La scatola aperta.

(Grazia Maria Scardaci)

 

Ripongo alla svelta i ricordi e con altrettanta solerzia li metto a dormire sotto quintali di piume.

Questo era il motivo dominante della mia vita negli ultimi quattro anni; mi agganciavo alla probabilità statistica di perdere il senno e pian piano mi resi conto che ciò stava lentamente accadendo. Ordinai la torta di compleanno, completai i preparativi, infiocchettai i regali, tanti ed inutili quanto i miei stessi sforzi e le mie maniacali premure. Ormai il quinto compleanno svolto fra musiche, balli e canti, teatrini infantili e patatine da raccogliere, senza un bambino da festeggiare, senza un regalo da aprire: candele intonse e fuochi mai accesi.

 I bambini del vicinato mi compativano, le madri non capivano perché facessi questo e ignoravano la mia necessità d’ancorarmi al giorno del suo compleanno per rendere vitale ciò che veramente era stato, un bambino, il mio bambino. Durante le ultime quattro feste approntati i preparativi mi ritiravo nella mia camera nell’attesa che tutto finiva, abbracciavo stretto al mio cuore il suo piccolo maglione e gli auguravo, dovunque fosse, il migliore dei compleanni e la migliore situazione possibile: era sparito da così tanto tempo da dimenticare il tempo stesso ed insieme i tratti del suo giovane viso, ma non i suoi sorrisi e le velate carezze che mi riempivano il cuore. Mi torturavo senza fine, conscia della mancanza di un perché, certa sola che questo era l’unica cosa da fare: come Miss Havisham avvinghiata al suo abito da sposa e alla torta nuziale piena di ragnatele io mi aggrappavo ad un ricordo, forse una speranza di ciò che sarebbe potuto accadere, la restituzione gratuita del mio Paradiso ormai perduto. Ogni notte, per anni, ho perlustrato la casa alla ricerca di un angolo in cui non avevo guardato, di uno sprazzo di verità non esaminato e quando la mia notturna espiazione finiva mi rimettevo l’anima in subbuglio e rastrellavo il mio delirio. In una mattina di pioggia con un diluvio senza fine ti lasciai nell’atrio dello stabile di casa nostra e nel breve istante d’una corsa, alla ricerca d’un ombrello perduto; al mio ritorno l’insignificante ombrello era tornato in casa sua, ma tu, piccola creatura, t’avevo smarrito in un’incertezza ed insieme con te la mia possibilità di vita. I miei pianti non ti riportarono indietro e neanche le lunghe ore sotto le piogge battenti d’ogni stagione dei lunghi quattro anni ed adesso che aspetto il mio tracollo scopro incerta una scatola aperta nel giorno del tuo nuovo compleanno, mi giro ansante e ti trovo, mano nella mano con la morte, per ricondurmi a te e agli anni che non hai potuto vivere.

Il mio Paradiso era tornato per trasfondersi in quel che era stato il purgatorio delle nostre stesse vite.