RIFLESSO DI UN MORTO
(Davide Stocovaz)
Il signor Neri fissava il volto che aveva davanti. Non l' aveva mai visto prima. Rabbrividiva guardandolo. Era come trovarsi davanti a uno spettro. Capelli scuri, gettati alla rinfusa sulla testa. S’intravedeva qualche capello bianco. Occhi velati. Tanto oscuri che parevano bocche di grotte profondissime. Brillavano di una luce maligna. Uno sguardo torvo. Pareva penetrargli fino all’anima. Due profonde occhiaie, di un grigio bluastro, solcavano la pelle sotto alle orbite. Quel naso. Non aveva nulla d'umano, tant'era aquilino. Labbra violacee. Contratte in un ghigno raccapricciante.
Il signor Neri abbassò lo sguardo, tremante, sulla figura eretta davanti a lui. Spalle curve: ricoperte da una veste bianca. Ingiallita dal tempo.
L’età dello sconosciuto poteva essere compresa tra i cinquanta e i cinquantacinque anni.
A un tratto notò, su quel volto tenebroso, un particolare che a prima vista gli era sfuggito: sotto al naso e alla base del mento, lungo anche le mascelle, fin sotto ai lobi delle orecchie, vi era un accenno di barba. Una barba scura. Ispida; con qualche pelo bianco.
Il signor Neri rimase immobile, a pochi centimetri dallo sconosciuto. Poteva allungare un braccio e toccargli la punta del naso senza alcuna difficoltà.
Non osò farlo.
Chiunque egli fosse, era arrivato dalle profondità della notte. S’era introdotto in casa sua e adesso stava lì, eretto davanti a lui. E lo fissava. Senza muovere un dito.
Il signor Neri non si mosse. Evitava ogni movenza; anche la più lieve. Il suo corpo era sospeso
sull'orlo di un baratro. La sua vita era in sospeso! Lo sentiva. Lo percepiva attraverso lo sguardo maligno dello sconosciuto. Una scossa elettrica. Nei muscoli. Nei nervi. Un brivido glaciale. Lungo la schiena. Consapevolezza.
La consapevolezza che la sua vita risiedeva solamente nelle proprie mani. Nella propria testa. Nel proprio modo di agire. E di pensare. Nodo allo stomaco. Viscere contorte. Sconforto totale.
Una mossa errata. Un minimo movimento azzardato. E per il signor Neri sarebbe stata la fine.
Con gran impeto di coraggio, decise di non far nulla.
Attese. Tremante. Per un tempo che parve a lui infinito, ma che in realtà corrispondeva a una manciata di secondi. Non accadde niente. Il tizio se ne stava immobile, senza batter ciglio.
Se gli occhi sono lo specchio dell'anima, quello doveva aver commesso una strage di vite umane.
Immobile, cercò di capire chi avesse davanti. Quel uomo doveva avere un carattere osceno. Rude. Poco socievole. Quel suo aspetto poco rassicurante gli conferiva un unico aggettivo: Bestia.
Una Bestia, nel più disgustoso senso del termine.
E come potersi comportare di fronte a un essere tanto spregevole?, ma, soprattutto, imprevedibile?
Assecondarlo, forse, poteva essere la cosa migliore da farsi. Ed era ciò che stava facendo, standosene immobile. Silenzioso.
Non accadde niente.
Forse, nonostante l'aspetto poco rassicurante, egli non rappresentava alcuna minaccia.
in effetti, se davvero lo voleva uccidere, o almeno aggredire, lo avrebbe già fatto, e non si sarebbe limitato a scrutarlo dalla distanza. Folgorandolo con sguardo infernale.
Osservando meglio, capì il significato di quel ghigno raggelante: una luce di puro godimento gli si leggeva sulle labbra: godeva nel vederlo tremante. Godeva della sua paura. Quel essere immondo, godeva della sua paura.
Un essere così spregevole, non era meritevole di vita.
Rabbia. Tutto divenne chiaro come la luce del sole. Sentì i muscoli del proprio corpo tendersi, percossi da una scarica elettrica. L' espressione sul suo volto mutò: ogni singola traccia di tensione, svanì.
Fu la goccia che fece traboccare il vaso.
La rabbia cancellò ogni traccia di ragione dal cervello, e lo guidò all'insegna delle sue intenzioni. Il signor Neri emise un grido selvaggio, mentre si scagliava prepotente verso il nemico. Anch'egli si mosse. Gli corse incontro, divenendo sempre più grande, gridando a sua volta.
Ci fu un chiasso assordante, che destò i vicini dai loro sonni tranquilli. Subito si temette per
l'incolumità del signor Neri.
Fu avvisata la polizia dello strano rumore.
Quando gli agenti bussarono alla porta dell'appartamento del signor Neri, non ottennero risposta.
Bussarono ancora, chiamando il nome dell' uomo. Si dovette ricorrere alla forza.
Dopo numerosi e potenti calci, la porta cedette dai cardini.
Si spalancò sulla scena del delitto, lasciando tutti a bocca aperta.
Una vicina di casa, alle spalle degli agenti, emise un grido strozzato e cadde a terra priva di sensi.
Il signor Neri giaceva supino sul pavimento del corridoio, in un lago di sangue.
Il suo corpo stava rigido, nel freddo abbraccio della morte.
Aveva la testa piegata in una posa innaturale. Il volto tumefatto e afflitto da numerose schegge di vetro. Le labbra contorte in un ghigno, dai riflessi malefici. Il sangue sgorgava a fiotti da ampi e sottili tagli, che gli rigavano il viso. Frammenti di vetro. Alcuni molto grossi e affilati come coltelli, erano cosparsi per il pavimento. Sulla parete, che sovrastava il corpo ormai senza vita del signor Neri, stavano i contorni piegati di quello ch'era uno specchio.
L'indomani, su tutti i giornali della città, risaltava all'occhio una notizia in prima pagina: descriveva il fattaccio del signor Neri, come il suicidio più bizzarro che si fosse mai visto.