UNA NINFA MODERNA
(Paolo Petitto)
L’inferno del mio mondo
non è pieno di fuoco:
non gireremo in tondo
come in un folle giuoco.
L’inferno del mio mondo
è solo amare poco.
Prima di conoscere Debra, dei mormoni sapevo ch’eran ragazzi vestiti di nero appostati all’ingresso della via principale della mia città a chiederti che cosa pensavi di Gesù e robe simili. Insomma, rompevano le palle col solito spiritualismo porta a porta, tipo testimoni di geova. Dopo averla conosciuta... beh, aspettate un attimo, mica ve lo dico subito, sennò mi finisce il racconto e la suspense va a farsi friggere. Ricomincio.
Quando decisi di fare una vacanza alternativa, dio mi benedica, e di passare una settimana con una semisconosciuta, non avevo in mente che il rischio era così grande. Di lei mi avevano colpito la bellezza (ho sempre dato molta importanza all’aspetto fisico, anzi diciamo pure che è l’unica cosa che mi attrae in una donna), il portamento e, perché no, anche il fatto che avesse una certa predisposizione estetica, visto che diceva di dipingere e di scolpire. Un’artista, ma guarda te. È vero che oggi son tutti artisti, son tutti indaffarati a scrivere, a progettare, a creare nuovi stili e stilemi di vita e di spettacolo, a inventare performances di ogni genere, ma, vedete, questa era diversa.
Lo so, lo so, tutti gli innamorati giurano a se stessi di non avere mai incontrato una ragazza così e cosà, con quel sorriso e tutte quelle panzane con le quali si illudono, i poverini, che il significato della loro esistenza possa essere svelato da un essere dalle gambe lunghe e dal sorriso di rubino; eppure, credetemi, talvolta è bello lasciarsi andare al sentimento e trasformare il proprio cinismo, se non proprio in amore romantico, in realismo magico. I lettori un po’ più colti mi capiranno, degli altri non mi frega un granché: ci arriveranno in un’altra vita e smettano pure di leggere.
Insomma appena la vidi ebbi un colpo di fulmine. L’ironia della sorte è che mi iscrissi a quello speed-date assieme alla ragazza che in quel momento mi filava già da un anno e che stravedeva per me. Carina, simpatica, una biondina dalla silhouette di modella e dalla risata dolce e avvolgente. A un certo punto arriva lei, Debra, alta, bellissima, un po’ mora e un po’ bionda, dagli occhi neri come la notte e dalle gambe lunghe lunghe. “Questa è una bomba” pensai subito, e m’informai dagli altri ragazzi chi cazzo era e cosa faceva. La favella non mi è mai mancata, nessuno mi batte nella dialettica e nell’intorto, per cui mi preparavo a circuirla a qualunque costo coi mezzi verbali più disparati e sofisticati. In questo genere di incontri hai pochi minuti per presentarti e per colpire l’avversario, cioè la ragazza. Mi diedi da fare, mentre assistevo con compiacimento ai successi della mia amica innamorata, che ogni tanto mi guardava e sorrideva, come a far rimbalzare il suo fascino e il suo desiderio dagli aspiranti maschietti al sottoscritto. Anch’io non ero da meno. Le conquistavo tutte o quasi. Il mio viso, la mia cultura (ahi, vanità tremenda, ecco a cosa servono i libri, a conquistare le donne, né più né meno di una chitarra, dei quattrini, del potere e della fama), il mio fascino innato e senza tempo, la mia eterna giovinezza, la mia irresistibile gioia di vivere e di sperimentare le affascinavano.
Vi sembrerò antipatico, lo so bene, perché mi lodo. Ma io credo che la Vanità, ammesso che Essa esista, vada combattuta sul suo stesso livello: occorre giungere al massimo grado di superbia per cadere giù e ricominciare, come successe a Lucifero e a tanti grandi. Io sto ancora salendo. Magari non cado, chissà. Del resto, se sono un narciso, sono un narciso che sa tollerare il narcisismo altrui, per cui non rompete troppo, visto che umiliarsi di fronte agli altri vi renderà simpatici, d’accordo, ma anche miseri. Stendhal chiamava questo atteggiamento egotismo, ma ha avuto poco successo. E poi a che pro ti umilieresti, se stai nel mondo? Rousseau aveva ragione quando credeva che ormai occorre fingere virtù che non abbiamo. Ma non è sempre stato così? E non vi sono forse attitudini e trucchi coi quali scoprire le menzogne? Io stesso non sopporto i vanitosi, i superbi, gli orgogliosi a oltranza, eppure faccio parte di questa esecrabile categoria di stronzi. Come le conquisti le donne, sennò? Le donne belle, intendo, belle e stronze come piacciono a me?
Ebbene, Debra era bella e stronza. Mi piacque subito. La volevo conquistare subito. Baciarla, farmela, portarmela a letto il più presto possibile. Mettere una tacca sul fucile, una bella tacca grossa e incisiva.
Sì, col cavolo. Questa mica la dava così. Mi disse subito ch’era mormona. Mormona? Come quei corvi all’ingresso della via? E cosa vuol dire essere mormoni? Preghi prima di mangiare? Beh, ok, che mi frega, basta che cucini. Ma no, non sono cinico, è che se anche qui non ti metti al loro livello, ciccia. Per andare con una bella e stronza devi essere bello e stronzo anche tu. E sia. Let It Be.
Di ragazze bellissime ne ho avute. Una avrei potuto/dovuto sposarmela, un’altra mi trattò male e la mia vendetta fu terribile. Ma queste sono altre storie, e se siete anche voi belli e stronzi ne avrete mille da raccontare. Le ascolterò o le leggerò: non si finisce mai d’imparare (questa annotatevela, ch’è originale). Il fatto è che non ho tecniche per abbordare le femmine, perché non ve ne sono. Non funzionano mai. Son come quelle fregnacce che si studiano in Pedagogia (ora la chiamano Scienze della Formazione, mamma mia che pena) e che quando le vai a mettere in pratica resti con un palmo di naso perché il bimbo ti piscia sulla mano. La verità è che esiste una, una sola verità in campo educativo: se tu vuoi insegnare qualcosa a qualcuno - sia questo qualcuno una studentessa, una figlia, una morosa o peggio una moglie - beh, lei farà l’esatto contrario di quello che le dici di fare. Proprio così, l’esatto contrario. Per cui devi indorarle la pillola, devi farle credere che la scelta vera e profonda (ah, quanto sono profonde le donne!) nasca da lei. Così la fotti. Che maschilista, direte. Ma no, dai, fate così anche voi, no? È per il loro bene, sennò si perderebbero nel Mondo. Questi termini roboanti (“perdersi nel Mondo”, “l’Avversario” ecc.) mi vengono dalle tirate isterico-sermoneggianti di Debra, e non mi dispiacciono, giacché fan risaltare la loro inanità e preludono forse all’indulgenza plenaria che mi concederà il dio mormone quando mi presenterò al suo castello nello Utah.
Ma torniamo a noi. Il modo in cui parlava mi faceva impazzire. Notavo sotto le sue parole e i suoi gesti un fare da troia che mandava in estasi il mio senso estetico. Me la sarei fatta lì per lì, con tutte quelle arie che si dava perché faceva la pittrice o non so che altro. Ho sempre odiato la pittura, o meglio mi ha sempre terribilmente annoiato. Ma cos’è che non mi annoia, oramai?
- Dipingi? Splendido! È la cosa che amo di più. Pensa che gli artisti simbolisti hanno ossessionato la mia vita per più di due anni e...
- Ma dai? Perché ossessionato?
- Beh, sai, tutti quei colori, quei sapori...
- Ah, perché tu riesci a cogliere anche i sapori... sei sinestetico...
Quando una bella donna pronuncia una parola difficile io rabbrividisco. Perché nove volte su dieci la usa a sproposito. A parte il fatto che il termine “sinestetico” l’aveva coniato lei e come neologismo non valeva un granché, il suo tono preludeva a una tediosissima conversazione sulle corrispondenze tra i sensi. Sensi uguale sensualità. Non mi lasciai sfuggire l’occasione. Banale, direte voi, ma per conquistare esseri banali bisogna adeguarsi ad essi.
- Sì, è vero, come hai fatto a capirlo? Riesco a intuire le corrispondenze, hai presente Baudelaire?
- Ma guarda! Anch’io pensavo a Baudelaire! Che coincidenza! Che bravo che sei!
Che coincidenza un cazzo: timeo fœminas et dona ferentis. Quando le donne ti fanno un complimento, purtroppo è quasi sempre perché ne vogliono mille in cambio. E glieli feci. Pochi minuti per lusingarla, blandirla e farle ascoltare tante di quelle sciocchezze sulla linea della sua bocca, del suo naso, sullo sguardo incantevole e malinconico e via andare, che quando la lasciai era ubriaca delle mie parole e dei melensi sorrisi che inventavo per lei ogni volta che passavo vicino al suo tavolino.
La mia amica nel frattempo si divertiva a stornare i corteggiatori lanciandomi sguardi intensi che mi imploravano di non prendere troppo sul serio le altre ragazze. La rassicuravo. In fondo le volevo bene. Un bene dell’anima. Era stata ed era l’unica donna sul cui amore avrei potuto giurare in eterno. Beh, in eterno non lo so, ma comunque era la creatura più divertente che avessi conosciuto negli ultimi anni, almeno da quando avevo cominciato a frequentare i transessuali. Ma no, lei non era un trans, che avete capito, lei era una vera donna, e che donna, ma insomma, non so perché, tutte le mie ultime conquiste avevano tentato, quasi sempre senza riuscirci, di truccarmi come una femminuccia, ed io ci avevo preso gusto, come se accondiscendere a questa innocente trasgressione potesse potenziare la sensualità, in me già prepotente e inarrestabile. Come se la mia esuberante voglia di vivere non si potesse contenere nella canonica eterosessualità.
Comunque sia, alla fine dello speed-date avrei voluto rimorchiare Debra per benino, ma la mia amica non poteva restare giacché le figlie l’aspettavano, per cui tornammo a casa, lei dal marito ed io dai miei. Sì, lo so, vi domanderete come mai uno sbruffone simile viva ancora coi suoi genitori. Potrei dirvi che ho la mamma eternamente malata oppure che ho avuto tremende delusioni d’amore oppure ancora che per carattere non sopporto di contrarre debiti, ma non ci credereste. Per cui fatevi i cazzi vostri e magari se ci conosceremo meglio vi dirò la ragione vera. In ogni caso Debra non l’avrei rivista fino ad ottobre, a Padova, e quando accadde mi parve che gran parte della sua bellezza fosse svanita. Toltale la minigonna, il suo incedere da modella superfika e le sue arie da artista che si crede un genio, beh, mica mi attraeva più di tanto. E poi era più alta di me (un vero sacrilegio). A dire il vero le arie da genio un pochino le aveva ancora. Del resto la nostra è l’epoca in cui tutti si credono geni. Non c’è attorucolo, registucolo, poetastro, cronista, presentatore, scrivano, musico o imbrattatele che non si creda un genio. E questo vale anche per le professioni che non riguardano lo spettacolo e le cretinerie ad esso collegate: nessuno vorrebbe cambiare la propria testa, è curioso ‘sto fatto, come se la natura ci accontentasse illudendoci riguardo alle nostre possibilità intellettuali. Si sa invece che la maggior parte della gente non capisce un cazzo. Non sa un cazzo. Non gliene frega un cazzo di niente che non sia il proprio benessere materiale e in seconda battuta quello psicologico. Mica è poco, direte voi. No, è poco, dico io. E allora tu, che pensi solo a scopare? Eh no, qui è l’errore, cari miei: a me non interessa scopare, come dite voi con linguaggio osceno, bensì conquistare le donne, affascinarle, afferrarle nella mia ragnatela emotiva e farle mie. Se si arriva al sesso, bene, chi lo nega, il sesso è piacevole, ma non è la mia meta finale e assoluta. Spesso provo più piacere masturbandomi, visto che la maggior parte delle donne fa sesso come lo farebbe un sacco di patate e non ama sperimentare e trasgredire veramente, a parole sì, ma poi in pratica fanno pena e tutte quelle chiacchiere sulla dolcezza degli uomini che non trovano e che stanno cercando l’anima gemella per avere dei bambini e che loro vogliono un uomo così e così son quasi sempre balle perché poi quando si viene alla resa dei conti queste stronze vogliono solo che le si sbatta per benino come fossimo all’età della pietra e che le si tratti come le peggiori puttane del mondo. Del Mondo, direbbe un mormone. Ma siamo all’Età della Pietra, diamine, cos’è cambiato da allora in queste cose? e allora siate dolci quando non potete fare altrimenti, dico ai maschi, e siate violenti quando l’occasione è propizia. Quando avvistate il Kairòs, come dicevano i miei amati Greci, non abbiate pietà.
Scusate, il monologo interiore (ma dovrei forse dire le sparate senza senso) non fa per me, quando leggo di queste cose mi annoio (io mi annoio sempre, tranne quando ho vicino una bella donna o quando leggo un bel libro) e non vorrei cadere in queste trappole postmoderne del cazzo. Ma no, anche un bel film mi piace, basta che non sia d’autore. E non mi annoio neppure quando mangio un buon cioccolato o bevo la coca-cola (ma dura troppo poco, direbbe Schopenhauer, poi ritorna la noia o più spesso il dolore). Del resto tendo allo sproloquio perché Debra tendeva allo sproloquio. Non ho mai conosciuto una che parlasse tanto. È ovvio che una che parla tanto dice un sacco di cazzate e di cose insignificanti (almeno per te che ascolti), non può essere altrimenti, perché se dicesse cose belle e significanti dalle nove di mattina all’una di notte diventerebbe ugualmente insopportabile e la manderesti a cagare ancora prima.
- Bisogna essere colti ma non pedanti – le insegnavo sui dirupi dell’isola di Rodi quando poi decidemmo di partire insieme, e naturalmente l’effetto pedagogico fu che divenne pedante ma non colta. Non credo conoscesse la Lolita di Nabokov (e nemmeno quella di Kubrick, epiteti a lei sconosciuti), sennò credo che si sarebbe resa conto di impersonare una ninfetta ormai cresciuta e imperdonabile. Spesso ho pensato che le ragazze moderne fossero più o meno tutte simili a lei, a Debra. Maliziose e tentatrici. Incarnazioni del Demonio. Un demonio che si diverte a toglierci la passione per sostituirvi la vanità, come se a forza di collezionare amori non comprendessimo più la forza del sentimento. Io avevo il terrore di trovarmi in un mondo in cui l’entusiasmo e l’amore fossero sbiaditi. Per me la giovinezza equivaleva all'intensità: una volta che avessi amato poco, sarei sceso, anzi caduto all’inferno. Lessi a Debra una mia poesia al riguardo su una delle tante spiagge che toccammo, e lei ne fu così colpita che la trascrisse sul telefonino. Quale onore.
Come Lolita, anche Debra era una mammona. La vacanza l’aveva organizzata la mamma. Ora, una che si fa fare la vacanza dalla madre è cretina per definizione. E per quanto la madre sia bella (fattore in questo caso irrilevante) e accorta sulle rotte pericolose e infìde di Internet, a trent’anni dovresti aver capito che le vacanze estive sono come le scelte più intime della vita: gli altri non c’entrano. Ma tant’è. Eravamo quasi due sconosciuti. Partimmo in aereo da Venezia e ci ritrovammo a Rodi a notte inoltrata. Talmente inoltrata che quasi albeggiava. Caldo asfissiante e zanzare kamikaze che miravano al naso e alle orecchie per il puro gusto di tenerti sveglio. Un bell’inizio, pensai. E quelle sue gambe chilometriche che mi passavano di fianco con una nonchalance mista a un artato compiacimento. Era consapevole del suo fascino e lo sperimentava su di me. Ma no, che dico, queste son cazzate: sculettava davanti a me per vedere quanto avrei resistito prima di saltarle addosso.
Mi venne un’idea. E se l’avessi ignorata? No, non potevo, non sarebbe stato credibile con un pezzo di figa così: rischiavo di farle credere ch’ero frocio. Allora ci avrei provato dolcemente, come fa un fidanzato innamorato che contempla negli occhi dell’amata l’irresistibile desiderio di ritornare alle fonti della vita come se le sue cosce custodissero l’ombelico del mondo. Oops, del Mondo, scusate. Così decisi, così feci.
I primi tre giorni furono meravigliosi. Dire che ci siamo divertiti non rende affatto tutto lo stupore e la gioia di vivere che provammo assieme nel percorrere sullo scooter i lungomari, i dirupi, le cittadine dell’isola. Il vento sulla pelle, il rumore delle onde, il colore turchese e cangiante che ci avvolgeva, tutto .... tutto congiurava affinché ci innamorassimo. Come nelle più trite love stories. Io recitavo la parte del pulcino bagnato che contemplava le sue grazie come se da esse, e da esse sole, potesse giungere un messaggio di verità spirituale che avevo sepolto in me da secoli. Lei si destreggiava tra atteggiamenti pseudoromantici e pose troiesche: di stantuffare, comunque, nessuna voglia. O meglio, la voglia di abbandonarsi lei ce l’aveva, eccome, ma la sua religione – così diceva – non glielo permetteva.
Tra stauroteche turche, campanili bizantini e monasteri ortodossi ciò che stava nascendo tra di noi assunse un’aura ambrata, come se tutta la storia greca si presentasse al nostro cospetto per ostentare la propria bellezza spirituale: ma forse che si ostenta lo Spirito? Che razza di domande. Un santone zen direbbe di no, ovvio, perché ogni volta che ti bei delle tue possibilità le perdi subito. Mi chiedevo però che senso aveva cercare l’umiltà quando per natura umile non eri. Mah, mi dicevo, forse me lo insegnerà Debra, ammesso che possa insegnarmi qualcosa una creatura impregnata di Vanità e di Fanatismo, una mantìcora nata sotto il segno dello Scorpione e dal pungiglione sempre all’erta.
Anche il mio pungiglione (scusate la triviale metafora) era sempre all’erta, sempre in semierezione, sempre vivo e vivace come tutto il mio carattere. Non nascondo che la cosa che mi butta più giù (in tutti i sensi) è il rifiuto da parte delle donne: non lo sopporto, mi pare una contraddizione logica, una sorta di errore del creato. Quando mi dicono di no (ma accade di rado, molto di rado) m’incazzo. In questo senso ero più vanitoso di Debra, perché nella mia stupidità credevo di avere, oltre al corpo, anche il carattere erogeno. Si vive di illusioni, si sa: lei aveva la vanità di chi crede d’essere nel giusto, io quella di chi sa che tutto si risolve in una bolla di sapone.
- Vedi – mi diceva ad ogni piè sospinto (e i piedi li sospingemmo parecchio, avendo girato l’isola in lungo e in largo) – per me i sentimenti sono sacri, la vita è sacra, il geco che è scappato da sotto il letto appena abbiamo acceso la luce nella nostra camera a Filiraki è sacro, insomma tutto è sacro. Anche il tuo amore per me.
- Guarda che io non ti amo. Ma proprio per niente – fui costretto a ribattere.
- Ma sì, lo so, dicevo per ridere. Tanto è solo questione di tempo. Se ti baciassi qui, nella città vecchia di Rodi, sotto questo campanile dalle forme turche, ti innamoreresti subito. Ne sono certa.
- Io odio i Turchi. Hanno un paese del cazzo, ibrido e autoritario. Hanno massacrato i Curdi con le armi americane fino al ’99. Scendere nelle loro prigioni è come scendere agl’Inferi.
- La politica non mi prende. Che c’è da dire in politica? Sempre ‘ste guerre, ‘ste facce tonde e calve che si disputano tre metri di terra...
- Terra sacra. È sempre colpa delle religioni.
- Non bestemmiare. È colpa degli uomini.
A volte mi veniva la tentazione di prenderle il viso tra le mani e di ucciderla di baci. Tutto quel gran parlare di Dio, dei Mormoni, della sacralità della vita mi nauseava. “Sempre ‘sto dio di mezzo” pensavo quale novello Innominato. E forse mi nauseava proprio perché anch’io avevo maturato (che brutta parola, mi è sfuggita, scusate tanto) una concezione della vita e dell’universo che non era molto dissimile dalla sua. Solo che io credevo fermamente e con entusiasmo (ma ci credevo ancora o no?) nella Metempsicosi.
- Vuoi dire nella reincarnazione? – fece lei quando fummo a letto (io nel mio e lei nel suo).
- Sì – le risposi. Mi sembrava l’unica risposta accettabile al dolore del mondo.
- Il Male è il Demonio – sputò lei.
- Che assurdità. Anche fosse vero che il Diavolo domina i desideri della carne, che male ci sarebbe in un po’ di sesso tra noi?
- Ma che c’entra questo? Vedi che sei tentato tu stesso?
- Non dirmi che non ne hai voglia – argomentai malamente.
- Se ne ho voglia sono affari miei. E in ogni caso non lo farei con te. A noi mormone non è permesso giacere con un uomo prima del matrimonio.
- “Giacere”... ricorda il morire. Amore e morte. Come siete romantici voi mormoni.
- Non scherzare sulla fede altrui, ti prego.
- Ok – ammiccai sorridendo – non lo farò. Però tu promettimi che sarai meno fanatica.
Lei si scaldò. Avete presente quando cresce la marea? C’era un angolo di spiaggia a Rodi dove le onde ti scaraventavano lontano come fossi un fuscello. Era piacevole lasciarsi andare alla loro forza d’urto, ma anche pericoloso. In un altro luogo incantato, sulla punta meridionale dell’isola, il Mar Egeo e quello Mediterraneo si toccano quasi e si salutano grazie ad una lingua di terra che ammira i surfisti sfidare le onde come se fossero creature dotate di ragione. Sapete quando una conversazione inizia in modo piano, quasi una calma di mare, e poi a poco a poco, non si sa bene perché, acquista toni sempre più accesi, ambigui, cipigliosi, come se un demonietto, stavolta sì, si intromettesse tra voi e l’interlocutore e si divertisse a dare alle parole un significato che non avreste mai voluto dar loro? Per farla corta, stavamo per litigare.
- Io non sono fanatica. Il fatto è che i cinici come te...
- Io non sono cinico – mi difesi facendole il verso, inforcando i nuovi occhiali da sole che avevo comprato poco prima e pavoneggiandomi allo specchio.
- I cinici come te, perché tu lo sei, eccome...
- Ma no, ti dico, mi fai incazzare, che cosa vuol dire essere cinici? Non tirarmi fuori la definizione di Oscar Wilde: è logora. Solo perché la Natura con la N maiuscola ha deciso che sento attrazione per te sarei un cinico? Un cinico dunque è colui che segue la natura? Ma dai...
- Mi lasci finire? – sbottò lei. - Dicevo che tutti quelli come te, stronzetti vanitosi e bambini fino a 50 anni ed oltre, furbetti della peggior specie, non capiscono che vivere una fede in modo sentito vuol dire viverla in modo assoluto. All’inizio il dubbio ti può anche prendere, per carità, è umano, ma poi la tua libertà la conquisti, a te che ti piace conquistare, solo scegliendo una cosa e una cosa sola. Io ho scelto Dio.
Ebbi un conato di vomito e non riuscii a nasconderlo. Sentire ‘ste stronzate da una troietta vanitosa camuffata da suorina, lungi dal farmi sorridere, mi provocava strozzature allo stomaco. O era la moussakà che si rivoltava?
- In ogni caso non te la darei mai – concluse in modo inatteso.
- E questo che c’entra?
- C’entra. Tu sei venuto in vacanza con me perché volevi fare quelle cose con me. Vedendo che non ci riuscivi, ti sei rivoltato contro di me coi più assurdi pretesti.
“Era vero?” mi chiesi. Forse un pochino sì: alle donne puoi nascondere un conato, mica un desiderio. Intuiscono tutto, hanno mille antenne, nulla sfugge ai loro radar: si ricordano persino il colore dei calzini che avevi il primo giorno in cui le hai incontrate. Per cui ribattei:
- Questo non c’entra assolutamente nulla. Di donne ne ho anche troppe, se è per questo. Non dovevo venire a Rodi a fottermi una stronza come te. E poi non sei quella bellezza che credi di essere. Sei solo un tantino al di sopra della mediocrità. E parli troppo, troppo anche per uno come me che parla tanto. Batti persino la mia amica Gloria, bella e simpatica.
- Te la sei fatta?
- Chi? La Gloria?
- Sì, lei. L’hai scopata?
- No.
- Però c’hai provato, come con me.
- No.
- Bugiardo – incalzò lei.
- No, è una cara, carissima amica. Sposata. Fanatica come te ma non lo dà a vedere. Tu lo dai a vedere. E dai a vedere anche sempre queste gambe lunghe che ti ritrovi, che mannaggia a te mi eccitano da matti perché sei sempre scosciata e me le sbatti lì ogni volta che passi...
- Ma scusa, è estate, c’è un caldo marocchino e dovrei vestirmi con le palandrane di tua nonna?
- Lascia stare mia nonna. Non vali un’unghia delle sue.
- Ohó, il piccolo si adira perché le tocco la nonna. Era un modo di dire.
- Beh, è un modo di dire anche che sei una gran troia.
- Offendi. Non solo infanghi la mia fede, ma anche la mia persona.
- Beh... sì. Perché no.
- Sei uno stronzo.
- Anche tu.
- Beh, vedi che abbiamo ristabilito la parità? Sei contento?
- Spiritosa. Dammi la mano.
- Perché?
- C’è sempre una ragione per tutto nelle cose? Dammi la mano, Debra.
- Sì, c’è sempre un ragione, sai? Tutto è sacro e...
- Se mi ripeti ancora che tutto è sacro ti violento nel bagno.
Moriva dalla voglia di ripeterlo, ma si trattenne e cominciò a snocciolare una delle sue preghiere mormoniche col piglio di chi è scampato a un attentato terroristico.
Insomma andavo in bianco. Il grande conquistatore di ragazzine, ragazze e donne non ce la faceva. Avevo una voglia terribile e dovevo masturbarmi di nascosto mentre lei dormiva. Com’è noto, questo fa incazzare le donne: vogliono stravincere e vederti al tappeto, per cui se ti concedi a te stesso temono che il tuo narcisismo superi l’attrazione che provi per loro. Son proprio stronze, non c’è niente da fare.
Come dicevo più sopra, i primi tre giorni furono indimenticabili: io scherzavo, la accarezzavo di soppiatto, mi comportavo come un fidanzatino alla sua mercé e speravo così di abituarla alla mia voce, ai miei modi, al mio fare suadente e arrendevole. I suoi capelli ora erano castani, ora biondi, ora mordorè. Lei stessa mutava e si trasformava ora in una ninfa dallo sguardo malinconico, ora in una gorgóne circondata da rettili (ma non mi avevano detto che sull’isola di Rodi non esistevano serpenti?) ed ora in un “daímon” protettore delle notti d’estate. Sembravamo due dèi scesi dall’Olimpo per appurare se la felicità dei mortali fosse ancora possibile. Se l’intensità dell’amore puro e disinteressato fosse ancora un desiderio realizzabile o piuttosto un mito antico e quasi dimenticato. Lo so, sto sconfinando nel patetico, ma è così che mi sentivo allora. Mi sembrava di vivere un amore puro senza sessualità. Le raccontavo il Simposio di Platone e lei mi ascoltava senza batter ciglio. Alla fine sbatteva gli occhioni e ti ricompensava con un “Bello!” dal tono talmente veneto che ti domandavi s’era un epiteto contemplativo oppure un’antifrasi senza appello.
- Sai che sei stato sfortunato? Tutte le mie amiche, dico tutte, avrebbero ceduto alle tue lusinghe. Sì, insomma, te l’avrebbero data. Sei troppo affascinante e ci sai fare, lo ammetto. Se non altro sarebbero venute con te per far rabbia a me – mi diceva mentre correvamo in scooter lungo la scogliera di Lindos.
- Ah sì? – le rispondevo alzando il sopracciglio. – E perché dovrebbero far rabbia a te?
- Non lo so. Negli ultimi tempi sembran tutte un po’ invidiose.
- Se ti vedessero adesso sì che t’invidierebbero. Dove lo troverebbero un ragazzo che alla mia età sia carino, simpatico, intelligente, colto, sensibile, sportivo...
Il suo “già” mi stupiva. Perché non si lasciava andare? Possibile che una religione potesse tanto? IL mio dubbio, ma no, era una certezza, più certa della fede di lei, era che lei morisse dalla voglia di stare con me. Perché sesso e religione sono così spesso legati? Mentre il vento ci scompigliava i capelli mi sovvenivano alla mente i film di Buñuel e non potevo non riflettere sulla potenza del Desiderio.
- Che sia rivolto alla divinità oppure al corpo, è sempre il Desiderio che ci tiene in vita, non credi? Per cui varrà la pena accarezzarlo, blandirlo, proprio come faccio io con te.
- Come? – faceva lei. – In moto non ti sento se non ti volti.
- Sei bellissima – furfanteggiavo io mentre mi godevo il panorama e quel turchese inimitabile del mare che circonda le coste greche.
L’agenzia lo chiamava “appartamento”, ma di fatto era una stanza corredata da un bagno e da un lavandino. Non avrei mai creduto che sarebbe stato così facile convivere con una creatura così bizzarra e così capricciosa come Debra. Del resto io lo ero anche più di lei. Da diversi anni la mia femminilità era esplosa in forme e modi che non avrei mai creduto possibili. Ogni ragazzina, ragazza o donna che mi avvicinava lo intuiva subito e gran parte del mio fascino (se ne possedevo uno) mi derivava da questa ambiguità. Mi divertivo a invertire i ruoli e a pervadere la personalità della mia partner di tentazioni soavi e impossibili, a tal punto che invece di definirmi perverso mi credeva prodigo di vivacità e di novità insperate. I preliminari erano il nostro prònao, ma nel tempio non riuscivo a entrare.
- Se avessimo molte vite, magari infinite, tutto il male e il dolore del mondo potrebbero essere non dico spiegati, ma almeno sopportati con più consapevolezza – azzardai una volta sotto l’ombra d’un ulivo.
- Non credo nella reincarnazione. È troppo facile.
- Troppo facile? – ripetei mentre avviavo lo scooter.
- Sì, troppo facile. Che gusto c’è a provare tutto? Non erano i tuoi filosofi greci a dire ch’eran stati pesci del mare e puttane nel postribolo, contadini e imperatori, bambini strangolati appena nati e vecchie morte a novant’anni?
- E che gusto c’è a provare una cosa sola? Che pietra di paragone hai? Che senso ha morire appena nati, quando non hai neppure la consapevolezza d’essere un individuo?
- Beh, che ne sai, magari la vita di quell’innocente continua sotto altre forme e il suo destino era proprio quello di fare quell’esperienza... tutto è sacro...
- Uffa, co’ ‘sto tutto è sacro mi hai rotto. Se tutto è sacro lo è anche il sesso, e allora perché non lo fai?
- Perché lo voglio fare con la persona giusta. O tutto o niente. Tu non pensi ad altro che al sesso, altro che conquistare le donne. Siete tutti uguali. Ho un amico...
- Non me ne frega un accidenti dei tuoi amici. Da quel che dici, non ce n’è uno che mi stia simpatico. Una massa di vanitosi e di dongiovanni da quattro soldi.
- Ma non hai detto che tua madre ti chiamava “dongiovanni da strapazzo”? Vedi che siete tutti uguali?
- Mia madre non è più quella di una volta. Ha troppi mali, l’entusiasmo per la vita l’ha lasciata. Quell’espressione...
- Insomma, l’hai detto tu. Guarda quel monastero! Voglio andare sul picco a vederlo! Voglio andare sul picco a vederlo! Ti prego, accelera.
- Ma lo scooter non ce la farà. Andiamo a piedi.
- No, in moto – insisté lei.
Alla fine mi voltavo per guardare i suoi occhi (o le sue gambe) e cedevo come da copione. L’isola ci apparteneva, era nostra, il Mare ci parlava a viva voce tramite le onde e il vento incessante e il cielo indulgente e noi ci lasciavamo cullare da tali visioni e correvamo leggermente ebbri, una kore e un kouros dimentichi di sé e del mondo intero.
Non è finita. Niente finisce, tutto corre all’infinito e talvolta ripensavo a quei discorsi assurdi secondo i quali l’eternità non è data dal tempo che scorre dimenticando se stesso, bensì dalla consapevolezza dell’istante, dell’attimo, cosicché siamo eterni in ogni momento della nostra vita.
- E della nostra morte – fece lei con nonchalance.
- Già. Ora che ci penso – riflettevo ad alta voce mentre la seguivo su per il sentiero che portava ad uno degli innumerevoli monasteri (non più d’una casetta arrotondata da cui uscivano canti ortodossi che parevano parodie di se stessi), - ora che ci penso mi dirai che la morte è un passaggio e tutte le solite sciocchezze del genere spiritualistico-new age...
Mi guardò male, poi disse: - No, più che un passaggio la morte è un rito di passaggio. Vale più per i vivi che per i morti.
Touché. La fatica della salita mi tolse la voglia di ribattere, tanto che mi accesi l’ennesima sigaretta. Il fatto di vivere per una settimana nel paese più dedito al fumo nel mondo intero mi rassicurava sul mio vizio. Da anni cercavo inutilmente di contenere le sigarette entro le 9 o 10, e da anni giocavo con me stesso nel decidere la data di questo fatale e sempre procrastinata inizio. Tirare in ballo Zeno Cosini e i suoi riti non serviva: il fumo per me ricordava per analogia lo stato del drago, e forse non era un caso che in alcuni dialetti del nord si identificasse il maschio con quell’animale mitico. Dal mito al gioco non v’è che un passo: spesso scherzavo con lei imitando le inflessioni dialettiali italiane o gli stupidi jingle degli spot pubblicitari di moda: lei rideva e rideva e rideva e a poco a poco si adattava al mio modo di fare e soprattutto di parodiare a tal punto che prendeva lei l’iniziativa e mi costringeva ad entrare nel suo mondo immaginario, come fossi un personaggio escogitato dalla sua fantasia per abbellire e divertire con una lieve pennellata di colore il quadro della sua vacanza. Non andava, stavo perdendo il controllo, dovevo fare qualcosa.
L’occasione venne quando invece dello scooter affittammo una macchina. La vanità di entrambi ci consigliò la Smart (sai che belle foto avremmo potuto fare con “lei”): criticavamo la moda ma eravamo più modaioli dei quindicenni. Due vanitosi narcisi in vacanza, che si atteggiano quand’è ora di fare la foto fighetta e che poi fingono non gli importi niente dell’apparenza. Le auto semiautomatiche mi fan girar le palle, così guidò lei e, quando svoltammo per una famosa spiaggia “giamaicana”, in cui le pietruzze della riva si coloravano di mille colori non appena venivano bagnate dall’acqua del mare, le dissi di non parcheggiare sulla sabbia. Ma la sua incoscienza, il suo capriccio e il caso vollero che lo fece. Al ritorno la Smart non parte. Non solo è insabbiata, ma Debra la sforza e dopo un po’ non dà più segni di vita. Fortuna vuole che tre ragazzi greci ci aiutino, carichino la batteria, telefonino all’agenzia. Ma niente: non si riesce a sbloccarla. Finché un angelo (come altrimenti chiamarlo?) che avrà avuto sì e no 16 anni arriva dal cielo, guarda la macchina, la tasta per qualche secondo e in men che non si dica la rimuove dalla spiaggia e la mette in moto. Non ho parole. Ringrazio, do ai ragazzi ciò che serve per farsi una bella bevuta e ripartiamo.
Ma non prima di averla infamata. È un’incosciente. Una cretina. Faccio la figura di quello che dice “te l’avevo detto, io”, ma non me ne frega niente, ho la ragione dalla mia, ho il Logos dalla mia parte e perciò infierisco, voglio litigare, ne ho ben donde, Cristo, fammi sfogare un po’. Lei prende tutto alla leggera, ha quel tono menefreghista tipico delle stronze cui tutto è concesso, ma sì, che vuoi che sia, è andato tutto bene, no?, tono che mi fa imbestialire ancor di più. Non solo: mi dice ch’è andata sulla battigia a pregare e che l’intervento del ragazzino è dovuto senz’altro al suo dio. Questo è troppo: ma che siamo, gli Ebrei verso la Terra Promessa? Ci è arrivata la Manna, forse? Una volta credevo anch’io in questo tipo di interventi, credevo se non altro che fossero possibili, ma poi rimasi deluso e mi convinsi sempre più che se un dio ha creato questo mondo, ebbene, non è di certo un buon dio. La Gnosi mi ha sempre attirato.
- Eddàie con questo discorso. È l’uomo che fa il male: Dio ci mette alla prova in tutti i modi, non lo sai? Per prima cosa rendendoci liberi.
- Senti, con me la storia di Giobbe non attacca, piccola.
- Non chiamarmi piccola, non lo sopporto.
- Già, hai il fisico di una modella e per camminarti vicino mi tocca alzarmi sulle punte dei piedi. Che stress.
- Poverino. Una delle fatiche di Ercole. Mi fai una foto da troia, stasera?
- Ma fai proprio schifo. Parli di dio e un istante dopo scadi ai livelli di una ragazzina. Hai un’età emotiva di quattro anni, non di più. Sembri una di quelle ventenni in minigonna che pullulano nella via principale di Faliraki, quella delle minidiscoteche dove abbiamo ballato ieri sera.
- Già. “La Via delle Troie”. Ti piace, però. Mentre ballavi eri circondato da quattro ragazze e da me. Signore e signori, vi ho presentato il regno dei cieli di Paul!
- Perché no. Mi piace circondarmi di ragazzine.
- Gli succhi le energie. Sembri dieci anni più giovane per quello. Sei un vampiro.
- Senti chi parla. La top model in vacanza che è attirata dai ventenni.
- Io resisto, però. Mi sento pura nonostante tutto e mi dedicherò a un uomo e a un uomo soltanto.
- Che palle.
- Tu non capisci – rincalzava lei con la voce che mutava a seconda del vento che spirava ora da una parte e ora dall’altra. – Tutto è sacro...
- Ancora? Ho capito. Aspetta che me la scrivo, così quando pubblicheremo i tuoi aforismi metteremo questo titolo...
- Sciocco che non sei altro. Ok, non lo dico più. Critichi tutto quello che dico. Qualunque cosa per te è un luogo comune. Non posso più dir niente. Sei tremendo. Mi superi in dialettica: hai vinto. Contento?
- Ti supero in tutto.
- Già, il Superuomo. Che si innamora delle sconosciute.
- Ci sarà un disegno in tutto ciò, no? Tutto ha un senso perché tutto è sacro, no? Dunque sono sacri anche il dolore, il male, l’avversario. Se non altro potrebbero far parte di un Disegno divino, che ne dici? Ammetto che così come un padre accorto può punire e mettere alla prova un figlio che si sta perdendo, allo stesso modo un dio benigno può dare uno scappellotto all’uomo che sta prendendo una cattiva abitudine. Lo capirei. Ma un conto è dare un buffetto sulla guancia a un bambino, un conto è permettere che si rompa l’osso del collo o peggio che glielo rompano gli altri. Non si poteva fare un mondo un po’ meno violento, o in cui comunque la forza avesse meno peso sulla ragione?
- La ragione non esiste, è una nostra invenzione – sbuffò lei con accento filosofico. – Se cerchi di dar conto di un fenomeno, ne troverai i limiti, le leggi, ma mai l’essenza.
Mi arresi. Quando faceva la pizia perdeva quell’ironia di cui sempre ho bisogno per non cadere nella disperazione metafisica. Forse è per questo che ricerco la bellezza, anche la più banale: per aiutare la ragione a sopravvivere allo squallore del mondo. Ma anche questa è una stronzata: cerco le belle perché mi eccitano di più e perché è più difficile conquistarle e dunque mi danno più gusto, punto e a capo.
Insomma, dopo l’insabbiatura tutto cambiò. Litigammo, ce ne dicemmo di cotte e di crude, e lei mi apparve per quello che era: uno spirito bizzarro venuto sulla terra per provare il mio carattere. Tutte le persone che avevano fatto una vacanza con me avevano dovuto riconoscere che, come compagno di viaggio, non v’era stato mai nessuno più divertente di me e che non avevano mai riso tanto. Nonostante la convivenza gomito a gomito porti a inevitabili tensioni e ad esacerbare i rapporti umani come in un laboratorio psicologico, io ho sempre usato l’ironia e il tono dissacrante mi ha sempre, se non salvato, alleviato le seccature. Anche visitando l’isola di Symi, a due ore di traghetto da Rodi, misi in atto il piano per tenere a freno la schizofrenica. Divenni schizofrenico a mia volta. Fin dall’inizio avevo notato che Debra talvolta rispondeva alle mie gentilezze con una frase sgarbata o stizzita, vuoi per il mio tono da fidanzatino vuoi perché così le girava in quel momento; per tre giorni sopportai, anche perché ero convinto che non se ne rendesse nemmeno conto. Il quarto giorno sbottai.
– Quel tono lo usi coi tuoi corteggiatori del cazzo, non con me. – le dissi, e la lasciai sola per l’isola, in quella Portofino greca scottata dal sole e abbellita dalle spugne perplesse. Ci ritrovammo soltanto al traghetto del ritorno e solo allora mi resi conto di aver calcolato male il fuso orario fin dall’inizio della vacanza, cosicché le mie ansie parevano a posteriori ancor più inconsistenti. Cambiai tono da un momento all’altro, ora la desideravo ancora di più, lei era strepitosamente bella (altro che poco sopra la mediocrità) e qualunque cosa mi avesse chiesto l’avrei fatta senza tante storie. Ormai l’avevo punita e mi ritenevo soddisfatto. Ero io a decidere cosa sarebbe successo, qual era il copione, che cosa dovessero dire e fare i personaggi della mia commedia. Mi pareva che ogni cosa dipendesse da me e da me soltanto. Il giorno dopo sarebbe stato il più bello della vacanza giacché non l'avrei toccata, lo promisi a me stesso, non l'avrei corteggiata, non le avrei fatto la minima avance e mi sarei comportato come un fratello maggiore, ammirandola con gli occhi di un eunuco o di un angelo invaghitosi di un sogno impossibile.
Non sono un cinico travestito da romantico, sono un romantico travestito da cinico (scrivetevi anche questa, seduttori in erba: può sempre servire): per cui se una donna mi concede la sua mano (si fa per dire, il matrimonio non fa per me, come la convivenza, schiatterei entro qualche giorno) io le do tutto me stesso. Almeno per qualche giorno. Così siamo pari.
- Tu ti credi tanto diverso dagli altri, ma non fai che riassumere in te tutti i vizi dell’uomo occidentale – mi apostrofò sull’acropoli di Ialisso.
- Ha parlato l’antropologa Debra De Repressis – scherzai.
- Infedele, giocherellone, un bimbo ossessionato dall’abbandono della madre. Tipico del segno dei Gemelli. Quando eravamo nella Valle delle Farfalle sembravi un altro uomo. Ti piacciono così tanto quelle falene che si attaccano alle foglie? Io preferivo le caprette: si arrampicano sulle rocce e rischiano in prima persona. Lo vedi che sei più femmina che maschio? Quale uomo direbbe che il suo animale preferito è la farfalla? A parte che è il simbolo dell’anima e che anche Dante lo cita nel Purgatorio, me l’hai detto tu, vabbè, a parte ‘ste citazioni per far colpo che mi sbatti lì...sarà mai una roba da preferire, che so, al giaguaro, al leone o allo scorpione? Una femminuccia sei, altro che, ancora attaccato alle gonne della mamma.
- Tu invece le telefoni ogni ora, alla mamma. Bel modo d’essere moderna.
- Che c’entra, io mica devo dimostrarle che sono innamorata di lei. Tu sì. Per questo corri dietro a mille donne e a nessuna.
- Anche questa l’ho già sentita. Poltiglie psicoanalitiche del secolo scorso.
- Sarà, comunque stanotte mi avevi quasi convinto. Hai visto quelle colonne?
- Bellissime. Facciamo una foto sulla moto, dai. Ti avevo convinto su cosa?
- Avevo una paturnia.
- Ti giravano le palle che non hai?
- Ma no, io chiamo paturnia una voglia strana...
- Ah, capisco. Eri tentata dal Demonio. Stavi per concederti al dongiovanni da strapazzo.
- Già. E forse se la vacanza durasse di più ci riusciresti. Quando vuoi sei irresistibile, sai?
Quei discorsi. ‘Ste femmine. Ma tant’è: gli uomini discutono, le donne chiacchierano. Uno dei miei aforismi preferiti, tutto mio, perdonatemi l’autocitazione. E poi voglion metterle in parlamento! Dio ce ne scampi: non è che gli esempi storici giochino a loro favore. Anche al ritorno, in aereo, Debra cominciò a fare la smorfiosa e a provocarmi con le sue labbra negroidi.
- Sai – ammiccava – se io ti baciassi ti innamoreresti subito.
- Sei una gran troia – le rinfacciavo. – Ecco, troia è uno pseudonimo appropriato per una come te: il tuo senhal.
- Sei volgare, Paul. – Quando mi chiamava Paul, cioè Póól, rabbrividivo. Oddìo, fin dall’adolescenza avevo sempre avvertito un fremito lungo la colonna vertebrale ogniqualvolta una ragazza pronunciava il mio nome, ma adesso, su quest’aereo, a diecimila metri di quota, quei tre fonemi così familiari mi parvero davvero suoni sacri, quasi dettati da una voce divina: un “OM” tutto mio, da non condividere con nessun altro se non con lei. Mi riscossi e la rassicurai:
- Scusa. Ma ho notato che ti diverte girare i video volgari. Ieri sei stata tu a propormi di girarne uno in cui facevi la puttana e prendevi duecento euro dalle mie mani fuori campo, non ricordi? La tentazione di tenerteli s’è vista nei tuoi occhi. Sarai mica tu il Demonio?
- Chissà.
- Forse lo siamo tutti e due – azzardai.
- Chissà perché abbiamo passato questa settimana assieme. Ci sarà una ragione, no?
- Mi pareva tu pensassi che la ragione non esiste.
- Già, l’ho detto, è vero. Non ti sfugge nulla, eh?
- Mi ha colpito.
- Cosa? – fece lei come insospettita, mentre si rifaceva il trucco.
- Quella tua affermazione. Che la ragione non esiste. Forse hai ragione.
- Ma se non esiste – scherzò – ho dalla mia il nulla. Posso raccontarti una storia? Sai quel mio amico, a dire il vero non era proprio un amico perché me lo sbaciucchiavo... era più un moroso...
- Tu sei vergine. L’hai detto tu.
- Sì.
- Dunque che vuoi parlarmi di morosi? Uomini veri non li hai mai avuti.
- Vabbè, comunque, dicevo, quel mio amico-moroso, un giorno stavo tornando dall’ufficio e te lo vedo con un altro.
- Tu non sei una vera donna. Sei una mezza donna. Perché non vai in convento? – mi sentivo molto Amleto nel dire ciò. Ma la citazione non la poteva cogliere, neanche se gliel’avessi detta in inglese. Volevo ferirla, e ci riuscii.
- Perché non faccio sesso con te pur avendone una voglia matta?
- Invece di rompermi le balle coi tuoi baci che mi farebbero innamorare e con le tue risposte da ragazzina viziata e isterica perché non ti ritiri in convento così ci guadagnamo tutti? Di mezze donne come te non ha bisogno il mondo, il mondo con la m minuscola, perché quello con la M maiuscola lo lasciamo ai vostri sogni e alle vostre mormomiche illusioni. Che fai di vero per aiutare gli altri? Sì, è vero, ti vesti da clown per far ridere i bambini negli ospedali, ma è tutto qui? Anch’io faccio ridere le bambine come te e non me ne vanto.
- Sei ingiusto. Ingiusto e cattivo. Sono stata in vacanza non con uno, ma con molti Paul. Quanti uomini diversi ho conosciuto, mamma mia! A volte mi fai quasi paura.
- Già. In questa vacanza ho fatto la più grande non-scopata della mia vita.
Rise di gusto. Volle registrare sulla sua digitale quelle parole e fui costretto a ripeterle con lo stesso pathos. Del resto avevamo girato non pochi video, tutti scherzosi, in uno dei quali apparivo travestito da donna: impersonavo la moglie dell’industrialotto Giangi, moglie che si lamenta sempre del marito col tono d’una parvenue milanese ed arrivista, una sorta di meschina lady Macbeth di provincia. Ogni volta che rivedeva quel breve filmato rideva di gusto, come ora. Mi piacciono da impazzire le donne quando ridono: mi par che l’universo stesso si fermi per un attimo e si compiaccia della gioia che può dare il mondo, gioia che non può durar di più, tema la noia e la banalità. Un filosofo tedesco scrisse che si può dire solo di essere stati felici; io dico invece che la felicità la si può cogliere nel presente perché solo il presente esiste, ma a tratti, come fosse un’intuizione lirica o un battito d’ali. E come un battito d’ali essa sfugge ad ogni controllo e ad ogni ragione.
Stavamo tornando a casa, era tardi, e se non vi ho trascritto tutte le storie che Debra mi ha raccontato sui suoi amici e sui suoi amori è solo perché vi avrei annoiato terribilmente. Ha amici meschini e un po’ ridicoli. Ha amiche invidiosette e stronzette come lei, che pure dovrebbero attrarmi, visto che a suo dire si concederebbero. Debra è vanitosa quasi quanto me, è disordinata, menefreghista, fanatica del suo dio come del suo ritrovato equilibrio, sfacciatella, fiera della sua bellezza e della sua nonchalance, non la smette mai di parlare, ciacola e ciangotta in continuazione di quisquilie e di viaggi e di amori veri e inventati, ma a parte questo, sì, a parte tutto questo, è impossibile non amarla.
Se comunque la incontrerete nel vostro percorso spirituale, non datele corda. Sennò è la fine.