Quel giorno non mi aspettavo che...

(Emanuele Cerullo)

 

Quel giorno non mi aspettavo che il mondo e tutto ciò che mi circondava si trasformasse indescrivibilmente. Ne è passato di tempo, quasi un anno, ma è come se quell’attimo avesse rivoluzionato ogni cosa, la crescita della natura, la durata del tempo che, ahimè, non fu altro che una bolla d’attimo effimera: il Sole si spostò in cielo da una parte all’altra in un batter d’occhio, le nuvole correvano. L’ambiente era quello dell’attesa: molti erano i turisti che mi passavano davanti, molte le persone che in quel momento stavano ancora sul mio stesso pianeta, anche se mancava poco per la partenza su un altro mondo, lontano dai nove pianeti e da tutte le altre galassie.

Ero fermo, aspettavo solo lei, a Piazza del Popolo: la brezza, dolce come quella quiete che mi esternava dagli altri, mi aveva sussurrato che tra non molto tempo sarebbe venuta; guardavo a destra, a  sinistra, ma non la vedevo. “Quando attendi con ansia una cosa, essa non arriva mai; quando invece la senti lontana, sarà lei a venire da te”, mi dice la mente, ammesso che ce l’avevo una mente, in quell’istante.

Guardavo l’ora, i minuti passavano, ma non importa quanto aspetto, ma chi aspetto. Il vento si ferma, e con lui anche il Sole, anche le nuvole, si erano seduti sulla panchina del silenzio. La vedo arrivare da sinistra, si guarda intorno, poi volge i suoi occhi verso i miei, ci salutiamo, un po’ come fanno tutti, un bacio sulla guancia destra e uno sulla guancia sinistra, stava aspettando la mia prima mossa: quelle sue guance erano bellissime, come lei, come i suoi occhi accesi, unici, con un colore verde quasi soprannaturale.

Ci eravamo appena salutati in quel modo, come il saluto di due amici, ma io e lei non eravamo amici, ma molto di più. Dopo quel saluto abbiamo iniziato a camminare lentamente, senza alcun dialogo, senza metterci mano nella mano: intanto il tempo riprende a scorrere lievemente, mi segue, lo sento alle mie spalle pronto per essere sbattuto sulla panchina del silenzio da un attimo che stava per nascere.

Ci siamo fermati entrambi, contemporaneamente, sentendo la navicella dell’amore arrivare alla destinazione, un viaggio durante un attimo, un altro mondo.

Fermi, uno di fronte all’altro, più vicini che mai: stavamo calpestando su un vuoto, non era terra, non era asfalto, sentivo le sue labbra rosse attratte dalle mie, mi sono avvicinato: le mie labbra hanno toccato le sue, il mio cuore è scoppiato in infiniti brandelli, poi si è ricomposto con quel bacio lento, passionale, e i nostri corpi uniti sono volati, abbandonando il pianeta; abbiamo sfiorato e superato le stelle, siamo andati più su, poi dopo averla baciata la abraccio, mi sussurra un Ti amo all’orecchio che mi fa chiudere gli occhi per sentirlo dentro, per far scorrere il sangue necessario per vivere, per far battere quel mio cuore che le avevo donato ricambiando il Ti Amo.

Ci eravamo avvolti, eravamo diventati una cosa sola, arrivando sulla vetta dell’universo con quei baci, con quei ti amo, con quegli abbracci, con le nostre mani l’una nell’altra.

Avrei voluto rimettere le lancette dell’orologio indietro, fermare quel tempo che era scorso fastidiosamente; ci siamo salutati: quel Sole che emetteva il tramonto più dorato ci aveva sciolti come cera, anche se ormai i nostri corpi erano vicini a coccolarsi… così ci siamo ricomposti con altri baci e con altre carezze, ma l’ora del saluto era già arrivato. Tornai a casa.

Sentivo il battito del cuore più forte, che aggiunge altra vita: avevo il suo cuore, che ora è rimasto intrappolato nel mio petto, senza mai più uscire.

 

Emanuele Cerullo