La perfezione

(Gabriele Argento)

 

 

Come versare lacrime di cioccolato bianco.

“Cosa?”

“Me lo fai un Margarita?”

“Cosa?”

“Un Margarita”.

La perfezione.

Risente dell’effetto della scalata al ponte di Pantelleria.

Il passito accresceva il rimpianto.

“Scusa, ho finito la tequila”.

“Ah, allora una Vodka lemon”.

“Subito”.

La perfezione.

Quel corridoio dove l’ultimo saluto dell’Imperatore di Tebe ha viaggiato verso l’amante.

Ossia, tu. Per come eri. Per come sei. Attraverso il corridoio del tuo scalciare.

“Ecco”.

“Grazie”.

Per questo ho cominciato a desiderarti.

Perché scalciavi abbracciando la tua disillusione.

La ragazza dietro il bancone riconsegnò il ticket d’ingresso a Davide, dopo che lei lo ebbe bucato come se si trattasse di una mela durante l’esercitazione per l’esame di infermieristica. Lui lo riprese, lo mise in tasca. Attese il drink. Quando arrivò, bicchiere in mano, sudato, annaspando tra le braccia dinoccolate dei ballerini dance sulla pista, raggiunse il tavolo dove c’erano tutti quelli che, chi più chi meno, l’aspettavano.

Amy Winehouse, sparata con i boost al massimo, sembrava urlasse per riuscire a trovare la strada del cesso più vicino. Un piccolo faro illuminò lo spazio centrale. Il ronzio frenetico, astraendo dalla destabilizzazione continua del suono aritmico, arruolava momenti di puro caos d’eternità ripercorrente. Un tizio, ubriaco forse fatto, cadde poi si rialzò barcollando, ridendo e appoggiandosi alle spalle di una bionda tettona. La sua maglietta, bianca sudata, non lasciava solo intravedere la riga fossato tra i suoi seni, ma permetteva uno scorcio panoramico di un terremoto accompagnato dai saliscendi di quel ragazzo. Davide alzò il bicchiere per salutarla, ma lei non lo vide.

La musica cambiò. I boost esplosero esponendo le loro assurde vanità.

Avant hier.

Non ricordo nemmeno perché ci mettemmo lì, su quel tavolo, accanto alle macchinette del caffè, a cercare di studiare per quel maledetto esame. Ogni tanto, arrivava qualcuno per fare una pausa. Ad ogni clic meccanico di quella macchina sbuffavi, facendo quella lunga spennellata di rimprovero attorno ai tuoi occhi, mentre per un secondo ti si richiudevano. Poi se ne andavano tutti. E ritornava il silenzio.

“Non ce la farò mai”.

“Si, invece”.

“Chi? Dilthey?”

“No, si invece”.

“Ah ecco, mi esce tutto dalla testa”.

La testa, pensò.

Aveva dimenticato la testa a casa, accanto al regalo, sul tavolo. Aveva messo tutto li per ricordarsi di prendere tutto. Per metà, c’era riuscito. Il pacchetto era piaciuto molto.

“Non ricordo nemmeno cosa ha fatto questo tizio, Dilthey”.

“Caramella?”

Ti passai il pacchetto facendolo scivolare sul tavolo. La plastica dell’involucro, allungando la scia, sembrava facesse aumentare la distanza fra me e te. O così, almeno, credevo.

“Grazie”.

Ne hai presa una. Mettendola in bocca hai perso una goccia di saliva. La vedevo mentre scendeva lungo il tuo labbro. Poi hai asciugato tutto, con la punta della lingua. A labbra serrate. Mentre masticavi. Tutto tranquillo. Tu eri tranquilla. Anche se volevi mostrare timore per quell’esame. Tutto era tranquillo.

“Però, sono buone”.

“Ti piacciono?”

“Si”.

Hai poi preso il pacchetto e lo hai guardato come se si trattasse di un regalo ricevuto da un vecchio amico trasferitosi nel Venezuela. Lo stesso sguardo. Come sempre.

“Prendile”.

“No, dai, sono tue”.

“Potrei anche non crederci”.

Hai fatto un sorriso, inarcando le sopracciglia, allungando le labbra, ritagliandole con il tempo. Come due fiumi in piena che si scontrano. Come un uragano che si frantuma in un lago di tempesta di praline al cioccolato. Le tue guance si sono poi ubriacate.

“Grazie”.

“Puoi anche evitare di ringraziarmi sempre”.

Davide ebbe la brillante idea di farsi venire la voglia di tornare dalla ragazza al bancone e rovesciare quella specie di limonata nel lavandino. Provò a immaginare cosa sarebbe successo se non ci fosse stata nemmeno la vodka. Come minimo, un mese di stitichezza. Pensò la parola fanculo. Poi bevve un sorso. Lasciò perdere quella cazzata.

Si promise in quel frangente, sentendo l’acidità in bocca, che nulla, più nulla in questo mondo gli avrebbe impedito di vivere. Per questo, cercò subito di ubriacarsi.

Ti guardai e non pensai a nulla. Con tutte le cose che avrei potuto dirti in quel momento, con tutto ciò che desideravo esprimere o farti vivere, ti sussurrai solo per un istante qualcosa.

“Perché tu sei libera”.

La festa poteva essere criticamente definita come divertente. L’ospite d’onore, il celebrato, il celebrante, l’ideatore della serata stava riuscendo a dare il meglio di sé. Ballando si tolse la cravatta e la legò al collo di una ragazza che stava guardando. lei fece uno strano sorriso. Tutte le persone riunite in un cerchio attorno al novello danzatore lo incitavano, battendo le mani, a spogliarsi. Lui rideva. La musica, appassionatamente, iniziava a diventare troppo ripetitiva. I boost sparati al massimo.

 

“Non lo passerò”.

“Stai tranquilla, è solo un esame”.

“Mi accontento di uno stupido diciotto”.

“D’Acunto!”

“Tocca a te. Cerca di stare calma”.

All’inizio non aveva capito bene il nome. Credeva fosse Marina, o Maria, o Nadia. Qualcosa del genere.

“Anche tu sei amico di Fabrizio?”

Disse di avere quarantuno anni.

“Ventidue? Sei giovane”.

“Diciamo di si”.

Gli appoggiò una mano sulla spalla. L’altra la spostò vicino all’orecchio di Davide. Lei gli parlò più forte.

“Sembri più grande. Guarda me invece, sembro già vecchia. Potrei essere tua madre”.

“Ma no…”.

Si fermò un momento, poi le mise una mano sulla spalla, abbracciandola.

“Non lo sembri per niente, anzi”.

“Non ci credo, ce l’ho fatta”.

“Hai visto, te l’ho detto”.

“Ancora non ci credo”.

L’unica nota di rammarico in quel momento fu che io, al contrario, venni tagliato fuori. Ma non ci feci molto caso. In effetti, non me ne accorsi nemmeno .

Lei continuava a fissarlo negli occhi, avvicinandosi sempre più con lo sguardo.

“Però non farti ingannare. Sai, il fascino, la cultura, l’esperienza”, disse flirtando.

Aprì leggermente le labbra.

“Sai, ci si casca sempre”.

“Stasera cosa fai?”

“C’è un mio amico che ha organizzato una festa. Un compleanno. Tu?”

Con tutta la tua eccitazione dell’esame sembravi ancora più erotica. Il ciuffo scendeva appena sopra l’occhio, mentre qualche capello lo copriva leggermente. L’iride vi si specchiava attraverso.

“Sentirò Marco”.

“Avete”.

Mi fermai un attimo.

“Risolto la crisi?”

“No, ma non so cosa fare”.

“Devi solo renderti conto che tu sei libera”.

Chiusi gli occhi. Ti vidi sdraiata al sole, sull’erba, in mezzo a un parco. La luce assorbiva i riflessi del tuo corpo.

Li riaprii. Tu stavi semplicemente camminando a testa bassa.

Alla fine, decise di non farci nulla. Non la trovava attraente, nemmeno per una serata di solo entertainment. Le sue labbra non trasmettevano nulla.

Si diresse ancora verso il bancone, facendosi largo tra la folla danzante e sudata, tra le vibrazioni audio, le correnti di sesso futuro. Arrivato, si rivolse alla stessa ragazza di prima. Le sorrise, le porse il ticket d’ingresso per farselo bucare.

“Me lo fai un Margarita?”