Qweros
(Roberto Stradiotti)
Lui le scattò ancora una decina di foto in rapida sequenza, poi si piazzò davanti al computer e mentre le guardava scriveva delle cose che gli venivano lì per lì.
“Posso vestirmi?”.
“Un attimo”.
Lei allungò il collo. “Come sono?”.
“Un attimo”.
“Sono stanca”.
Lui si voltò. Vide che aveva l’aria un po’ imbronciata, ma era sicuro che se le avesse chiesto di continuare avrebbe accettato. “Mi sembri...” disse, poi si fermò. “Mi manca la doppia V”.
“Ti sembro cosa?”.
“Faresti una doppia V? Poi ti vesti e andiamo a cena fuori”.
“Per fare la doppia V devi solo capovolgere la M. Allora, mi dici cosa ti sembro?”.
“E’ vero! Non è proprio la stessa cosa, ma chi lo direbbe che una doppia W è una M capovolta?”.
“Se non mi dici cosa ti sembro non esco a cena con te. Anzi sai che ti dico? Non esco, mi vesto e non esco. Anzi, non mi vesto e non esco”. Uscì sul balcone ad annaffiare i gerani.
“Guarda che ti vedono tutti”.
“Al sesto piano chi vuoi che mi veda? Vedranno una macchiolina rosa con dei peli e dei capelli. Hai mai visto una macchiolina pelosa?”.
“Ma adesso che ti prende? Perchè non vuoi uscire?”.
“Mi porti a vedere le insegne cinesi? No, perchè sono sicura che dopo un po’ torni a casa, mi fai spogliare e mi fai fare un ideogramma”.
“Vai tranquilla, non succederà”.
“E l’altro giorno, allora? Il cartello arabo? Anche allora hai detto non succederà. E poi una volta a casa mi hai spogliato e mi hai legato il reggiseno in testa per farmi fare la dieresi. Te ne sei scordato? Eppure avevi detto non succederà”.
“Non era una dieresi, erano dei punti”.
“Dieresi o punti la sostanza non cambia”.
“Cambia, l’altro giorno hai detto pi greco e invece era un carattere cirillico. Capisco la confusione, ma io non volevo farti fare il pi greco, che tra l’altro non è nemmeno semplice”.
L’acqua tracimò dal sottovaso e piovve sul cappello di un passante, che fece un balzo indietro, levò il capo e vide una macchiolina rosa pelosa che si scusava con un cenno della mano.
Lui si alzò e la raggiunse sul balcone. Le natiche di lei erano un omega perfetto. Le carezzò le spalle. “Su, non fare così, la vita è una sequenza di capricci”.
Lei guardava in basso. “La vita è una sequenza di persone svitate”.
Lui, che avrebbe voluto chiederle di fare una zeta semplice semplice, si rese conto che la misura era colma. “Vestiti, andiamo”.
Uscirono mano nella mano. All’ingresso del palazzo un uomo sorridente levò il cappello in segno di saluto e da sotto ne scese una cascata d’acqua e di petali di geranio.
“Il guaglione” era il paradiso della pizza. Il pizzaiolo non imbroccava un verbo e spesso si esprimeva a gesti, con un gran sorriso che significava tutto e niente, ma era un artista. Sapeva far convivere nutella e carciofini senza farli mai litigare. Salutò sventolando un disco volante di farina. “Sempre voi anche oggi siete i migliori miei clienti per sempre!”.
“Ci mettiamo al solito posto” disse lui.
“Solito! Arrivavo già ora!” promise il pizzaiolo. Il disco volante roteò nei cieli roventi e atterrò sul pianale di marmo.
“Non possiamo sederci a un normalissimo tavolo?” disse lei.
“Guarda che il tavolo a forma di U è speciale”.
“Ma è scomodo! Ci cadono addosso i pezzi di pizza, si rovesciano i bicchieri, ci diamo le gomitate… Accidenti!”.
Le mani di lui arrivarono alla gonna senza sforzo. “E’ molto comodo, dopotutto. Eh? Cosa ne dici?”.
Lei gli sorrise. “Sai essere molto convincente”.
Sulla caviglia di lui si materializzò un dolore così improvviso da lasciarlo stupito. L’uomo alle sue spalle agitò il bastone bianco nell’aria come uno spadaccino. “Mi scusi – disse – pensavo fosse la sedia”. Tastò il terreno, sentì qualcosa di morbido. Una gamba? Battè delicatamente, il bastone si impigliò in una stoffa. Una tovaglia? Delicati colpetti, e avanti fino a un cuscinetto morbido.
“Cavoli!” sospirò l’uomo, ritirò il bastone e si sedette al tavolo vicino in gran scioltezza.
“Mi stava toccando!” disse lei.
“Era solo un bastone, non devi preoccuparti”.
“Ti ripeto che mi stava toccando!”.
“Non è colpa sua se non ci vede”.
“Come fa a mangiare?” bisbigliò lei.
“Non dire sciocchezze”.
Il cameriere portò l’ordinazione e non passarono molti minuti che il pizzaiolo raggiunse il tavolo degli amici. “Speciale, davvero speciale questa sera. Gli ho fatto un grosso calzone per la signora, come piaccia a lei. Contenti per la sera?” Regalò uno dei suoi sorrisi e si ritirò parlando da solo.
Lui mangiò con frenesia, parlava poco e ascoltava lei che parlava del lavoro e delle cose accadute quel mattino e assentiva sempre e gli luccicavano gli occhi.
“Perché non parli?”.
“E’ bello anche ascoltare”.
“Stai pensando a qualche nuovo alfabeto?”.
“Ma no, cosa dici?”.
Uscirono brilli, attraversarono le vie deserte e tornarono nel loro appartamento.
Lui chiuse la porta e la spogliò, poi la fece sedere.
Lei sorrise, ora era pronta a fare di nuovo le lettere.
Lui le dipinse il contorno degli occhi con un pennarello nero.
“Cosa è, un animale?”.
Neri i capezzoli intorno.
“Un panda?”.
Nero l’ombelico e le rotule.
Lei si guardò nello specchio appeso dietro la porta. “Decisamente non è un panda”.
Nuove foto in rapida sequenza. “Sono sicura che è un linguaggio. Alfabeto morse?”.
Lui con le dita le massaggiò le orbite degli occhi, percorse il rilievo dei capezzoli, circumnavigò l’ombelico senza caderci dentro, carezzò la curva delle rotule. “Braille” confessò.
In quel cieco frugare non riusciva a trovare un significato, solo un sollievo temporaneo alla propria ossessione.