Tango e vino

 

(Simona Bertocchi)

 

 

 

Ho prenotato in prima classe, il viaggio sarà lungo e voglio stare comoda. Mi piace viaggiare in treno, leggere un buon libro, fissare il paesaggio che cambia, osservare le facce delle persone che salgono e scendono, immaginarmi le loro vite.

Salire su un treno e staccare dalle solite abitudini mi fa stare bene, il tempo si dilata un po’ e mi fa più spazio.

Fuori dal finestrino sfumano verdi pianure, paesi arroccati scolpiti nella roccia, tetti di città, fiumi che scorrono borbottando, mentre soffici nuvole bianche, che sembrano panna montata, imbrattano il cielo azzurro. Guardo il paesaggio con avidità fin dove arriva lo sguardo e mi domando se abbiamo già superato la Campania.

Se fossi responsabile studierei il contratto, risolverei il problema dell’alloggio, nel caso debba iniziare subito a lavorare, e invece sono tranquillissima, la prospettiva di quel colloquio non mi innervosisce più di tanto, se non mi avessero assunta, avrei continuato a dirigere il ristorante dei miei futuri suoceri che è un nome noto a Napoli.

Fare la segretaria di direzione in una delle più grandi aziende vinicole italiane è un lavoro di prestigio, ben remunerato, certo, sarei stata un po’ lontana da casa ma quel sacrificio mi avrebbe premiata in seguito. Siamo negli anni Settanta e poche donne possono dire di avere tali fortune.

E allora perché quel sorriso a metà ?

Le decisioni le ho sempre prese con calma, mi piace la preparazione di un’idea, mi organizzo il viaggio e spesso perdo di vista la meta, lo faccio apposta, lascio sempre qualche spiraglio

di incertezza per non sentirmi mai arrivata totalmente.

Questa volta, invece, sarei approdata alla stabilità, il mio bagaglio è tutto lì, devo scendere a quella fermata e lì restare.

Sono persa nei miei pensieri, strattonati dal treno, e non mi  accorgo che una giovane mi osserva da chissà quanto tempo.

Il mio disagio non le fa abbassare lo sguardo, che, anzi, si fa complice. Le sorrido, ma, in cuor mio, spero che non attacchi discorso, ho bisogno di stare ancora un po’ con i miei pensieri.

La guardo meglio, legge, seduta in modo scomposto, ha luminosi occhi verdi e cortissimi capelli biondi. Non so bene che età darle, certo è giovane e sbarazzina nei suoi jeans troppo larghi ma ha addosso il garbo e la riservatezza di una donna.

Legge Garcia Marquéz con grande coinvolgimento, il suo volto esprime tutte le emozioni che quella lettura le dà: si morde le labbra, sgrana gli occhi, sorride lieve man mano che volta le pagine. Approfitto della sua distrazione per controllarmi il trucco nello specchietto della trousse. In quell’immagine vedo una donna di trent’anni con un trucco forse troppo calcato e lunghi boccoli castani. Ripongo la trousse, mi sistemo la gonna a pieghe di principe di Galles e abbottono meglio il gilet. Vicino a quella ragazza esuberante sembro una fredda signora altolocata con una messa in piega stucchevole.

Il treno passa sopra un lungo ponte, poi sparisce in una galleria e quando esce dal tunnel aumenta la sua corsa. Mi lascio sballottare mollemente, decido di togliere le dighe alla mia mente e lascio che i pensieri mi vengano addosso.

La giovane si è addormentata, la testa china sulla spalla le sobbalza a ogni movimento del treno. Ci scuote violentemente una lunga e stridente frenata, finiamo per terra malamente, la mia valigia piomba giù dal portabagagli e per poco non mi cade in testa; lo zaino della ragazza rotola sul pavimento del treno inclinato, la giovane mi si stringe addosso, si è irrigidita, mi fissa allargando i suoi occhini come un cucciolo impaurito.

 

Il treno ha deragliato e si è miracolosamente fermato in prossimità di un ponte. Mi precipito nel corridoio, ho la mente frastornata e la faccia di pietra. I passeggeri urlano e scappano dagli scompartimenti, mi spostano e mi strattonano. C’è un viavai di ferrovieri, in lontananza si sente il suono delle prime ambulanze e di lì a poco irrompono anche i vigili del fuoco e le forze dell’ordine.

Qualcuno ha crisi isteriche, altri urlano dai finestrini, i bambini piangono: è il delirio.

Chiedo a un giovane poliziotto di contattare la mia famiglia ma l’uomo, dopo avere appurato che sto bene, non mi considera più. Lo imploro con le lacrime agli occhi, vedendomi piangere, cede alla pietà e mi conduce nella cabina del capostazione dove potrò telefonare.

Finalmente chiamo il mio fidanzato, non sento molto bene da questa specie di radiotelefono, schiarisco la voce e sdrammatizzo la situazione, parlo di un guasto agli impianti e gli spiego che non sarei mai arrivata in tempo al colloquio di lavoro e quindi avrebbe dovuto rimandare l’appuntamento per me. Sergio non crede alla mia finta calma, libera un fiume di parole impastate di paure e raccomandazioni, quasi urla, avverto la sua preoccupazione. Mi obbligano ad attaccare, riesco solo a dirgli che l’avrei richiamato al più presto.

Stranamente la mia compagna di viaggio non ha nessuno da chiamare, sono curiosa e mi faccio raccontare qualcosa di più su di lei, scopro così che la sua famiglia è in Argentina e lei è venuta a cercare un suo zio che vive nel nord Italia e che ha promesso di aiutarla. Nessuno dei suoi cari può immaginare che in quel momento lei si possa trovare su un treno che ha deragliato, quindi è inutile avvertire chiunque.

Ci dicono di aspettare i soccorsi, naturalmente i feriti dei primi vagoni hanno la priorità e quindi le operazioni andranno per le lunghe.

Maya, così mi dice di chiamarsi la ragazza, è di nuovo in piedi, sta bene, niente di rotto, solo tanto spavento. La mia gonna ha l’orlo strappato e i capelli non sono laccati come prima ma riesco a muovermi bene, non sento dolore. Raduniamo le nostre cose, ci affacciamo al finestrino per avere una vaga idea di dove siamo e senza dirci una parola scendiamo insieme dal treno con tutti i nostri bagagli.

C’è un viavai continuo di persone e soccorsi intorno al treno e nessuno bada a noi due. Ignoro che scendendo dal treno la mia vita avrebbe preso una strada completamente diversa e senza ritorno.

Lungo quel tratto di campagna Maya si muove agile nei suoi sandali di gomma, porta solo il peso dello zaino, io, invece, arranco sui tacchi a spillo e trascino una grossa valigia, ci guardiamo e ci scappa da ridere.

Il sole è a picco e intorno a noi si srotolano tappeti verdi senza fine, dall’orizzonte dilatato appare un gruppo di cascinali e si vedono stradine tortuose arrampicarsi e poi sparire dentro la valle.

Dopo qualche chilometro il sentiero sconnesso che costeggia la ferrovia porta sulla strada principale. Sfinite, ci sediamo sul ciglio della strada, io nel frattempo ho recuperato dalla valigia un paio di scarpe basse molto più comode. Maya mi porge l’ultima bottiglia d’acqua rimasta, siamo sudate e sporche, frugo nella borsetta e le passo il rossetto e ridiamo ancora per quel poco di ironia che ci è rimasta.

Un furgoncino rosso inchioda sull’asfalto rovente, un giovane si affaccia dal finestrino, ha ricci capelli neri, occhi scuri dal taglio un po’ allungato, ci guarda stupito. Non dobbiamo

essere un bello spettacolo. Senza neppure guardarci tra di noi ci precipitiamo verso la

macchina.

«Che v’è successo regà?» ha un forte accento romano o giù di lì.

«Dove siamo?» rispondo con un’altra domanda e intanto mi guardo intorno.

«Cà d’Oro, Ciociaria».

«C’è una pensione nelle vicinanze dove possiamo ripulirci e passare la notte?» chiede garbatamente Maya con un marcato accento argentino.

«A quarche chilometro ce sta la locanda de mi’ nonna Luisa».

Certo quell’accento non lo aiuta, comunque sono ben felice di conoscerlo, ma mai quanto di conoscere sua nonna. Il ragazzo carica i bagagli, poi apre gli sportelli e ci fa salire sul furgoncino. È molto alto e ha spalle larghe e muscolose, particolare che non sfugge a Maya, io invece dopo questa

brutta avventura non vengo neppure sfiorata dal pensiero erotico. Naturalmente la mia amica si siede accanto a lui.

«Il nostro treno ha deragliato e ci siamo fatte un bel pezzo a piedi» dico per dargli spiegazioni.

«Io sono Maya e lei è Anna» ha il sorriso inebetito.

«Francesco» e scopre denti bianchi e perfetti, ha un sorriso spontaneo e occhi luminosi.

«Dove dovevate annà?»

Ecco, bravo, il passato è il tempo giusto. Cala il silenzio e allora capisco che anche il viaggio di Maya non ha una meta sicura, che anche lei ha una storia senza margini e senza bordi e questo imprevisto è esattamente quello che aspettava.

Francesco capisce di avere fatto un domanda scomoda e cerca di metterci a nostro agio “dopo che avete magnato le fettuccine de mi’ nonna ve sentirete meglio” quel sorriso è proprio contagioso.

Lasciamo la strada principale, il furgone sale per un sentiero ghiaioso e ci fa sballottare, semmai ce ne fosse ancora bisogno.

Dal finestrino entra l’aria calda profumata di erba appena tagliata.

Il casolare di nonna Luisa, con l’aia intorno, i campi arati e il grande olivo che ondeggia, sembra uscire da un quadro agreste di un secolo fa.

 

Dopo il benvenuto festoso, io e la mia nuova amica divoriamo le tagliatelle fatte in casa, facciamo onore anche al vino e non ci perdiamo una parola dei racconti di Mario, il marito della signora Luisa.

In tutta questa atmosfera godereccia che mi ritempra, non mi accorgo che fuori il sole sparisce di colpo, ingoiato da nuvole nere, il vento cresce e pesanti goccioloni precipitano sull’aia e sui campi spettinati. Mi piace il rumore del temporale e l’odore della terra bagnata.

Francesco e Maya giocano a carte, si parlano con frasi breve, le loro mani a volte si sfiorano, gli sguardi indugiano timidi, ridono, anche per le frasi più banali; Francesco si tocca spesso i riccioli ribelli e Maya cambia continuamente espressioni e atteggiamenti, ora si morde le labbra, ora si tocca le mani, ora lo sfida con lo sguardo. Si piacciono.

Io, intanto, aiuto nonna Luisa a sgranare i piselli in cucina.

Sul davanzale un gatto bianco ci osserva pigramente.

«Si chiama Luna» mi sorride Luisa.

È bella questa nuova sensazione, questo senso di leggerezza, c’è una comunicazione perfetta fatta di suoni, odori, slanci, niente è prestabilito, niente va elaborato. È tutto così lontano dal mio tempo, così estraneo alla mia quotidianità. Poi, però, le preoccupazioni pratiche, le immagini che prima erano sfumate fino a sparire, tornano rumorose e invadono quel momento.

«Dovrei chiamare Sergio e la ditta di Cuneo per rinviare il colloquio» dico a Francesco e Maya ma in realtà mi rivolgo a me stessa. I due giovani non hanno idea di quale sia la mia vita al di fuori di quella stanza, persi come sono a frugarsi dentro.

Il Signor Silvestrini ha il tono di voce professionale che mi aspetto, non ci sono sfumature di emozioni nelle sue parole ma è gentile e accetta, senza chiedere troppe spiegazioni, la mia rinuncia al posto di lavoro. In realtà volevo solo posticipare l’incontro ma d’istinto, quasi inconsapevolmente, è venuto fuori un: «mi spiace ma sono subentrati altri progetti...». Quali progetti l’avrei scoperto in seguito.

Sotto la doccia bollente la tensione scivola via del tutto, l’acqua rompe i pensieri. Non penso a Sergio, non penso a Napoli, non penso a niente, mi sembra di essere ritornata vergine da ogni esperienza. Mi guardo allo specchio, nuda, e tra le curve e le rotondità vedo una nuova femminilità, in quell’immagine c’è il mio risveglio, il mio corpo eretto sfida i presagi, affronta la sorte prestabilita e scova l’anima tra strati di affanni. Sistemo i miei vestiti nell’armadio e scelgo quelli che più rappresentano la nuova Anna. Una gonna a fiori morbida e leggera e una semplice maglietta nera sono perfette. Niente trucco, a parte l’immancabile rossetto, lego i capelli profumati di balsamo e sorrido.

La nuova sorpresa di questa giornata infinita è la festa delle fragole che il piccolo paese di Cà d’Oro organizza tutti gli anni a inizio maggio.

È una festa paesana che ha il sapore e le immagini dell’ Italia di provincia. Ci sono lunghe tavolate nella piazza principale, vassoi di bocconi ghiotti e fumanti, fiumi di vino, pane appena sfornato, dolci soffici e colorati e tante, tante fragole.

La chiesa è ornata a festa, dai balconi scendono cascate di fiori, drappi e festoni ondeggiano sulla piazza, i bar sono aperti e invitano a entrare e un piccolo palco ospita l’orchestrina.

Sento la gioia filtrarmi dentro. In quella scena antica è la gente che mi emoziona di più: tutti un po’ impacciati nei loro vestiti a festa, con l’abito delle grandi occasioni passato un po’ di moda.

Rido sguaiatamente, parlo con i miei vicini che mi versano da bere, abbondo con il cibo e il vino mi scende fresco e morbido in gola.

L’orchestra inizia subito con un tango passionale. Maya si alza e trascina Francesco che sembra non aspettare altro. Salgono sul palco tra lo stupore e la curiosità dei presenti, e... ballano, anzi volano, si sfiorano, si afferrano, si lasciano, si cercano, si svuotano, si riempiono in un’estenuante danza di

vita e di morte, amore e odio, sofferenza e gioia. Non è il solito tango ballato timidamente tra donne alle feste paesane, non sono i passi innaturali di qualche anziano che per divertire mette anche una rosa tra i denti, non è il ritmo trascinante che apre le danze di qualche cerimonia rumorosa.

Maya e Francesco si fondono, si sorreggono e si trascinano nei loro abbracci che respirano, si intrappolano negli sguardi, vibrano nel loro tempo sottratto alla realtà.

Le labbra si sfiorano appena nel più bruciante dei baci e, quando tornano al tavolo mano nella mano, dentro di loro stanno ancora ballando

Seduta al tavolo tra gomiti appoggiati, rumori di posate, brindisi ripetuti, chiudo gli occhi e mi lascio andare a questo tango.

«Capisco Maya, che è argentina, ma come mai Francesco balla così bene il tango?» chiedo ingoiando l’ultima fragola.

«Sua mamma era una ballerina e suo papà un bravo violinista, si sono conosciuti a teatro, lavoravano insieme per uno spettacolo. Francesco ha respirato la musica e la danza fin da bambino, è cresciuto dietro le quinte dei teatri» mi dice Giuseppe, il macellaio del paese «poi però un brutto incidente stradale...» aggiunge mesto.

«Mi spiace» dico con un sussurro cercando i suoi occhi.

Il giorno dopo faccio colazione con pane, formaggio e un poco di frutta. È una giornata bellissima, il vecchio Mario è già sui campi e Luisa è andata a fare la spesa in paese.

 

«Io resto» mi confida Maya il giorno dopo.

«Sei sicura?» fingo di essere stupita.

«Sì, qui ho trovato il tango!».

In questa frase c’è tutta l’essenza dell’esistenza.

Maya ha trovato la forza che sgorga, il pulsare della vita, l’energia che si modella, la passione che brucia e la forza inspiegabile che si solleva da dentro e la fa proseguire quasi trascinandola.

«Anna, l’anno scorso ho perso mio figlio e sono morta anch’io. Ho lasciato la mia famiglia in Argentina, ho cercato affannosamente una via di fuga ma non ne avevo la forza. Ho vagato, ho cercato spiegazioni all’inspiegabile, sono diventata pazza ma qualcuno o qualcosa mi ha sempre fatto procedere instancabilmente, mi dava il ritmo, il battito per procedere, mi incitava, mi cullava. Ieri ho sentito il tango e non solo quando mi sono messa a ballare. Io mi fermo per ora, sto bene qui».

Come può uno scricciolo di donna governare tutta quella forza e quell’intensità impagliata dentro?

So bene che una storia di due anni non si liquida al telefono ma è l’unica cosa sensata che devo fare per potere ricominciare da qualche parte.

Ho amato Sergio ma adesso è solo più il mio porto, il mio rifugio, mentre un tempo mi colmava il ventre, mi girava nel sangue. Sergio è entrato nella mia vita subito dopo il mio divorzio, quando avevo l’anima indebolita e troppi graffi dentro per potere affrontare quello che c’era fuori da me. Avevo i sentimenti ancora ovattati, piacevolmente scaldati e sollecitati da quell’uomo che mi colmava ogni vuoto e senza avere veramente deciso mi avvolsi nella sua vita così bene ordinata e

rassicurante.

Ho detto a Sergio che avrei rinunciato a quel posto prestigioso e che appena trovato una sistemazione, e un nuovo lavoro, lo avrei chiamato per rassicurarlo.

Ho regalato i miei vestiti più eleganti ad alcune ragazze del paese che mi hanno guardata sbalordite e diffidenti chiedendosi dove fosse la fregatura.

Per il momento soggiorno nella locanda di nonna Luisa, durante il giorno la aiuto al ristorante, servo ai tavoli, sto in cucina, pulisco e a fine giornata mi intrattengo con i clienti o con gli amici che vengono a trovare i due nonni. Ormai conosco i personaggi del paese e le storie più raccontate.

Tra qualche giorno dovrò decidermi ad andare a Roma per cercare un lavoro più sicuro ma non ho fretta. Tutte queste oscillazioni si devono assestare, i pensieri devono trovare il loro corso naturale.

Alle botteghe del paese adesso mi conoscono, io e Maya siamo due presenze che incuriosiscono e mettono un po’ di stuzzicante imprevedibilità in questo paese scandito da dei ritmi ben precisi.

Cà d’Oro si sdraia sulla Ciociaria, tra infinite file di vigneti e oliveti. In lontananza spiccano paesi medievali e i Castelli dell’antica aristocrazia romana.

Oltre alla spesa che mi ha ordinato Luisa ho voluto comprare un po’ di fiori e qualche buona bottiglia di vino per brindare alla nuova vita. Il vino è un’altra delle mie passioni che ho educato con un corso per sommelier. Essendo nella zona dei Castelli romani compro qualche bottiglia di Cesanese del Piglio, un ottimo rosso.

Prima di tornare alla mia nuova casa mi immergo tra i vicoli; mi perdo tra le stradine lastricate, entro nelle chiese odoranti di incenso, annuso avida il profumo del pane appena sfornato dai forni e quello del soffritto che esce dai portoni delle case; ascolto divertita i discorsi delle donne da balcone a balcone mentre stendono i panni e proseguo con passo quasi danzante canticchiando le canzoni che sento dalla radio di qualche bar all’aperto.

Maya ha accompagnato Francesco a Roma, probabilmente lo affiancherà nel suo lavoro di consegne a domicilio. Ormai vivono in simbiosi, insieme sono una bellissima persona.

Quando arrivo a casa noto una vespa bianca parcheggiata sul piazzale, i cani abbaiano ripetutamente. Entro incuriosita e poso la spesa e i fiori in cucina.

Luisa e Mario parlano con un uomo che indossa un giubbotto di pelle, di certo è il motociclista. I due vecchi sono seduti e lo sconosciuto ha in mano una serie di fogli e documenti che vuole fare firmare.

«Posso sapere cosa sta facendo firmare ai nonni?» chiedo sgarbatamente fissando l’uomo che, al contrario, ha un’espressione estremamente pacata e gentile.

È alto, un fisico asciutto, quarant’anni circa, capelli un po’ brizzolati e la barba di qualche giorno, ma nonostante l’aspetto un po’ dannato il suo sorriso è radioso e si muove con una certa classe.

Luisa e Mario mi sorridono grati per averli chiamati nonni, si sentono più protetti ora che ho preso in mano quelle scartoffie. Mi guardano con i loro occhi vivaci, le braccia sul grembo e l’espressione serafica.

«Mi chiamo Jacopo Bernardini e sono qui per definire l’acquisto del vigneto e dei campi coltivati. Lei è la nipote?» mi domanda porgendomi una mano forte e ben curata.

«Sono Anna» rispondo brusca e gli prendo i fogli dalla mano. Scorro velocemente le righe, osservo i due vecchi che continuano a guardarmi con tenerezza e mi sento ridicola per il mio solito eccesso di diffidenza verso il mondo.

«Anna Biagi. Vivo qui da qualche settimana ma sono molto legata a queste due persone» restituisco il sorriso e mi scopro timida e un po’ impacciata.

«Anna, noi siamo vecchi per mantenere tutti questi terreni, ci è rimasto solo più nostro nipote, ma Francesco vuole andare via da qui, lui non lo dice ma i suoi sogni sono altrove».

Gli occhi azzurri e liquidi di Luisa mi accarezzano e cercano di placare le mie paure.

«È la cosa giusta, e poi... prenderemo parecchi soldi e potremmo dare un futuro più sicuro a Francesco» mi dice Mario cingendomi le spalle.

«Quanto tempo hanno per decidere?» indago senza abbassare la guardia.

«Sarebbe meglio prima della vendemmia. Offro il giusto, anzi offro più di quanto varrebbe e non ho nessuna intenzione di fregare due persone così per bene».

«Non temo la sua fregatura, si tratta di dare via la terra, la loro terra. Voglio prima capire di che si tratta, dammi solo un po’ di tempo per parlare con loro e valutare la cosa, trovare una soluzione per tutti».

Sono passata al “tu” senza neppure accorgermene e senza neppure accorgermene lo invito a pranzo.

«Solo se posso dare una mano in cucina» quasi mi sussurra nell’orecchio. Il suo viso mi è vicinissimo scivolo dentro i suoi occhi vecchi e non esco più. Affettiamo e laviamo la verdura, beviamo lunghe sorsate di vino rosso che subito entra nel sangue e ci dà euforia, parliamo tra il vapore profumato di cibo che esce dalle pentole, ci giriamo intorno, ci imbocchiamo pezzi di formaggi e focaccia, ci guardiamo in modo frammentato. A volte sento le sue mani cingermi i fianchi o posarsi sulla spalla come un gesto naturale, in quei momenti quasi trattengo il fiato e mi faccio  attraversare da quello strano calore.

Mi sento totalmente esposta, con le emozioni che rompono le dighe dentro e mi inondano.

Maya l’avrebbe chiamato tango e tango sia. Le forme, i colori e gli odori di questo momento si mescolano e danno alla testa, proprio come il vino. Jacopo apparecchia la tavola e io sistemo i fiori nel vaso, sono fantastici tulipani gialli e arancio.

Accenna le note di una conosciuta ballata popolare e io lo seguo, canto con lui, prima timidamente, poi i toni salgono e quando ci sediamo a tavola stiamo ancora ridendo. Luisa e Mario ci raggiungono divertiti e incuriositi da tanta euforia.

A tavola Mario racconta la storia di un vecchio ubriacone del paese e le sue divertenti avventure, nonna Luisa mi rivela qualche ricetta fino ad allora segreta, non mancano i racconti di guerra dei vecchi che ci inchiodano alle sedie e le discussioni di politica. I piatti si riempiono e si svuotano, i bicchieri anche, dalla porta-finestra spalancata entra l’aria profumata e tiepida di primavera .

Sto oscillando tra invadenza e timidezza, ci urtiamo i gomiti, ci avviciniamo con le teste. Jacopo si alza a preparare il caffè e appoggia una mano sulla mia spalla, come il segno che sta entrando nella mia vita.

Dopo pranzo tutto si placa, la folata di vento che è entrata impetuosa nella stanza è scomparsa, mi sale l’ansia di lasciare scappare l’attimo, ogni forte emozione si ridimensiona e torna al suo posto.

Luisa lava i piatti e Mario va a fare il solito riposino pomeridiano; ci sono riti che non si possono infrangere.

«Ti porto in un posto» mi dice prendendomi per mano Jacopo.

«Ti faccio vedere il vigneto che vorrei acquistare e i campi antistanti, non è lontano». I suoi occhi sono già adagiati dentro i miei, non chiedono, non indugiano, sanno già, mi conoscono. Mi fa strada, cammino decisa come se già sapessi dove andare, mentre ancora parla, vedo le sue labbra muoversi, a volte gli si aggrotta la fronte o stringe confusamente lo sguardo. Ci giriamo intorno,

la distanza di sicurezza non esiste più, cambiamo posizioni in un continuo fluttuare.

Salgo sulla vespa di questo sconosciuto con cui ho condiviso qualche ora, andiamo incontro a una strada ben precisa verso una svolta importante, tutto è concentrato in questo momento denso e pesante, eppure non ho mai vissuto niente in modo più naturale, mai i miei pensieri sono stati così fluidi e limpidi.

Scivoliamo sulle curve della collina, scendiamo a velocità, assorbiti da questo paesaggio intriso di colori vividi. Attraversiamo paesi, rasentiamo corsi d’acqua, boschi odoranti e vivi, infine, la vespa si ferma all’apice di una collina che domina il paesaggio. Jacopo mi spiega che è la valle del Sacco, circondata dai monti Lepini.

«Mio padre ha sempre vissuto in questa terra. L’amava più di se stesso. Non ho fatto grandi cose nella vita, se non tanti errori e continuare a curare la sua terra glielo devo. Siamo nella zona del Cesanese e i vitigni sono quasi tutti di uva nera.

Il Cesanese tipico è di acini grossi» prosegue tra i vitigni profumati, sfiorando le viti con le dita.

 

«Tranne il Cesanese di Affile che ha gli acini più piccoli» rispondo saccente col tono poco simpatico della prima della classe. Jacopo sorride e mi dà un buffetto sulla guancia.

«Ti faccio assaggiare quello che ho prodotto due anni fa».

Camminiamo sprofondando tra le zolle di terra e l’erba fresca, arriviamo così a una grotta naturale dove le bottiglie della vendemmia precedente sono ancora a riposare. In un altro ambiente, invece, il vino dovrà maturare nelle botti di rovere e castagno per quasi un anno.

L’odore del “nettare degli dei” è intenso. Fuori dalla grotta c’è una casina in pietra con un bellissimo patio all’esterno. Ci sediamo sulla panca intorno al tavolo. Jacopo mi porge un bicchiere di Cesanese poi entra nella casetta e ne esce poco dopo con un piatto su cui ha posato delle fette di pane unte di olio di oliva. La combinazione di sapori è forte, pizzica la gola ed è sublime. Questo è uno dei momenti più appaganti della mia vita.

«Aiuto il vecchio Mario a produrre questo vino, da solo non ce la fa» mi dice con la bocca piena, è appoggiato al muro, seduto di sbieco sulla panca. Anch’io mi allungo contro lo schienale della sedia, non ho più pensieri vincolati, gesti obbligati, frasi da correggere. Quando sto con lui, sto bene. Mi tolgo le scarpe, sciolgo i capelli e mi metto comoda.

«Lo so, ma dopo la morte del figlio gli è rimasta solo la terra e poi... c’è Francesco che può aiutarlo» gli ricordo mentre sprofondo sempre più nei suoi occhi scuri e gli prendo il bicchiere

di mano per bere un sorso del suo vino.

«Francesco non capisce niente di queste cose, lavora a Roma per mantenere i suoi vecchi ma il suo destino è altrove, lui vorrebbe andarsene, magari col suo violino».

«Suona il violino?».

«Come un dio» e fissandomi con occhi vibranti mi sistema i capelli dietro le orecchie.

Ci trasmettiamo messaggi, comunichiamo con semplici frasi, pensieri essenziali. Non mi interessa se capisce la mia inquietudine, se nota le mie manie, se non si aspetta le mie risate o i miei gesti incontrollati, non mi importa se mi fruga l’anima e la trova stanca.

Il vino scende morbido in gola, avverto le note di mora e mirtillo, è denso, bevo anche il sole che ha scaldato gli acini e gli ha dato la vita.

«Voglio comprare il vigneto e l’oliveto e loro otterranno abbastanza soldi per vivere bene».

Mi fissa come se il mio consenso sia la cosa più importante, scruta ogni mia espressione.

«Non lo so Jacopo... è triste vendere le proprie radici».

«Non andranno via da questo posto, le radici ti crescono dentro. Con i soldi potrebbero anche sistemare la locanda» mi dice addentando la fetta di pane e olio.

«Tu credi che abbiano ancora voglia di lavorare per quella locanda, ricevere ogni giorno la gente, dare loro da mangiare e da dormire?».

Mi sorride, mi accorgo di conoscere già le sue espressioni, il timbro della sua risata sonora e il suo modo di accarezzarmi con gli occhi quando mi ascolta.

«Loro no, ma tu magari... non mi sembra tu sia di passaggio qui, ti sei presa troppo a cuore questa situazione; forse questo è il posto giusto dove fermarti».

È buffo, ho passato gli ultimi mesi a riflettere e valutare le giuste scelte per il mio futuro e adesso sto trattando col destino e assisto alla mia metamorfosi bevendo vino con uno sconosciuto.

Sento che ci stiamo lentamente assimilando, che particelle di lui mi sono già entrate in circolo e saperlo accanto a me è la cosa più naturale. Ci tocchiamo le punte delle dita e intrecciamo

le mani, poi Jacopo si avvicina e mi dà un bacio sulle labbra, un bacio lieve, poi più forte, e ancora altri baci, impauriti, stanchi, affamati, fragili. Le sue labbra sulle mie mi succhiano il cuore.

«Dimmi tutto di te» gli dico affondando le mani nei suoi folti capelli.

«Non ora, non sgualcire questo momento perfetto. Ho un passato pesante che mi ristagna dentro ma tu sei il mio presente e non voglio altro».

Mi prende il volto tra le mani, sento le sue labbra calde premere sulla mia fronte.

Le pratiche burocratiche oscurano un po’ questo mio cielo azzurro, ma ormai ho deciso di andare fino in fondo, faccio spazio alla mia nuova vita e la arredo.

 

I nonni assistono silenziosi a tutta questa confusione, anche se io e Jacopo cerchiamo di agire nel modo più silenzioso possibile per non disturbare troppo. Francesco obbedisce a ogni richiesta del mio uomo: firma scartoffie, si reca negli uffici del comune, lo segue nelle decisioni e si prende cura dei suoi vecchi come non mai.

Maya, intanto, porta avanti le consegne guidando tutto il giorno il furgoncino per le strade della capitale. È incredibile la mia argentina, ha vissuto una tragedia a cui poche sarebbero sopravvissute, è riuscita ad accettare l’inspiegabile e persino a trovare un tremolante bagliore dentro il suo tunnel. Ora quella luce ha squarciato il buio e la sta guidando ancora in un nuovo cammino: la sua luce è Francesco.

Non mi abituerò mai a vedere i polli spennati sacrificati per onorare i nostri pranzi della domenica, ma il pollo alla cacciatora è un classico di nonna Luisa, nonché il piatto preferito di Francesco.

Il sole illumina d’oro i campi e Francesco e Maya si stanno dedicando alla raccolta dei pomodori; li sento ridere come bambini perché Francesco tenta di insegnare alla sua bella qualche stornello in romanesco senza nessun successo.

Mentre io e Jacopo li guardiamo divertiti, una macchina si ferma nel piazzale.

Dalla macchina nera tirata a lucido scende una donna con gambe lunghissime e biondi capelli, appariscente ma di classe.

«Che ci fai qui?» chiede Jacopo avvicinandosi senza troppo entusiasmo alla Barbie.

«Non sei venuto all’appuntamento la settimana scorsa, il notaio ti aspettava» dice portandosi le mani ai fianchi.

«Non firmo e non devo dirlo a te» la sfida con uno sguardo

carico d’odio che non gli ho mai visto prima..

«Stai scherzando vero? Tu rinunci alla tua parte di proprietà?

Lasci tutto a tuo fratello?».

La bionda si sforza di mantenere la calma ma la rabbia è incontrollabile e le altera il tono della voce, i suoi movimenti hanno perso la grazia di poco prima e mentre parla ingrandisce gli occhi di un azzurro incredibile.

«Anna ti presento Cristina, la mia ex moglie».

Quella a cui sto dando la mano adesso è la ex moglie del mio compagno e mentre abbozzo un sorriso che non riesce, penso a quale sia il suo ruolo adesso. Mi torna in mente la frase di Jacopo “ho un passato pesante che mi ristagna dentro”.

Mi rendo conto con quale doloroso sforzo cerchi di controllare le sue reazioni.

Assisto inerte ai loro dialoghi a me incomprensibili, irrompono nomi mai sentiti prima, espressioni forti; nonostante ciò Jacopo non si scompone, affronta la strana situazione in modo pacato e controllato e ogni tanto mi cerca con lo sguardo, mi prende la mano in senso di protezione, riesce a non espormi a questa disputa familiare, il suo sguardo su di me ha la stessa intensità, non si nasconde, non vacilla.

Li lascio soli e raggiungo Francesco e Maya nei campi, mi sembra che il sole brilli di meno e la luce sia un po’ sbiadita, anche l’aria calda non è più piacevole, anzi mi toglie un po’ il respiro.

Spiego quel poco che ho capito a Maya e non tolgo gli occhi di dosso a Jacopo e Cristina che gesticolano da lontano.

Francesco mi spiega tutto con la sua solita delicatezza.

«Il padre di Jacopo era molto ricco, aveva poderi e terreni in Ciociaria, ricordo che era un uomo duro, a volte crudele. Poi si ammalò gravemente e alla sua morte Jacopo e suo fratello Giacomo ereditarono tutto. Volevano cambiare vita, realizzarsi altrove e misero su un bel mercato immobiliare di famiglia.

Giravano voci che avrebbero ampliato la società, creato una sede anche all’estero ma Jacopo non era convinto e voleva tirarsi indietro».

«C’è anche Cristina nella società di famiglia?» domando cercando di mettere in ordine tutte le informazioni senza lasciarle intaccare dalla paura, un gioco di equilibrio difficilissimo.

«Jacopo e Cristina si erano fidanzati giovanissimi, ma il loro matrimonio è durato pochi anni. Quando si sposarono, però, Cristina prese una piccola fetta della società e tale le rimase».

«Perché è finita tra loro?».

«Non si è mai saputo, ma penso che a questa domanda ti debba rispondere Jacopo».

«Voi non fate più parte della mia vita e adesso vattene perché sei ridicola!».

Questa è l’unica frase nitida che sono riuscita a sentire e che Jacopo ha scagliato fuori di sé quasi urlando.

Cristina torna alla macchina sui suoi dodici centimetri di tacco, sbatte lo sportello e riparte a tutto gas sollevando un polverone.

Jacopo la guarda andare via, è immobile con le braccia conserte, la fronte aggrottata e due occhi sbarrati.

«Adesso ha bisogno di te» mi dice Maya abbracciandomi per farmi coraggio.

Quasi gli corro incontro e prima ancora di qualsiasi spiegazione sento il bisogno di stringerlo forte. Il suo sguardo ancora una volta mi avvolge, mi accarezza.

Nonostante tutta questa sofferenza che ristagna da chissà quanto tempo nella sua vita, riesce a trovare un posto caldo e luminoso per me, al riparo da tutti.

Come immaginavo, prendiamo la vespa, so già che mi porterà alla casina nel vigneto.

Respiro con avidità l’aria profumata d’estate, il vento solleva le emozioni, le sparpaglia dentro di me.

Arrivati sulla collina Jacopo non parla, mi stringe forte e mi bacia quasi disperatamente, la barba di qualche giorno mi punge il viso, sento più forte il suo odore; amore e rabbia mi avvolgono e si riversano in me con quel bacio.

«Mai potrei farti del male» mi dice in un sussurro, gli leggo negli occhi che è vero.

Ci teniamo per mano camminando verso la casina che domina la vallata silenziosa. La vita è tutta racchiusa in questo momento, tra le nostre mani intrecciate.

 

«Quando mio padre stava male mi sono riavvicinato a lui e ho scoperto un uomo che non conoscevo affatto: fragile, virtuoso, capace di emozionarsi per ogni cosa, nonostante le sue maniere rudi. Il mio vecchio ha cresciuto da solo due figli nell’unica maniera che conosceva, senza l’aiuto di nessuno e

in una grande ignoranza. Mio fratello si è sempre opposto al suo modo di fare severo e prepotente e ha trascinato anche me in questa ribellione contro il padre padrone» continua ad accarezzarmi le mani ma guarda un punto infinito, perso nei suoi ricordi.

«Negli ultimi mesi della sua vita ho capito i sacrifici, le rinunce e anche gli errori che mio padre ha fatto per proteggere la sua famiglia e la sua terra. Da allora è cambiato qualcosa in me».

La sua voce è tenera mentre ricorda il padre, ogni tanto sorride amaramente e gli si velano gli occhi di malinconia. Guardandolo vedo il bambino che era e me lo immagino correre tra questi vigneti.

«Mio fratello e mia moglie invece erano perfettamente entrati

nel mondo degli affari, realizzati e soddisfatti nella compravendita di immobili, felici di sguazzare nell’agio e nel superfluo, attenti a non alterare quel loro stato di grazia. Ho scoperto da qualche mese che hanno una relazione».

L’ultima frase è talmente pesante che gli esce a fatica, non riesce neppure a pronunciarla, sembra gli bruci in gola.

Lo guardo incredula e sgomenta, istintivamente ritraggo la mano e mi allontano un po’. Ho imparato a capire quando allontanarmi e quando stargli accanto, e lui mi sorride grato per la mia discrezione.

Lo scruto smarrita in mezzo a queste nuvole improvvise che oscurano il mio cielo azzurro mentre uno sfregio segna la mia nuova vita.

«Non venderò mai la mia parte a mio fratello, quello che ho è un inizio per ricostruire quello che hanno demolito a mio padre. Ora sai quanto sia stato opprimente il mio passato e quanto ho bisogno di allontanarlo da me».

Maya e Francesco partiranno tra un mese per l’Argentina, la mia amica riaprirà la sua scuola di tango e Francesco finirà in terra straniera gli studi al conservatorio. Non si può dire che andranno a fare fortuna, l’arte paga poco, ma non hanno grandi pretese, sono felici e incoscienti, i conti più grossi li hanno già pagati alla vita, le carte peggiori sono già state giocate.

Verranno ogni tanto in Italia per trovare i loro vecchi, stare un po’ di tempo alla locanda e magari fare la vendemmia con Jacopo.

Ormai i due innamorati proseguono insieme con una valigia dove posa un passato ben ripiegato e sempre vivo ma meno doloroso, in quel bagaglio ora ci sono nuove emozioni da indossare, ma soprattutto hanno il tango dentro.

Ognuno è riuscito a trovare un posto dove custodire il proprio passato, i segni più profondi ogni tanto tornano a pulsare e certe ferite non cicatrizzano ma tutti noi abbiamo preso con coraggio e speranza strade nuove e ignote che si sono imposte davanti per essere percorse fino alla fine.

È vero che tutti i sogni sono importanti ma quello della vecchia Luisa ha la priorità su tutti: vedere il mare.

Così questa mattina siamo partiti per Fregene. Io e Jacopo in vespa, Francesco e Maya sul furgoncino con i due nonni vestiti a festa per l’occasione. Il vecchio Mario non si toglie il cappello mentre Luisa non molla dal grembo la teglia di lasagne preparate all’alba dopo una notte insonne.

Dal finestrino aperto Luisa ne avverte già l’odore, sente il rumore delle onde e si prepara a incontrare il mare.

Scende per prima, l’aria calda profuma di salsedine, si toglie le scarpe e affonda i doloranti piedi sulla sabbia fine; si ferma davanti a quella distesa infinita e pulsante, il suo movimento è vita. Il mare le si inchina davanti, si gonfia, scivola, si gira, si alza, si increspa, Luisa lo fissa commossa, Mario le si avvicina e le prende la mano.

Finalmente facciamo onore alle tanto agognate lasagne di nonna Luisa e al leggendario vino di Jacopo; ogni tanto ci scrolliamo di dosso qualche granello di sabbia, certo non siamo troppo comodi, abbiamo i pantaloni arrotolati e i capelli arruffati dal vento, però, in tutta la mia vita non ho mai visto una tavolata più bella e festosa di questa.

Francesco va alla macchina e torna con il suo violino, un bellissimo strumento appartenuto al suo bisnonno. Il legno laccato e lucido brilla ai raggi del sole. Non è Francesco che suona il violino, è il violino che suona Francesco, lo fa vibrare, lo pizzica, lo accarezza, lo scuote. Suona con gli occhi chiusi, assapora l’infinito, entra ed esce dalla vita. Sulla spiaggia e sopra le onde del mare si elevano le note di un vecchio bandonéon di Astor Piazzola, il suo tango non si balla, ci sono troppe alterazioni, troppe varianti di suoni, ma quando lo ascolti voli.

 

Carolina voltò anche l’ultima pagina del diario impolverato e pieno di macchie. Lo aveva trovato nella vecchia casa sull’albero che suo nonno Jacopo aveva costruito quando era ancora una bambina. Quante albe aveva visto con suo nonno, stretti stretti, avvolti da una coperta.

Adesso che aveva vent’anni ci si arrampicava quando voleva uscire un po’ dal mondo e spegnere i rumori, da lassù vedeva tutta la vallata e i paesi sottostanti, che da un po’ di anni erano diventati delle cittadine.

Albeggiava, strisce di sole e di luce brillavano tra terra e cielo, il verso degli uccelli era quasi assordante e dal forno della locanda giungeva l’odore del pane appena sfornato.

In silenzio fissava il sole liberarsi del buio e, in un’atmosfera ancora assorbita dal sonno, ripensava a quello che aveva appena finito di leggere.

Mai avrebbe immaginato che l’attuale agriturismo e le zolle di quella terra non sarebbero ancora lì senza la passione, l’amore, le scelte drastiche, la forza e la devozione dei suoi nonni.

Ricordava nonna Anna con grande tenerezza, bella e garbata, dava sfogo alla fantasia ma era incapace di domarla, aveva la risata forte e non si lamentava mai, dopo una giornata di lavoro metteva in scena belle tavolate per tutta la famiglia con tanto cibo, tanta confusione e il tango di

nonno Francesco e nonna Maya, i genitori del suo fidanzato.

Ora capiva perché i suoi genitori non avevano mai accettato di vendere al vecchio Giacomo i vigneti e la locanda, aveva sempre pensato che fossero pazzi a rifiutare cifre simili, ma ora sapeva chi era Giacomo.

Sapeva anche perché la vespa bianca di nonno Jacopo, ormai tutta arrugginita, fosse appoggiata al muro della casina sul vigneto e perché sua mamma ogni settimana portava fiori freschi sul tavolo del pergolato.

Sapeva perché la ricetta segreta delle tagliatelle di nonna Luisa era così preziosa.

Sapeva perché la sua famiglia ogni anno si dava tanto da fare per la festa delle fragole a maggio, ma soprattutto sapeva perché le piaceva così il vino e perché fin da bambina aveva imparato a ballare il tango.

 

 

Tratto da “I colori di Venere” di Simona Bertocchi – Editore Il Filo collana Nuove Voci