La fiorista

(Stefano Risso)

 

Senza parole. Quel gesto appena accennato, mentre intrecciava i fiori in una composizione astratta. Sussultando foglie verdi e corolle polpose tra le dita ossute, la rafia legava gli steli umidi. Arte sapiente quella di tessere trame fiorite. Dall’ingresso l’odore impavido delle orchidee, e il vago sentore di torba ed argilla inumidita, riscaldavano l’aria imprigionata nella stanza. Zaffate di anidride carbonica, che sa di grigio, accostata a una copiosa fotosintesi che sotto le luci al neon cercava di procurarsi vivaci fotoni. Il bancone di legno grezzo, quel legno di ciliegio in un’antica primavera cosparso di boccioli e di rossi frutti, appesi a piccioli ormai secchi e maturati nell’humus. Imponente a maneggiare impercettibili debolezze di petali rosati, bianchi e lilla, temerari nell’affrontare l’operazione di polpastrelli sudati, accorti nell’evitarne la caduta o l’avvizzimento precoce. Vasi colmi d’acqua limacciosa, borragine e gambi in decomposizione, ma recuperati ancora freschi per azzimare le case dei clienti. O le pieghe delle acconciature dorate delle donne di città. Sapete le essenze sui corpi, quelle agrumate, lievemente dolciastre o sapientemente inasprite per contrastare i sudori acidi? Creazione di abili fioristi, non semplici giardinieri, o pollici muschiati, ma alchimisti della chimica delle radici. Rizomi essiccati al sole, o piantati con la Luna nuova in terriccio smosso, dolcemente cullati nel loro percorso di nascita. Culle embrionali delle chiome della Terra. Ricettacoli di colori. Come il nero, capace di generare la tavolozza delle sfumature dalla rifrazione dell’intero arcobaleno.Cesoie e forbici del mestiere. Recidevano ogni eccedenza di ramo, che cadeva ad inzaccherare il pavimento strisciato da macchie di lamelle calpestate. Danzavano le dita tra tante fratture.

Porgeva la testa, davanti al bancone, aspettando di stringere il mazzo. Profili di carta crespa, strinta nei pugni per generare quelle piacevoli ondulazioni.

“Che colore?”.

Aveva le guance paffute, distese forse dal giocare in un’utopia di prato sempreverde. Capelli legati dietro la nuca da un nastro di tela. Pel di carota sarebbe parso, in realtà un rosso ramato con riflessi di mogano in controluce. Poteva perdersi tra le sue mani? Forse è troppo. Vedere in una composta di piante le note suonate a un pianoforte. Ma si muovevano le falangi nell’operare come il digitare di un pianista sulla tastiera. Tutto rendeva sonoro e profumato. Distrattamente si lasciava cullare da una melodia. Chissà se le piante piangono, poi dicono che, deliziate da musiche classiche, crescano robuste.

Era un mago nell’esaminare i dettagli. Le note di sottofondo, le rime incastonate all’interno di lunghe proposizioni. Le rughe delle vecchie puttane, quelle che hanno vissuto la vita e portano nelle loro imbastiture i solchi dei ricordi. Credeva di ergersi nell’acume delle osservazioni, accompagnando la frizione del suo virgulto desto nell’interstizio delle gambe.

“Tu, grazie”. A lui.

 Ridicolo il puzzo di compostaggio che proveniva dal retrobottega. Sapido il tanfo della manteca lavorata dal calore del Sole appena di fronte all’uscio. Brulicanti bigattini, nutrienti biancastre larve di ibridi mosconi verdastri. Tanto divideva la figura pomposa e sopraffina della pianista verde dal cliente sboccato e impunemente eccitato. Spingeva il pacco contro il bancone di legno grezzo, quel legno di ciliegio in un’antica primavera cosparso di boccioli e di rossi frutti, appesi a piccioli ormai secchi e maturati nell’humus. Impollinava col proprio stame gli interstizi scheggiati  del piano di lavoro. Venere boteriana, palpeggiava boccioli sprizzando stille di scivoloso liquore dalle pieghe del collo. Un sodo afrore avvicinava le nari dell’osservatore, chiamando in raccolta un tripudio di testosterone. Feromoni e polline, un crimine. Le ascelle. Da basso, accarezzate dal pallore del neon, avevano prodotto un alone intenso di madori nelle trame della veste. Ora in fase di caseificazione, macchiando l’abito di una corona cagliata.

Spero nella tua contezza, che questo mazzolino di campagna penetrerà nelle onde della permanente raccolta. Schiocca un bacio all’aria, scoppierà come una bolla di sapone.

Prendo un seme di cardamomo perché mi lasciasti un grano di papavero per la mia famiglia un chiodo di garofano per i miei attacchi di cuore una radice di liquirizia per il mio mal di testa, un baccello di vaniglia perché sono solo un tubero di patata per il mio dispiacere un nocciolo di pesca  non mi ricordo per cosa un grano d’ambra per il mio Dio perso. E il decimo tuo bocciolo per il sesso sifilitico che mi hai attaccato. Dici che mi accompagnerà quel tuo bacio corroso nell’aria, e mi ritrovo con un calcio assestato nel posteriore.

Ti ricordi quello che ti dicevo, sdraiati sul materasso e sul lenzuolo di cotone appena inamidato? Mentre ti rivoltolavi come una scrofa tra petali di rosa? Prona pruna, ti visitavo le foglie. Mrs. Bloom ti chiamavo, lamiapenelope. Ora attenta. Prendo quel vasellame cotto che ti ho visto spaccare gettandolo a terra sul Monte dei cocci. Su quel piattino di ceramica bisquit eiettato esperanto da un abile artigiano. Entrarci dentro, becco di cicogna. Con le cesoie dal manico d’acciaio ho intenzione di recidere i tuoi arti superiori, faccio un lavoro di cesello. Da vero miniatore. Estremo clangore. Sono caduti a terra, una garbera grossa gialla e una arancione, forse le pianterò in un terreno meno dissodato. Nasceranno larve di bigattini. Toserò il tuo capo rosato, e i tuoi ricci di fresie viola li comporrò tramando con il tuo bosco caduco. Scavando nei tuoi occhi ciechi i miei profondi solchi perfetti per mazzetti di statice bianco. Da ultimo estirperò con una vanga quella sottile peluria cenciosa attorno alle aureole dei tuoi capezzoli, accarezzando ancora una volta la rorida vallata delle tue mammelle. La costellerò di rugiadosa reseda. Il tuo piede a schiacciare la mia verga fiorita. Poi sarai esposta sotto l’aprica aria di giugno libera al pubblico ludibrio cercine legato sulla tonsura cefalica con annessa sputacchiera per espettorazioni croco giallo.

Santi Tango e Flamenco, stavolta il mio mulo sfreccia in un nugolo di polveriere, senza pagare. Il torsolo di rosa scivola via dalla mia dissenteria.