Sergio
(Luca Ludiero)
Le stilettate argentine giunsero intermittenti e perentorie alle orecchie assopite di Sergio. Questi, sentendosi piombare nel vuoto, tese automaticamente una gamba e rovesciò a terra i vestiti impilati sul bordo inferiore del letto. Ricordò che era domenica mattina, e che non aveva disattivato la sveglia. Si alzò lo stesso.
Barcollando sulla via del bagno, un occhio aperto e uno chiuso, umore indicibile, protese una mano nella penombra per accendere il computer. Forse una mail avrebbe addolcito la patina amara che gli foderava il fondo della lingua. Con stupore apprese che il led verde era già lampeggiante. Portò allora i pugni sulle palpebre chiuse, sbriciolando le secrezioni notturne, ma la spia era ancora lì. Non ricordava di aver dimenticato di spegnerlo.
Perplesso si lasciò sulla minuta sedia nera imbottita, che replicò con un cigolio strozzato, e agitò il mouse per ripristinare la sessione. La mano ancora vellutata e sensibilizzata dal sonno incrociò con ribrezzo la sottile linea collosa di polvere e sudore che disegnava il contorno dell’indice sull’apparecchio di plastica. La schermata nera cedette il posto all’amenità di un atollo caraibico. La scrivania digitale, fastidiosamente abbagliante nella penombra, combaciava col ricordo mentale dell’uomo. Eccetto per un dettaglio. La sua attenzione fu catturata da un documento di testo seminascosto nell’angolo inferiore destro del video. Il titolo era Sergio. Lo aprì. Poche le frasi contenute: Oggi 14 Agosto farò una strage. È inevitabile. Oggi si chiude. Solo Vittorio potrà salvarmi. Sergio.
Un tuffo al cuore lo fiaccò in avanti, con movimento meccanico scagliò il mouse oltre il tavolo. Appena ritrovato il fiato andò a riprenderlo. Pendolava ritmicamente a pochi centimetri dal pavimento, impiccato al suo filo. Sergio provò a ricomporre le idee. Le proprietà del documento indicavano che era stato creato lo stesso 14 Agosto, ore 03:32. In adolescenza aveva avuto episodi di sonnambulismo, ma nulla di tanto allarmante.
Chiamò a casa di Vittorio, architetto e amico fidato. Il telefono dell’appartamento di sotto squillò a vuoto. Provò sul cellulare: staccato. Sentì il panico cingergli la gola.
- Pronto? Polizia? Non mi sento bene. Credo che oggi potrei fare qualcosa di incontrollato, aiutatemi.
- Ecco, allora richiami a fatte cose, qui stiamo lavorando. Si prenda un ghiacciolo, con questo caldo non si scherza. Buone feste.
Quella voce dannatamente querula e burlesca che aveva assunto attorno ai diciannove anni non lo rendeva credibile. Ora era in pieno terrore. A chi chiedere aiuto? Era paralizzato dall’idea di poter far del male a chiunque avesse incontrato. Dopo un trentennio di pacatezza, senza liti, esemplare diligenza sul lavoro, si sentiva improvvisamente saturo di una violenza sconosciuta e fin lì repressa. Coi polsi tremanti e la vescica dolente per l’urina pesante di nove ore, nel salottino afoso e asettico di una squallida periferia, materializzò ciò che della sua vita aveva rimosso e mai raccontato neppure agli amici più stretti. Rivide l’infanzia solitaria, le serate di tensione silente dissimulata dalla televisione, le battute di suo padre sui suoi risultati sportivi, la distratta lontananza di sua madre, le botte di suo padre a sua madre, le minacce di suo padre preoccupato della propria immagine pubblica, le penose richieste di sua madre di sopportare perché superiore, il deleterio scenario in cui suo padre aveva subordinato l’esistenza del mondo al proprio modo di ragionare e sua madre l’aveva permesso. Nessuno gli aveva voluto bene per quello che era, ma a malapena per ciò che rappresentava. Ora accettava una realtà troppo dolorosa per essere conosciuta ogni giorno. Benediceva l’inconscio per aver forato con una bussola la cappa plumbea che anestetizzava la sua esistenza.
Quelle frasi acquistavano immediatamente un senso. Sapeva di poter uccidere. Voleva aprire la gola della vecchina dirimpettaia che lo chiamava per ogni lampadina fulminata e del suo barboncino che latrava tutte le notti. Voleva sdebitarsi a legnate coi genitori per aver messo al mondo una creatura senza accettarla, senza cercare di conoscerla, senza curarsi della dannosità del loro comportamento. Realizzava che i cortei pacifisti, le petizioni animaliste, i corsi di cucina vegana e tutto ciò di nobile a cui credeva di tenere non erano altro che la suprema sublimazione di una rabbia troppo più grande delle sue spalle curve e ossute. Una violenza cosmica smisurata per un uomo nato senza sapere perché, e poi cresciuto passandosi accanto, con anima dinoccolata, rinunciando alla propria identità.
Si alzò dalla sedia e tornò nello stretto corridoio. Scostato il quadretto raffigurante due sagome di De Chirico, digitò la sua data di nascita per l’ultima volta. Tornò quindi al computer, senza neppure richiudere la cassaforte, e fissò ancora il documento che aveva portato il sole nella sua vita. Sergio non era come i suoi genitori. Sapeva di non essere un vigliacco. Preferiva colpire sé stesso che gli altri. Con ghigno liberatorio spense la tempia destra. Quando il sangue colava dal cranio nelle scanalature della tastiera, amalgamando briciole e capelli annidati sul fondo, lui aveva sconfitto i suoi mali. Era tornato a sé. Per sempre.
Lo schermo mostrava ancora le sue ultime parole, e, più in basso, due messaggi di posta non letti. Nel panico non li aveva neppure notati.
Da Luisa: Ciao, tutto bene? Volevo invitarti per una grigliata in campagna da mia sorella domenica sera. C’è anche Pierluigi, quel suo fidanzato insopportabile, ma se vieni stiamo un po’ in compagnia e ti stacchi dal computer. Dai vieni, ho una cosa da dirti.
Da Vittorio: Hola chico, como estas? Parto per due giorni di mare con Alessia e i ragazzi. Non ho alcuna intenzione di farmeli guastare da Damiani o altri rompipalle, quindi terrò il telefonino spento. Ci sentiamo nella prossima settimana. Ciao.
P.s.
Ti allego un programmino diabolico che ho trovato su internet. Si chiama youCrack e permette di comandare altri computer a distanza. Sfruttando l’intranet ho provato a farti uno scherzetto. Dimmi se funziona, a presto.
Vittorio
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