La rosa nera

(Simona Bertocchi)

 

Suonano ripetutamente alla porta. È già arrivata. Detesto

quando fa squillare il campanello in quel modo insistente.

Avrei voluto poltrire a letto e poi andare a correre nel parco,

ma, anche questo sabato, mia suocera ha scombussolato

i miei piani.

Compare radiosa come sempre, con la voce alterata da

un’incontrollata eccitazione. È fresca di parrucchiere che

forse ha esagerato con il biondo, ha poco trucco ma è molto

abbronzata, anzi, lampadata. Entra carica di borse della spesa

e si dirige in cucina; il suo fortissimo profumo all’ambra

ha già invaso la casa e il rumore dei suoi tacchi è fastidiosissimo.

«Cosa fai ancora in pigiama? Su, forza, vestiti che ho una

sorpresa per te!».

«Sono proprio una donna fortunata!» dico con sarcasmo,

ancora assorbita dal sonno.

Mi chiedo quale sarà la sorpresa che me la farà odiare di

più oggi: il mercatino etnico, l’inaugurazione di una mostra,

un corso di yoga, la colazione con qualche sua amica che

deviassolutamenteconoscere?

Meticolosa, prepara la colazione, guarda inorridita i miei

dolcetti strabordanti di crema e piazza sul tavolo frutta, yogurt

e del triste pane tostato.

«Sto risistemando la vecchia casa di campagna. Portati via

l’essenziale che stiamo via per tutto il fine settimana».

«Il fine settimana?» urlo dalla camera da letto dove mi sto

cambiando, esco saltellando su un piede solo, devo ancora

mettere l’altra scarpa da ginnastica «e Lorenzo?».

«Ho avvisato io Lorenzo e poi stasera parte per quel congresso

di giornalisti a Palermo».

Mi osserva dalla testa ai piedi, so bene che disapprova i

miei jeans scoloriti, allunga una mano per darmi una siste40

mata alla massa di capelli rossi che mi scendono sulle spalle

ma ci rinuncia rassegnata.

«Prometto che prima o poi indosserò qualcosa di più femminile

» le do un bacio sulla guancia.

Mentre mia suocera pianifica il fine settimana, chiamo mio

marito che sembra divertito da pazzi nel sapermi tra le grinfie

di sua madre a gestire inerme tutte le sue stranezze.

«In bocca al lupo, amore» mi dice ironico ridacchiando al telefono.

Prima di uscire prendo un dolcetto e lo divoro sotto gli occhi

severi di Carmen.

«Non sapevo dell’esistenza di una casa di campagna» commento

ingranando la marcia.

«I lavori di ristrutturazione sono una scusa, voglio farti conoscere

delle persone» rivela abbassando il volume dello stereo.

«Chi?».

Non risponde e sorride sistemandosi meglio sul sedile.

Abbiamo appena lasciato la città urlante dell’ora di punta, scivoliamo

nel verde e nel silenzio dei colli bolognesi.

Che gran bella sensazione di pace!

La dimora di campagna è vicino a un boschetto lontano dal

paese, in una posizione un po’ isolata. È una casa a due piani,

costruita in pietra con l’edera rossastra che si arrampica sui

muri esterni e una lunga parete in vetro al piano inferiore che

mostra un grande salone col caminetto. L’arredamento è bianco

e beige, di un delicato stile provenzale e dalla cucina una

portafinestra dà sul giardino che sembra un piccolo eden con

cespugli di lavanda qua e là.

Entro un po’ intimidita e spazio con lo sguardo in ogni angolo,

ci sono i ricordi di viaggio che mia suocera ha comprato

in giro per il mondo, scaffali di libri e dischi, una vecchia scacchiera,

una bellissima gigantografia di Carmen in bianco e nero

e, sul camino, una statuetta africana in legno che rappresenta i

corpi di due amanti che si intrecciano fino a formare un’unica

persona.

Sento voci e risate venire da un’altra stanza della casa, entro

incuriosita e mi compare un gruppetto di signore che bevono

cherry e mettono vecchi dischi.

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Vorrei tornare indietro e uscire da quella scena che non mi

appartiene, non è giusto guastare quella nostalgica intimità.

«Roberta, assaggia lo cherry di Sofia e dimmi che te ne

pare».

Con questa frase sono accolta dalle amiche di mia suocera,

alle quali, naturalmente, ha già parlato di me.

Le conosco una a una e rimango affascinata dal loro carisma

e dalla loro diversità.

Rosa si muove elegante con movimenti lenti nel suo tailleur

di Chanel, è stata una cantante lirica e adesso vive un

appassionato amore con un “giovanotto” di quarantacinque

anni; Sofia cammina scalza e indossa un abito di seta indiano,

è la spirituale del gruppo, ha vissuto tanto tempo in India e

adesso ha aperto una fornitissima erboristeria a Modena; Rebecca

porta con disinvoltura i jeans e la camicia bianca, è più

giovane delle altre e, credo, la più libertina, è una ricercatrice

universitaria, ha vissuto in pieno il Sessantotto e si è sposata

due volte.

In meno di un’ora mi sono scolata mezza bottiglia di cherry,

ho imparato qualcosa di più sull’opera lirica e sui vecchi film

in bianco e nero, mi sono lasciata andare ai loro racconti di

viaggi, sono scivolata silenziosa nei loro ricordi passando dallo

slancio della rivoluzione culturale del Sessantotto ad amori

impossibili e sofferti.

Queste incredibili ragazze attempate hanno occhi sereni che

si lasciano scrutare dentro, dove le immagini di un passato

inquieto ancora si agitano; sono semplici nel loro fascino ricercato,

usano parole a volte schive e a volte avvolgenti, conoscono

i colori più belli dove intingerle, i posti più suggestivi

dove raccoglierle, si parlano con uno sguardo tra di loro, si

scambiano i pensieri, si prestano i ricordi. Hanno mani grinzose

e vissute, gesti energici ma misurati e sanno cosa dire e

fare per crearmi un posto morbido e ordinato in cui fermarmi

per un po’.

Carmen entra in modo rumoroso, si sbarazza degli arnesi da

giardinaggio e si versa uno cherry. Ha lo sguardo diverso, di

una leggerezza che non le avevo mai visto prima, il sorriso è

quasi irriverente, i modi vivaci.

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«Cherry, La Turandot e le foto del viaggio in Africa con

Albert, cosa c’è di più appagante!».

So bene che il nome di mio suocero non era Albert e poi

Carmen non beve alcolici...

«Chi è Albert?».

«Il grande amore» sospira Carmen come un’adolescente.

Cala il silenzio, tutte pensano in modo diverso a quest’uomo

con sorrisi amari e sguardi traboccanti di nostalgia.

«Allora ragazze, di chi è stata l’idea di questa allegra rimpatriata?

» chiede Carmen guardandole fisse negli occhi.

«Carmen, tesoro, ci hai mandato l’invito a casa qualche settimana

fa» dice Rosa con la sua solita delicata innocenza.

«Non io, da anni non o più avuto vostre notizie, ho perso i

contatti dopo l’ultimo trasloco».

«Carmen, sei sicura di non avere problemi di memoria?».

«Sicurissima Sofia, questa sessantenne ha ancora energia da

vendere. L’invito non l’ho mandato io».

«Come vi siete conosciute?» domando per spostare la discussione

su un altro argomento.

«In carcere» mi risponde Rebecca buttandomi addosso i

suoi grandi occhi azzurri.

«In carcere?» chiedo allibita con una voce stridula che non

mi appartiene.

«Tentato omicidio. Abbiamo cercato di fare fuori un uomo

e per un pelo non ci siamo riuscite» dice sempre Rebecca sostenendo

il mio sguardo incredulo.

«Oh cazzo e chi avete cercato di uccidere?».

«Il marito di Rosa» mi risponde Sofia con l’alito che sa di

cherry e il rossetto un po’ sbavato.

«Cosa ha fatto per meritarselo?».

«Brava Roberta, hai detto bene, per meritarselo. Era il suo

manager, sfruttava il suo talento per fare soldi, la usava, la

picchiava e lei placava le angosce con alcol e tranquillanti. Un

giorno Rosa ha tentato il suicidio e allora siamo intervenute,

Rebecca fuori di sé ha colpito Egidio con un soprammobile

di marmo ma il bastardo non ha perso i sensi e ha cercato di

reagire buttandosi su di lei, a quel punto io gli ho sparato con

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la mia piccola Beretta» Carmen parla senza guardarmi, fissa

un’immagine del passato che non vuole morire.

«Mi sono fatta cinque anni di galera» prosegue mia suocera

«Sofia e Rosa un po’ di meno, Rebecca, che era ancora minorenne,

è uscita dopo sei mesi».

Tutte guardano Rosa con una tenerezza quasi materna, capisco

che quella dolce signora vestita di Chanel e con il vizio

dell’alcol non è mai più tornata alla realtà, vive sorretta a malapena

dal suo carattere fragile e da una sana follia.

Quel racconto mi ha dato una sensazione di vuoto e di soffocamento

insieme.

Guardo Carmen, mi rendo conto di non conoscerla e di

non averla mai voluta conoscere veramente. Mi sono bloccata

sulla soglia della sua vita, davanti a quella realtà color pastello

così apparentemente futile che mi faceva sorridere, non sono

mai voluta entrare in quel mondo. L’ho sempre rispettata e

accettata come madre di mio marito, “è una madre, non è

una donna” per dirla alla Pirandello, ma adesso ho davanti

una donna che ha combattuto e amato con il sangue e sono

spiazzata da una personalità tanto forte e verace.

Rosa va in cucina a preparare il pranzo, sul grande tavolo di

marmo c’è ogni sorta di verdura e aroma; affetta, spadella e

intanto canta qualche brano de La Tosca, la sua voce vibra e

riempie le stanze di note magiche.

Carmen e Rebecca giocano a carte, spesso si guardano, ricordano

e ridono, parlano in codice, tirano fuori personaggi,

situazioni, immagini che si muovono intorno loro.

Mi domando chi è, o chi era, quell’Albert che ha fatto brillare

gli occhi di mia suocera, perchè ha smesso di viaggiare con

lui ed è approdata in Italia per sposare Italo e trasformarsi in

una signora perbene dell’alta borghesia; vorrei sapere come

sono stati quegli anni in galera e mille altre domande ma mi

appaga solo sentirle ridere, vederle serene, ora che anche la

vita ha saldato il suo conto.

«Guardate che cosa vi ho portato, donne del peccato!».

Rebecca, la rossa, per smorzare l’intensità di quel ricordo,

tira fuori una foto che la vede con Carmen e Sofia al mitico

concerto di Woodstock nel 1969: Carmen ha una bandana a

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fiori in testa, deve avere circa vent’anni, bionda e truccatissima,

ha dei calzoncini corti e beve una birra dalla bottiglia; Sofia

era già stata folgorata dalla cultura indiana, perché indossa

un’inguardabile tunica viola, ride senza ritegno rivolta verso

Rebecca che è poco più di una bambina, ha i capelli corti e

balla in costume dimenando il corpo magrissimo.

«Manca Rosa» dico ancora ferma su quell’immagine.

«Rosa l’abbiamo bersagliata con le uova all’uscita della

Scala di Milano, ti pare che potevamo portarla con noi a

Woodstock sulla due cavalli sgangherata di tua suocera?»

ride Sofia.

Seguo Sofia in giardino e mi immergo tra tutti quei fiori e

le piante da travasare, potare, steccare e le foglie da tagliare e

i nomi da imparare e le radici da salvare. La mia nuova amica

mi dà lezioni di giardinaggio con il sussidio della filosofia

buddista, un’esperienza unica.

Mentre il resto delle “ragazze” fa una passeggiata nel boschetto

adiacente alla casa, io rimango sola con mia suocera.

Ci guardiamo complici, la aiuto a pitturare un vecchio mobile

di giallo, naturalmente non condivido la scelta del colore

ma le idee di Carmen sono talmente curiose che riescono

sempre a contagiarmi.

«Chi è Albert?» e mi siedo per terra per gustarmi la storia

di un amore impossibile, come me lo immagino.

«È stato l’uomo che ho amato di più. Era di famiglia irlandese,

l‘ho conosciuto all’università quando studiavo legge».

Capisco con amarezza che Albert non c’è più. Carmen si

siede sul pavimento accanto a me e mi parla con una sensibilità

tutta femminile, gli occhi le brillano e risvegliano i

ricordi come foglie che si staccano e volano ovunque.

«Hai studiato legge?» chiedo senza troppo stupore ma con

molta curiosità.

«Solo un anno, poi mi sono iscritta a giornalismo a Bologna.

Albert era più grande di me, si laureò l’anno in cui

ci siamo conosciuti; con il suo primo stipendio e i soldi di

qualche lavoretto di salvataggio avevamo realizzato il sogno

di una vita: un viaggio in Africa. Poi successe di Rosa, io e

le ragazze finimmo nei guai, Albert mi difese e riuscì a farmi

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uscire cinque anni dopo. Andammo a vivere in un quartieraccio

di Roma per qualche mese, ma poco dopo lui morì».

La durezza di quella frase mi sconquassa dentro, la subisco

senza alzare la testa, continuo a guardare il pavimento, non

ho il coraggio di incontrare i suoi occhi ma lo sgomento di

Carmen è palpabile, la voce è striata dalla commozione.

«Un pirata della strada lo investì» mi guarda smarrita e si

lega i capelli, è un gesto per spezzare la drammaticità di quel

ricordo «poi tornai a fare la giornalista a Bologna, ero sola,

senza una lira e soprattutto incinta, conobbi Italo al giornale

che mi sposò subito e mi aiutò a crescere Lorenzo».

«Lorenzo è figlio di Albert?».

«Proprio così».

La sua angoscia mi devasta, cado in quel silenzio che urla,

scivolo giù senza appoggio, vado a fondo.

Tornano tutte dalla passeggiata, Sofia ha raccolto mazzetti

di erbe miracolose, Rebecca arriva correndo, ha un fisico

asciutto e atletico, e Rosa non ha resistito a puntarsi qualche

fiore tra i capelli. Fanno del gran chiasso e ci strappano da

quei pensieri melmosi in cui siamo sprofondate.

Io e Carmen ci stringiamo la mano lasciando scorrere le

emozioni sotto pelle, una nuova complicità si diffonde tra noi,

intensa e rassicurante.

Un grido sfrenato e acuto irrompe dal giardino. Rebecca salta

dalla sedia e si precipita fuori, noi la seguiamo con più calma

ma comunque allarmate. Sofia sta gridando come un’isterica,

ha le mani tra i capelli e lo sguardo perso.

«Le rose... le mie rose sono state recise, ci sono più solo i

gambi».

Nel cestino da giardinaggio tra le rose spezzate è adagiata

una rosa nera con un biglietto.

Carmen legge senza indugiare: Benvenute c’è scritto con una

grafia nervosa e calcata.

Improvvisamente la musica de La Tosca si alza fino a diventare

assordante, si espande ovunque, il vento si alza, muove

le tende di velo e sparpaglia ovunque i petali delle rose recise,

si sente un rumore strano che viene dal cortile dietro la casa,

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qualcosa che stridula sulla ghiaia. Ci guardiamo irrigidite dalla

paura, senza neppure il coraggio di muoverci.

«Un vicino con uno scarso senso dell’umorismo? Chi ci ha

dato il benvenuto? Chi?».

Si interroga Rebecca e il tono di voce sale incontrollato, si

stringe nel suo maglione.

«Non lo so, non conosco i vicini, è un casolare isolato questo

» dice Carmen con un filo di voce che esce a fatica.

Difficile riprendere l’atmosfera gioiosa e un po’ nostalgica

di prima. Rosa è l’unica che non si rende bene conto di quanto

sia successo, ha lo sguardo confuso e oscilla tra la realtà e la

fantasia; rientra in casa, finisce di apparecchiare, serve lo sformato

di verdure e ci tiene il muso perché nessuna ha fame.

Rebecca e Carmen si muovono intorno alla casa, perlustrano

gli angoli, ispezionano il giardino, il vecchio fienile e la

soffitta, si muovono armate di pale e forchettoni e il coraggio

di usarli.

Io e Sofia stiamo di guardia in casa e badiamo a Rosa che

mi sorride innocentemente e mi mostra le foto del suo ultimo

amore con l’espressione di una liceale.

Nessuna traccia di estranei in casa, ma la tensione resta e i

nuvoloni in cielo anche.

Allo cherry si unisce la grappa alle more, facciamo scendere

bicchierini di alcol aromatizzato fino a stordirci, l’atmosfera si

dilata e tutto è più leggero. Sofia accende le sue candele per

cacciare le malignità, si siede sul pavimento in posizione yoga

e si eclissa tra tecniche di respirazione e strani lamenti che

vibrano in tutta la stanza.

Ci addormentiamo così sul divano, una accanto all’altra. Il

mattino seguente mi sveglia il verso degli uccelli e di qualche

animale del bosco, deboli raggi di sole filtrano dalle persiane.

Mi alzo per prima per fare il caffè. Rebecca ha ancora la bottiglia

di liquore in mano, Carmen dorme a pancia in giù con la

testa che cade dal divano, Sofia ha una mascherina nera sugli

occhi e russa ancora pesantemente, manca Rosa che sicuramente

è già in cucina.

Invece la trovo sotto il patio, adagiata sulla sua sedia a dondolo

in vimini con un abito di lino bianco e gli immancabili

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occhialoni neri da diva, ha una sua foto in mano, una di quei

perfetti primi piani che mostrano occhi languidi sapientemente

truccati e che sicuramente era destinata agli autografi per i

suoi ammiratori. Le rivolgo un sorriso e le accarezzo il volto,

è fredda, freddissima e incredibilmente pallida, quasi trasparente,

ha dei segni neri intorno al collo e stringe tra le mani

una rosa nera.

Il cuore prende a battere con tonfi sordi, il mio grido è lacerante

davanti all’immagine cruente di Rosa che ora sembra

una statua di marmo. Mi chiedo se l’ultima immagine sia stata

quella del suo giovane amore oppure l’incubo del passato che

l’ha perseguitata per tutta la vita.

Sento ancora quel rumore indecifrabile che viene dal cortile

ma non riesco a muovermi, l’orrore mi tiene salda dove sono.

Rebecca e Carmen chiamano l’ambulanza e i carabinieri, Sofia,

invece, sviene alla vista dell’amica senza vita.

Mi muovo sprofondando nel terrore, vorrei uscire da questa

storia in cui sono entrata da spettatrice e che ora mi appartiene.

Non riesco a difendermi, non riesco ad afferrare un pensiero

logico, non riesco neppure a vedere con nitidezza quello che è

successo, la paura deforma tutto.

L’ambulanza arriva poco dopo, seguono la polizia, i carabinieri,

il medico legale. Le sirene stridenti, le porte che sbattono,

i poliziotti che urlano e corrono e Rosa che viene coperta

da un telo bianco e trasportata su una barella nell’ambulanza.

Scene cruenti che si vedono spesso in televisione ma questa

volta si tratta della mia vita.

I nostri sguardi vuoti e arrossati si posano su di lei, su quella

diva fragile, quella donna sola che si rifugiava nel suo mondo

per sopravvivere alla ferocia della vita.

Voglio chiamare Lorenzo ma me lo impediscono, prima devono

interrogarci tutte e mettere sotto sequestro i nostri cellulari.

Tutto questo trambusto, gli uomini in divisa che corrono

avanti e indietro, i moduli da compilare rendono la situazione

ancora più irreale, vorrei un po’ di quiete per capire quello che

è successo, elaborare la morte di Rosa, vorrei un po’ di spazio

per piangere e disperarmi, vorrei Lorenzo accanto a me e invece

seguono ore e ore di estenuanti.

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Lorenzo viene avvisato dell’omicidio, senza troppo tatto e

in modo sbrigativo, da uno dei poliziotti.

«Venite al commissariato domattina alle otto. Vi lascio qualcuno

dei mie uomini?».

Chiede garbatamente il commissario. Ha un tono pacato e

rassicurante, come se sapesse in quale direzione proseguire le

indagini, ma non riesce a confortare anche noi.

Si decide di rimanere da sole ma io sarei stata più tranquilla

con un uomo in casa. Nessuna dorme quella sera.

Non è ancora l’alba quando Carmen mi sveglia strattonandomi

violentemente, trema e non riesce a trattenere una crisi

isterica.

«La foto... guardate la foto!».

Qualcuno ha cancellato la faccia di Carmen sulla fotografia

scattata al concerto di Woodstock, ma quel che è peggio è

che c’è una rosa nera accanto a quell’immagine deturpata.

L’angoscia cresce ed esplode dentro, abbiamo volti di pietra

e occhi segnati dalla paura. Uno strano e minaccioso silenzio

ovatta l’interno della casa .

Il terrore ci inghiottisce, qualcuno ha tagliato i fili del telefono,

i cellulari sono spariti, impossibile comunicare con

l’esterno. Rebecca corre a perdifiato verso la sua Cinquecento

parcheggiata nel cortile ma si accorge subito che ha le

gomme squarciate, anche la macchina di Carmen ha i copertoni

a terra.

Torniamo in casa con la paura che ci fa aumentare i battiti

del cuore, ci impossessiamo di armi rudimentali: coltelli

da cucina, forbici, bombolette; è la disperazione che ci fa

muovere, nessuna riesce a pensare a quale volto possa avere

l’assassino, l’importante è agire, anche senza avere chiara la

direzione ma agire.

Dal giardino giunge uno strano rumore, sono passi sulla

ghiaia del cortile accompagnati da un cigolio incomprensibile.

Il respiro viene meno man mano che quegli strani rumori

si avvicinano, il silenzio è totale, gli occhi si dilatano

per la paura, poi, la grande porta-finestra si apre lentamente,

compare l’immagine di un uomo in carrozzina che entra a

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fatica. Ha un impermeabile e un cappello calato sugli occhi,

guardiamo tutti quell’immagine angosciante, poi la mano

dell’uomo si alza per scostarsi il cappello e compaiono due

occhi profondi e diabolici su un volto butterato e sfregiato.

È molto invecchiato ma le donne riconoscono subito Egidio

Gatti, il marito di Rosa.

«Era meglio se mi uccidevi, Carmen, piuttosto che ridurmi

così» ha una voce profonda che graffia le parole «ho giurato

vendetta a tutte voi, non mi è bastato aver fatto uccidere

Albert».

«L’ho sempre saputo che l’avevi investito tu, brutto bastardo!

» dice Carmen scattando verso di lui. La freno afferrandola

per un braccio.

«Io sono finito su una sedia a rotelle e lui vi ha fatto uscire

di galera, doveva pagarmela».

Prima che possiamo reagire due giganti vestiti di nero ci

tolgono i coltelli di mano, ci prendono di peso e ci imbavagliano

con dello spesso nastro per pacchi. Ora sono fermi

dietro di noi, sento i loro aliti che sanno di sigaretta e il peso

delle loro mani sulle spalle.

Carmen è l’unica che non hanno legato.

La sedia a rotelle di Egidio si muove e avanza verso mia

suocera che gli butta addosso uno sguardo di odio e sputa

per terra.

«Voglio che ognuna veda la fine dell’altra» dice dilatando

ancora di più gli occhi inquietanti.

Tira fuori una pistola e la punta scintillante contro Carmen

che gli lancia addosso il coltello ma non lo prende.

Mi sento mancare, non credo di riuscire a resistere a tanto, i

nervi stanno cedendo, il cuore quasi sfonda il petto, il sudore

mi si è ghiacciato addosso.

Dio, non voglio morire.

Parte un colpo di pistola che rimbomba nella stanza e dentro

di me, echeggia, mi spacca, fa tremare i miei sensi come

corde impazzite, chiudo gli occhi e non voglio più aprirli.

Il grido di Carmen mi obbliga a reagire, è accovacciata sul

pavimento, si stringe come un animale ferito. Getti di paura

e orrore escono dal mio grido, mi sembra di sfibrarmi, i

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muscoli cedono, fisso mia suocera con un dolore senza fine.

Carmen si muove, si trascina a fatica sul pavimento.

Non è morta, grazie Dio, non è morta, non vedo sangue, si

muove, si trascina, non è morta, no, non è morta!

Egidio Gatti, invece, è accasciato con la testa a penzoloni,

dalla tempia il sangue scende a zampilli densi e continui, i suoi

occhi demoniaci continuano a fissarci inermi.

I poliziotti sono entrati fulminei e silenziosi come gatti selvaggi,

hanno immobilizzato gli uomini di Egidio, in realtà non

avevano mai lasciato la casa, ma non sono stati loro a uccidere

l’uomo, il colpo è partito dalle scale. È stato Lorenzo a sparare,

è ancora immobile, accovacciato sulle gambe tremanti, le

braccia rigide, la pistola è sempre puntata verso il cadavere di

Gatti.

Saliamo sulle ambulanze che ci porteranno tutte all’ospedale

per accertamenti.

Mio marito mi stringe al petto e mi chiude dentro di sé,

ci barriamo dentro di noi e stiamo immobili a mescolarci le

emozioni.

Fuori, intanto, si alza silenziosa un’alba che nessuno sperava

più di vedere.

 

Tratto da uno dei racconti di “I Colori di Venere” di Simona Bertocchi

Edizioni Il Filo collana Nuove Voci