Raimondo, principe di San Severo

(Flavia Balsamo)

 

 

Scricchiola il pavimento logoro del laboratorio. Appese alle pareti  svariate teste di donne. Cigola la porta dietro un ragazzo vinto dalla curiosità. Vede un’ombra alta sulla parete davanti a lui. Si gira di scatto ma non c’è nessuno. Tira un sospiro di sollievo pensando a quante volte da bambino un lieve rumore lo aveva impaurito. Ma scricchiola nuovamente il pavimento, il ragazzo si guarda i piedi. Sulle mattonelle un’ombra gli tiene i polpacci stretti e non gli permette di muoversi. Vorrebbe urlare quando un tizio con un camice bianco si avvicina con un bisturi nella mano destra. Nell’altra porta un bavaglio che repentinamente viene posto sulla bocca del malcapitato. E’ troppo tardi per gridare, ormai non servirà che a inumidire di saliva il fazzoletto lercio.

“don Giuseppe com’è andata l’operazione?” una voce sussurrava al termine del misfatto.

“molto bene direi!ora avete un altro perfetto giovane castrato dal bel canto!”

“sì, bene un altro “sopranista” per il conservatorio!”

Ecco che una voce femminile si avvicina sempre di più.

“Signore,  mio figlio dov’è?”

“Eccolo signora!alla mia destra come fosse il figlio del Padre …”

“Avrei cambiato idea, non sarà mica troppo tardi?”

“Ma come!Stavi per rinunciare alla splendida carriera di tuo figlio e alla sua ricompensa! E per cosa poi? Noi così abbiamo realizzato l’annullamento del dualismo della separazione, il ritorno all’ androgino primordiale, ti rende conto di cosa significhi ciò? Tuo figlio è un prescelto tra i comuni mortali … comunque sia, è cosa fatta!”

Il ragazzo seduto nudo sul lettino guardava la madre con gli occhi pieni di rabbia. Poi si rivolse al principe e disse:

“Sono le madri degli altri ragazzi come me vero?”

Un lungo silenzio poi grida di donna risuonarono nel palazzo e fuori alla strada. Un vecchietto intimorito guardò nelle feritoie di ferro che da piazza san Domenico mostrano il laboratorio.

C’era un altro cimelio sulla parete grigia dello scantinato.

Nella stessa piazza secoli dopo una ragazza correva inconsapevole della storia di quei luoghi. L’edicola e qualche negozio di libri mantenevano il passato in rapporto col presente.

 “Sara dove corri torna qui?” La ragazza si fermò all’obelisco al centro della piazza.

 “Su lumaca vieni che ho in mente una cosa!”

Il ragazzo con le mani nelle tasche dei jeans guardò il cielo e balbettò:

“Cosa mai avrà in mente adesso questa pazza …”

Nemmeno un attimo e la ragazza era già lontana e correva per via Francesco De Sanctis,  prima nota come vico san severo, una stretta via nel cuore della Napoli antica.

“Sara, Sara!” gridò dietro il ragazzo

“Forza non perdiamo tempo, è quasi mezzanotte!”

“Ma cosa vuoi fare Sara …” Sara indicò la cappella

“Vuoi entrare nella cappella?ma ti sei ammattita!!manco morto!è pericoloso e poi è chiusa …”

“Mio padre lo sai vigila al Cristo velato durante il giorno e io ho preso …”

“Sara Dio santo!non avrai mica le chiavi?”

Ma Sara era già dentro e si guardava intorno per niente stupita.

“Sai mio padre mi avrà fatto visitare questa cappella milioni di volte, so tutto … lo vedi questo è il Cristo velato qui al centro, è stato fatto da Giuseppe San Martino, molti raccontano che poi questo scultore è stato accecato dal principe di san severo affinché non potesse creare più statue così belle. Che matto eh?”

“Mai quanto te … ti rendi conto che stiamo violando la legge? E come se non bastasse questo posto mette i brividi e tu mi racconti anche delle diavolerie commesse da questo tipo!”

“Ma sei proprio un fifone! È così entusiasmante!lo vedi il velo?guarda come sono ben tracciati gli occhi, il naso, la bocca, da brividi … si dice fosse vero, si dice che fu ricoperto con un velo di marmo che poi è diventato tutto uno con la statua!”

“Che idiozie …”

“e già dimenticavo che mi sono portata dietro non solo un bambino pauroso ma anche uno scienziato!”

“Non ci credi?” disse una voce flebile.

“Chi è? Chi ha parlato? Sara chi c’è con noi?”

Sara era sbigottita e pietrificata davanti allo spettacolo che aveva dinanzi.

Il ragazzo fu risucchiato letteralmente dalla statua del Cristo velato.

Per molto tempo continuarono a risuonare tra le mura della cappella le grida del giovane rapito davanti gli occhi della fidanzata.

Sara si fermò, qualcuno stava sfregando la pelle con le unghie. Si girò a destra di scatto ma non vide nessuno. Poi sentì un leggero soffio sul collo e l’odore di una altra persona tra i capelli. Qualcuno la stava annusando, sente la punta del suo naso vicino all’ orecchio,  rabbrividisce. Si volta ma non vede nessuno. Una lacrima di paura le riga il viso. Qualcuno l’ha sfiorata. La disperazione verso qualcosa che non può gestire. L’invisibile. Il pavimento sotto i piedi si muove. Le mattonelle si scompongono in rombi e varie figure che le fanno perdere il senso dello spazio. Viene avvolta da tutte queste forme che le danzano attorno quando un cerchio si avvicina e le avvinghia il collo. Stringe. Il cerchio diventa un paio di braccia scheletriche. Ora non respira. Ha il volto rosso fuoco e le scendono lacrime sul collo. Ogni volta che una lacrima sfiora lo scheletro quelle braccia stringono più forte allora Sara trema e piange. E’ un ciclo che non può fermare ormai. E’ il suo odore sul suo collo, la sua bocca si avvicina e le sussurra che lei è la sua sposa, la bocca è ruvida e le graffia la guancia. 

“Non voglio, non voglio!Dov’è il mio ragazzo?”

I rombi cadono dalla loro danza frenetica e tornano a formare lo spazio attorno. Un vortice di polvere circonda il cristo velato, un corpo ne esce. E’ un uomo, o almeno i resti di quello che un tempo era un uomo. E’ immobile sospeso a pochi centimetri dalla statua e ha il capo chino.

Qualcuno lo spinge con forza e Sara si trova quel corpo morto a breve distanza dal suo fiato. L’aria gelida intorno e solo l’affannato respiro di lei sul viso di lui, il calore scopre del marmo il volto del giovane a tratti. Le sue pupille bianche la guardano, le dicono che non possono più amarla, sono prive di vita. Sono parole nere di morte e vuote di suoni, parole esiliate dalle loro labbra pallide un tempo forestiere in quelle di lei. Sara lo abbraccia e piange, poi qualcosa lascia la presa, lei cerca di mantenerlo tra le sue braccia ma lui cade in terra e va in frantumi. 

“Scusami ma non potevo farla passare liscia a chi come lui non ha riconosciuto la mia grandezza … tu la riconosci spero?”

Sara singhiozzando si avvicina alla statua e accarezza dolcemente con le pupille fuori dalle orbite il volto dell’amato.

“gli somiglia adesso.” cade una lacrima

“certo mia giovane compagna, ma a breve lui si confonderà con gli altri volti fino a formarne uno nuovo … ma cosa ci interessa andiamo a noi”

Sara balbetta “Altri volti?”

“Insomma! Proprio nessuno che vuole riconoscere la mia grandezza!”

Poi sarcasticamente aggiunge

“Vuoi forse ricongiungerti al tuo amato?nella buona e nella cattiva sorte …”

Sara viene attraversata da un brivido lungo la schiena.

“No, no per favore no, la supplico!”

La forza della disperazione. Intanto Sara pensa come poter fuggire dalla cappella e lentamente indietreggia verso l’uscita mentre l’uomo tenta di avvinghiarla nuovamente.

“Va bene Sara non preoccuparti, mi sei simpatica, voglio darti un’altra possibilità … riconosci tu la mia grandezza?”

“Sss-si, come conosce il mio nome?”

“Sai chi sono Sara?”

Sara guarda due statue, una alla sinistra dell’altare e una alla destra. La statua alla destra rappresenta un uomo che si dimena per cercare di uscire da una rete e un giovane alato in suo soccorso. Quella alla sinistra una donna gravida e nuda, ricoperta da un velo che lascia intravedere  i lineamenti, le fattezze.

“No donna!non rivolgere lo sguardo a chi mi ha dato alla luce, perfida fu la strada che percorsi da giovane, sempre con il velo nero di lutto e spoglio di famiglia alla tenera età dei miei sedici anni, prima mia mamma, i miei fratelli poi mio padre si rinchiuse in un convento, li ho riscattati tutti, tutti, io sono stato grande, più di tutti, più di loro, io ho vinto la vita, ho plasmato il molteplice e inventato tutto ciò che una mente umana può concepire!”

“tu sei Raimondo  principe di san severo?” chiede Sara intimorita e mentre lui ha ancora gli occhi ai genitori corre alla porta principale. Bastava spingerla e sarebbe tutto finito, sarebbe corsa a casa e molto probabilmente si sarebbe ritrovata nel suo letto contenta che era solo un sogno. Ma la porta non si apre, è come sbarrata. Sara urla con tutta la sua forza  sbattendo i pugni contro il duro legno poi si accascia per terra sconvolta. Le nocche sanguinano e improvvisamente vede che la porta ora è  socchiusa. Si alza apre la porta con il cuore a mille ma dietro c’è.

“Ho visto che disperavi amore mio perché non riuscivi ad aprirla e ti ho accontentata ora voglio che vieni con me a vedere una cosa. Io sono molto di più che un nome, anche se il mio nome è di più che un semplice nome. Oltre al Principato di San Severo io sono principe di Castelfranco, principe di Fondi, duca di Torremaggiore, duca di Martina … Ti voglio mostrare questa cosa mia diletta prescelta così che ti renderai conto …” la afferrò per il collo e la trascinò lungo la cappella, inutilmente la ragazza si dimenò per liberarsi. Sara avvolta dalla polvere cercò invano di salvare il capo sollevandolo, era già grigia come una statua.

Mentre attraversano la volta ad arco che conduce nella stanza dove si trova la lapide del principe lo “stregone”, così chiamato nel settecento dal popolino napoletano, intraprese una discussione con se stesso.

“Raimondo stai attento!le donne sono vipere … non fidarti di lei, bruciala viva o fanne un esperimento per le tue idee …”

“ma cosa ne sai tu! Se fosse per te resterei sempre senza una donna, io la voglio una donna, lei deve riconoscere la mia superiorità, sono stanco di confrontarmi sempre con te che sei solo un lurido.”

“un lurido cosa? Ti pentirai Raimondo, credimi lei incomincerà a toglierti la grandezza …”

“smettila taci!stai disonorando la mia donna!taci invidioso essere maligno!Io già la amo, guarda com’è dolce il suo viso, che teneri lineamenti e le guancia rosse e morbide e il nasino piccolo, come potrebbe fare del male un angelo come lei?”

Mentre diceva così tra sé e sé Sara si rese conto che l’alternativa alla morte era tutta una vita con lui, Raimondo primo massone pentito di tutta la storia italiana, il principe dei “liberi muratori”. Una morte più dura che questa vita, che le si prospettava dinanzi, non si poteva immaginare.

Si ferma davanti la grande lapide di marmo con scritte in rilievo e incomincia a leggere ad alta voce:

“uomo mirabile nato a tutto osare, Raimondo di Sangro, Capo di tutta la sua famiglia, Principe di San Severo, Duca di Torremaggiore... illustre nelle scienze matematiche e filosofiche, insuperabile nell'indagare i reconditi misteri della natura, esimio e dotto nei trattati e nel comando della tattica militare terrestre e, per questo, molto apprezzato dal suo Re e da Federico di Prussia...imitando l'innata pietà a lui pervenuta per l'ascendenza di Carlo Magno imperatore, restaurò a sue spese e con la sua saggezza questo tempio... affinché nessuna età lo dimentichi!”

Mentre lui recita un panegirico a se stesso con toni ampollosi lei con tono sarcastico dice:

“… peccato che non hanno scritto vile traditore …”

 “ Maledetta come hai osato …tu non conosci la storia, non sai dei miei gesti, delle mie vittorie!”

“Cardinali venite correte a placare la mia ira!”

Sara si pente sconvolta dall’avvicinarsi autonomo di sette sedie logore e sgangherate.

“Questi prima erano sette cardinali, io li ho uccisi e trasformati in sedie maledette che hanno l’abilità di pensare le morti più crude e violente ed una di queste morti toccherà a te”

Sghignazzando poi aggiunge:

“Bravo Raimondo bravo e poi noi sceglieremo la morte più adatta e lei sedendosi su una di queste sedie sarà perduta per sempre!

Sara in ginocchio non smetteva di sbattere i denti. Tutta la sua sagacia, il suo coraggio e la sua ironia erano svanite nel nulla. Lei non possedeva la fredda saggezza e indifferenza di fronte alla morte, lei non aveva quasi tutta la vita dietro le spalle. Non conosceva il lavoro, la famiglia, i figli, non sapeva quasi nulla di questa vita che stava per perdere ma quel poco che sapeva le bastava a capire che toglierle la possibilità di vivere queste cose da lei solo assaporate era l’infamia, la cattiveria più grande che un uomo possa compiere, ma non aveva di fronte un uomo, per cui non poteva sperare nella sua magnanimità. I sette cardinali non erano la giuria che decideva tra la vita e la morte ma solo sette modi diversi di perdere la cosa più amata, dopo aver già perso l’amato.

La prima sedia si avvicinò. Ogni colpo che produceva sul pavimento era una lama fredda che colpiva prima il petto poi la schiena a infine le tempie di Sara. Quando la sedia incominciò a parlare Sara sudava terribilmente.

“Io ho pensato che potrebbe morire crivellata dai colpi di quell’arma dal nostro illustrissimo principe ideata: fucile a retrocarica”

Improvvisamente si sentì un piccolo tocco sullo stomaco, era la mano di Raimondo che sfiorava la sua pelle quasi ad indicare dove avrebbe colpito il fucile.

La prima sedia si fece indietro e avanzò la seconda.

“Io ho pensato ad una cosa simile a quella della prima sedia: il cannone in ferro dal nostro principe inventato”

Come sappiamo infatti nel settecento non si usava il ferro ma il bronzo mentre per quanto riguarda il fucile di fatto anticipò l'invenzione del Lefaucheux, l'ideatore della nuova arma.

Prima ancora che il principe potesse toccarla di nuovo Sara gli afferrò la mano, era gelida, terribilmente magra, poteva sentire tutte le vene gonfie di potenza e odio. Si ritrasse immediatamente e le unghie lunghe e mangiucchiate ferirono la pelle delicata di Sara.

Si ritrasse la seconda sedia e si fece avanti la terza impetuosamente:

“Io mi discosto dai comuni modi delle prime due sedie e propongo una morte dell’anima con conseguente morire progressivo del corpo angosciato dal desiderio di ritornare Uno”

La terza sedia borbottando disse:

“eh si così la facciamo comunque rimanere in vita!io invece propongo che lei muoia bruciata viva dall’invenzione del principe: il lume eterno che don Raimondo realizzò triturando le ossa di un teschio ottenendo così una mistura, a base di fosfato di calcio e di fosforo ad alta concentrazione, che ha la capacità di bruciare per ore …”

Sara intanto guardava le sedie sbigottita, cosa stava accadendo? Era davvero lì? Forse sognava …capì che non era così quando la fiamma di un candeliere le investì la schiena tutta e sentì la voce di Raimondo aggiungere impazzita “ Un piccolo assaggio mio dolce tesoro, brucerai di dolore invece che di passione”

La quarta sedia sbalordita dall’idea della terza aggiunse:

“sarebbe fantastico vederla bruciare eternamente ma sai che puzzo! Io propongo invece che venga assegnata alla fame del Cristo velato come per il suo amante!” Sara ricordandosi della sorte del ragazzo incominciò a piangere allora il principe la afferrò per il collo e la portò davanti al cristo dicendo: “Mostrati mostrati !” allora la statua mostrò il viso del giovane tristemente finito.

Sara pianse ancora più forte e si dimenò per raggiungerlo ma il principe la prese stringendola forte e disse “E’ forse questo il vigliacco che volevi nella tua vita?” La strinse tra le braccia e la baciò prepotentemente, la sua saliva umida e lebbrosa sulle labbra vitali di Sara, la sua lingua sudicia e serpentina nella sua bocca. L’orrore la sconvolse.

“Cosa fai? Cosa fai?non la baciare stupido!non sporcare la tua perfezione con la sua vile carne di donna!”

“ma io.ma io.”

“niente Io, Noi abbiamo già deciso!non ricordi?”

La quinta sedia indignata dalle pretese della quarta sedia esclamò:

“Ma sei pazza! Ne vuoi fare due amanti vicini anche nella morte!altri romeo e Giulietta!!nelle tragedie l’amore non vince mai. L’umanità ne ha avuto già troppi di questi piagnistei. Io propongo che muoia asfissiata dal mantello impermeabile, altra nota creazione del nostro amato re!”

La sesta sedia  parlò:

“Possibile che nessuno di voi ha pensato alla cosa più bella mai realizzata dal Principe: le macchine anatomiche! Osservate quale crudeltà sia insita in queste opere! Quale squisita genialità malvagia!

Un uomo e una donna sono stati legati mani e piedi ad un tavolo operatorio, è stata loro iniettata una sostanza misteriosa che avrebbe metallizzato vene e arterie . Lo vedete quel braccio della donna uscito al di fuori, invocava aiuto la poveretta!così invocherà aiuto questa ragazza che ha osato offendere il nostro amato. Mi dispiace solo che non è in cinta come quella donna. Nel ventre si vede la placenta aperta dalla quale fuoriesce l'intestino ombelicale che va a congiungersi con il feto e il cranio del bambino si può aprire per osservare la complessa rete di vasi sanguigni.”

Sara vomitò sul pavimento del laboratorio.

“oh mia diletta quanto vorrei sposarti e vivere felice baciami ancora baciami, ti salverò” e si avvicinò...ma lei che era già inorridita dal precedente bacio lo colpì sul pene urlando:

“Eccoti finalmente castrato lurido verme!”

“Vedi Raimondo vedi che sbagliavi ancora a volerla salvare”

“taci tu … lei non sa quel che dice, non sa cosa vuole”

Mentre il principe si litigava con se stesso Sara prese il candeliere lasciato prima sul pavimento e gli infiammò i capelli.

“o Santissimo me come hai potuto!”

Ora la ragazza correva per raggiungere l’uscita della cappella e il principe era dietro seguito dalla sedie come fossero la sua armata. In quegli attimi era troppa la paura che la raggiungessero che non le riuscì essere attenta a dove andava. Si trovò di fronte delle scale a chiocciola, le scese, davanti a lei l’imprevisto, l’impossibile, lui, il medico che la stava svezzando, era lei su quel tavolo da operazione, era lei anche all’angolo della stanza con un mantello che le copriva il volto e non le permetteva di respirare; era lei sotto il lume eterno e bruciava lentamente; era lei crivellata da colpi e dalle palle di cannone; ancora lei risucchiata da un Cristo che pendeva da sopra il soffitto. La raggiunsero le sedie e una ad una la accerchiarono, stringendo sempre di più e ancora fino a non lasciarle nient’altro che quella mattonella, una misera mattonella l’ultimo spazio della sua libertà.

La settima sedia le si avvicinò e disse:

“Si vede che ti ha fatto schifo quello che hai sentito e quindi credo sarebbe una morte cruda ma non unica, perché già avvenuta per altri e non vera morte perché vivresti come statua. Io voglio la tua polverizzazione così che le tue parole contro il principe muoiano con te!”

Il principe di san severo sentite queste ultime parole si entusiasmò e decise per la settima sedia battendo forte le mani. Sara incominciò a polverizzarsi tutta dai piedi piccoli di ragazza, alle gambe rosse e rotonde, alla vita ancora per poco in vita, ai fianchi stretti dalla paura, al seno freddo e duro come marmo, al collo teso come filo spezzato dalle parche e poi quella bocca che un tempo bacio un cuore dolce e quelle narici che assaporarono i profumi della gioventù ma non seppero mai l’odore nostalgico della vecchiaia e infine quegli occhi che ebbero solo un ultimo istante per essere vivi, una sola lacrima da quegli occhi limpidi e chiari in cui si specchiava la morte, una morte bassa e  triste, una morte di nome Raimondo.

Il principe diede un ultimo sguardo alla cenere poi disse al dottore “portala via, disperdila nell’aria della notte”. Così lei volò nella notte, tra le vie di Napoli, entrò nelle case, sfiorò persone dormienti, volti di bambini con la tenue speranza di vivere tutta la vita. Allora forse quella cenere parlo parole fatte di preghiere, di speranze per tutti quelli che avevano anche solo ancora un attimo da vivere.

Il principe contento del risultato dimenticò la pena di essere solo. La sua isteria somigliava a quella di un Nerone, il suo era il ghigno di chi gode nel vedere il fuoco della sua onnipotenza. Se andò canticchiando una tipica canzone massone:

«Se tra noi luogo non hanno

Le tue ninfe, Amor, perdona;

Che ove il nome tuo risuona,

Tutto è colpa e tutto è inganno

Né tener san donne imbelli

Il segreto dei fratelli»

“Ah però come canto bene! Peccato che mia mamma sia morta così giovane … chissà che bel futuro di soprano castrato che avrei avuto.”