione BASIC a quello più sofisticato disponibile sul mercato, il LINGUAGGIO C++.

Nulla, però, cambiava nella sostanza: con il progresso raggiunto, Cantalupo poteva elaborare tutte le combinazioni possibili e impiegare un tempo relativamente sempre più breve; ma restava il fatto che, per assicurarsi la vincita abbastanza spesso e in modo relativamente sicuro, occorreva investire una quantità di danaro tale che, se il nostro ne avesse posseduto anche solo una minima parte, di nulla gli avrebbe importato giocare e vincere.

Occorre dire che Cantalupo non giocava il suo danaro e non era preda della febbre del gioco. L’uomo, infatti, si limitava a simulare sul calcolatore le puntate settimana per settimana e a valutarne gli eventuali costi e ricavi. Il danaro necessario era sempre troppo, per i suoi scarsi mezzi, e troppo alto il rischio, così rinviava di continuo il momento in cui avrebbe partecipato effettivamente al gioco. Gli capitava, però, di parlarne a quelli dei suoi amici che non si trovavano in difficoltà economiche come lui e per i quali un investimento, (così Cantalupo amava chiamare il puntare danaro con il suo sistema), sarebbe stato possibile.

Loro, quando Cantalupo portava la conversazione su quell’argomento, dicevano tra sé: “Ci risiamo!” 

Infatti, se invece di donne o di cinema Cantalupo parlava di calcio, loro già sapevano che era rimasto senza una lira.

Alcuni di questi amici abitavano nello stesso stabile del nostro ‘sistemista virtuale’ e giocavano, come tutti, qualche colonna ogni settimana. Non vincevano quasi mai e anche quando capitava, erano quote basse che mai riuscivano a ripagare le spese. Quello del gioco era un modo, per loro, di incontrarsi e divertirsi, provando un poco di brivido per le poche migliaia di lire messe a rischio. Avevano trovato, inoltre, la maniera di rendere più divertente tutta la faccenda: si riunivano, pronosticavano chi due, chi quattro colonne, ma ciascuno di loro puntava il doppio del costo reale della scommessa. Se ogni giocatore, per  due colonne dal tabaccaio, avrebbe speso mille e seicento lire, impegnava una cifra doppia rispetto al necessario: le colonne venivano giocate e la differenza rimasta veniva  raccolta in una cassa comune. Chi, quella data settimana, realizzava il punteggio più alto, supponiamo 9 punti, guadagnava le differenze di tutti. Ecco come un montepremi tutto per loro era destinato, ogni settimana, al più fortunato o al più abile.

A incaricarsi di gestire questo ‘gioco nel gioco’ era un contabile che, con solerzia impiegatizia, gestiva il premio, conservava le schedine usate volta per volta e le archiviava. Costui  era anche dirimpettaio di Cantalupo e si chiamava Devitis; da lui Cantalupo era venuto a conoscenza di tutta quella storia.

“Com’è andata questa settimana?” chiedeva Cantalupo, il lunedì.

“Abbiamo fatto 10 punti,” rispondeva Devitis.

“E chi ha vinto la scommessa?”

“Il solito Emilio.”

“E tu quanti punti hai fatto, Devitis?”

“Solo 7.”

Occorre dire come Devitis avesse un modo di giocare che lo portava spesso a fare 4, oppure 6, o ancora solo 5 punti, e mai aveva vinto la scommessa con gli amici. Quando gli capitava di centrare un 9, ecco che Emilio aveva realizzato un 11 e si portava a casa la sua sommetta. Se Emilio o qualcun altro avevano totalizzato solo 9 punti, era la volta che Devitis ne aveva realizzati meno di 8. Devitis non riusciva a spiegarsi perché avvenisse sempre così. Le sue colonne il sabato sera non gli sembravano diverse da quelle dei suoi amici, né più brutte, né più belle. Nemmeno gli amici riuscivano a capire perché non capitasse mai a lui, non di fare 13 o 12, ma di ottenere il punteggio più alto di tutti.

Anche Cantalupo se lo chiedeva e certe volte, il lunedì, non domandava neppure a Devitis quale fosse stata la sua prestazione, perché sapeva che l’amico scuoteva la testa, sconsolato, nel dire un punteggio che, se non era stato il peggiore, era comunque quasi sempre fra quelli più scadenti.

“E il tuo sistema, Cantalupo?” domandava di rimando Devitis.

“Realizzava quattro 12, che vincevano complessivamente 8 milioni e 400000 lire.”

“Però!” commentava Devitis.

“Però costava più di 2 milioni giocarlo,” concludeva scoraggiato Cantalupo.

“E non si può ridurre di più?”

“Certo,” diceva Cantalupo, “ma con 500000 lire si sarebbero potuti ottenere solo 11 punti.”

Era così tutti i lunedì dei periodi dell’anno più neri e sfortunati del nostro sistemista. Devitis, come tutti, lo sapeva: se Cantalupo si soffermava su quell’argomento, era perché quel mese non sapeva come pagare l’affitto.

C’era persino stata una volta in cui Cantalupo aveva mostrato a Devitis un 13 miliardario, ma la scommessa necessaria sarebbe venuta a costare più di 8 milioni.

Così il tempo passava e i due, seppure in modo diverso, subivano il fascino del Totocalcio, senza però mai provare vera soddisfazione: l’uno per non aver trovato il ‘sistema definitivo’ e i relativi finanziamenti per giocarlo; l’altro, più modestamente, per non aver ancora avuto la soddisfazione di scherzare e vantarsi con i suoi amici.

 

Quella settimana di gennaio dell’anno in cui i montepremi del Totocalcio e del Totogol avevano insieme superato 40 miliardi, stabilendo il nuovo record di tutti i tempi, Cantalupo e Devitis avevano deciso di giocare insieme.

Cantalupo, di riduzione in riduzione, aveva raggiunto la cifra giocabile di 563200 lire, con una ‘soluzione definitiva’ che consisteva in una combinazione di filtri molto arrischiata. A questo modo non si garantiva nulla, in realtà, però si riduceva massicciamente il sistema di 13 triple condizionate a soli 22 sistemi di 32 colonne ciascuno.

Avevano deciso di giocare, ho detto? Scusate, mi sono espresso male. Per la verità Cantalupo aveva pensato di simulare, ancora una volta, il gioco, per verificare la bontà dei nuovi filtri impiegati. I 22 sistemi ottenuti erano senz’altro i migliori, ma costavano ancora troppo. Lui, avrebbe potuto giocarne al massimo tre. Il numero 8, il 16 e il 20 gli sembravano i più affidabili e il loro costo di 76800 lire, una cifra ragionevole. Certo, le probabilità di vincere sarebbero state scarsissime, Cantalupo lo sapeva benissimo. Proprio per questo gli era sembrato più prudente attendere ancora, per alcune settimane.

Invece Devitis, con pazienza certosina, aveva meticolosamente esaminato ciascuno dei 22 sistemi proposti dall’amico e aveva soppesato il valore di ogni singola colonna in essi contenuta. Non mescolava mai un sistema con l’altro, così come gli aveva raccomandato Cantalupo, perché correggere i difetti dell’uno con i presunti pregi di un altro significava snaturare tutta l’operazione di filtraggio. Devitis, fidandosi del suo vicino, aveva scrupolosamente evitato di farlo e infine s’era deciso per una sola colonna, estratta da uno dei sistemi, l’unica che gli sembrava davvero buona. Così, per una volta, la colonna di Devitis, per la scommessa con lo Stato e con gli amici,  era stata ricavata dal ‘super-ridotto’ di Cantalupo e partecipava, per scelta del giocatore, alla gara.

 

Quella domenica il 13 aveva pagato 72 milioni, mentre il 12 circa due milioni e mezzo. Cantalupo, conosciuti i risultati, aveva subito saputo che non aveva azzeccato, perché nella sua ‘soluzione definitiva’ la sconfitta del Milan a Verona non era prevista in quasi tutti i 22 sistemi ricavati, mentre compariva quasi sempre la vittoria in trasferta di una squadra di serie C, che non si era verificata. Nessuno, quindi, dei sistemi di 32 colonne elaborati avrebbe potuto contenere una colonna vincente, né di prima, né di seconda categoria. Ne fu quasi contento. Prudentemente, lui non aveva giocato nulla e poteva quindi sperare di aggiustare il tiro la volta successiva, con una ‘soluzione bis’. Non si prese nemmeno la briga di controllare quale fosse stato il miglior punteggio raggiunto e quella domenica sera si addormentò sereno, senza sognare nulla di calcio, ma il sorriso dolce della sua nuova compagna. Anche lunedì e martedì erano trascorsi allo stesso modo: nei suoi pensieri c’era lei e non la ‘soluzione bis’, quella da adottare al più presto, con le opportune modifiche al software.

 

In tutti quei giorni Cantalupo non aveva incontrato Devitis e aveva temuto che l’amico fosse rimasto deluso della sua riduzione super-condizionata e che ora, forse, lo evitasse. Sapeva che Devitis qualcosa aveva giocato e si dispiaceva per lui.

Quale la sua sorpresa quando, mercoledì sera sulle scale, quello sorridente si era avvicinato, dicendo: “Hai visto, Cantalupo? Abbiamo fatto 11 punti!”

“11 punti?” chiedeva meravigliato Cantalupo, perché era davvero il massimo che avrebbero potuto realizzare con le sue condizioni errate.

“Ma come, non hai controllato?” diceva allegro Devitis. “Era una colonna del sistema numero 9 e io l’ho giocata!”

Devitis era felice, felice perché Emilio aveva totalizzato solo 10 punti e lui, questa volta, aveva vinto la scommessa. Ma si era limitato a dire solo questo a Cantalupo, non si era soffermato a raccontare com’era andata con gli amici.

Così Cantalupo poteva solo immaginarlo: vedeva il gruppo, più numeroso dei giorni della settimana, mentre dal solito tabaccaio brindava a Devitis per la sua prodezza; vedeva Emilio che si complimentava e che, forse, si domandava com’era stato possibile un risultato così inaspettato; pensava al lavoro di Devitis, più meticoloso del suo, nello scegliere non uno dei sistemi da 32 colonne, che costava pur sempre 25600 lire, ma in esso quell’unica che gli pareva giusta, quella che si poteva giocare con sole 800 lire.

Era contento per lui, contento che questo suo dirimpettaio, diventato amico negli anni, aveva potuto essere apprezzato anche per merito suo. Ma non chiedeva nulla, Cantalupo. Si accingeva, anzi, a salutare Devitis, quando questi, lì sulle scale, aveva proposto:

“Io sono milanista, lo sai. Ma per come va il Milan quest’anno, secondo me era meglio pronosticare la doppia 1-2, piuttosto della tripla condizionata. Domenica prossima c’è Milan-Sampdoria. Dammi retta, giochiamo la doppia 1-2.”

Cantalupo voleva dirgli che era sufficiente adottare una  ‘soluzione bis’, con quella trattare alcune delle triple in modo differente, con opportuni interventi nel programma, garantendosi, solo a certe condizioni e solo talvolta,  un risultato di pareggio. Ma preferiva non parlarne ora, lasciare che Devitis conservasse il suo entusiasmo di giocatore, piuttosto che lo perdesse per la freddezza del sistemista.

“D’accordo, faremo come dici tu, Devitis. Giocheremo la doppia.” aveva concluso Cantalupo, mentre pensava: “Costa solo 1600 lire, ce la giocheremo insieme!”

 

La domenica successiva il Milan era stato di nuovo sconfitto, questa volta al Meazza, dalla Sampdoria, ma io non so se i due abbiano davvero realizzato un guadagno, azzeccando almeno una vincita di seconda categoria. So che da allora giocano insieme e, con l’aiuto del computer, scommettono poche lire la settimana per il loro divertimento e perché, come si suol dire, non si sa mai.