Soffoco!!

(Christian Marchi) 

 

 

La stanza è spoglia, priva di mobili e di qualsiasi arredamento. Le pareti ed il pavimento sono chiari ed anonimi. Al centro, in piedi, una donna dall'aria preoccupata, avvolta da un nugolo di persone vestite di scuro tutte allo stesso modo. Ben allineate come soldati svizzeri, sono tutte voltate dalla parte opposta in cui guarda la donna. Non hanno volto. Iniziano a sfiorarla e a stringersi intorno a lei piano piano, sempre di più. Oscillano come boe sul mare calmo. Automi apparentemente privi di coscienza e d'anima, fissano la parete anonima dinanzi a loro ignorando deliberatamente la donna. Questa vacilla. Gli occhi che si fanno via a via più grevi, la bocca che si spalanca alla ricerca di ossigeno, un senso di oppressione inaudita che si fa largo con prepotenza dentro di sé. Otto di loro fanno cerchio su di lei, impedendole spietatamente di fuggire. Scivolano sul pavimento senza far rumore, ottenebrando lo spazio. La donna si guarda attorno, cerca di girarsi ma senza esito, è incastrata da quei corpi freddi e crudeli. Le sue urla rimbalzano contro le pareti, perdendo di forza ed estinguendosi. Nessuno la può aiutare mentre soffoca lentamente. Non riesce ad opporsi alla macchia d'inchiostro che la sta seppellendo. Piega la testa sulla spalla, cercando una posizione che le consenta di respirare. Le ossa del collo si incrinano sinistramente. Sprofonda verso il basso senza quasi che se ne accorga, le sue mani ossute cercano vanamente un appiglio. Per un istante fissa il soffitto che sembra cambiare forma,  in un sorriso. Scompare in quel mare senza fondo. Gli individui scuri si compattano calpestandola.

 

La donna si sveglia di soprassalto dal suo giaciglio. Sudata, respira a fatica. Il ricordo dell'incubo è ancora fresco. Trema di freddo, sotto le cascate della doccia circondata dai vetri appannati. Lavandosi i denti, il dentifricio le va di traverso facendola tossire violentemente.  Fissa consumata la sua immagine sbiadita proiettata allo specchio. Nella testolina risuonano in modo cupo domande senza risposta, e pensieri acri. Nuda, seduta sul letto ancora sfatto, inghiottisce due grosse pastiglie bianche prese da una scatoletta semivuota, si alza e si reca a lavoro.

 

Il vecchio autobus scolorito è affollato. La donna rimane a fatica ancorata ad uno dei freddi tubi neri. Con sguardo falsamente assente, adocchia ogni tanto gli occupanti. In fondo, seduti alle sue spalle, degli studenti con i pantaloni strappati scherzano a voce alta. Grasse risate, bocche che sputano fumo, tatuaggi impressi sulle mani, dita affusolate imbottite di anelli. Il resto dei passeggeri sono signore dalle bocche irsute che starnazzano ininterrottamente, e vecchietti semiaddormentati noncuranti della saliva che cola dalla bocca. Dei monelli fanno a gara a scambiarsi le linguacce più riuscite. In quel bailamme, la donna nota un ragazzo vestito di nero, in piedi, di fianco al posto di guida e con entrambe le mani infilate in tasca. La fissa dritta negli occhi. La donna se ne avvede ed istintivamente volge lo sguardo altrove. Gli occhi celesti del ragazzo sono gelidi e penetranti. Scavano con prepotenza nell'intimità della donna, a tastarne l'aridità che la permane da tempo. La donna sa di essere ancora osservata da quello strano figuro, cerca di far finta di nulla. Le rughe sottili che le disegnano il volto cosi fragile, ridiscendono dolcemente negli abissi della carne. Il silenzio e l'indifferenza verso il mondo circostante, calano lentamente una seconda volta ricoprendo tutto. Alle sue spalle gli studenti si alzano uno alla volta. Con una briciola di coraggio la donna affronta il giovane. Cercando di rimanere in equilibrio, avanza sfiorando un paio di passeggeri. Tenendo stretta a sé la borsetta, giunge dinanzi a lui. Con voce ferma, ma non autoritaria, gli domanda che cosa vuole. Mentre attende una risposta, l'autobus rallenta sino a fermarsi. Il guidatore inserisce il freno a mano. Si affaccia dalla sua cabina voltandosi verso i passeggeri, allungando e ruotando il busto come se fosse di gomma. La donna con lo sguardo oltrepassa il ragazzo, spalanca gli occhi cercando di mettere a fuoco quello che crede essere frutto della sua immaginazione. Contrae le labbra secche. Sul volto semisfigurato del guidatore è in atto una trasformazione. Gli occhi felini allungati arrivano sino alle tempie, è come se fossero disegnati da un pittore dedito al bizzarro. I passeggeri intorno a lei, sollevano i loro corpi pesanti plasmati anch'essi dalla metamorfosi. Le donne chiacchierone ora tacciono, si sfilano la pelle raggrinzita di dosso, mentre i vecchietti lasciano cadere i cappelli impolverati ed i bastoni nodosi. Gli ex-studenti in fondo si ammassano, sino a sfiorarla. I vetri si oscurano. Lì fuori non  vi è più nulla. Anche il ragazzo vestito di nero è mutato in una maschera di esecrazione. La donna a dispetto dell'incubo, non trova la forza di voltarsi. Tutti gli occupanti dell'autobus, puntano su di lei accerchiandola rapidamente. Le si stringono addosso avvinghiandola chi per le braccia, e chi per i capelli. Le ossa delle mani si spezzano sotto il loro peso. Alcuni di loro s'inginocchiano fino al suo pube, stringendole forte le gambe. Dalle loro fauci martirizzate cosparse di sangue, fuoriescono denti aguzzi accumulati su più arcate irregolari. Le loro unghie nere ed affilate, lacerano i vestiti e le carni della donna in un'alternanza di buffi suoni. Il sangue spruzzato annaffia i seggiolini ammaccati. Le viene tirata la testa all'indietro, le ciocche si snidano dal cuio capelluto. Le sue grida si spengono mentre le aprono la gola.

 

L'ennesimo incubo sveglia la donna. Ha la testa poggiata su un cuscino piatto e rigido. Si trova imprigionata all'interno di un polmone d'acciaio, in una stanza semibuia di un ospedale. Il volto della donna si gonfia. Grida a squarciagola senza che nessuno possa sentirla.