Sapore amaro di una storia vera
(Achille Fiorillo)
Era una giornata d’inverno, una di quelle giornate uggiose,
fredde, durante le quali non hai alcuna voglia di aprire l’uscio di
casa per affrontare la pungente sensazione del freddo incalzante.
Si presentava proprio uno di quei momenti propizi per la mente.
Essa era chiamata ad ispirarsi alle tecniche di concentrazione
consigliate nella filosofia orientale, affinché fosse in grado di
lenire le percezioni di freddo generate dalla implacabile azione
meteo. Fu per questo motivo che il mio corpo cominciò ad
essere avvolto da una morbida e piacevole sensazione di calore,
al pensiero, quasi reale, di una bevanda calda. Non ci fu bisogno
di chiudere gli occhi per vedere una sequenza di vivide
immagini. Le mani stringevano una grossa e variopinta tazza,
colma di una vellutata bevanda, scura, forte nei colori, ma
soffice, anche se energica nel suo contatto con il palato e la
lingua. Essa, avvolta dal tepore di cui il suo gusto è portatore,
come in un abbraccio, diveniva istante dopo istante, una
formidabile fonte, capace di trasmettere, per mezzo della mente,
calore e piacevolezza a tutto il corpo. Mi destai da quelle calde
carezze. Pensai, però, che per un viaggio armonioso, in uno dei
mondi racchiuso nei numerosi sapori invernali, mancasse un
tassello. Le bevande calde, soprattutto il cioccolato, non sono
amiche della solitudine. Esse esprimono tutte le loro potenzialità
solo quando sono assaporate in compagnia, durante una
coinvolgente chiacchierata, seduti su un divano o in terra su un
grosso tappeto, ai piedi caldi calzettoni e le gambe raccolte,
avendo accanto a se, o stringendo tra le braccia, vaporosi e
morbidi cuscini. D’altro canto, anche le loro gemelle estive, in
primis il buon bicchiere di vino, richiedono le medesime
circostanze per esprimere le loro doti, sebbene il delicato
inumidirsi delle labbra, attingendo con piccoli sorsi dal bicchiere
che danza tra le mani, avvenga in paesaggi e situazioni
differenti. In quel momento ero da solo, avevo bisogno di
qualcosa che legasse con la necessità di essere avvolti dal calore,
ma che fosse in grado di aggiungere, attraverso i suoi sapori, un
pizzico pungente d’allegria. Per questo motivo mi feci avvolgere
dal tepore casalingo ed accesi la televisione. Non pago, mi
accomodai sul divano con un grosso cestello colmo di patatine
cotte al forno. Speravo che lo stuzzicante sapore delle patatine si
mescolasse alle sensazioni di una piacevole trasmissione
televisiva, affinché fossero stimolate per intero le mie percezioni
sensoriali. Restai deluso, perché le immagini che la scatola
dell’irreale trasmetteva non si sposavano per niente con la
fragranza di quelle piccole nuvolette dorate. La bocca gustava
la delizia del sapore, ma gli occhi percepivano il disgusto di
parole, gesti ed immagini. Spensi la televisione, posai il cestello
con le patatine e decisi di scrivere una storia che s’ispirasse ad
una famosa trasmissione televisiva. Mi avvalsi della scrittura
come una terapia, anche se in quel momento avrei avuto bisogno
di un cibo cremoso, energico, che fosse in grado di catturare
tutto l’amaro che assaporavo, restituendomi il friccicorio del
buon gusto, pensai ad un gelato artigianale. Abbandonai l’idea,
perché volevo trattenere quei sapori di cibi irreali per trasferirli
nella scrittura con la speranza di riordinare lo sfasamento che le
percezioni di gusto culinario e disgusto di percezioni visive
avevano suscitato in me, mescolandosi in un inaspettato ed
indesiderato connubio. Potrebbe sembrare strano e non
appropriato unire papille gustative e percezioni sensoriali
esterne di diversa natura ed invece anche la nostra mimica
facciale si mette in azione non appena assaporiamo la frizzante
vivacità dei sapori reali e di quelli legati alle percezioni dei
sensi. Pensiamo alle palpebre che dolcemente si chiudono per
restare serrate alcuni istanti quando, con delicata maestria, la
lingua schiaccia contro il palato la gustosa armonia di un cibo
soffice e saporoso. Il viso resta rilassato e sorridente mente le
palpebre si risollevano affinché gli occhi percepiscano la realtà
dei sapori che la lingua raccoglie dalle labbra, con un
movimento lento e circolare. Ora, di contro, la scena muta.
Un’immagine di qualsivoglia genere, ma di pessimo gusto,
appare ai nostri occhi, le palpebre si chiudono repentine per
restar serrate con forza, mentre sul viso si formano chiare le
linee che caratterizzano i segni dei sapori poco graditi, i quali
non provengono solo dall’incedere dei cibi sulla lingua.
Terminai, dopo qualche tempo, la mia fatica letteraria. Decisi di
sottoporla all’attenzione della redazione che guidava il
programma televisivo al quale mi ero ispirato, affinché ne
ottenessi un esame ed anche una forma d’assenso per
un’eventuale pubblicazione. Erano trascorsi circa due anni dal
giorno in cui aveva inviato il plico con il materiale cartaceo e la
lettera d’accompagnamento alla redazione del programma
oggetto del mio lavoro, ma non avevo ancora ricevuto nulla,
solo indifferenza. Decisi, pertanto, di inviare un fax ed una mail
con la speranza che qualcuno avesse il buon gusto di inviarmi
una risposta di qualsivoglia genere. Ancora indifferenza. Avevo
deciso di rinunciare, ma poi un giorno le immagini che vidi
scorrere sullo schermo della televisione mi fecero assumere
l’espressione dello schifo. Le palpebre si abbassarono ed il
ghigno del disgusto coprì il mio volto, mi s’impregnò anche
l’animo di quel sapore amaro tipico dei cibi mistificati e cucinati
senza il tocco amorevole dell’artista della buona cucina. In quasi
tutti i programmi trasmessi, compreso i telegiornali, scorrevano
notizie ed immagini che palesavano le invereconde imprese
d’esseri creati dal nulla e corredati di nulla, unitamente alla
telecronaca d’insulse zuffe tra strani personaggi. Liti
caratterizzate da interpreti ai quali forse non si riesce a dare una
sistemazione alcuna, i quali con espressioni da invasati
s’insultavano con la classe e l’intelligenza di una miriade di
cellule in stato avanzato di decomposizione. Provai a cambiare
canale, ma lo spettacolo non mutava. L’accozzaglia di volti e
voltucoli, che in quasi tutti i programmi si mescolavano e si
rimpastavano per fare spazio all’ormai dilagante monopolio dei
“soliti noti”, continuava ad impadronirsi d’ogni immagine. Fu a
quel punto che le mie papille gustative cominciarono la loro
danza d’insofferenza al sapore amaro dell’insipienza che si
fregia d’esser qualcosa. Pensai a quale poteva essere il motivo
per il quale tutta quella volgarità e mancanza di buon gusto
avessero tanto spazio e grande visibilità, mentre io che avevo
proposto una mia fatica, forse anche brutta, ma rappresentava
pur sempre qualcosa di concreto, non ero degno nemmeno di
ottenere una risposta. In fondo avevo chiesto soltanto di essere
esaminato. Il gusto amaro del mal tolto mi fece scrivere una
nuova mail a quelle persone tanto cortesi e professionali. Mi
rivolsi alla redazione come se fosse una persona fisica, poiché
non avevo avuto alcun contatto con nessuno dei suoi
componenti. Con decisione, ma con educazione e senza offesa
alcuna espressi il mio risentimento. Chiesi che dopo due anni
fosse mio diritto ottenere un’analisi della mia opera ed una
risposta, soprattutto perché non ero un mitomane o un
adolescente in crisi d’identità, ero una persona senza
raccomandazione alcuna che aveva sottoposto un lavoro a
individui che sarebbero dovuti essere preparati e competenti, in
virtù del lavoro delicato che svolgevano. Qualche giorno dopo la
mail, mentre assaporavo il gusto avvolgente di un ottimo
cioccolato al latte, squillò il telefono. Risposi, dall’altro capo la
responsabile della redazione mi aggredì verbalmente sostenendo
che io con le parole contenute nella mail l’avessi offesa. Cercai
di chiarire che dopo due anni d’indifferenza un certo
risentimento poteva essere giustificato. Lo stupore, intriso di
quel sapore aspro dello sgomento, mi colse quando la cortese
interlocutrice seguitò ad aggredire con la veemenza e la classe
pari solo a quella di un goliardica vajàssa dei vicoli partenopei,
mostrando di non essere per nulla a conoscenza dei miei
precedenti tentativi di contatto. Tra le parole urlate a caso
compresi che mi invitava a rinviare il manoscritto, qualora fossi
ancora interessato a farlo esaminare. Fui tentato di risponderle
come ben meritava, ma venni trattenuto da quel gusto delicato,
lenitivo, soffice, avvolgente del cioccolato, che ancora ricopriva
i miei sensi di gusto con una patina sottile ma ancora efficace.
Probabilmente se in quell’istante a scatenare le papille gustative
fosse stato del cioccolato fondente, più forte, aspro, nel suo
gusto aggressivo e deciso, quasi certamente avrei consegnato
alla meritevole interlocutrice ciò che con insistenza sembravano
chiedere i sui modi. Inviai subito il plico con il dattiloscritto,
allegai un ricco vassoio di sfogliatelle e babà accompagnati da
una missiva nella quale spiegavo di non avercela personalmente
con nessuno della redazione, ma solo con l’indifferenza
continuamente perpetrata ai danni di chi non possiede la stretta
di “mani amiche”. Trascorsero ancora sei mesi e tutto
continuava a tacere. La televisione seguitava a trasmettere in
ogni dove la solita fiumana di nulla e di volgarità a tutti i costi.
Il senso di buon gusto, che mi accompagnava in ogni decisione,
ne aveva oramai abbastanza. Quella redattrice, che avevo
appreso guidare le redazioni di molti dei programmi nei quali
primeggiavano le comparsucole rimestate e riciclate, doveva
avere una lezione di stile e buon gusto. Non persi tempo, mi
recai da un elegante fioraio ed inviai alla simpatica redattrice
una stupenda composizione con allegato un biglietto di
complimenti. Per mezzo di esso intendevo, con sarcastica
scrittura, rivolgere i miei ringraziamenti alla persona che
riusciva ad imporsi come cuoca sopraffina, dal tocco delicato e
dalla quasi soprannaturale conoscenza dell’ingrediente segreto
per ogni piatto. Volevo inoltre porgerle la mia ammirazione per
quanto fosse straordinaria la classe con la quale riusciva a
servire precotti, stufati e surgelati intrisi dei sapori degli O.G.M.
Conclusi, consigliandole di assaporare, prima di agire, il gusto
sincero di un dolce artigianale. I suoi sensi di gusto, in questo
caso, l’avrebbero di certo guidata verso una semplice azione,
che l’avrebbe condotta fuori di ogni fastidio. Lei sarebbe stata
avvolta nella sincera sensazione dei sapori della cucina
artigianale. I cuochi di tale cucina sono, infatti, degli artisti che
affidano la loro arte ad un ingrediente essenziale, un pizzico di
cuore, per aggiungere il tocco segreto alle pietanze. Avvolta in
una tale estasi sensoriale, la soddisfatta redattrice avrebbe scritto
una semplice mail di risposta. Il quel messaggio le sarebbe
bastato scrivere: “Non siamo interessati alla sua proposta,
arrivederci”. Credete che sia mai giunto il dolcetto della fortuna
con il messaggio di risposta?