Donna Ciccina
(Maria Pia Sapenza)
Preludio
Era un pomeriggio di fine settembre. Chiaro e piacevolmente ventilato.
La piazzetta si presentava nella sua solita veste. Animata da persone che andavano e venivano, con il gruppo di comari posizionato nel suo quartier generale a scambiarsi i consueti pettegolezzi del giorno o ceti, se si preferisce usare il termine dialettale del posto.
Per quartier generale intendo una lunga muraglietta costituita da pietre e mattoni rossi in perfetta sintonia morfologica con la pavimentazione degli antichi vicoli genovesi.
Anche i bambini facevano parte integrante del quadro e si rincorrevano sguinzagliati a frotte ovunque, come stormi di uccelli. Bambini semplici che gioivano con poco e delle cose della terra facevano tesoro, ingegnandosi a ricavarne idee e materiali per giocare.
Ogni tanto l’urlo di qualche comare disturbata “nell’esercizio delle sue funzioni”, piombava loro addosso. Ma i bambini ci avevano fatto il callo e continuavano le schermaglie senza alcun timore.
Qualche massaia apriva le verdi persiane e raccoglieva il bucato steso facendo scorrere i fili sulla carrucola. Tutti i palazzi del quartiere avevano finestre con persiane e ad ognuna stava attaccato un filo, per stendere gli indumenti, collegato alla finestra dirimpetto. Era una caratteristica inconfondibile e pittoresca dei vicoli, quasi un vanto per gli abitanti del luogo.
Io ero affascinata da quella marea di panni stesi e mi divertivo ad osservarli e a fantasticare. Le lenzuola, d’un bianco abbagliante, mi parevano fantasmi danzanti e, in ogni pantalone, camicia o vestito introducevo l’immagine di qualcuno di mia conoscenza, o che creavo apposta nella bizzarria del momento. Ero una bambina curiosa. Quando un argomento delle comari mi interessava, trovavo una scusa od un espediente per restare nei loro paraggi ad origliare.
L’argomento di quella giornata riguardava Donna Ciccina e le sue travagliate esperienze di vita e d’amore. S’aggiungeva, però, un motivo che giustificava il mio interesse: la mia amicizia con Mimmina, la figlia di Donna Ciccina.
Le comari
Una delle comari più anziane aveva dato il LA al pettegolezzo. Era Ida, in un certo senso considerata la capo gruppo. Un donnone pettoruto dal capello corto e grigio, il viso arcigno e paonazzo, dal quale emergeva su di un angolo del mento un grosso neo carnoso munito di peli. Quanti anni poteva avere? Allora mi sembrava vecchia, oggi so che aveva 57 anni.
- Avete sentito cosa è successo ieri sera? - domandò alle “colleghe” appiattendo in un sibilo grottesco il suo vocione.
- No, che è successo? Racconta! - la incitò Cleofe, che tutti per comodità chiamavano Cleo, pensando che il nome intero fosse Cleopatra. Coetanea di Ida, aveva capelli lisci e tinti di nero, che la facevano tanto assomigliare ad Amelia la strega che ammalia.
- Ti riferisci alla lite degli Esposito? - domandò sibillina Gina “la bella”, fornita di una capigliatura alla Veronica Lake. Una tizia sui quarantacinque anni.
- E allora ? - incitò una voce stentorea e perforante che poteva far pensare a chissà chi e invece apparteneva a Richetta , un donnino di mezza età dall’aspetto impressionante. Ammalata di tubercolosi ossea, sembrava uno scheletro appena uscito dalla tomba e noi bambini la evitavamo perché oltre a spaventarci ci faceva schifo. Le sue amiche, però, sembravano non badare al suo aspetto, considerandola un elemento indispensabile per il gruppo.
- Ieri dalla Ciccina sono arrivati i Carabinieri, - continuò Ida.
- Mio Dio, i Carabinieri ? - esclamò, tappandosi la bocca con una mano, Olimpia detta “pel di carota” per il colore dei capelli e la pelle diafana cosparsa di lentiggini. Era la più giovane e la più ingenua della ciarliera comitiva.
Visto che Ida indugiava e le altre fremevano di curiosità, Gina stava per rispondere, ma il donnone la bloccò:
- Io ho cominciato, io finisco. Dunque, dicevo che sono arrivati i carabinieri perché in casa di Ciccina stava per succedere la fine del mondo. Come sapete, io abito nello stesso pianerottolo. E capisco che quando arriva il marito non mancano mai i bisticci. Quel pover’uomo naviga per mesi lavorando duramente, e quando rientra a casa non ha nemmeno la possibilità di rilassarsi perché deve duellare con quella linguaccia di sua moglie!
- Beh, ma se litigano sempre perchè stavolta…
Anche l’intervento di Cleo fu bloccato.
- Mi volete far finire o no? - protestò Ida, riappropriandosi della parola. - Se mi interrompete ancora non vi dirò più nulla. Mute dovete stare, se volete sapere dell’intera faccenda.
Le altre si scambiarono un breve sguardo ellittico e poi all’unisono annuirono.
- La storia di Donna Ciccina, ormai qui la si conosce un po’ tutte. Ci sbagliavamo, però, quando pensavamo che Pino fosse cornuto e contento. Eravamo convinte che lui conoscesse le imprese amorose della moglie e preferisse ignorarle. Invece no! Forse avrà avuto qualche sospetto, ma non sapeva. La terribile realtà gliel’ha rivelata una poesia infilata dentro una busta, che gli ha consegnata un bimbo sconosciuto, che subito se l’è svignata.
- Una poesia ! - esclamò Cleo. - Ma è pazzesco.
- Bando alle ciance, andiamo al sodo, - Aggiunse spiccia la Richetta. – Se conosci le parole di questa poesia e chi l’ha scritta, diccelo subito senza farci perdere tempo.
- Le conosco si, perché le ho …ehm…ehm… sentite per caso. Per quanto riguarda l’autore… posso avere dei sospetti…Comunque, sarà compito dei carabinieri scoprirlo. La poesia è intitolata proprio a Donna Ciccina e parla della sua relazione con Don Andrea, quando ancora era vicario e della conseguente gravidanza. Nella parte finale, i versi spiattellano la nuova relazione. Quella con Giorgio, il pappone, che le ha regalato un nuovo bebè.
- Eh, già, Giorgio il pappone ! - esclamò sarcastica Gina.
- E’ quel tipo dai capelli impomatati, e il giubbotto di pelle nera che va sempre a trovarla con quella moto da corsa? - domandò Olimpia.
- E chi altri, mia cara? - convenne Ida. - E’ andata bene che c’ero io! Se non si chiamavano i carabinieri Pino poteva commettere qualcosa di brutto.
- Facciamo un po’ il punto della situazione, - disse Gina. – Non ci vuole un matematico per capire che l’unico figlio legittimo di Pino è Gaetano.
- Certo che hai scoperto l’acqua calda! - affermò Richetta con un sorriso spettrale.
Gina non accusò l’amica ed andò avanti.
– Sono circa 12 anni che gli Esposito si sono trasferiti qui…Se non sbaglio. Gaetano ne aveva 2. Dopo un paio d’anni, è nata Mimmina. Ciccina l’ha tenuta per un po’ in famiglia prima di rinchiuderla in collegio. Da lì ritorna a casa ogni tanto per brevi periodi, qualche volta per il fine settimana. L’ultimo della serie è Renzino che ora ha 4 anni , il regalo di Giorgio il pappone.
- Ma scusa Gina, a me risulta che Giorgio è fidanzato da parecchio con la Cinzia, - affermò Cleo.
- Esattamente. E’ fidanzato proprio con lei. Suo padre è un “camallo” del porto. Un tipo nerboruto e attaccabrighe che quando verrà a sapere tutta la storia…
- Ma è possibile che uno debba credere ad una poesia e per giunta anonima?
E poi lui è troppo giovane per Ciccina. Ora avrà poco più di 30 anni e lei, se non sbaglio, è sui 45, - ragionò Olimpia, più rivolta a sé che alle altre.
Ida sospirò dall’alto della sua competenza e continuò: – Come ho già detto, probabilmente l’uomo sospettava qualcosa senza però rendersene conto. La poesia è stata il faro improvviso che gli ha illuminato la mente. E la moglie, che era impreparata, col suo comportamento colpevole ha fatto il resto. Pino, che al principio era incredulo, è passato così a chiedere spiegazioni ai suoi famigliari. Ciccina deve essere andata nel pallone perdendo improvvisamente le sue capacità di giudizio e la spocchia. Di fronte alle prime titubanze e contraddizioni il marito si è insospettito. Le ha cominciato a fare domande sempre più imbarazzanti, fino ad arrivare ad un vero e proprio terzo grado, che le ha strappato le prime confessioni. Per i figli ha riservato delle domande trabocchetto. Li ha guardati, letti per la prima volta, come se fossero dei libri stampati, notando in Mimmina gli stessi occhi celesti di Don Andrea, e in Renzino le fossette sulle guance identiche a quelle di Giorgio. A quel punto, che altro ci si sarebbe potuto aspettare da quel poveretto? Che la bestia che dormiva dentro di lui si è risvegliata. Si è messo a urlare a squarciagola e non vi dico le parole che ha vomitato. Poi ho sentito il rumore di oggetti che si rompevano. Di colpi sordi e di tonfi. Ero terrorizzata, non sapevo come reagire. Va bene la curiosità, ma a tutto c’è un limite! Mi trovavo ancora sul pianerottolo indecisa su cosa fare, quando la loro porta si è aperta e Mimmina si gettata fuori, piombandomi tra le braccia.
- Signora Ida, la prego ci aiuti! Papà sta strozzando la mamma.
Le comari d’intorno parevano statue. Ipnotizzate dalla drammaticità del racconto e avide di conoscerne il seguito, non osavano muoversi e avevano gli occhi sbarrati.
Ida si fermò un attimo per riprendere fiato e innervare il racconto della massima tensione. Consapevole e soddisfatta dell’attenzione del suo pubblico, proseguì:
- Mi sono data coraggio e sono entrata, in tempo per vedere Gaetano spaccare un vaso in testa al padre che ha mollato così la sua presa su Ciccina.
Mio Dio, l’ha ucciso, ho pensato. In quel momento in casa si è scatenato un fuggi-fuggi generale. Ciccina tutta strapazzata e con la vestaglietta strappata, massaggiandosi il collo si è infilata in una delle stanze che danno sulla saletta d’ingresso e ci si è chiusa a chiave.
- I due ragazzi tenendosi per mano mi hanno superata come proiettili e sono scesi a precipizio giù per le scale sparendo chissà dove. Mimmina, no. Era pallida come un cencio e non mi mollava. Stava al mio fianco. Quella figliola mi inteneriva. L’ho portata a casa con me e poi ho chiamato i Carabinieri. Intanto, il marito doveva essersi ripreso dal colpo in testa, perché aveva ricominciato ad imprecare. Si sentivano ancora dei colpi…Probabile che cercasse di sfondare la porta che custodiva Ciccina.
La caserma dei carabinieri, però, era vicina e così sono arrivati in tempo prima che la porta cedesse e l’uomo potesse ammazzarla. Meno male che la malcapitata si era premunita. Oltre che a chiudersi, ha pensato bene di barricarsi con un vecchio canterano…
Ad un tratto, un topo di fogna mi passò tra i piedi ed io urlai rivelando
la mia presenza. Mi ero appostata nel campetto sottostante, fra degli arbusti selvaggi e rigogliosi che crescevano attaccati all’altro lato della famigerata muraglietta.
- Quella terribile ragazzina deve aver sentito tutti i nostri discorsi! Esclamò Gina individuandomi.
- Se è così , peggio per lei, - sentenziò Ida. E poi mi intimò:
- Fiorella, piccola scimmia curiosa, appena incontro tua madre…so io che dirle. Ora vattene, togliti dai piedi . Hai capito?
E tutte le altre le fecero coro, come tante cornacchie.
Mimmina
Girai un po’ per il quartiere. Ero costernata e non sapevo che fare. Ritornarmene a casa e raccontare tutto alla mamma, bruciando la Ida sul tempo, o recarmi da Mimmina per tastare un po’ il terreno e magari aiutarla in qualche modo. Era ancora presto. Le campane avevano battuto solo cinque rintocchi. Decisi per la seconda alternativa. Avrei addotto la scusa del gioco, com’era mia abitudine, e Ciccina non avrebbe sospettato di nulla.
Prima di scampanellare, emisi un grosso respiro, costruendomi la più normale delle espressioni.
- Chi è? - mi domandò la vocina di Renzino dall’altra parte della porta.
Stavo per rispondere, ma qualcuno aprì. Era Mimmina con il fratellino al suo fianco.
- Vieni a giocare con me? – le chiesi di gettito. Un triste sorriso le apparve sul volto sfilato e cereo.
- Non so se posso, - mi rispose, guardandosi dietro furtiva.
- Se vuoi, lo chiedo io a tua madre, - le dissi infilandomi repentinamente, in casa.
Donna Ciccina si trovava in fondo al grande ingresso alla genovese, seduta vicino alla finestra e intenta a rammendare qualcosa.
La osservai attentamente. Appariva ancora giovane. Mia mamma diceva che aveva 44 anni, però non li dimostrava affatto, malgrado le sue pene. Era piacente ed affascinante, pur non essendo bellissima, con degli occhi magnetici , grandi e profondi come la notte ed una bocca carnosa e sensuale. Il viso ovale dalla pelle ambrata mostrava pochissime rughe ed era privo di trucco. Lo incorniciava una chioma di morbidi riccioli con riflessi tiziano. Se fossero tinti non so, ma non rivelavano un capello bianco ed erano particolarmente curati. Piuttosto alta e formosa, si muoveva con un andatura decisa e il portamento eretto ne evidenziava il seno prosperoso. Mentre la osservavo le notai su di una guancia la macchia di un grosso livido bluastro.
Appena mi vide, mi salutò con un cenno del capo. Tutto intorno incombeva uno strano silenzio.
- Va pure Mimmina, - disse alla figlia. - Ma non allontanarti e soprattutto ricorda la tua promessa, - aggiunse, fissandola con un espressione d’intesa.
- Voglio venire anch’io ! - piagnucolò Renzino.
- E’ meglio di no, - decise Ciccina, con mio grande sollievo.
Non vedevo l’ora di uscire da quella tana e di respirare a pieni polmoni.
- Vieni Mimmina, andiamocene sulla montagnola. - Lei annuì e ci incamminammo in silenzio.
La montagnola non era molto distante. La denominazione le derivava dall’essere situata su una collinetta. Per raggiungerla, bisognava percorrere alcune “creuse” in salita.
Giunti alla meta, si era ripagati dalla fatica spesa. Da lì si poteva dominare quasi tutta la zona ed osservare l’infinita lastra del mare, che già rifletteva i primi raggi dorati del tramonto.
La montagnola era fitta di vegetazione, perlopiù di piante “proletarie”.
Ma c’erano anche arbusti di menta, more ed alberi di fichi. Tra di loro sparse stavano le macerie, triste ricordo dell’ultima guerra, utilizzate da noi bambini come luoghi per le nostre drammatizzazioni. Lì tutto pareva immenso e misterioso e vi interpretavamo gli eroi della giungla di Sandokan, dei moschettieri e di Ercole di Tebe.
Ci sedemmo ancora silenziose su due grosse pietre, che fronteggiavano la luminosità del mare.
Fui io la prima a parlare.
- Quando torni in collegio?
- Forse domani, non so.
- Ti vedo triste , che hai?
- Forse perché devo rientrare in collegio o forse no. Tu che ne dici?
Mi domandò guardandomi con gli occhioni velati di amarezza.
- Se è per il collegio potresti chiedere a tuo padre…
- A quale dei due? - mi rispose, interrompendomi con la voce incrinata dal pianto.
- Io le misi un braccio sulla spalla. - Mimmina, se in qualche modo posso aiutarti…Confidati con me. Sono tua amica.
- Ho promesso alla mamma di non parlarne con nessuno.
- Si, invece! Devi farlo, non puoi tenerti dentro le tue sofferenze.
- Già c’è la gente che parla! Non ti basta?
- No. A me interessa quello che pensi tu.
S’infilò una mano nella tasca del semplice vestito. Frugò brevemente e ne trasse un foglio.
- Tieni e leggi! - Mi disse. Io lo presi e …Si trattava della famigerata poesia intitolata “ Donna Ciccina”.
Donna Ciccina
Donna Ciccina è una bella signora
Molto procace, che ora et labora
Di giorno, di notte e anche di sera
Nel Vespro raccolta in Sacra Atmosfera
E spesso racconta al prete vicario
Il nonsenso del vivere affannato e solitario
Dei viaggi perenni che la sua dolce metà
Solcando i mari senza omertà fa ad ogni età
Tra freddo stizzito , brace e carbone
Lei vende arance turgide e buone
Con lo scialle gettato sulla schiena e sul petto
Affronta la fatica scacciando il diletto
Sa che ogni dì la miseria è tanta
Non reca tregua e di non esser Santa
I figli hanno fame e la precedenza
Ma anche lei perbacco, ha qualche esigenza
Accadde allora che ad un Vespro galeotto
Divenne preda di un pianto a dirotto
Si credeva sola quindi fu sorpresa
Quando s’avvide di quell’uomo di chiesa
Lui la raggiunse così sconsolata
Conducendola poi dietro ad un’ arcata
Donna Ciccina che fate piangete?
Col volto affranto ancora le disse : Abbiate fede!
E delicatamente la pizzicò sul mento
A quelle parole un folle sentimento
Non le concesse tempo per pensare
Gli prese le mani e le incominciò a baciare
Finché con bocca tumida e vogliosa non attese
Di soddisfare le sue pretese accese
Così la confessione fu totale
Per dirla meglio carnale e non occasionale
Che sempre l’assolveva dai suoi peccati
Invero ad ogni Vespro reiterati
Donna Ciccina è una bella signora
Molto procace, che ora et labora
Condì un solo un incontro col ramingo marito
Bruciato nel tempo, da un nuovo vagito
Ma la strofa finale ancor non scrisse fine
Per la donna dal vaporoso crine
La ninna e la nanna la distolsero poco
Perché non riuscirono a spegnerle il fuoco
Che sempre le ardeva nel ventre fremente
In barba ai suoi figli, in barba alla gente
Finché non abboccò un pesce impomatato
Dalle sue mani esperte massaggiato
Dai muscoli scolpiti e dal cervello inerte
Con cui si gingillava dentro le coperte
La differenza d’età non le creò scompiglio
E il seme novello le regalò ancora un figlio
Donna Ciccina è una bella signora
Molto procace, che ora et labora
Di giorno, di sera, le piace godere
sacro o profano, in tutte le maniere.
Con espressione attonita glie lo restituii.
- Vedi, tu che volevi consolarmi non hai niente da dirmi.
- Può essere qualcuno che si è solo divertito a scriverla e a darvela proprio per creare zizzania. Non si può credere ad una poesia. A meno che…
- A meno che? - mi esortò lei .
- Tutta la storia non sia vera.
- E’ quello il punto. Lo è.
- Per affermare una cosa ci vogliono prove. Tu le hai?
- Come… come posso spiegarti tutto con semplicità. Cara Fiorella, lo ha confessato mia madre a quello che credevo mio padre, e poi ai carabinieri che sono intervenuti. Inoltre…io stamattina…sono stata da Don Andrea.
- Tu da Don Andrea! E…Cosa ti ha detto?
- Non è stato un incontro…normale. Se così su due piedi gli avessi chiesto di ricevermi e gli avessi domandato se davvero fosse lui mio padre…Beh, penso avrebbe negato mandandomi via. Invece…
- Invece?
- Ho suonato il campanello del confessionale. L’ora era quella giusta. Ne ho approfittato.
- Mio Dio! Io non ne avrei avuto il coraggio.
- Non avevo scelta. Se vuoi ti racconto com’è andata.
-Ti ascolto.
Nel segreto della confessione
“ Come saprai, la lite è scoppiata ieri sera verso l’ora di cena. Io stavo aiutando la mamma ad apparecchiare la tavola, mio…papà leggeva il giornale, Gaetano uno dei suoi fumetti e Renzino giocava con i soldatini. Tutto era tranquillo, non avrei mai pensato che…Bene, ad un certo punto qualcuno suona alla porta. E’ un ragazzino. Chiede di consegnare una busta al signor Pino. Papà la apre, la legge. Dapprima, sembra non capire. Poi sorride e ci guarda. Il suo è uno sguardo strano. Molto strano. Va dalla mamma ed incomincia a farle domande sempre più insistenti che riguardano Don Andrea, Giorgio, noi. Comincio ad avere paura. Dalle risposte, dalla insicurezza di lei nasce tutto il resto. Urla, botte, i Carabinieri, la denuncia …e stamattina il nuovo imbarco di mio padre consigliato dalle stesse forze dell’ordine. Vedi, non è che mia mamma ha proprio confessato ma… non ha neppure negato. Il resto, le indagini che ci saranno, le decisioni che si prenderanno…sono cose più grandi di me. Ora non ci voglio pensare. Ma era mio diritto sapere di chi sono veramente figlia. Per questo stamattina, mentre mia mamma era a vendere frutta con la sua bancarella, io mi sono recata in Chiesa. Faticavo a camminare e a respirare per l’emozione e per i colpi veloci del mio cuore. Ho percorso la navata lentamente, per prendermi ancora del tempo e riflettere sul mio proposito. Non ho cambiato idea. Mi sono inginocchiata ad uno dei confessionali. Ho suonato il campanello e atteso. Poco dopo ho sentito sopraggiungere dei passi. Era lui. Lo sportellino con le grate si è aperto. Una voce sussurrata ha accompagnato il segno della croce:
- Nel nome del padre…del figliolo…e dello spirito Santo…Amen
- Parla, dimmi pure i tuoi peccati.
- Io…sono qui per togliermi un peso dall’anima, un dubbio che mi tormenta. Promettete di rispondermi?
- Dimmi, ti ascolto. Mio compito è aiutare i fedeli a trovare la pace con il nostro Padre celeste e con Gesù suo figlio.
- Dio ha mandato suo figlio tra noi e l’ha sacrificato per la nostra salvezza. Ma poi lo ha fatto risuscitare. Richiamandolo a sé, ha dimostrato così anche la grandezza del suo amore per lui. Perché un padre che ama veramente, non abbandona mai i suoi figli.
- E’ vero. Dio ama tutti i suoi figli in uguale misura. Anche nella disperazione Lui ci è vicino.
- Padre lei che ne pensa di colui che abbandona e non riconosce il proprio figlio?
- Chi agisce così non realizza la volontà del Signore e quindi vive nella menzogna e nell’errore. Anche se la bontà del Cristo induce sempre al perdono.
- Sono d’accordo e io per questo la perdono Padre o Papà , ma voglio sentire dalla sua bocca se veramente sono sua figlia. Perché il mio nome è Mimmina e mia madre è Ciccina.
“A quelle parole è seguito un grande silenzio. Salvo un profondo sospiro”.
- Padre, perché non mi risponde?
“Lo sportellino è stato chiuso e dopo una serie di scricchiolii mi sono sentita toccare ad una spalla. Mi sono spaventata. Don Andrea mi stava di fronte, materializzatosi improvvisamente”.
- Vieni, andiamo in canonica., - mi ha detto spiccio.
“L’ho seguito come un automa. Nella penombra claustrale tra l’odore di ceri ed incenso mi trovavo per la prima volta con il mio papà.
Siamo entrati in una stanza di media grandezza, ripiena di mobili scuri. Il suo ufficio. Lui si è seduto su una grossa sedia di pelle opaca, dietro un’ampia scrivania in legno massiccio dai piedi a forma di zampa. Mi ha invitata a fare altrettanto. Per qualche minuto ci siamo scrutati a vicenda. Non so cosa lui abbia pensato di me. Io l’ho trovato bello e fine. Anche se non avesse indossato quella veste nera, si sarebbe capito che era una persona colta! Nel suo volto mi ci sono rispecchiata e gli ultimi dubbi sono volati via”.
- Mi hai imputato una grave colpa, Mimmina, - mi ha detto.
A quel punto pensavo negasse. Invece: - Hai ragione, però. E’ vero che sono tuo padre. Ma anche un prete è un uomo, e gli uomini commettono degli sbagli.
- Allora io non valgo nulla, se mio padre oltre ad avermi abbandonato mi considera uno sbaglio.
“Lui si è alzato ed improvvisamente mi è venuto vicino. Si è piegato sulle ginocchia prendendomi il volto tra le mani”.
- Non so come tu l’abbia saputo, ma forse è giusto così. E’ stato un segno del destino. No, Mimmina. Non sei tu ad essere uno sbaglio. Insieme alla fede in Dio, tu sei il più bel dono che ho avuto. Quando parlavo di sbagli, alludevo al mio comportamento. Si è trattato di un momento di debolezza. La debolezza della carne che mi ha fatto molto soffrire. Sono sicuro, però, che Dio nella sua infinita bontà, mi ha perdonato. A tua madre ho sempre fornito i mezzi necessari per la tua istruzione…Credimi, non potevo fare di più.
“Stava per abbracciarmi, ma l’ho fermato”.
- Non voglio rinfacciarle nulla Padre! Lei ha risposto con chiarezza alla mia domanda e questo mi basta. – “Mi sono alzata e avviata verso l’uscita”.
- Mimmina! – Lui mi ha chiamata. Non mi sono voltata. Non c’era motivo per prolungare la mia presenza.
Ognuna alla propria casa
- Tua madre sa di quest’incontro ? - le chiesi.
- Non ancora. Tu sei la prima a cui l’ho raccontato.
Decidemmo di chiudere tacitamente lì il triste argomento e di distrarci contemplando la stupenda luce del sole galleggiare sul mare.
Nel frattempo, io riflettevo sul notevole grado di maturità che quella ragazzina di 10 anni, mia coetanea, possedeva e la invidiavo per questo, non mettendo in conto il prezzo salato che aveva dovuto pagare .
La campana batté sei rintocchi. Era ora di rincasare ognuna verso la propria casa e il proprio destino. Lentamente ci incamminammo.
- Allora, domani torni in collegio?
- Te l’ho già detto. Non lo so. Dipende dall’umore della mamma e da come vanno le cose.
- Ma tu ci stai bene in quel posto?
- Un tempo no. Ora non mi dispiace tornarci.
Staccò un ramo da un arbusto e prese a picchiettarlo in terra.
- Guarda, laggiù c’è tuo fratello! – l’ avvisai.
Gaetano se ne stava un po’ più avanti in una piccola piazzetta sterrata fra alcune macerie, insieme a dei compagni.
- Andiamo a vedere! - continuai.
Lei mi seguì senza alcun entusiasmo.
- Che cosa staranno facendo, così raccolti in gruppo ed intenti a fissare un unico punto? - pensai.
- Non ti consiglio di guardare, - mi suggerì Mimmina.
- E perché mai? Deve trattarsi di qualcosa di interessante.
- Dipende. Se è quello che sospetto, ti assicuro che non è affatto piacevole.
Non le diedi retta. Mi avvicinai e facendomi largo tra la piccola folla sempre più compatta, guardai: Gaetano, gratificato da tutta quella attenzione tributatagli, si esibiva in crudeli performance. Utilizzando un fiammifero ed un bottiglietta d’alcool aveva appena dato fuoco ad un grosso formicaio e ora si stava accingendo a mettere al rogo una lucertolina legata con un fil di ferro ad un bacchetto di legno.
La poverina si dimenava, ricordando l’antico supplizio riservato alle streghe.
- Pazzo, fermati! - gli intimai.
Lui si voltò. Aveva una luce sadica negli occhi. La sua risposta fu una risata sguaiata e il fiammifero acceso gettato su quel piccolo patibolo. La fiamma divampò improvvisa abbrustolendo quell’esserino inerme.
- Che ti avevo detto? - mi riprese Mimmina, tirandomi via per un braccio. - Conosco bene mio fratello. E’ cattivo. La sofferenza altrui lo diverte!
Lui, divenendo improvvisamente serio, ci raggiunse, mentre il suo pubblico rispettosamente si faceva da parte. Gli si era creata un’ulteriore opportunità per esibirsi.
- Udite, udite gente! La mia istruita sorellina mi ha scattato la fotografia al cervello.
- Sono un diavolo! Un Babau! Vi conviene fuggire, finché siete in tempo. – Improvvisamente, la sua attenzione fu attratta da un nuovo ragazzino che stava passando nei paraggi e per lui non esistemmo più.
- Salvadò, Salvadò, alza le gambe e senti l’odò!
E l’altro, di rimando: - Gaetano, Gaetano dal belino nano.
Mimmina commentò amaramente: - Mi fai pena!
Proseguimmo verso casa con passo svelto e, prima di svoltare, non potemmo evitare di notare il gruppo delle comari ancora in attività sulla famosa muraglietta
Quando ci avvistarono, bloccarono come d’incanto il movimento della loro linguaccia e ci seguirono con lo sguardo più indiscreto fino a che poterono.
Appena svoltato l’angolo, non si fece attendere la ripresa del loro concitato cicaleggio.
- Allora…ti saluto, - dissi a Mimmina. - Cerca di farti forza. Come sempre, del resto. Quando ritorni, passami a chiamare. Andremo a giocare assieme.
Lei mi sorrise e mi baciò su una guancia.
- D’accordo. Addio.
La guardai varcare la soglia del suo portone, voltarsi e sparire.
Io continuai. Avevo un'altra stradina da percorrere prima di arrivare.
Finì ad ottobre
Settembre passò e lasciò il posto ad un freddo e piovoso ottobre.
La scuola aveva riaperto i battenti e io fui avvolta dalle nuove responsabilità.
Frequentavo ormai la prima media. Non potevo però non pensare a Mimmina neanche volendo. Quando scorgevo Donna Ciccina a vendere la sua frutta, quando le Comari confabulavano tra loro e se il freddo era troppo o pioveva, rimediavano l’adunata nell’atrio della Richetta situata al piano terra. Ma, soprattutto, assistendo alla S. Messa celebrata da Don Andrea nel nome di Gesù Cristo.
Giunta la metà del mese, non resistetti e chiesi notizie sul prossimo ritorno di Mimmina a Gaetano, incontrandolo di straforo nel negozio dove lavorava come portapane.
- Per ora non se ne parla. Anche perché ce ne andiamo da qui.
- Ve ne andate? E dove?
- Probabilmente al paese di papà, - mi rispose lui insolitamente serio sistemandosi meglio la cesta sulle spalle ed uscendo per le sue consegne.
La notizia mi aveva sorpresa e rattristata.
- Che hai ? - mi domandò mia madre mentre insieme uscivamo dal panificio.
- Niente, - risposi.
- Allora perché quel musetto triste.
- Gaetano mi ha detto che andranno via da qui. Tutti! Quindi non vedrò più Mimmina.
- Mi spiace. Ma forse è meglio così. A volte la cattiveria della gente può fare molto male.
- Ma così …è come fuggire! Non ti capisco mamma, proprio tu che mi hai sempre detto di affrontare la realtà, di rimboccarsi le maniche.
- E lo confermo. Solo che…non sempre …Insomma quando si creano situazioni spiacevoli che si allargano a macchia d’olio rischiando di coinvolgere troppe persone innocenti…Ebbene, è meglio scegliere il male minore. In questo caso andarsene, ricominciando tutto dal nuovo.
Prima di rincasare, passammo davanti alla bancarella di Donna Ciccina. Non c’era nessun cliente e lei si stava strofinando le mani intirizzite dal freddo, riscaldandole tra i fumi di un vecchio braciere.
- Vieni, andiamo a comprare le castagne. Mi disse mia madre.
- Signora Luisa, buongiorno! – la salutò Ciccina.
- Vorremmo un po’ di castagne.
- Ne ho una di una qualità grossa come sassi! - E prese a muoversi con sollecitudine.
- Ho anche delle arance, guardi come sono succose e belle sode. Sono le prime della stagione!
- Bene , me ne dia un chilo.
Mentre lei le sceglieva e le pesava io le domandai di Mimmina.
- Che ne è di Mimmina, quando arriva?
Lei mi guardò tenera, con i suoi occhi profondi come la notte.
- Sarà qui per la fine del mese. Verrà a salutarti perché dopo partiremo.
A proposito signora Luisa, sua figlia mi ha offerto l’occasione per dirle Grazie. Grazie di tutto.
- Signora Ciccina, non capisco, - rispose mia madre.
- Era da un po’ che desideravo dirglielo, ma non ne avevo il coraggio. Come lei sa, sono successe cose spiacevoli nei miei riguardi e quindi non vorrei essere fraintesa. Lei è stata una delle poche persone che non ha cambiato atteggiamento nei miei confronti , appoggiando l’amicizia di sua figlia con Mimmina. La maggior parte della gente ha creato intorno a me il vuoto. Quasi più nessuno mi compra la merce e tutti evitano me e i miei bambini. Se ho sbagliato è giusto che paghi, ma i miei figli no. Non posso permetterlo. Lei mi capisce vero?
- Signora, non sta a me giudicare. Certe volte la vita può decidere per noi. L’eroismo o la vigliaccheria, l’assassinio o l’adulterio, o qualunque altra cosa, non riguardano solo la persona singola, ma anche la società. Tutti siamo facce di una stessa medaglia. Bisogna viverle le situazioni per conoscerle ed evitare di giudicare e …condannare.
- Ancora grazie! - Fu la risposta di Ciccina.
- Quanto le devo?
- Solo il costo delle castagne. Le arance no. Sono un mio piccolo omaggio per Fiorella.
Mia madre non insistette. Sapeva che sarebbe stato inutile.
Incontrai Mimmina verso la fine di ottobre. Insieme ritornammo sulla montagnola. Siccome era domenica, la giornata fu vissuta intensamente. Giocammo al mattino e per la prima parte del pomeriggio.
Fummo fortunate, perchè ci accolse una giornata fredda, ma tersa e limpida come cristallo.
Verso il vespro ci salutammo senza indugiare nella tristezza.
Forse non volevamo pensare alla realtà, solo illuderci che fosse uno dei soliti arrivederci.
Le comari e mia mamma
Eravamo nella prima settimana di novembre. Verso le dieci di un plumbeo mattino, io e mia mamma stavamo percorrendo la strada della muraglietta.
Le comari tutte imbacuccate stavano a chiacchierare, come al solito, nell’atrio della Richetta. Cercammo di passare diritte, sperando di non essere notate. Invano.
- Buongiorno, signora Luisa! - ci bloccò il vocione della Ida.
- Buongiorno . – le rispondemmo.
Ma non fu possibile proseguire. Alla Ida si affiancarono tutte le altre: Gina, Cleo, Richetta, Olimpia. La capogruppo, forte del suo ruolo, continuò a parlarci:
- Ma come mai Fiorella non sei a scuola? - La voce si sforzava di essere gentile, ma appariva schifosamente melliflua.
Parlò mia madre per me: - Ieri sera non è stata bene…
- Forse soffre di nostalgia.
- Non capisco.
- Beh, lo sanno tutti che gli Esposito sono partiti e che quindi la sua amichetta…
- Ida, pensare troppo ai problemi degli altri alla lunga non fa bene. Non trova?
- E invece si! Mimmina mi faceva tenerezza, ma era pur sempre la figlia di sua madre e buon sangue… prima o poi non mente. Il comportamento di quella donnaccia ha portato guai su guai. Sa chi ha scritto la poesia? La Cinzia, la fidanzata di Giorgio il pappone. Come già sospettavo. Così nuovi litigi e botte, con un’altra tragedia sfiorata. L’assassinio di Giorgio! Se non glielo avessero tolto dalle mani, il suocero l’avrebbe ucciso. Le pare poco?
- Cara Ida, sa che le dico? Il mondo va male perché esistono persone come lei. Piuttosto di tendere una mano a chi sta cadendo in un burrone lei lo lo spinge, o, fa finta di non vedere. In questa occasione, però, devo riconoscere che ha superato se stessa. Insieme alle sue degne comari è riuscita a fare entrambe le cose contemporaneamente. Ha sparso tutto il veleno possibile intorno a quella famiglia già in difficoltà, fingendo di non vedere tutto il male che ne derivava. Ma dove sta la sua perfezione, per accaparrarsi il diritto di giudicare così aspramente il prossimo?
Il silenzio e il volto stizzito di Ida e delle altre, valsero più di mille risposte. Non c’era da aggiungere altro a quello spiacevole dialogo.
Probabilmente, le comari ne avrebbero tratto spunto per nuovi pettegolezzi. Ma una cosa è certa: mai come in quel momento compresi quanto fossero grandi l’amore e la stima che nutrivo per mia madre.