Sangue d’Asfalto (scritto nella notte tra il 12 e il 13/04/08)
(Emanuele Cerullo)
Oggi è una giornata limpida, un bel Sole e frammenti di Nuvole alquanto trasparenti. Percorro la stessa strada come se dovessi andare a scuola, solo che adesso non ho né cartella né la fretta che mi assale. Cammino tranquillo sul marciapiede. Poi vedo a Totonno, quel vecchio che se ne sta giù alla baracca a parlare di politica e di chi votare per le elezioni politiche invece di giocare a carte con i suoi compagni. Questa volta però non lo vedo così impegnato a parlare, anzi sta proprio lontano da quella baracca, è anche lui sul marciapiede, e prima di stringergli la mano in segno di saluto, lo vedo con una faccia confusa, si guarda attorno, attonito, non tiene più le sue mani in tasca come fa sempre, è bloccato, come se tanta gente lo stesse chiamando e non sa a chi rispondere. Attonito è anche il suo sguardo che mi contempla, - Buongiorno Totò - gli dico con tanto di risata. E gli tendo la mano; “Buongiorno guagliò…” mi dice… poi un’inaspettata attesa. Qualcosa non quadra. Comincio a vederci qualcosa di storto. Troppe macchine che tornano, troppa gente che gesticola, il ritmo urbano è alquanto grossolano.
“Che devi andare nel mercato?” mi dice Totonno mentre lascia la mia mano, “Sì – gli rispondo – queste vacanze scolastiche ci volevano proprio”. Ma… continuavo a non vederci chiaro… come mai Totonno non è sotto la baracca? Come mai c’è troppo movimento in strada?... e come mai Totonno non mi risponde come mi ha sempre risposto? Non so quando potrò avere delle risposte a queste mie domande… poi mi fa... “Non andarci”, e, con un aspetto pienamente angoscioso, mi mostra con la mano il mercato rionale, con la sua mano mostra le tante auto che incredibilmente tornano da quella parte che spesso è stata abbandonata. Questa volta divento caldoo… ma non caldo per il Sole che mi scalda, anzi, escludo questa ipotesi visto che alle nove e trenta di mattina c’è un vento ancora freddo, ma caldo per l’ansia, per i tanti dubbi. Guardo anche io laggiù, nei pressi del mercato rionale che si svolge ogni venerdì. Poi rimetto di nuovo lo sguardo sul vecchio. “Totò… ma ch’è successo?” glielo dico con curiosità, glielo dico nel momento in cui decido finalmente di spaccare in frantumi quell’attesa;
“Due morti. Al mercato…”, mi dice, sbalordito.
“Come? Nel Mercato?” gli dico facendogli c apire di non aver compreso interamente quello che intendeva dire.
“Non lo so. Ci sta la polizia; mi pare che proprio dal lato del giornalaio non si può…” lo interrompo immediatamente, questa volta con un p’ di paura, “Eh… ma io proprio dal giornalaio… dovrei passare da lì”. Ad un tratto la faccia di Totonno diventa scaduta; “Non lo so… è successo tutto poco tempo fa… bho, chiedi a qualcun’altra persona… e se devi passare da lì continua ad andare dritto, poi giri a destra e, anche se il percorso è più lungo, arrivi dal giornalaio”. Scendo dal marciapiede, poi salgo su quell’altro, dove ci sta la baracca… perfino i soliti giocatori di Briscola ultra cinquant’enni volgono lo sguardo verso il mercato non prima di aver contemplato le proprie carte. Tre signore alquanto anziani attendono con delle buste della spesa tra le mani il pullman, mugugnano frasi del tipo “Ma che peccato”… oppure “Forse era un tossicodipendente che guidava”, o, ancora meglio, “Li ha sbattuti per aria... mamma mia, e tu pensa che lo teneva per mano”. Le tre facce disperate continuano a discutere. Mi aspettano due possibilità: o faccio come mi ha detto Totonno, cioè che continuo ad andare dritto, o giro semplicemente a destra, di cui tantissime macchine, una dietro l’altra, tornano per posarle da qualche altra parte. Quindi, giro a destra. Il tragitto è più breve, una quarantina di metri e sto dove inizia il mercato. Certo che non ci vedo poi tanto caos; solo le macchine, tante macchine; le incontro tutte di faccia. Gli autisti hanno delle facce quasi confuse, tristi, sbalorditi, di certo non felici – ecco, qualunque aggettivo escludendo quegli aggettivi che si collegano alla felicità e allo stare felici –. Poi vedo il fruttivendolo, quello sotto casa mia… ora funge inspiegabilmente da parcheggiatore di auto. Ma cosa ci fa lui qui? A una distanza di un chilometro dal suo negozio ortofrutticolo lo vedo qui. “Ma cos’è successo?”, lui mi risponde prontamente, con dolore e nervosismo “Hanno investito mamma e figlio, circa trenta minuti fa”. Ineffabile. Rifaccio un flashback mentale enorme, pensando a quel dialogo tra le tre signore sedute alla fermata del pullman. Continuo a camminare, se vado leggermente a destra mi trovo nel mercato, invece… devo passare dal giornalaio, quindi non mi resto altro che attraversare la strada. Ci sono macchine che vengono e macchine che vengono da sinistra e macchine che tornano, da destra. Ma per strada le macchine tornano tutte; poi… vedo una striscia, una di quelle che mette la polizia che segna come confine di passaggio sul luogo del delitto. Tanta, tantissima gente. Il suono dell’ambulanza, la gente che si lamenta, venditori ambulanti con i cellulare tra le mani. Non voglio farlo apposta, ma purtroppo devo passare da lì; perfino sotto gli alberi ci sta tanta gente: cammino lentamente. Tutte facce sconvolte. Poi riesco a vedere un corpo a terra, le braccia stese, che sono le uniche cose scoperte dal velo blu che copre la persona mrota. Vedo un mio amico, e senza dirgli una parole egli mi viene in contro e mi fa: “Ma tu hai capito?! Mamma e figlio li hanno investiti… siamo privi di attraversare questa strada che c’è sempre un idiota che ci sbatte per aria…” rimango fermo ad ascoltarlo, quasi se stessi ascoltando una canzone di cui sono concentrato ad ascoltarne le parole. “Il figlio ha più o meno la nostra stessa età. Guarda lì, lo teneva stretto per mano e ora si ritrovano morti a venti metri di distanza”; sbalordito. Anche se quelle parole le avevo già sentite ora rimango sbalordito anche dalla visione, dall’immensa distanza dei due corpi. Pezzi di vita gettati; la scarpa del bambino tra le aiuole, la borsa di lei sotto il marciapiede… sono le dieci meno venti, sto fuori dal giornalaio, l’appuntamento con il mio amico era qui, anzi, lui aveva detto che era per le dieci ma di solito viene sempre prima (non so chi porterà il pallone per giocare, di certo non devo portarlo io). Ma continuo a scrutare gli sguardi della tanta gente sbigottita che guarda quei due individui gettati sull’asfalto focoso di una terra ingiusta e spesso apatica. Eccolo, Paolo, lo saluto; non sa cos’è successo, gli spiego tutto rapidamente, poi andiamo a giocare. Mi inginocchio e poso anche io due rose ad Angela e al piccolo Umberto, portati via da un quarantenne invalido al 100%, epilettico e che soffre di apnea notturna… tutti lo conoscono, aveva già investito altra gente, e tutti si chiedevano come mai stesse ancora al volante di una FIAT grigia, con una patente ritirata due mesi prima che ora si ritrova completamente distrutta, come distrutte sono queste due vite, il cui sangue si è fermato a circondare una delle tante pietre d’asfalto… un asfalto che sanguina… non ci vogliono di certo i pompieri per toglierne le tracce. E ora anche il Sole è più cocente… ma non basta di certo lui ad affievolirne le tracce, anzi… semmai le dovesse affievolire, l’asfalto continuerà a emettere sangue più cocente del Sole (un po’ come, estraendo un cornetto alla nutella, dal forno, la nutella è più cocente del cornetto!); è il sangue umano del ricordo… la pietra del dolore può essere tranquillamente calciata da ogni scarpa.