Ecstasy, Simphony, Transparent, Radiation-Queers' song
(Stefano Risso)
Ho strappato i capelli alla tua fag doll, li ho intrecciati in un unico giro di coriandoli, ed ora aspetto sulla cima del monte che il vento li acconci.
Bianchi e neri, voglio che cadiate oltre le note malinconiche di questa città.
L’ ho sentito di nuovo quel freddo aspro che fa rabbrividire i ragazzi in maglietta. Chiamatelo pure underground, questo mio cuore malato di pace che non riesce a sedare le notti estive.
Tu. Sul lettino freddo del medico, eri aperto alle maliziose curiosità del mondo. Quel gorilla nero che ti baciava la fronte. E’ ancora lì ad aspettare. Tua madre ti ha lavato le camicie, stirate, piegate, inamidate. Rimangano accanto alla porta del tuo tempio, che tu le vada a raccogliere. Sunshine.
Io. Dalla collina di sabbia lanciavo formiche. Che mordessero tutti quei pazzi bastardi. Quei parassiti infetti, che si attaccano alle tue pupille e prosciugano il tuo sangue. Rospi.
Loro. Che danzavano nella sala, sul parquet mai lucidato. Volevano simulare coiti e amplessi, mentre vorticava la mia testa al sapore di capsule del piacere. Magari mi avessero avvertito. Che il fumo acutizza le espressioni, mentre l’incenso fluttua dal turibolo per salutare massaie sgraziate nel loro ultimo giro di vita. Droghe cirrotiche bombardano il fegato. Queers.
Vi prego, uccidete il gorilla.
Madre mea, una volta c’era un cerchio. L’ avevo disegnato con una miriade di pastelli, mentre passava la metropolitana, accanto a una stantia chiosa di piscio. In quel cerchio, un giorno, sarei diventata vecchia. E finalmente avrei rasato la barba, estirpati i peli, castrate le erezioni mattutine, e indossate quelle calze slabbrate, imporporate le gote, tinto il capo di varianti di topo.
Poi decisi di tirare le linee delle storie. Presi una pelle invisibile, liscia, tirata, gonfia. Iniziai lentamente a smagliarla, a tirarla, a strapparla, a lacerarla, a divorarla, a fagocitarla, a vomitarla, ad apprezzarla. Quella pasta morbida la resi la grana delle mie guance. Chi mi vide disse di riuscire a vedermi dentro. Io tirai avanti, con in viso il cerchio e la pastura.
“Senti, fa’ come me”, mi disse drogato. “Sali sulle rotaie e guarda in alto. Sì, lì dove il Sole smette di prosciugare l’umidità”.
Ho sempre odiato le stazioni. Mi fanno venire. Venire la voglia di sdraiarmi sullo sporco, di seguire le orme dei passeggeri con la bocca, di rovistare ogni tipo di spazzatura
“Alza in aria quelle cazzo di mani e canta. I’m Hungry come un cazzo di lupo”. Quando tossico iniziò a danzare sulle rotaie mi assalì una smania di autismo, e mentre una lacrima scolava sulla maschera, pregai lo uccidessero. Sul suo corpo martoriato, ci avrei pisciato. Mi aveva venduto della robaccia, quel cazzo di spacciatore.
Vi prego uccidete il gorilla.
Queers. Guardate con aria distrutta. Le vostre occhiaie da multisesso. Questo corpo efebico, sale ogni mattina sugli autobus e scrive con un pennarello le storie della sua vita sui sedili. Noi ci baciamo di fronte alle stazioni, una mano sulle natiche sode, l’altra ad accarezzare le spalle. Quando certe volte i grovigli di lingue mi lasciano annegare nella loro saliva, mentre i palmi assalgono i pettorali, visito i lazzaretti della passione. Anoressici crestati, orsi irsuti, mammole spampanate. Danziamo insieme, monocromatici, credendo di risvegliare l’ardore di Dio. Loro.
Rospi. Perché le instancabili formiche operaie crollano in uno stagno limaccioso, dove vengono sistematicamente uccise da anfibi vischiosi. Le loro tenaglie scivolano sugli umori densi delle lingue, e nelle bocche annegate straziando cercano di morderli. Salvo poi sistematicamente morire. Le avevo avvertite, Io.
Questa è la bella giornata. Il tuo risveglio da overdose ti lascia appena intontito. Ho visto madre tua raccogliere in un sudario la fronte imperlata. Spingiti giù dal letto freddo, dobbiamo danzare alle note del requiem. Noi, queers, loro, anneghiamo nel piscio. Io nell’abito della vecchia, tu nella maschera mia. Andiamo ad abbrustolirci, Sunshine.
Su quel gorilla spareremo estasiati capsule del piacere, mentre le anatre starnazzeranno in un fucsia stagno.