Senza pena
(Francesco Luca Santo)
“Volevo dirle molte cose, mentre il vento la portava via, volevo dirle la pietà di quell’orrore;
il maledetto scherzo, che scherzo non era. Il maledetto giorno, che giorno non vide.
Cosa ci facevo lì, cosa l’ aveva spinta al limite in quell’inganno carnale!”
Le avevo conosciute qualche tempo prima sulla via S.Pietro. Tre ragazze apparentemente placide, tre amiche (tre lupi!). Io ero sola, affranta per l’ennesimo giorno solitario, per l’ennesima speranza di un futuro e loro avevano raccolto il mio seme stanco.
Gloria, Romina e Melania, le mie nuove amiche, le mie nuove rovine.
Prendemmo un caffè al bar della piazza centrale; c’era freddo, c’era la voglia di verità.
Gloria mi chiese di restare con loro quella sera, Melania mi disse di buttare giù quel vecchio muro di angoscia, per rifiorire in quella notte.
Io non sapevo, ma accettai; io non volevo, ma andai con loro.
Io che ero ormai pronta a tutto; io che ero stanca del mio cuore, io che non ero io.
Mi portarono in una strana campagna buia, niente di straordinario; un vecchio casolare in pietra, un tavolo, qualche sedia, candele profumate e un odore d’incenso al gelsomino.
Qualche birra, un po’ di vodka e poi mezze parole, e sguardi mirati a capire il mio segreto irrivelabile.
Niente segreti, niente da nascondere: ero sola al mondo, niente madre, niente padre, nessuno; solo un orfanotrofio dal quale ero fuggita; niente o forse tutto.
Poi menzogne sui miei giorni, mezze frasi e un po’ di convenevolezza.
Otto mesi dopo eravamo ancora amiche, quattro piccole demoni in cerca del dolore eterno.
Quattro donne o quattro spiriti senza ideali.
Ascoltavamo musica rock e leggevamo poesie tristi.
Una sera venne fuori l’idea, l’ultimo quadro da appendere ad una vita già labile.
Romina aveva portato con se dell’eroina (pura diceva)di ottima qualità, ed io guardavo esterrefatta l’ago che tanto detestavo, ma il mio eterno contrasto con gli altri e con la vita, mi fece iniziare per prima:
Effetto istantaneo, un estasi mai provata, qualcosa senza descrizione immaginabile.
Toccò poi a Romina, Melania ed infine a Gloria: il capo del nostro gruppo squattrinato ed inkazzato:
-Eccomi (disse Gloria ), adesso sono la vostra sacerdotessa, la vostra madre guida in un mondo dove tutto è in mio possesso, dove le vostre anime sono mie! -
Io, nell’effimero effetto dell’eroina, risi forte, cercavo di frenare il mio ghigno, ma tutto era più energico, amplificato.
Vidi poi Gloria e Melania strusciarsi fra loro, leccarsi ripetutamente, mentre Romina masturbava le sue membra fissandomi negli occhi.
Fuggii fuori, vomitai l’anima; non volevo vedere, avrei voluto trovare qualcuno che mi avesse accompagnata in centro, scovare un posto dove dormire, e fuggire da quella campagna malinconica; ma le mie gambe non ressero, caddi supina svenendo.
Mi svegliai che era l’alba, ero nuda e abbandonata sul lettino del casale, non c’era nessuno accanto a me, solo le luci delle candele che scaldavano delicatamente il mi corpo irrigidito; poi vidi del sangue scorrere giù dal mio Segreto fino alla coscia destra, un forte mal di testa mi assalì vertiginosamente, in un attimo ricordai le loro mani, le loro sudice carezze libidinose, ma i volti erano opachi, asimmetrici. Scoppiai in lacrime, ma ecco ancora un flashback del passato che avevo rimosso, e che si riproponeva più violento che mai.
Lei, la mia tutrice aveva approfittato di me!Ricordavo le sue mani sul mio corpo, ricordavo i suoi fremiti e il mio pianto soffocato da una mano!
Ad un tratto sentii aprire la porta del tugurio; apparve Romina, seguita a ruota da Gloria. Senza dire nulla si gettarono su di me, prendendomi senza pudore o pena, insistentemente!
Mi dimenavo, urlavo, ma la loro carica era sempre più vigorosa, spudorata, sentivo un’infinità di mani, di fiati, rivivevo quegli attimi di violenza passati all’orfanotrofio.
Io non centro, ripetevo, io non voglio, aiuto…, aiutatemi, perché io, perché il mio cuore, perché il mio mondo!
Dopo ore di tormento, mi resero libera; fuggii come un cervo che si sottrae al suo predatore.
Io ero sporca, uno straccio calpestato fino a diventare nero.
La disperazione mi guidò a quella casa di torture, spalancai la porta dello studio, la mia tutrice era lì!
Non ci furono sorrisi o abbracci, solo urla, spinte, pianti, ed infine il tagliacarte tra le mie mani e la sua gola a pezzi!
Implorava il mio perdono, ma non c’era perdono nel mio cuore!C’era solo la vendetta per una vita al margine e senza sbocco.
Con i vestiti insanguinati scappai dal retro, tra vicoli e viuzze giunsi al molo, e in lacrime mi raggomitolai sul mio dolore.
Stringevo le mie carni sì forte da non far scorrere il sangue nelle vene; poi, senza pensare, mi drizzai in piedi e con gli occhi disperati recisi la mia vita, ponendo fine a quella pena, lasciandomi cadere nel mare freddo, che avrebbe purificato, per sempre, il nero del mio spirito triste, calpestato e umiliato, sporcato da mille mani e ormai inerte….
“Volevo dirle molte cose, mentre il vento la portava via, volevo dirle il mio dolore mentre infilzavo quella lama, volevo dirle che la sua morte era l’inizio del mio inferno…!”