Una festa, un io

 

(Luca Laudiero)

 

 

Ripudiate le stoviglie puzzanti di dozzinale modestia, lumeggiano la sala quelle puzzanti di signorile chiuso. C’è una festa. C’è sempre una festa. La tavola vestita di ricami pregiati disegna l’orizzonte delle dignità. In prima classe cipria di sorrisi. In seconda viscere nauseabonde mortificate in stoffe referenziali.

 

Un’orchestra di cellule morte piove dai commensali piroettando nel vuoto, risonando sul cotto in melodie vibranti, in una musica ecologica che carezza le forme nella stanza.

 

In ritardo sul dopobarba torna dal bagno lo zio. Arriva da lontano, si è guadagnato la pisciata. Mi saluta gioviale. Ha portato i cannoli di ricotta e cioccolato, ma si è lavato lo smegma nel lavandino. Passando mi prende affettuosamente le spalle. Con quelle stesse mani ha sfiorato Indurain al Tour, raccolto migliaia di escrementi del suo Setter, colpito la moglie. Il contatto di vita mi trova, schiudo meccanicamente labbra e narici.

 

L’acqua nel mio bicchiere s’increspa. È Christian, che protendendosi mi sussurra di resistere fino al liquore, e poi avventarci sulle gemelle. Le due scolopendre maggiorate, distinguibili dal differente piumaggio del videofonino, che gocciolano colla dai denti. Annuisco con credibilità, così Christian ritrae la manica dall’olio dei miei carciofini. Un canestro di vimini mi cresce dolorosamente podalico dietro lo sterno.

 

Chissà quanti diversi maiali ci sono nella mia salsiccia. Uno, due, forse cinquanta. E quanti leggendari orgasmi di mezzora hanno avuto prima della pistolettata bianca. Prima del loro primo giorno di lavoro da cadavere. Ricordo che il perimetro mi era più simpatico dell’area. Ma in fondo nulla cambia, se non c’è reciprocità emozionale.

 

I fluidi dei festanti si combinano con quelli dei festati in un baccanale addominale di succhi gastrici, linfe vitali, spremute di tessuti. Carni e pesci migrano tra le cortesie. Viaggiano l’andata in prima classe, morti, e il ritorno in seconda, deturpati.

 

Annebbiatasi l’anima, ci soccorrono i ruoli, palliativo all’identità cui regaliamo il presente. Diamo assolutezza al nome indifferentemente scelto per noi da altri uomini che spesso smarriscono le chiavi. Reclamiamo orgoglio per l’accozzaglia di casualità che ci accadono in vita. Ci atteggiamo nella qualità che in ogni situazione occupiamo, come già abbiamo visto fare. Di più, ci identifichiamo con tutto questo. La pelle nuda è troppo delicata, va pitturata di riti.

 

E allora non sono il boccone abbandonato sul piatto freddo. Sono il cugino. Sono il mio lavoro. Sono la mia squadra del cuore. Sono ciò che vuole il mio dio. Per questo ha senso il liquore in coda al pasto. Con lo sguardo cerco Christian per un brindisi, ma sembra rabbuiato. Le scolopendre si sono dovute congedare anzitempo. Pazienza, sarà per la prossima festa. C’è sempre una festa. Forse non noi, sicuramente qualcuno ci sarà.

 

La pelle nuda è delicata. Ma è l’unica che abbiamo. L’unica che siamo.