(Ilaria Rizzinelli)
Si svegliò. Era completamente stordito. Non vedeva nulla. Forse stava ancora sognando. Cercò allora di aprire, ma non riusciva a scorgere alcun oggetto per quanto si sforzasse. A mano a mano che il tempo passava riprendeva coscienza di sé. Il collo gli doleva, provò a ruotare un po’ il capo, ma il dolore era eccessivo. Tentò di portarsi una mano alla fronte, invano: in quel momento si rese conto di essere legato. Braccia, gambe e busto erano bloccati. Provò a gridare aiuto, ma non poteva. Il mal di testa gli impediva di pensare, ma l’idea che qualcuno lo avesse rapito gli balenò lo stesso in mente. Eppure non capiva. Il suo reddito non giustificava un simile atto. Non capiva.
Dopo ore orribili passate in quella macchia d’inchiostro nero in cui era immerso, sentì dei rumori. Qualcuno stava cercando di aprire una porta: clank! Lo scatto della serratura risuonò con un fragore assordante nel profondissimo silenzio della sua cella. Uno spiraglio di luce penetrò aggressivo rendendolo cieco. Non osava fiatare: chi poteva essere? Chi entrava? Una voce di uomo lo salutò con tono ironico: “Buongiorno! Come va oggi? È da un po’ che dormi, sai? Saranno tre giorni!”. Lui cercò di parlare, ma poté emettere solo qualche verso incomprensibile. L’uomo riprese: “Non ti devi preoccupare: è normale che tu sia incapace di agire. Sei stato pestato a sangue. Non mangi da molto, ma ti ho messo una flebo per non farti morire. Tu devi vivere, perché mi devi raccontare tante cose, Oscar.”
Non conosceva quell’uomo, eppure lui sapeva il suo nome…ma chi poteva averglielo detto? E se lo teneva prigioniero, per quale ragione lo stava curando? Erano tutte domande che restavano senza una risposta. Lui lo guardò a lungo, poi disse: “Io non sono un medico qualsiasi. Io sono uno di quei medici che si offrono volontari nei paesi in via di sviluppo. È per questo che devo salvarti la vita. Ho troppe persone spirare perché mancavano uno stupido vaccino o condizioni igieniche soddisfacenti. Non posso vederne un’altra passare all’altro mondo. Tu non morirai. Tu sei messo molto male, dei ragazzi ti hanno conciato per le feste, ma io ti salverò. E quando sarai guarito, sarai pronto a fare quattro chiacchiere con me. Ah! Non metterti a gridare, quando potrai farlo, dal momento che qui siamo in aperta campagna e nessuno potrà sentirti.”
Oscar, che all’inizio pareva rassicurato dalle parole dell’uomo in quell’istante le trovò agghiaccianti. Sbarrò gli occhi, come per chiedere spiegazioni, ma lui se ne andò, chiudendo la serratura a doppia mandata, abbandonandolo di nuovo nella più sperduta solitudine.
Il giovane provò a ricordare che cosa aveva fatto prima di finire lì, ma, sebbene sapesse con certezza chi era, qual era il suo lavoro, chi erano i suoi amici e famigliari, non riusciva a rammentare né perché era stato catturato, né chi l’avesse picchiato, né per quale motivo. Il suo recente passato era per lui un immenso buco nero, nel quale si immergeva perdendo ogni punto di riferimento. Si sentiva completamente smarrito. Nel torbido abisso dei suoi ricordi perduti non aveva alcuna speranza di ritrovarsi: era come un pulcino precipitato in un fiume in piena.
I giorni passavano, l’uomo si prendeva cura di lui con medicine e pomate, ma non lo slegava mai, né gli parlava di sé. Per lui era un’eterna notte: non poteva sapere se il sole sorgeva o se tramontava ancora. Nell’oscurità però sentiva che il suo stato migliorava, il dolore si stava allontanando da lui, affievolendosi come una fiamma che ha già consumato la sua candela. Tuttavia le sue corde vocali non volevano ricominciare a funzionare.
Un giorno si svegliò in forma, sebbene non avesse mai potuto cibarsi e, perennemente nutrito dalla flebo, fosse profondamente indebolito. Era di buon umore: sperava che quello starno medico finalmente lo avrebbe liberato. Ma quando l’uomo entrò e vide che si era ripreso iniziò a gridare: “Sciagurato! Sciagurato! Sei sano ora, vero?”. Lui non si era mai comportato amorevolmente nei suoi confronti, anzi sembrava che agisse freddamente e meccanicamente, spinto solo da uno strano senso del dovere. Ma non lo aveva mai insultato o maltrattato. Oscar continuava a non comprendere il misterioso comportamento di quell’indecifrabile uomo. Lo guardava attonito senza sapere cosa pensare.
Lui gli mostrò una fotografia, continuando a imprecare. Era il ritratto di una ragazza sorridente, sui vent’anni con lunghi capelli castani che le incorniciavano il volto. La sua espressione era così serena che sembrava un angelo.
“La riconosci? La riconosci?”, chiese l’uomo aumentando sempre di più il tono della voce. Lui spaventato fece cenno di no con la testa. Non aveva mai visto prima quel viso. Non aveva veramente idea di chi fosse.
Il medico lo fissò con uno sguardo torvo pieno di odio e rabbia. Poi riprese: “Questa è Giulia. E tu l’hai uccisa, maledetto!”. Oscar era sbalordito: lui non aveva fatto nulla del genere. Ma non poteva difendersi, poiché non poteva parlare. Credeva che quell’uomo fosse pazzo e che lo avrebbe ucciso. Invece il medico inaspettatamente si calmò e iniziò a raccontare una storia che avrebbe spiegato il suo assurdo e incomprensibile atteggiamento.
“Era un venerdì sera come tanti. Giulia era andata a lavorare in discoteca come tutti i week-end. Faceva la barista per mantenersi all’università. Studiava psichiatria, perché sognava di poter aiutare i malati di mente a guarire. Aveva già esercitato la professione medica come volontaria in carcere, soprattutto a contatto con i minori. Nonostante che sbarcasse il lunario preparando drink, era molto solitaria. Di solito passava la settimana chiusa in casa a studiare.
Qualche avventore della discoteca a volte la importunava, ma lei sapeva difendersi e, se il lumacone di turno era troppo insistente, chiamava il buttafuori. La vita per lei, però, non era solo lavoro e studio: le piaceva anche divertirsi con i suoi amici. Tutto andava bene: chi poteva non amarla? Era adorabile. Non si tirava mai indietro se c’era qualcuno da aiutare: dai compagni di corso, ai colleghi, fino ad arrivare addirittura agli sconosciuti.
Ma una sera un ragazzo le ordinò un Manhattan, lei glielo porse, lui le strinse la mano tanto da farle male. Lei cercò di liberarsi con un sorriso, ma lui non la lasciava libera, sussurrandole proposte oscene. Giulia, spaventata e disgustata, tirò con forza il braccio verso di sé sottraendosi alla presa, mandando a quel paese quel maleducato. Purtroppo quella non fu l’ultima volta che lo incontrò. Lui continuava a perseguitarla ogni fine settimana senza darsi per vinto. Giulia allora avvisò il buttafuori, affinché quel tizio non potesse più avere accesso al locale.
Lei descrisse bene ai suoi amici quel tale poiché ne aveva molta paura. Uno di loro ne disegnò un identikit, perché voleva denunciarlo, ma lei lo fermò credendo che il maniaco avrebbe desistito. Quale errore! Non sapeva che lui non smetteva di pensarla e non l’avrebbe lasciata libera tanto facilmente.
Quel fatale venerdì sera andai a prenderla in discoteca poco prima dell’orario di chiusura, dal momento che dopo il turno volevo passare una romantica serata con lei. Ma, quando arrivai, lei non c’era. Era già uscita, mi dissero. Ma non era possibile! Lei non si allontanava mai senza di me! Che cosa poteva esserle successo? Il mio cuore iniziò a battere velocemente…il battito si faceva frenetico. Poi un urlo squarciò il buio della notte. Una terribile premonizione si affacciò sul mio futuro. Scuro in volto corsi per vedere che cos’era successo. Giunto in una strada vicina, vidi Giulia accasciata a terra. Accanto a lei c’era un giovane in piedi, incerto sul da farsi e particolarmente nervoso. In seguito al mio arrivo, sopraggiunse una folla di curiosi, appena usciti dalla discoteca. Subito dopo che videro che cosa aveva compiuto quel maledetto, lo bloccarono cercando di linciarlo. Nel frattempo io mi ero avvicinato a Giulia per cercare di soccorrerla. Aveva la camicetta strappata e una macchia di sangue sul capo. Probabilmente quel tipo aveva tentato di aggredirla, ma nella colluttazione lei aveva sbattuto la testa da qualche parte. Provai il suo polso. Non batteva più. Giulia non respirava. Le grida della gente erano per me lontanissime: Giulia era morta.
Chiamai il 118, anche se sapevo che non c’era più nulla da fare. Quando iniziarono a sentirsi le sirene della polizia e dell’ambulanza in lontananza, quello sciame di improvvisati giustizieri della notte si dissipò come calabroni spaventati da un improvviso temporale.
Giulia non c’era più: era rimasto solo quell’involucro che chiamano a volte corpo, a volte cadavere. Allorché ti scorsi là solo riverso in terra in una pozza di sangue, avrei potuto finirti: chi mi avrebbe mai scoperto? Ma qualcosa in quel momento scattò in me. Nella mia automobile avevo uno di quei sacchetti per raccogliere le salme da portare in obitorio. Con un paio di guanti fu un gioco da ragazzi metterti nel contenitore di plastica e portarti via. Forse ero pazzo. Forse no. Sapevo che la sete di vendetta si era impossessata di me. Pensai che al processo te la saresti cavata invocando la momentanea infermità di mente. Probabilmente il tuo avvocato avrebbe infangato la memoria di Giulia, cercando di farla passare per una facile, che si era tirata indietro all’ultimo minuto. E l’arringa si sarebbe conclusa dimostrando che Giulia era caduta da sola. Certo! È stato un incidente! L’imputato è assolto, avrebbe sentenziato il giudice. No! Non potevo accettare tutto questo! Non potevo! Deve essere fatta giustizia! Io sarò l’angelo vendicatore mandato da Dio!”.
Oscar era paralizzato dal terrore. Voleva dire, urlare che non era stato lui ad assassinare quella ragazza, ma non poteva! Quell’uomo era folle, forse l’aveva preso per qualcun altro. Che cosa gli avrebbe fatto? L’avrebbe ucciso?
Il prigioniero si dimenava per liberarsi, sebbene ogni suo sforzo fosse vano. Il medico, vedendo che si dibatteva come una trota appena pescata, si mise a ridere in maniera agghiacciante. Sembrava un demonio sorto dalle fiamme dell’inferno. La sua massiccia figura sembrava ancor più imponente. E Oscar era in sua balia. Il cercapersone del medico iniziò a squillare ed egli se ne andò, promettendo che sarebbe tornato presto.
Oscar rimase di nuovo solo, nell’immensa oscurità dei suoi pensieri. Ma lui chi era? Perché c’era quel velo sui suoi ultimi giorni prima di essere catturato? Cominciò a cercare tenacemente una risposta. Chi era? Era un impiegato di banca. Sì, ricordava i blocchetti di biglietti da cinquanta euro che scorrevano veloci fra le sue mani. A volte era frustrante vedere tutti quei soldi senza poterne portare qualcuno a casa, magari come regalo a sua madre: una dolce pensionata abituata a cucinare tagliatelle ai funghi, malgrado a lui non piacessero. La sua era una vita fatta di routine con giorni che si susseguivano tutti uguali. Ora nondimeno rimpiangeva amaramente quel ritmo, che aveva spesso trovato noioso e disprezzato con aria di sfida.
Per riprendersi dalla settimana lavorativa, dominata dalle azioni di un capo-ufficio prepotente e arrogante, Oscar svestiva i panni del grigio impiegato di provincia per indossare quelli del brillante amicone del sabato sera. Nel week-end voleva dimenticare ciò che era accaduto al suo sportello. Si metteva la brillantina nei capelli, definiva il pizzetto con cura, sceglieva i vestiti capaci di renderlo di bell’aspetto, lucidava la sua auto nuova ed era pronto per uscire. Nei locali andata in cerca di avventure effimere: non aveva per nulla intenzione di legarsi a un’unica donna. Era convinto che se l’avesse fatto anche i suoi fine settimana sarebbero diventati irreparabilmente tutti uguali gli uni agli altri come le fotocopie degli estratti conto. Preferiva buscarsi a ripetizione molteplici due di picche piuttosto che mangiare ogni sera la stessa minestra riscaldata mille volte. Voleva essere un leone a caccia, non un pecorone i cui giorni scorrono via come un corso d’acqua senza che lui nemmeno se ne accorga.
Ma chi era quella Giulia? E che cosa caspita c’entrava con lui? Non poteva averla uccisa: ne era sicuro. Non stava mai dietro a una ragazza per troppo tempo. Non aveva un minuto da buttare via. Perché ammazzarne una allora? Non aveva senso. Se una lo rifiutava, cambiava semplicemente obiettivo. Non aveva forze da sprecare con le preziose. La sua vita doveva essere all’insegna del nuovo, del’originale, del proibito, non dell’asfissiante corteggiamento all’antica. C’era qualche motivo per il quale valeva la pena di affaticarsi tanto dietro a una, quando nel raggio di cinque metri ne poteva trovare dieci disponibili?
Il giorno successivo il medico tornò. Questa volta non aveva medicinali con sé, ma terribili elettrodi. Li collegò con calma e precisione certosina a varie parti del corpo della sua vittima. Oscar era terrorizzato, alcune lacrime cominciavano a rigargli il volto. L’uomo gli disse: “Vedi, in giro per il mondo ho incontrato tanta crudeltà. Uno normalmente non penserebbe che degli uomini possano trasformare la loro coscienza in quella di un demone senza pietà, desideroso di veder soffrire i suoi simili per il solo gusto di divertirsi. Ma questo accade moltissime volte. Andando nei paesi in guerra o in quelli oppressi dalle dittature ho visto cose, che mi hanno fatto dubitare della naturale bontà degli uomini, mi hanno cambiato, spezzandomi qualcosa dentro. È stato come aprire un vaso di Pandora, nel quale gli dei si erano dimenticati di riporre la speranza. Non credevo che gli uomini potessero trasformarsi in mostri. Ma è così purtroppo, perché in ognuno di noi c’è un Anticristo assopito, che può risvegliarsi da un momento all’altro. Non avrei mai pensato che un giorno sarebbe accaduto anche a me. Ma dopo aver visto Giulia in quello stato, ho cambiato idea. E ora pagherai per il male che hai commesso!”.
Il medico iniziò a torturare Oscar con scariche elettriche. Era una sevizia molto diffusa nel Cile ridotto in schiavitù sotto la dittatura di Pinochet. Il medico, nei mesi in cui si era trovato in Sud America, aveva visto con orrore e indignazione quei corpi straziati da aguzzini senza pietà. Solo alcuni erano sopravvissuti a un simile trattamento, con gravissime conseguenze per la loro salute fisica e mentale. Ma lui ora non voleva assolutamente uccidere. L’unica idea che dominava la sua mente era la vendetta. Allorché il giovane perse i sensi, l’uomo staccò la sua macchina infernale e lo lasciò di nuovo solo.
Passarono alcuni giorni prima che Oscar si riprendesse. Nei rarissimi momenti di lucidità, egli ripensava alla sua vita fuori da quella prigionia. Si domandava se sua madre stesse bene, se magari le mancava, se aveva bisogno di qualcosa, se aveva denunciato la sua scomparsa. Forse i poliziotti e i carabinieri lo stavano cercando pattugliando le campagne che circondavano la città. Magari non era neanche molto lontano da casa.
Poi provava a indagare nella sua memoria per rintracciare frammenti che gli potessero ricordare chi fosse quella Giulia. Ma c’era un vuoto nella sua mente: una parte della sua vita era sprofondata nell’oblio, come le antiche città dimenticate nascoste sotto spessi strati di terra e ruderi. Doveva scavare per trovare qualcosa di importante. A tratti gli sembrava che qualcosa venisse a galla. Quell’orribile elettroshock aveva smosso qualcosa nella sua testa confusa. Aveva ora un’immagine chiara e ben definita: la discoteca dove lavorava quella ragazza. È vero, vi era andato di frequente negli ultimi tempi. E spesso aveva bevuto molto per vincere la timidezza che lo frenava quando voleva provarci con qualche avvenente ragazza. Forse quella Giulia gli aveva preparato dei drink, ma lui nemmeno se la rammentava.
In quel momento il medico ricomparve. Si faceva vivo periodicamente come le crisi di una malattia incurabile. Oscar desiderava ardentemente di avere la possibilità di fuggire. Ma non era possibile. Questa volta l’aguzzino aveva deciso di marchiarlo a fuoco con la “A” di assassino sul petto. Oscar lo vide accostarsi a lui: il ferro rovente sfavillava nel buio illuminando a mala pena lo sguardo folle e terribile del suo carceriere. Oscar sperava che si fermasse, ma non aveva scampo: il medico si avvicinava inesorabilmente. La sua carne bruciava sfrigolando come se fosse stato sopra una graticola. Lo sventurato, non potendo sopportare quell’atroce dolore, svenne.
Sempre solo in quella notte eterna che aveva l’acre sapore pungente della morte, Oscar disponeva di parecchio tempo per cercare di dare una spiegazione a quella terribile sorte che gli era toccata. Perché proprio a lui? Che cosa aveva combinato per meritarsi tanto? In alcuni momenti, conquistato da una profonda e oscura disperazione, che lo incitava a desiderare di sprofondare negli abissi senza fine della morte, piangeva lacrime amare. Ma le lacrime non l’avrebbero trascinato via da quel luogo orrendo e micidiale. Doveva ricordare qualcosa se voleva salvarsi. Cosicché riprendeva a pensare insistentemente al locale, nel quale lavorava quella ragazza morta tragicamente. Ecco che allora il nome della discoteca compariva come una scritta luminosa nell’oscurità dei suoi neuroni sperduti. L’insegna “Dream” si accendeva di blu e verde con intorno tante stelline dipinte di un giallo dorato. Era sopra l’entrata principale, fuori dalla quale si esibiva una costellazione multicolore di p.r., buttafuori e clienti in attesa di accedere al paradiso del divertimento. E dire che dream significa sogno, un sogno da cui ironicamente era iniziato il suo peggiore incubo.
Una sera, spinto da un suo amico, aveva offerto da bere a una ragazza. Non si ricordava il suo nome né il suo volto: era solo una come tante. Però se non fosse stata estremamente sexy lui si sarebbe fatto di certo avanti. La guardava bene: era stretta in un vestitino aderentissimo che le metteva in evidenza tutto quello che a lui interessava di più. Credeva di aver fatto centro, ma poi lei si era allontanata con una scusa, forse dicendo che doveva passare dal bagno o qualcosa del genere. E non era più tornata. Era evidentemente l’ennesimo rifiuto di una serata, che per lui si stava rivelando un flop. Avvilito e imbronciato si era messo a parlare con la barista, che però non poteva trattenersi troppo ad ascoltarlo: le ordinazioni arrivavano senza interruzioni portate da una valanga di clienti assetati di sballo. Così anche lei, a un certo punto, si era allontanata e l’aveva lasciato con il suo tedio e la sua momentanea afflizione, dalla quale era risorto buttandosi nella pista a ballare con i suoi compari. Quella era stata la prima volta che era entrato in contatto con la barista. Tuttavia, per quanto ne sapeva, poteva anche non essere Giulia: c’erano moltissimi barman che spesso non duravano più di una serata.
Nei giorni successivi il medico non lo torturò. Oscar sperava che avesse scoperto la sua innocenza e quindi avesse deciso di desistere per liberarlo infine. I suoi sogni si infransero rovinosamente quando l’uomo tornò con una coltello lungo e affilato. La lama brillava grandiosa e terrificante nella semioscurità. Oscar era convinto che il suo carceriere avrebbe posto la parola fine a quella orribile storia uccidendolo. Invece quel folle cominciò a ferirlo in svariati punti del corpo. Senza le necessarie cure i tagli iniziarono a infettarsi, prima lentamente in maniera lieve, poi in modo sempre più deleterio. Il dolore diventava ogni momento sempre più insostenibile. Forse Oscar sarebbe morto di cancrena tra atroci sofferenze. Ma, inaspettatamente, il dottore riprese a medicarlo per allontanare da lui il pericolo di un trapasso imminente. In verità, poteva continuare in quel modo all’infinito: il giuramento di Ippocrate, al quale si sentiva legato con un inestricabile nodo gordiano, gli impediva di uccidere qualcuno.
Oscar non ce la faceva più: bramava la morte più di ogni altra cosa, per porre termine a quella drammatica avventura. Non sperava più che l’avrebbero liberato: l’avrebbero ritrovato probabilmente tra anni. Aveva perso il senso del tempo: da quanto era lì? Non ne aveva idea, potevano essere trascorsi giorni, settimane o mesi. Sapeva solamente che il suo instancabile aguzzino avrebbe escogitato nuovi modi balzani e spietati per torturarlo.
Un giorno il medico arrivò con una tenaglia da odontoiatra. Oscar ormai avvilito non cercava più nemmeno di opporsi. Si augurava solo che il suo corpo rinunciasse a vivere. L’uomo gli spalancò la bocca e gli estrasse un dente ovviamente senza anestesia. Il sangue iniziò a uscire a fiotti dalla gengiva di Oscar. Il dottore disinfettò la ferita e la ricucì.
Il giovane in alcuni istanti sognava di scappare, di riuscire a sfuggire da quella prigione, nella quale era stato sbattuto senza appello. E nel suo immenso isolamento continuava a recuperare nuovi dettagli della sua vita. La discoteca dove Giulia serviva cocktail era in centro, vicino alla stazione. Non era una zona molto raccomandabile. Il locale era pulito e strettamente sorvegliato, ma fuori era meglio non girare soli se si voleva tornare a casa tutti interi, soprattutto se si era una donna. Già, ma allora perché Giulia non aveva aspettato il suo uomo? Per quale motivo si era avventurata per le strade senza che nessuno la accompagnasse? Non aveva alcun senso. Un fulmine all’improvviso illuminò la mente annebbiata di Oscar. Ora ricordava perfettamente ciò che era accaduto. E come d’incanto la voce gli tornò. Un sorriso di speranza spuntò sul suo viso: ora poteva raccontare tutto al suo rapitore, che sicuramente l’avrebbe lasciato andare via. Ma c’era anche un’altra alternativa: il medico avrebbe potuto ucciderlo per evitare che potesse raccontare al mondo quello che era successo. Che cosa era meglio fare? Tacere o sputare il rospo? In ogni caso quell’uomo l’avrebbe ammazzato, concluse Oscar nei suoi pensieri.
I giorni scivolavano via veloci come le ingiallite foglie autunnali. Le violenze del dottore perpetrate contro Oscar non avevano fine né per intensità né per crudeltà. Nel mondo dei vivi, nel frattempo, le indagini sulla morte della ragazza erano in una situazione di stallo. Ma in quella stanza nascosta, tra le grida agghiaccianti del prigioniero e il ghigno selvaggio del medico, l’angoscia, l’odio e la sofferenza non subivano arresti. L’aguzzino non voleva imbavagliare la bocca di Oscar: ora che poteva sentire le sue urla, ogni suo atto era suggellato da un crisma di disumanità e brutalità, che gli piaceva e lo faceva sentire tremendamente potente. La vita e ogni sensazione di quel ragazzo erano nelle sue vigorose mani micidiali.
Un mattino Oscar tentò di fermarlo, sostenendo che poteva svelargli la verità sull’assassinio di Giulia alla quale lui non aveva preso parte. Ma il medico non aveva nessuna intenzione di dargli retta: era convinto che si stesse prendendo gioco di lui. Quindi gli tappò la bocca con un cerotto. Il giovane, ciononostante, diventava ogni volta più insistente provando a convincere il suo carceriere con l’espressione del volto che doveva ascoltarlo. Eppure, non gli veniva data alcuna opportunità di raccontare la sua versione, la sua verità.
Un giorno il medico entrò nella stanza barcollando, in mano portava una corda. Aveva il volto sconvolto, era pallido e a ogni piè sospinto si copriva gli occhi con una mano. Oscar pensava che la fune sarebbe stata utilizzata per una nuova temibile sevizia. Attendeva con afflizione e prostrazione che iniziasse un altro flagello. Invece l’uomo stava ritto in piedi davanti a lui, immobile come se fosse stato paralizzato. Non fiatava né si muoveva: sembrava un automa senza anima. Oscar, terrorizzato e al tempo stesso rassegnato, credeva che fosse giunta la sua fine. Spesso nell’immensità della sofferenza aveva desiderato di spegnersi, ma in quel momento voleva solo salvarsi e tornare a casa da chi lo aspettava.
In seguito a un silenzio lungo un’eternità, il medico strappò il nastro adesivo con cui aveva sigillato le labbra di Oscar, e gli comandò: “Raccontami ciò che ti ricordi della notte in cui morì Giulia.”. Poi si accasciò su una sedia, come se stesse per svenire, continuando a stringere il cavo. Oscar, dopo essersi ripreso un po’ dall’inerzia a cui erano state costrette le sue corde vocali, cominciò a parlare: “Qualche ora prima dell’assassinio di Giulia, mi stavo recando, come al solito, al “Dream”. Là, appena fuori dal locale, incontrai un mio amico di nome Matteo, che mi disse che si era preso una sbandata per una tipa particolarmente carina. Era una barista. Erano giorni che ci provava con lei, ma di lui non ne voleva proprio sapere. Addirittura lo aveva segnalato al buttafuori, quindi non poteva più nemmeno entrare in quella discoteca. Secondo lui, non era possibile che un uomo dovesse stare agli ordini di una così, che, sosteneva, se stava lì tutte le sere chissà quanti maschi aveva ospitato nel suo letto. Era adirato e tremava mentre ne parlava. Questo suo modo di fare mi spaventò: sembrava che avesse perso la testa. Io cercai di calmarlo. Ma lui continuava a sostenere che quella ragazza doveva essere sua e che non poteva assolutamente rifiutarlo. Lui non poteva in alcun modo accettare una simile umiliazione, perché era un uomo, perciò lei doveva stare pronta a ubbidire ai suoi ordini. Io provai a farlo smettere, temevo che potesse commettere una stupidata. Allora gli dissi che poteva sempre trovarne un’altra. In fondo, che senso aveva farsi ossessionare da una che non ci voleva stare? Non era l’unica donna sulla piazza! Ne poteva trovare altre mille e con minore fatica. A quelle parole smise di tremare e mi guardò quasi illuminato. Sembrava che si fosse tranquillizzato. Pensai che avesse capito finalmente che era inutile perdere tempo o diventare matti per una cosa del genere. Quindi mi disse che sarebbe andato in un pub nella zona a bere qualcosa con un altro nostro amico. Rassicurato, lo salutai e entrai al “Dream”, come al solito. Vidi la barista di cui mi aveva parlato Matteo: era molto carina e gentile, ma io sicuramente non mi sarei affannato tanto né avrei perso la trebisonda, se lei mi avesse respinto. Ballai tutta la notte avvolto da una folla festante. Ma non c’era trippa per gatti. Un’ora prima dell’orario di chiusura uscii, ancora rintronato dalla musica: i bassi mi rimbombavano in testa. Avevo anche bevuto un po’ troppo: non riuscivo a trovare le chiavi della macchina. Mentre frugavo delle tasche, sentii il cellulare vibrare. Sperai che fosse una tipa che avevo conosciuto la sera prima. Invece era Matteo. Stupito risposi. Lui iniziò a farfugliare qualcosa. Non riuscivo a capire niente. Mi pregò di andare in una via vicina per aiutarlo. Quando arrivai, lo vidi vicino al corpo di una ragazza, buttato a terra sul marciapiede vicino a dei cassonetti. In quel momento mi ripresi completamente dalla sbronza. Ma cosa è successo?, gli chiesi impressionato. Lui non rispondeva, piagnucolava qualcosa. Allora capii, lo presi per il colletto del giubbino e, scuotendolo con forza, gli domandai: ‘Sei pazzo??? Che cosa hai fatto?’. Una prostituta, che cercava clienti, si avvicinò a noi due, ma, vedendo il corpo di una ragazza in terra, fuggì mettendosi a urlare. Matteo, spaventato, si divincolò dalla mia presa e scappò. Io non sapevo cosa fare. Guardai quella povera ragazza priva di sensi, pensai che poteva essere mia sorella. Stavo per chiamare la polizia quando degli uomini arrivarono di corsa e mi trascinarono via per massacrarmi di botte. Poi non so più che cosa è accaduto. Mi sono svegliato qui e la prima persona che ho visto sei tu. Ti prego, lasciami libero: io sono innocente! Non fatto nulla! Non sono coinvolto nella morte di Giulia, anzi se avessi potuto l’avrei salvata.”
Il medico non rispose. Accostò la porta, che aveva lasciato aperta, senza chiuderla a chiave. Oscar nel buio, in silenzio, restò ad aspettare che si compisse il suo destino.
La polizia, che arrivò dopo poche ore, trovò il medico impiccato e il giovane ancora legato saldamente a una vecchia poltrona malconcia. Le indagini, mentre Oscar era imprigionato erano proseguite, e le forze dell’ordine avevano arrestato il giorno precedente il vero colpevole: Matteo. Questi aveva confessato il delitto commesso. Da lì a capire dov’era finito Oscar ci volle veramente poco. La notizia che rivelava chi era il vero assassino era stata data poco prima in un’edizione speciale del telegiornale. Il medico, Giovanni, sapeva che oramai erano sulle sue tracce e, scoprendo che l’omicida non era Oscar, si era suicidato. Lui, che era sicuro di vendicare la morte della sua amata, aveva invece steso la sua mano micidiale su un innocente.