Vento
(Grazia Maria Scardaci)
Arrivò con il vento, come le notizie nella notte, arrivò e ci sorprese: nel suo lungo sibilare ci portò un bimbo senza nome, un corpo senza volto.
Soffiava da matti come nella notte di questo mio racconto e il frastuono di porte e vetrate era musica lontana che accompagnava la nenia di una passeggiata lungo il fiume.
Rimasi sconvolto allora e tremante, come adesso, mi rimboccai le maniche annaspando fra la sciarpa e la camicia e lo presi in braccio per pietà o forse ammirazione.
Il vento si placò quando lo imbracciai ed il mare che tormentava la spiaggia si appianò lungo il litorale come un saluto ultimo d’un caduto bambino, troppo giovane per gli onori ma fiero del salvataggio del suo stesso cadavere.
Non aveva un nome ma solo un ventre rigonfio da rospo e rari segni d’una bellezza sfiorita a tredici mesi, un ciuccio ancora appeso e stracci di vestiti marci d’acqua e logori dallo sbattere sui flutti.
I pesci gli avevano risparmiato le mani che con innocente puerizia erano ancora sigillate al manico d’un bicchiere di vetro, contenente forse cioccolata, evidenziata dal baffo marrone emerso dalla manica, era terribilmente piccolo ma orribilmente conservato nella terrena giocosità.
Nelle terre del nord il vento, unico e terribile flagella la costa, divora le imbarcazioni e conserva nel freddo del trapasso e il piccolo sconosciuto con questa cornice venne consegnato alle autorità del luogo in attesa che qualcuno dicesse d’essere suo parente.
Passarono molte settimane ed il vento accompagnava a riva ancora corpi, ancora resti d’un passato di un qualcuno e le bare e le preghiere erano canto del mattino che ungeva la sera, ma il piccolo dal bicchiere in mano non aveva un nome, un volto, un maledetto familiare e la religione e lo Stato imposero una inumazione d’urgenza con il contributo dell’intero paese.
Il vento suonava la nenia funebre ed un numero, il quattro, compose e custodì i suoi resti sino ad un nome da dare, un parente da accostare.
I fiori si chinavano al passaggio del cucciolo d’un qualche uomo e pesti strizzavano le loro lacrime colorate sul marciapiede calpestati dalla moltitudine in viaggio verso il suo ultimo riposo.
Una nave sbarcò nel mio porto solo pochi anni fa ed in seno alla sua pancia portava un dottore, ricercatore d’anime e matrici di vita dal nome cifrato ma di consulto sicuro, si riaprirono le tombe, il vento tornò forte a tuonare ed il mare a reclamare vendetta d’un delitto compiuto e pochi miseri pezzi riapparvero da quel bambino che tenni fra le mie braccia.
Erle era il suo vero nome, la sua famiglia riposa in mare e lui venne a segnare la mia terra come bandiera per i conquistatori: conobbe la terra dove sarebbe dovuto crescere ed i suoi tre denti riposano adesso con un nome da custodire.
Il vento ha portato Erle, l’angelo biondo caduto dal Titanic e la sua terza classe con lui non è mai morta.