La mia canzone è piena di note svizzere

(Anna Frosali)

 

Lo sai cosa sono le “note svizzere”? Per farti un esempio: nella mia testa un motivo musicale è perfetto, però quando mi esce di bocca non è preciso, è pieno di note svizzere. Un mio amico che si intende di musica mi ha detto che sono note che nello spartito originale non esistono, entrano a casaccio a turbare l’armonia, la pulizia, la fedeltà alla composizione originale. Succede a quelli che non sanno cantare. A quelli bravi quasi mai. A me spessissimo, quindi non canto mai. Mi hai mai sentito cantare? Credo di no.

Perché ti parlo di note svizzere? Perché anche nel quotidiano accadono fatti, provocati o subìti, che sono proprio note che con lo spartito originale non c’entrano niente, quindi svizzere. Però, quando si canta, si può smettere o ricominciare daccapo. Nella vita no. Quando una svizzera è uscita, non c’è niente da fare, ti devi tenere le conseguenze.

Guarda che non c’è proprio niente da ridere, non sto dicendo una delle mie stronzate. Quando ti ho detto che per il ponte dell’Immacolata sarei partita, ti ho detto una balla. Sono rimasta tre giorni chiusa in casa a rimuginare, a cercare di capire da dove fosse uscita quella nota che, anche se non stonata, era proprio una svizzera.

Il giorno prima era venuto a casa mia per questioni burocratiche, i soliti conti che dobbiamo dividere. Ti interrompo prima che tu apra bocca. Non ho intenzione di divorziare, a meno che non me lo chieda lui. Ma credo che non me lo chiederà. Il perché non lo so, ma prima o poi lo saprò. Per il momento non cambia niente perché nel frattempo io sono riuscita a fare un’operazione impossibile: traghettare una passione, un amore bello, consolidato, sicuro, remando controcorrente in mezzo alla melma del tradimento, dell’orgoglio ferito, della disperazione e approdare sull’altra riva, verso l’amicizia, la complicità, il disincanto. Ti ricordi come stavo? Io sì che me lo ricordo. Ho guadagnato la sponda continuando a sgavottare l’acqua sporca e mi sono tenuta il bambino. Sì, me lo sono tenuto come un gioco vecchio che non si ha il coraggio di buttare. Mi sentivo molto fiera di me. Avevo imparato a cantare senza note svizzere.

Vuoi un tè? Te lo faccio subito.

Allora, lui è arrivato e mi ha abbracciato, come al solito. Sembrava avesse visto la Madonna. Come al solito. Sai, queste sue manifestazioni impetuose non mi impressionano più di tanto. Mi trapassano senza lasciare traccia. E poi mi divertono. Non è divertente diventare l’amante occasionale dell’ex marito con la quale tradisce la nuova compagna? Io mi prendo il mio piacere, moltiplicato da una sensazione di sconfinata libertà. In quei momenti mi sento come una professionista, una puttana professionista.

Lo so che non sei mai riuscita a capirmi e nemmeno io, in fondo. Ma fa lo stesso. L’importante è stare bene, solo questo conta. Stare bene, o giù di lì.

Quindi mentre facevamo i conti ha cominciato a guardarmi in un certo modo – spermatozoico direi -  poi a carezzarmi la mano, poi a frugarmi nella scollatura. A me in questi casi viene sempre da ridere, è un copione che si ripete puntualmente. Lui invece si prende sul serio, straparla, sei così e cosà, come fai a stare così bene, come fossi la luce dei suoi occhi. Io normalmente sto zitta, di tutto quello che dice credo meno dell’uno percento anche se sono certa che in quel momento è sincero, ma di una sincerità particolare. La sua sincerità è come un velo impalpabile di polvere, di quella che per vederla ti devi mettere controluce. E’ vera polvere, ma così leggera che basta un soffio per farla volare via. I suoi momenti di sincerità sono sprazzi che durano un nanosecondo, note svizzere appunto.

Come da copione siamo andati a letto. Mi sono buttata nel sesso a capofitto, senza pensare a niente, ascoltando le richieste del mio corpo e obbedendo ai miei impulsi. A dir la verità, per quanto riguarda il sesso non tutto il male viene per nuocere. Ora funziona perfino meglio di quando ero innamorata anche se oggi non saprei dirti cosa significhi davvero essere innamorato. Nel mio caso quello che chiamano innamoramento è durato troppo e alla fine è diventata una gabbia, una scarpa troppo stretta come quelle delle cinesi d’una volta, di quando il bello voleva dire piccolo. Non importa poi che i piedi crescessero deformi. Sono rimasta per troppo tempo a cullare il mio innamoramento come un pupo da cui non ti vuoi separare e che quando improvvisamente si alza in piedi e va per la sua strada ti lascia come un sacco vuoto. I figli per amarli davvero bisogna lasciarli andare, l’innamoramento no. Vogliamo esserne eternamente incinte. E’ un controsenso, una follia.

Lo so che fin qui non è successo niente di particolare. Questi discorsi li abbiamo fatti mille volte. Invece qualcosa è successo.

Quando abbiamo finito di fare l’amore siamo rimasti abbracciati come tante altre volte. L’eccitazione che cala, il benessere che ti pervade, il corpo che si distende è un fatto fisiologico. Se poi conosci chi ti sta accanto, se sai le sue reazioni e lui conosce le tue, se non ci sono imbarazzi e se una si sente come una professionista è ancora meglio.

Allora, mentre stavamo lì sudati e abbracciati ho cominciato a sentire qualcosa di estraneo, la nota svizzera è nata piano piano fino a prendere il sopravvento su quelle della canzone che stavo cantando. Mi è piombata addosso a tradimento la sensazione di una comunicazione così intensa e profonda da fare male, come se un trapano mi passasse da parte a parte fino ad avvitarmi a lui, a saldarmi alla sua carne.

Ho aperto bocca per dirglielo e nello stesso tempo l’ha aperta anche lui e ce lo siamo detto insieme.

Questi stati di grazia sembrano eterni ma in realtà durano meno di nanosecondo.

Ci siamo naturalmente ripresi, rivestiti, chiacchierato ancora un po’. Come da copione è andato via, lasciandomi imbambolata.

Mi piacerebbe sapere perché sogghigni e scuoti la testa. Non c’è proprio niente da ridere. Niente.

Un’altra potrebbe dire di aver vissuto una bella esperienza, vorrebbe magari che diventasse la norma, esserne sempre incinta.

E invece no. Sono rimasta tre giorni chiusa in casa a rimuginare.

Sì, non sono uscita mai. Ho ripulito il frigo fino alle croste di formaggio. Ho fatto il topo per tre giorni.

Vedi, quando se n’è andato ero contenta, leggera. Ma poi, a poco a poco ha cominciato a invadermi un disagio, un senso di peso che non provavo da tempo. Ha cominciato a rimbombarmi in testa la parola “spreco”. Lo sai come sono fatta. Come dici tu? In certe occasioni mi comporto come la maestrina dalla penna rossa. Infatti sono andata a consultare il dizionario alla parola spreco. Può sembrare buffo, un segno di pedanteria insopportabile, ma a me chiarisce le idee perché spesso non sappiamo dare il giusto senso alle parole, lo perdiamo per strada, e invece riportarle tecnicamente a galla restituisce loro la dignità del significato vero, non inquinato. Sai cosa dice il dizionario? Spreco uguale a cattivo uso, consumo eccessivo e inutile. Stop.

Quindi consumo eccessivo e inutile di un’emozione intensa, usata come fosse una cosa da niente, non riconosciuta, messa da parte dopo un minuto, sprecata, usata male.

Vedi, uno stato di grazia, specie se provato all’unisono, dovrebbe servire a costruire, a unire. E invece su di me ha avuto un effetto opposto. Mi sono sentita separata, forzata mio malgrado a prendere le distanze. Non solo quella nota svizzera non era prevista nello spartito, ma era così stridente da far accapponare la pelle.

Quel silenzio piombato su di noi dopo che lui si è rinfilato i pantaloni, allacciato le scarpe e io rimessa le mutande, è stato come chiudere gli occhi davanti a una luce troppo forte. Abbiamo riportato il tutto nell’ombra, a una prestazione ginnica ben riuscita. Dieci e lode. Punteggio pieno.

Non ho fatto altro che pensare al perché mi sentissi tanto arrabbiata e alla fine credo di aver capito o di esserci andata vicino. Però mi è costato molto.

Ti annoio? Spero di no perché, anche se così fosse non me ne frega niente, a qualcuno lo devo dire. E poi tu sei l’unica che ha seguito per filo e per segno tutto quello che è successo.

Lui, dopo il dramma della separazione, quando fra di noi si sono calmate le acque, ha ricominciato a insinuarsi, a conquistare terreno, a sfogarsi quando le cose non gli andavano bene, quando discuteva con quell’altra. Mi ha raccontato un sacco di cose che mi hanno permesso di metterlo a fuoco. Lui non sa quanto. In pratica ha tentato di infilarmi un nuovo paio di scarpe cinesi, di un paio di numeri più grandi, ma sempre troppo piccole. E io mi sono prestata e non mi sono accorta di rischiare grosso finché la nota svizzera non mi ha fatto svegliare con un gran mal di piedi.

Sono certa che non è stato un progetto a tavolino. Questo no. Gli viene naturale. E’ uno di quelli che non sono capaci di liberarsi del ciarpame, che conservano tutto perché anche le cose vecchie prima o poi possono risultare utili. Chiudere un file comporta una decisione, un piccolo atto di coraggio. E’ come quando al computer si lavora passando da una cartella all’altra lasciandole tutte aperte. Quando diventano troppe, il sistema va in bomba. I maldestri danno la colpa al marchingegno, dimenticando che le macchine agiscono dietro precise istruzioni che diamo noi. E’ chiaro il concetto?

Ho bisogno di un grappino. Lo vuoi? Ho la gola secca.

Torniamo al ponte dell’Immacolata che è stato lunghissimo perché ai giorni si devono aggiungere anche parte delle notti durante le quali ho dormito pochissimo con il risultato di dare un bel colpo a questa bottiglia. Ci beviamo queste due dita e poi stop. L’alcol va tutto in ciccia.

Spacco il capello in quattro. L’imprevisto turbamento mi ha trascinato indietro, indietro verso momenti simili vissuti secoli fa. Qui, dove metto il mio bicchiere, vedi, c’è il passato, e qui, dove metto il tuo, c’è il presente. In mezzo cosa c’è? Cosa c’è? Dimmelo. Non lo sai? Te lo dico io cosa c’è nel mezzo. C’è un terreno sconvolto dalle bombe, mucchi di detriti, voragini, brandelli di carne esplosa, falangi, budella sparse in putrefazione. Non solo. E’ anche disseminato di pappagalli verdi. Lo sai cosa sono i pappagalli verdi? Sono ordigni subdoli, travestiti da uccelli-giocattolo, lasciati sul terreno per attirare i bambini che quando sorridenti li raccolgono, saltano per aria. Gino Strada, chirurgo di guerra, ci ha scritto un bel libro. Se vuoi te lo presto.

Torniamo a noi e ai nostri bicchieri. Non c’è un’altra strada per andare da qui a lì. Per andare o per tornare, sempre di lì devi passare. Fa pure rima.

Però, se sei in grado di vedere chi ti si sta aggrappando addosso per trascinarti indietro ti puoi difendere, scalci, ti divincoli, scappi a gambe levate. Ma se il nemico ti coglie alle spalle, ti fa un’imboscata, non fai in tempo. Quando te ne accorgi è troppo tardi. Tutte le precauzioni, le finte, gli appostamenti non servono a niente. Di lì devi passare. Non c’è bulldozer al mondo che possa spianare quel pezzo di vita. Ancora non l’anno inventato.

Perché mi chiedi dove voglio andare a parare? Ma allora non mi sono spiegata, non hai capito. E’ vero, queste cose le sapevamo bene. Niente di nuovo. Però, ho un chiodo fisso in testa. Non faccio che chiedermi: come è possibile che una sensazione che sprigiona calore come un golf di cashmere faccia venire tanta voglia di scappare? Eccoti servita: perché nel terreno fra il presente e il passato, oltre agli ordigni di morte di cui sopra, non ci batte mai il sole, fa un freddo della Madonna e quando arrivi dall’altra parte (se ci arrivi) ormai sei gelata, batti i denti, sei orripilata per tutto quello che hai dovuto rivedere e maledici chi ti ha trascinata all’indietro per una strada che non avresti mai più voluto percorrere. Lì il golf di cashmere non basta. Lì ci vorrebbe una tuta da astronauti.

Come dice il principio di Archimede? Che un corpo immerso in un fluido riceve una spinta verso l’alto di intensità pari al peso del volume del fluido spostato. Mi sembra sia così, anche se poi io non ci ho mai capito molto.

A me è successo qualcosa di fantascientifico, misterioso come la scomparsa dei dinosauri. Ora bisognerà riscrivere i libri di fisica perché, invece, in alcuni casi (e l’ho sperimentato sulla mia pelle), un corpo immerso in un fluido riceve una spinta verso il basso di intensità pari al peso del volume del fluido spostato. Ho fatto la scoperta del secolo. Dovrebbero darmi il premio Nobel.

Ti è chiaro il concetto? La spinta provocata da una gioia intensa che dovrebbe portarti in alto, in un posto dove vorresti restare per sempre, può inopinatamente (ma come parlo bene!) farti sprofondare negli abissi. Niente più barche che veleggiano, niente persone che fanno il morto a galla, niente bottiglie con dentro i messaggi d’amore. Niente di niente. Buio, solo buio e freddo.

E allora cosa? Possibile che tu sia così ottusa? Scusa, non volevo offenderti.

Darmi alla fuga, ecco quello che devo fare. Perché ho capito che anche ad essere circospetti, a muoversi leggeri e silenziosi come vietcong nella giungla, non basta. Ad un certo punto bisogna rinculare, voltarsi e darsela a gambe.

Lo so cosa vuoi dire con quell’espressione scettica. Lo so che non ci credi.

Lo senti lo squillo del telefono? E’ lui. Questo squillo non è come gli altri perché io, furba, ho utilizzato l’opzione “suoneria vip” che la stregoneria avanzata di questo apparecchio mi mette a disposizione. Ci sono stata tre ore, manuale alla mano, per capire come si faceva ma alla fine ci sono riuscita. L’ho fatto per non essere colta alla sprovvista, per essere IO a decidere con che tono cinguettare PRONTO? quando mi chiama, per evitare che qualche nota svizzera mi esca non volendo di bocca.

Lo senti il telefono? Ma io non rispondo. So che è lui che vuole qualcosa, ma io non rispondo.

Ecco, ha smesso.

Facciamoci un altro goccetto e chiudiamo bottega. Voglio uscire prima che ricominci a chiamare.

Fuori è una giornata spettacolare.