Farfalle
(Mirella Scorsonelli)
Non è facile aggiustare l’ala rotta a una farfalla… Lo studente la guarda trascinarsi sul davanzale come una bella donna zoppa in abito da sera. Vorrebbe essere nei panni del naturalista che è riuscito nell’impresa: trapiantandola da un esemplare da collezione, come in un collage di carta colorata, ne ha innestato una nuova sul moncherino, restituendo al fortunato insetto la capacità di volare.
Una farfalla con un’ala sola, sulla finestra dell’appartamento dove si è appena trasferito… Cattivo presagio.
Tutto ciò che gli è parso invitante e gradevole nella novità del trasloco, gli si mostra ora nel suo squallore. I muri sono pieni di crepe e di aloni giallastri, regalo del tempo e del succedersi di sciatti inquilini.
Il romantico balconcino, tanto decantato dal tizio dell’agenzia, si affaccia in realtà su un cortile interno trasandato e sudicio, dove persino le biciclette assumono l’aspetto sinistro di metallici scheletri.
La città, in quel quartiere periferico, non ha un aspetto migliore. Caseggiati opprimenti e grigi con occhi spenti di finestre. Un piazzale dove, d’estate, sonnecchiano all’ombra i vecchi di un ricovero e d’inverno marciscono, sole, le foglie. Qualche negozietto senza pretese, un bar anonimo frequentato da sfaccendati.
Lo studente accosta le persiane e si rifugia nei suoi libri.
Un anno passa presto, si consola.
Quella prima notte dorme poco e male. Dall’appartamento contiguo giungono grida e gemiti. Qualcuno fa l’amore, pensa, rumorosamente e senza pudore.
Accende la TV, inizia a leggere un romanzo interessante. Niente da fare.
Il suo orecchio rimane teso a quel letto cigolante, dall’altra parte del muro. Sembrano voci maschili, si stupisce, fatti loro, ma si assopisce con la mano bagnata.
Si sogna a ventre in giù su una pietra fredda, in una notte di luna calante. Uomini mascherati gli danzano intorno, sfiorandolo con fiaccole ardenti. Una farfalla rossa, materializzandosi dalle fiamme, gli si posa sulla schiena poco prima che si svegli in un bagno di sudore, nel settembre afoso che ancora mima una piena estate.
Dalle fessure delle imposte, lame d’alba affettano la penombra. Il silenzio è rotto a intermittenza dalle auto di chi torna al lavoro, finite le ferie.
Lo studente fa una doccia per sciacquarsi dalle torbide fantasie notturne. Un caffé e s’immerge nello studio, interrompendosi solo per accendere e spegnere il ventilatore, sbocconcellare un paio di panini e farsi una birra dal frigo. Verso sera decide di esplorare i dintorni.
Sul pianerottolo incontra quello della porta accanto, se lo trova di fronte in ascensore: età indefinibile, abbigliamento appariscente anni settanta, capelli neri e lucidi raccolti in una coda. L’immancabile orecchino. E uno sguardo che toglie il fiato, tanto è nero e profondo. Si salutano sul portone, poi ognuno per la sua strada.
Non è diversa dalla precedente, quella caldissima notte. In cerca di un po’ d’aria sul balcone, lo studente si accorge di poter spiare il vicino, sporgendosi appena. Luci soffuse gli permettono una visuale sfumata.
Un corpo nudo si distingue appena, avvinghiato nelle lenzuola.
L’uomo con la coda è seduto sul bordo del letto e si china a ripetizione sull’altro disteso, che si agita e grida. A un tratto esce a fumare: ha una vestaglia lucida, aperta sul petto glabro. Lo studente fa appena in tempo a ritirarsi e chiudere le tende, vergognoso ma eccitato.
Che cosa mi sta succedendo?
Si versa una birra scura e la beve d’un fiato.
La sua ragazza sta per arrivare: nel week-end faranno l’amore come sempre, parlando dei progetti sul futuro… Questo pensiero lo infastidisce, non ha nessuna voglia di vederla. Le telefonerà per rimandare l’incontro, con la scusa di un brutto raffreddore. E’ così comprensiva e dolce: non manderà certo all’aria il loro rapporto per questo.
L’indomani non apre un libro: con il pensiero è fermo alla scena intravista e all’uomo dell’ascensore. Non riesce a dimenticare il suo sguardo.
Spera di incontrarlo sul pianerottolo, ma non accade. Per una settimana le notti tornano quiete. L’ossessione sta per affievolirsi quando, in un pomeriggio opaco e solitario, il campanello suona.
E’ lui. Sembra più giovane, rispetto al primo incontro: ha gli occhi truccati e le labbra lucide, ma un modo di fare decisamente maschile.
- Salve. Non ci siamo ancora presentati.
Lo studente gli tende la mano in una stretta incerta e ricambia il saluto, timidamente. Scoprendo che l’altro si diletta in tatuaggi artistici, s’inventa di averne sempre desiderato uno: così, tanto per trovare un aggancio plausibile. Prende accordi per il fine settimana, proprio sabato sera… anche questa volta la sua ragazza andrà in bianco.
Trascorre giorni con il cuore a mille.
Non sono i suoi nuovi slanci omosessuali a inquietarlo - almeno così si racconta - né la concreta possibilità di essere iniziato all’uso della droga, visto il personaggio, ma il lato oscuro che percepisce in se stesso.
L’ala alla farfalla, senza sapere perché, l’aveva rotta lui.
Le certezze che lo ancoravano a una normalità rassicurante e banale gli stanno sfuggendo di mano, una a una. Drammatizza, forse, ma da qualche tempo gli sembra di scivolare in un baratro senza ritorno.
L’Uomo dell’Ascensore, ormai l’ha soprannominato così, sta in una casa molto diversa dalla sua: pareti colorate, statuette esotiche dall’espressione ghignante, un grande specchio al soffitto proprio sul letto di foggia orientale dove lo fa sdraiare senza camicia, a pancia in giù, per fargli un tatuaggio colorato sulla schiena.
Usa un sistema antico, rituale: consiste nell'incidere la pelle ritardandone la cicatrizzazione con sostanze particolari e nell'eseguire punture con l'introduzione di coloranti nelle ferite, gli spiega preparandolo con lenti massaggi, dopo aver indossato la vestaglia di seta sul bel corpo nudo.
Gli indigeni usano pettini d’osso, i giapponesi sottili aghi metallici che fanno entrare nella pelle in modo obliquo, con minore violenza...
A ogni gesto del suo persecutore corrisponde una scarica lancinante: dopo qualche minuto lo studente è già sul punto di svenire.
Si aggrappa all’uomo, seduto accanto a lui: con la mano tenta una carezza, ma il dolore rende goffi i suoi movimenti.
Si morde le labbra e stringe i denti.
Lo immagina dentro di sé, alle spalle, affondare in un orgasmo lento, ma quello non smette di pungere e ferire.
- L’esperienza del dolore avvicina alla morte. La reazione di chi si sottopone alle mie tecniche primitive è soggettiva e m’incuriosisce molto: si possono liberare parti nascoste del Sé, di cui non si aveva coscienza prima. Puoi urlare, se vuoi, gli altri lo fanno. I vicini ci sono abituati.
Ecco spiegate le grida notturne!
E lui che aveva pensato a chissà quali orge.
Si contorce, un’onda di voglia e violenza preme per esplodere. Scoppia in lacrime: basta, fermiamoci qui! Ho paura di me …
- Che sarà mai? - l’Uomo dell’Ascensore ride di gusto, sentendolo singhiozzare e implorare – Ti avevo avvertito. E’ un lavoro lungo: ci vorranno un paio d’ore almeno. Certo, c’è chi non resiste e scappa, ma non ti facevo così vigliacco… Prova questi, ti aiuteranno a sopportare.
Gli porge una pastiglia bianca e un bicchiere di whisky, con sufficienza.
Sotto l’effetto dell’alcol e dell’allucinogeno, lo studente si ritrova disteso sulla lastra fredda, in un altipiano fra rovine di piramidi a gradini. Sdoppiandosi, osserva lo stregone imprimergli sulla schiena il lasciapassare per l’inferno, la Farfalla Rossa, cantilenando sortilegi oscuri. Nel buio afferra la mano di chi ha spinto a ripetizione l’ago nella sua carne: gli torce il polso, costringendolo a inginocchiarsi sulla pietra e gli è sopra e dentro con una rabbia e un’energia sconosciute.
Si sveglia, sbadigliando. Non sente più male. La tortura è finita!
Gira innaturalmente la testa, sforzandosi di scorgere il tatuaggio fra le scapole nello specchio in alto, ma vede riflesso il corpo inerte dell’uomo sul pavimento, fra i suoi strumenti. Si alza di scatto.
Per terra, la vestaglia strappata mostra il corpo magro e liscio con il sesso vuoto, punteggiati di chiazze rosse. C’è un foro più grande, proprio all’altezza del cuore.
Con orrore lo studente si accorge che le sue mani e il letto sono imbrattati di sangue e sperma: fissa attonito il viso dell’uomo riverso, che respira ancora. Il trucco gli è colato in righe nere sulle guance pallide e scavate, ciocche sparse sono sfuggite all’elastico. Le sue labbra sono ancora schiuse per la sorpresa, ma nei suoi occhi profondi e neri c’è il terrore: ha imparato la lezione, anche se non gli servirà più a molto.
Mai tatuare un potenziale assassino!