La stanza sporca
(Francesco De Nigris)
Tornava a casa seguendo il ritmo lento dei passi, mentre i pensieri si sovrapponevano caotici. La sua occupazione preferita, quando passeggiava, era osservare la gente, scrutarne gli sguardi per riuscire a cogliere un riflesso delle inquietudini che la animava.
Quella mattina era uscito per sbrigare delle faccende, era stato dal medico e poi in farmacia. Adesso lo separavano da casa un numero imprecisato di aiuole, alberi, negozi, un tabaccaio, un albergo e un passaggio a livello che in quel momento sbarrava il passa a macchine e a motorini, ai pedoni, ai loro pensieri, alle loro quotidiane pene. Di qua c’era la sua casa di pensieri, di là la sua casa reale, una sola grande stanza, spesso sporca.
Nei pressi del tabaccaio intravide, sull’altro lato della strada, un conoscente, attraversò con l’intenzione di fermarsi a chiacchierare. Gli si parò davanti con le mani infilate nelle tasche della giacca a vento ormai logora, per proteggerle dal vento di quel febbraio glaciale.
“Ciao come è andato il tuo soggiorno nella capitale?”
Il conoscente era seduto a una panchina di legno malmessa. Mentre gli parlava, avvertiva nel tipo che gli sedeva di fronte una reticenza sorda, ostile. Giovanni, detto Zazzera, aveva soggiornato nella Capitale per tre mesi, ospite di un “tale”, come lui lo definiva, che in cambio di qualche spinello, di un letto e l’illusione della bella vita, gli chiedeva “dei pezzi”, dei quadri – Zazzera era un discreto pittore, quando riusciva a stare con i piedi per terra senza “viaggiare”. Quando “il tale” era stato arrestato per dei suoi affari loschi, Zazzera aveva dovuto rimpatriare, per così dire.
“Non mi va di parlarne” disse Zazzera, e se ne restò seduto. Indossava un cappellino di lana ben calcato col quale nascondeva la totale calvizie.
Lui sedette accanto a Zazzera e per un po’ rimasero incollati spalla a spalla. Quando il silenzio tra i due si fece imbarazzante, cominciò ad avvertire un profondo senso di estraneità. Perché me ne resto qui?, cosa mi tiene a questa persona, a questa panchina?, si domandava.
Prese a incalzarlo un’angoscia insidiosa. Allora si alzò e restò in piedi davanti a Zazzera. Con lo sguardo che spaziava in tutte le direzioni, prese a seguire la fiumana caotica di ragazzi che, a quell’ora, usciva da scuola, si riversava per strada e convergeva verso i giardini dov’erano le panchine. Gli studenti avanzavano compatti in un’unica direzione, come mossi da una medesima volontà.
All’interno di questo organismo informe e variopinto si stagliavano netti i colori vivaci dei maglioni, delle giacche a vento, delle camicette; le ragazze indossavano cappellini di lana, guanti e tute dai colori pastello che si fondevano meravigliosamente coi loro incarnati arrossati dal freddo. Si lasciò avvincere da quello spettacolo e prese a seguire con lo sguardo una ragazzina in particolare; lo sguardo divenne poi un filo di pensieri che si coagularono intorno al viso della ragazza, all’incarnato scuro da zingara, allo sguardo severo, penetrante, carico, pensò, di ammalianti intenzioni. La seguì a lungo rimanendo incollato ai suoi occhi e alle linee del suo corpo, poi la vide scomparire dietro una cortina di cartelli, macchine in sosta e gente che ingombrava il marciapiede.
Senza lacuna spiegazione, afferrò Zazzera per un braccio e lo costrinse a seguirlo, Zazzera non comprese, ma si lasciò portare. Camminavano appaiati e quando ritrovò la ragazza disse a Zazzera: “La vedi quella?” Zazzera guardò avanti, quindi guardò lui e sorrise, il sorriso divenne una risata irritante quando Zazzera intuì il perché di quella passeggiata fuori programma.
“Che intenzione hai?”
“Non so…pensavo di andarle dietro; magari di fermarla…non so.”
“E io che ci faccio, hai mica bisogno di una sponda?”
“No… è che pensavo…sì, insomma, in due…”
“Ho idea che debba sbrigartela da solo, non ho voglia di fare il palo, e poi è solo una sbarbina, quanti anni avrà, quindici, sedici? Lascia perdere…non ne ricavi un cazzo.”
“Sì, forse hai ragione; ma se mi aiuti…se mi dai una mano forse…”
“Forse cosa? E poi perché proprio io?”
“Così…non so, pensavo che…”
“Fammi il piacere: cosa cazzo vuoi che mi importi di…di te e di quella…ah, ‘affanculo. Stammi bene”. Fino ad allora era riuscito a mantenere tra sé e la ragazza una distanza di sicurezza, adesso pensò che era arrivato il momento di fare la mossa più audace, ma non era per nulla sicuro che la manovra gli sarebbe riuscita. Comunque doveva fermarla.
Dopo averla persa e ritrovata tra la folla, continuò a inseguire la ragazza con lo sguardo, diede inizio ad una lenta e incerta marcia di avvicinamento che, nelle intenzioni, doveva condurlo alla ragazza. La ragazza, che adesso gli camminava una decina di passi avanti, si fermò, sii voltò inaspettatamente e parve dirigersi nella sua direzione – in un angolo buio della coscienza si era detto, chissà poi perché, contro di lui. Tuttavia interpretò il dietrofront della ragazza come un segnale positivo, e non pote’ fare a meno di credere che la ragazza avesse obbedito a un impulso oscuramente sollecitato da un messaggio giuntole attraverso l’invisibile ragnatela che il desiderio di lui le andava tessendo tutt’intorno; credeva, insomma di essere riuscito a guidare la volontà della ragazza.
La ragazza si fermò, si appoggiò a un palo, estrasse dallo zainetto il cellulare e cominciò ad armeggiare coi tasti.
È davvero carina, pensò. Si mise a fissarla con insistenza. Aveva un cappellino di lana color fucsia e delle scarpette da ginnastica di un rosa confetto che trovava irresistibile; il profilo era morbido, con un naso che scivolava lievemente all’insù e due labbra naturalmente vermiglie - non poteva essere lucido da labbra, pensò. E quanto era alta. Le gambe sottili, fasciate da un paio di jeans scuri lacerati alle ginocchia, pareva non finissero mai, e la leggerezza con cui poggiava il corpo al palo dava l’idea che non avesse peso, che anzi si appoggiava al palo proprio per non rischiare di levarsi in volo.
Quanto gli sarebbe piaciuto avere Zazzera al suo fianco in questo momento, la sua presenza lo avrebbe in qualche modo confortato, perché avvertiva la lancinante sensazione che stava per rinunciare all’impresa. Aveva paura, un grumo al centro del petto che annullava la volontà.
La ragazza era al palo che sditeggiava i tasti del cellulare in modo frenetico, dopo gli SMS fu la volta delle chiamate, quelle in arrivo e quelle in uscita. Lui studiava le espressioni del viso della ragazza, i movimenti delle mani, l’inclinazione del capo, la postura ora morbida, ora tesa, all’erta o abbandonata del corpo contro il palo e credeva di indovinare da quei segni gli stati d’animo della ragazza, avrebbe saputo dire se chi le si stava rivolgendo al telefono era una persona amica, un conoscente, una frequentazione intima o qualcuno che la chiamava per la prima volta. Lui credeva di indovinare tutto ciò.
Dalla postazione in cui si era barricato, dietro vasconi di ligustro che delimitavano l’ingresso di un bar, non aveva smesso per un secondo di studiare le manovre della ragazza, ma sentiva crescergli dentro un’ansia che era impazienza ed esitazione, slancio e ripiegamento, appello a una traballante volontà di azione e ossequio al demone della paura. Infine decise di venire allo scoperto, abbandonò la trincea di foglie e decise che avrebbe passeggiato su e giù lungo un tratto di marciapiede. Per fortuna aveva di che soffermarsi a fingere di guardare vetrine e leggere manifesti, perciò i primi due passaggi sotto lo sguardo indifferente della ragazza, benché tutt’ora agitato, gli tornarono utili per farsi animo e potersi dire che, in fondo, il marciapiede era di tutti, tutti potevano percorrerlo a buon diritto senza doversi giustificare, o destare sospetti e se qualcuno, come lui, non aveva altro da fare era padrone di bighellonare in libertà, libero perfino di contare le mattonelle della pavimentazione, se avesse voluto, o addirittura restarsene fermo ad un angolo a catalogare per colore targa o tipologia le auto che transitavano.
Ci fu un terzo e un quarto passaggio, ebbe il tempo di memorizzare la sequenza di vetrine su questo lato del marciapiede e calcolare, con buona approssimazione, la frequenza con la quale due piccioni appollaiati sul cornicione del palazzo difronte si sarebbero spostati da un lato all’altro della strada. Per la ragazza, tutt’ora assorbita dal cellulare, lui era ancora un’ombra, una fugace immagine subliminale.
Al sesto passaggio incespicò proprio sotto lo sguardo divertito della ragazza e mai incidente fu più propizio perché, se è vero che inciampando poco mancò che si slogasse una caviglia, e quando si rimise in equilibrio sulle gambe avrebbe voluto che una voragine si spalancasse lì sotto i suoi piedi e lo inghiottisse, è tuttavia vero che la disavventura lo rese visibile alla ragazza,la quale lo osservò con commiserazione, divertendosi a seguirne per un tratto l’andatura sbilenca.
Tornò a ripararsi dietro i ligustri, ma non fu una ritirata, fu piuttosto un rinculo, un arretramento tattico che gli diede l’opportunità di ricomporsi, di assorbire il momentaneo sbaragliamento in vista di un rinnovato assalto.
Andò a piazzarsi davanti alla vetrina di un negozio di scarpe, proprio difronte alla ragazza che sollevò lo sguardo, lo riconobbe, ridacchiò e tornò al suo cellulare; ma da lì lui non si mosse, tenne la posizione e prese anzi a fissare la ragazza con un’audacia del tutto inedita, mentre sempre più spesso lo sguardo di lei incrociava quello di lui.
Quando finalmente la ragazza depose il cellulare in una tasca dello zainetto, era talmente concentrato sopra un dettaglio del cappellino da non accorgersi che la ragazza gli stava difronte e lo studiava come fosse un alieno.”
“Hai intenzione di rimanere impalato qui tutto il giorno?”
Si scosse e non capì, non comprese le parole della ragazza ma intuì che gli aveva rivolto la parola.
“Perché non facciamo quattro passi? Vieni, accompagnami. ”
Seguì la ragazza come un automa restandole indietro di due passi.
Solo quando realizzò quel che stava accadendo, riuscì a concedere alla mente una tregua meritata, e quando la ragazza, divertita, lo invitò ad affiancarlesi, trovò perfino la determinazione di rivolgerle la parola.
“Come ti chiami?”
“Nicoletta, ma mi faccio chiamare Samantha, è più fico.”
“Che classe fai?”
“La seconda liceo classico.”
A un rapido calcolo, realizzò che Zazzera si era sbagliato sul conto dell’età della ragazza, del resto, adesso che aveva l’opportunità di osservarla da vicino, nonostante una mano di trucco pesante, o forse grazie a questo, la ragazza le appariva più grande della sua età, le avrebbe dato vent’anni. La vicinanza, tuttavia, non aveva dissolto l’aura di grazia e leggiadria che lo aveva da subito colpito, anche se sorsero dubbi sulla naturalità del suo incarnato.
“Posso farti una domanda?”
“Spara.”
“Sicuro che non ti offendi?”
“Se non è una stronzata, vai tranquillo.”
“No…è più una curiosità, ma se ti da fastidio puoi…insomma…se non ti va…”
“Cazzo come la fai lunga, ti ho detto spara.”
La ragazza masticava vigorosamente un chewing-gum, di tanto in tanto tirava su col naso e, scoprì, aveva uno strano tic che la obbligava a storcere il naso sollevando alternativamente ora la narice destra, ora la sinistra.
Ma il suo profilo gli appariva, nonostante tutto, di una delicatezza indicibile, gli ricordò una scultura di Rodin che aveva visto al Musèe d’Orsay, quando era stato Parigi.
“Sei proprio così…di pelle, voglio dire, sei di carnagione scura?”
La ragazza rise fragorosamente, lo guardò come si guarda un ingenuo.
“Lampada tre volte a settimana…mi costa un casino.”
Squillò il cellulare, la ragazza parve dimenticare che aveva un accompagnatore e si dedicò con zelo alla telefonata. Per lui, una tregua.
Si sentiva rimescolato e confuso, e poiché la ragazza lo ignorava, assorbita da un dialogo fatto di monosillabi, di corti mugugni e mezze frasi, si dedicò ai suoi pensieri.
Bella, era bella, pensò, era attraente, ma non gli bastava. Non che tutto questo non gli bastasse in una ragazza, accidenti, no, non era questo. Quelle che non gli bastavano erano le parole. Le parole per esprimere l’idea di bellezza, congelate nel fondo della sua stanza sporca,che questa ragazza sembrava aver evocato suo malgrado.
Per uno come lui che amava definirsi- sia detto tra parentesi, con una punta di retorica – pellegrino del bello, una donna, soprattutto se bella, non era semplicemente un corpo, ma un’impronta tangibile del divino dotata di un grande potere.
Carina, era carina, pensò, e anche sveglia, e quell’impasto di rosa e fuxia, l’equilibrio tra il vermiglio delle labbra, l’ambra degli orecchini, l’incarnato di zingara lo inebriava; e lo inorgogliva, ma solo un po’, il fatto che lei lo avesse scelto, che gli avesse rivolto la parola quando avrebbe potuto ignorarlo, nonostante i suoi goffi tentativi di rendersi visibile. Non osava pensarlo, e di certo non avrebbe avuto il coraggio di comunicalo alla ragazza,ma sentiva già di esserne innamorato, stregato, cotto.
“Siamo daccordo…occhèi…sì, ma sta tranquillo, lo sai che per te c’è una tariffa speciale… sì, come al solito…alla solita ora, vabbè…cià ciao.”
La ragazza ripose il cellulare e si voltò a guardarlo come se lo vedesse ora per la prima volta.
“Scusa, non mi ricordo, ma ci siamo già messi daccordo?”
“Non saprei…non…su cosa?”
“No niente, lascia perdere…Vieni, giriamo da questa parte.”
La ragazza raccolse in un fazzoletto un chewing-gum che stava masticando e lo rimpiazzò immediatamente con uno nuovo.
“Ne vuoi una?”
“No grazie.”
Si rese conto che la ragazza lo stava portando verso il centro della città, un nucleo antico e degradato di case quasi tutte abbandonate, un dedalo di viuzze contorte, spesso maleodoranti per via dei tombini della fogna, dai quali non era raro che facesse capolino uno di quei toponi che qui chiamano “zoccole”. Lui seguiva la ragazza come un chierichetto,docile e inconsapevole, il collo rigido e lo sguardo mobile; lei si impegnava a ciancicare il chewing-gum, a riavviarsi i capelli e a tormentare con le dita un pupazzetto, un orsetto che pendeva dalla cinghia dello zainetto. Lui pensava che forse avrebbe dovuto dire qualcosa. Lei pensava che forse era arrivato il momento di chiedergli qualcosa.
“E’ qui che abiti…da questa parti?”
“Si…ma ancora per poco, tra qualche mese ci trasferiamo in un altro quartiere, mia madre ha comprato una casa.”
“Ah, che bello…”
“Mica tanto…qui mi trovo bene, è una zona tranquilla, e poi sono sempre sola in casa.”
“I genitori?”
“Mia madre la vedo poco, sai… il lavoro, e meno male, così non me la ritrovo in continuazione tra le palle…”
“E’ una bella scarpinata, tutti i giorni, da casa a scuola, eh?”
“Mica un problema, c’è sempre qualcuno che passa a prendermi e mi accompagna.”
“Hai molti amici?”
“Amici?Gente che conosco, che vedo ogni tanto .”
Di nuovo squillò il cellulare – una suoneria stramba, una risata volgare. Mentre lei sfilava il cellulare dal taschino dello zainetto, lui provò un moto di disappunto all’idea che la ragazza lo avrebbe ancora una volta ignorato, escluso, dimenticato chissà per quanto tempo per star dietro alle chiacchiere del disturbatore di turno; avrebbe voluto chiedere alla ragazza di tagliare corto, ma non osò, non ne aveva il diritto, per ora; più in là, magari, quando le cose tra loro avrebbero preso una piega diversa, forse avrebbe potuto reclamare un’attenzione più sollecita da parte della ragazza., adesso proprio no.
“Senti, come devo dirtelo:non mi va più di vederti, vaffalculo, hai capito?...Ah, davvero, adesso mi dici queste cose. Perché non…come?! Hai proprio una faccia di culo, lo sai? sì…sì, ma fammi il piacere, chi vuoi fott…No…Te l’ho già det…Sì?...Era…per l’ultima volta…ma cosa vuol dire…No…Ho detto…certe cose con te…No! Ho detto no, non le faccio!”
La ragazza richiuse il cellulare con un gesto rabbioso, sputò il chewing-gum e squadrò il suo accompagnatore, la sua aria ingenua e l’atteggiamento da imbranato: voleva farle credere che era innocente,che a differenza degli altri, lui era lì solo perché gli faceva piacere l’idea di fare quattro passi e qualche chiacchiera con lei, povero stronzo?
Lui ebbe un intimo moto da ribellione e sdegno all’idea che qualche sconosciuto cialtrone, certamente un gran maleducato… un cafone, potesse turbare la serenità della… stava per pensare della sua ragazza, ma si fermò in tempo. Sì, ma era solo questione di tempo, pensò, quello che ora osava solo sperare si sarebbe trasformato ben presto in realtà, e allora niente disturbatori tra i piedi.
Ma adesso era arrabbiata, la sua quasi ragazza, la sua promessa di felicità a portata di mano, la sua scultura vivente, cosa poteva fare perché tornasse a sorridere, perché volgesse ancora una volta verso di lui quel suo sguardo d’ambra e di malizia?
“Ce l’hai un chewing-gum da offrirmi?”
“Ne sono rimasti giusto due.”
La ragazza gettò a terra il pacchetto vuoto poi lo calciò lontano con un colpo di punta; come un passo di flamenco, la gamba si sollevò all’indietro e poi si arrestò giusto all’impatto con il pacchetto, la cui traiettoria lo portò a rimbalzare a pochi centimetri dal muso di un gatto, che sonnecchiava acquattato ai piedi di una corta gradinata, una di quelle che in questa parte della città non è infrequente trovare davanti agli usci delle case. Il gatto sobbalzò confuso, emise un leggero miagolìo e si fiondò a nascondersi da un’altra parte.
“Sono quasi arrivata, lì abito io.”
Non c’è tempo, non c’è tempo, pensava lui, adesso o mai più, devo chiederlo. Sì, ma come, cosa le dico, come glielo dico, pensava, le parole non vengono, non vengono mai quando le cerchi. Provò a impostare mentalmente un inizio,poi un altro e un altro ancora, ma gli sembrava che le parole non si legassero tra loro, non si connettessero in una concatenazione logica e significativa, nell’unica concatenazione che potesse dire quello che sperava, che desiderava.
“Alle sei ho un appuntamento coll’estetista… che ne dici se mi faccio bionda? Magari non completamente, pensavo più che altro a dei colpi di sole, prima una schiarita, non posso di sicuro farmi i colpi di sole con questi capelli.. anche se con le lampade…che ne pensi?”
Lui non pensava, non poteva, ormai non ci riusciva.
“Se vuoi, possiamo vederci alle cinque, mia madre è al lavoro e nessuno ci disturberà; facciamo le cose con calma, penso che una mezz’oretta dovrebbe bastare, poi faccio un giro di telefonate e alle sei sono in tempo per l’estetista. Allora, ti va bene?”
Sarebbe andata bene qualsiasi ora, se questo avesse significato rivederla, starle accanto, parlarle, ovviamente; e come era stato facile, pensò lui rinfrancato, più facile di quanto avesse osato sperare: la spigliatezza della ragazza gli aveva risparmiato penosi balbettamenti, la sua intraprendenza gli stava porgendo la felicità su un piatto d’argento guarnito di malizia e seduzione.
“Allora, ti dico i miei prezzi: trenta il pompino, cinquanta la normale, ottanta il culo, tu cosa preferisci?”
Com’era graziosa, adesso che lo fissava ed era tornata a sorridere, la ragazza e…Cosa?!
D’un tratto sentì che non avrebbe potuto aprire bocca senza balbettare, senza che quel penoso accidente che lo aveva afflitto nell’infanzia non si riaffacciasse a tormentarlo, a inchiodarlo alla sua goffaggine.
“C…cosa i…i…intendi d…dire?”
“Sono le mie tariffe: trenta se vuoi che ti faccia un pompino, cinquanta se vuoi scopare normalmente e ottanta se vuoi farlo da dietro.”
“M…ma di c…che stai p…pa…pa…arlando?”
“Ah, ma allora avevo ragione a pensare che eri un tantinello stronzo, l’ho sospettavo fin dal primo momento. Senti, non ho tempo da perdere, ne ho già perso abbastanza. Facciamo così: io abito qui, questa è la mia casa, adesso lo sai, quando ti sarai deciso puoi venire a trovarmi, sta’ tranquillo che non corri alcun rischio.
Stammi bene e…ma vaffanculo.”
Lei sparì sbattendo il portone, lui rimase immobile ad assorbirne il tonfo. Credeva di aver inteso bene le parole della ragazza, tuttavia era impossibilitato a pronunciare la parola, l’unica, sufficientemente sintetica e opportuna:puttana.
Faceva la puttana. La ragazza faceva…era…sì, insomma, quella cosa lì? Aveva capito bene? Sì, aveva capito bene: trenta…cinquanta…ottanta…: immagini di depravazione e coiti bestiali e…e io?, pensò lui.
Non gli restava che andarsene, e invece rimase a fissare il portone, quel macigno di nome Sesamo che nessuna formula magica avrebbe aperto, se non qualche banconota da dieci euro. Doveva andarsene ma non lo fece. Picchiò, invece, e con rabbia, contro il portone.
Picchiò la sua delusione, la frustrazione, l’inganno del quale sentiva d’essere rimasto vittima: inganno della bellezza, della lusinga, della seduzione, delle aspettative. E poi l’autoinganno, la convinzione che il bello e il buono potessero incarnarsi in una forma, che l’armonia sensibile non fosse che il riflesso, sia pur sbiadito, di qualcosa d’altro, superiore.
Doveva andarsene, e invece suonò a lungo immaginando che la ragazza tornasse sui suoi passi, che gli promettesse che per lui avrebbe cancellato dal cellulare tutti i numeri e tenuto solo il suo, che per lui avrebbe cambiato la vita. E invece doveva proprio andarsene.
La sua permanenza dietro al portone cominciò ad attrarre gatti e curiosi, qualche auto rallentò e ripartì subito, un ragazzino del quartiere, abituato a vivere per strada, sedette a un gradino a godersi lo spettacolo. Poi arrivò, come un sinistro presagio, un’automobile enorme, lunga, interminabile e nera che si fermò di traverso nel vicolo, pareva un’astronave. Attraverso i vetri scuri non si scorgeva alcuna sagoma. Lui non la notò, continuò a rimanere attaccato alle sue illusioni e al campanello; non si accorse neanche di quando, attraverso le tendine di una finestra, la ragazza lanciò in direzione dell’astronave un cenno di intesa con la mano. Fu allora che quell’ammasso armonioso di ferro vetro e gomma si mosse, prima qualche metro indietro, poi in avanti. Si fermò alle spalle di lui e spense il motore. Il finestrino dalla parte del conducente si abbassò con la lentezza di un bradipo, incorniciando una grossa testa pelata, un paio di baffi mongoli, naso paonazzo ornato di verruca e due occhi acquosi di un colore chiaro e vago.
“Tornatene a casa, dammi retta.”
La voce pareva quella incerta di un adolescente che ancora non riesce a padroneggiare i toni gravi e acuti.
“Mi senti? Ho detto tornatene a casa, lascia perdere.”
Lui si voltò e si appoggiò al portone, fissò lo sconosciuto, sembrò abbozzare un sorriso, poi cominciò a calciare il portone col tacco, e ogni calcio lasciava impresso in basso una traccia sottile a forma di mezza luna, calciava e fissava il testone incorniciato dal finestrino.
“Perché non vuoi capire?”
Lui pensava che la ragazza avrebbe ceduto alla sua insistenza, pensava che nessuno prima di lui le avesse dimostrato tanta tenacia, nessuno aveva fatto, prima di allora, una follia per lei, nessuno come lui aveva abdicato al suo amor proprio, e nessuno come lui era capace di amarla quanto lui poteva. Non lo sfiorava il dubbio che tutto ciò potesse infastidire la ragazza.
“Te ne devi andare, hai capito, cazzo!”
Il guidatore, che intanto era sceso dall’astronave, pareva davvero un omino verde, basso e tozzo, si sarebbe stentato a credere che avrebbe potuto governare un veicolo all’apparenza così complicato.
“Hai capito quello che ho detto?”
Ma non gli concesse altro tempo. Gli assestò due pugni nello stomaco e uno sul naso, in più afferrò il ragazzo per gli omeri, lo scosse, lo attirò a sé poi lo scaraventò contro il portone. Quando il ragazzino seduto a godersi lo spettacolo si accorse di un copioso rivolo di sangue che sgorgava dalla narice destra del ragazzo, si alzò e si allontanò allarmato.
“Te lo avevo detto di lasciar perdere, di tornartene a casa.”
L’omino ritenne opportuno ribadire le sue intenzioni: ancora un cazzotto nello stomaco, una manata sulla nuca, dato che il ragazzo si era finalmente piegato in due per il dolore, e un calcio in un fianco, poiché il ragazzo si era definitivamente accasciato ai piedi dell’omino.
“Adesso me ne vado, vedi di andartene anche tu.”
L’omino si infilò nell’astronave, il finestrino si sollevò con la lentezza di un bradipo, il ragazzo provò a risollevarsi.
C’era una fontana nel vicolo pochi passi più avanti, il ragazzo bagnò un paio di fazzoletti di carta e provò ad assorbire il rivolo di sangue, si sciacquò il viso, l’acqua era fredda e lo fece rabbrividire. Si guardò intorno, i vicoli parevano deserti.
Quando fu sulla strada principale, lo separavano da casa un numero imprecisato di aiuole, alberi, palazzi, negozi, un tabaccaio, un albergo, e un passaggio a livello, che in quel momento era chiuso. Di qua c’era la sua casa di pensieri, di là la sua casa reale, ma non avrebbe saputo dire quale delle due fosse più sporca.