Pensionati

(Saul Ferrara)

 

 

Don Antonio, malfermo sulle gambe, era tutto concentrato a cogliere l’eventuale musichetta con la quale il terminale della  lottomatica  avrebbe annunciato la tanto sperata vincita. Il vecchietto non sentiva più nulla da un orecchio  e pertanto, tenendo il capo girato da un lato, puntava quello semi buono in direzione della macchinetta, come un cane da caccia quando sente uno sparo. Ma non sentì nessuna allegra melodia e Michele, il tabaccaio, muovendo l’indice rivolto verso l’alto, confermò che anche questa volta i numeri non erano usciti.

<< Don Antonio, forse con l’estrazione di stasera sarà più fortunato.>> disse Michele cogliendo la delusione nel volto rugoso dell’anziano.

<< Mannaggia, da quando c’è il lotto istantaneo perdo più soldi! Ma io insisto, prima o poi la fortuna dovrà girare.>> disse, abbozzando un sorriso, Don Antonio, mentre infilava le ricevute della giocata nella tasca interna della giacca lisa. Se fossero usciti i due numeri giocati avrebbe realizzato una piccola vincita, duecentocinquanta euro meno le tasse, ma per chi come lui viveva con la pensione sociale di cinquecento euro al mese, quella modesta vincita avrebbe rappresentato la speranza di arrivare alla fine del mese senza dover rovistare nei cassonetti dell’immondizia dei mercati generali alla ricerca di qualcosa da mangiare.

<< Furetto, non penserai di risolvere i tuoi problemi con un ambo!>>. A parlargli era stato un anziano che gli si era parato all’improvviso davanti all’uscita del tabacchino. L’uomo, sornione, fissava Don Antonio, coi suoi occhi di un azzurro cosi chiaro da sembrare irreali.

<< Che c’è Furetto, non riconosci più un tuo vecchio compagno?>> domandò l’anziano,  scrutandolo dalla testa ai piedi con quegli strani occhi  ingigantiti dalle spessissime lenti degli occhiali. Don Antonio non  sapeva chi fosse quell’uomo che ostentava tutta quella confidenza nei suoi confronti, ma soprattutto non capiva come potesse conoscere quel soprannome di battaglia che aveva usato quando era stato un giovane partigiano. Non lo chiamavano Furetto dai tempi della grande guerra e tutti i suoi compagni di brigata erano ormai morti da molti anni.

<< Chi sei?>> chiese titubante Don Antonio,  appoggiandosi con entrambe le mani sul pomello d’ottone del bastone.

<< Antò, ti sei proprio rincoglionito! Sono Sandro, o se preferisci  Sandrone il Picchio. Ne abbiamo passate tante assieme. Ricordi, quando c’era un messaggio urgente da portare mandavano sempre noi due. Il Furetto e il Picchio. Nessuno correva veloce come noi. >>.

<< Il Picchio! Ma non può essere… mi avevano detto che eri…>> Don Antonio si mise a balbettare per l’emozione.

<< Morto. Ma come puoi vedere non è così. Sono vivo e forte come una quercia.>> disse il Picchio, battendosi il petto con la mano nodosa. Don Antonio con le lacrime agli occhi abbracciò il suo vecchio compagno di brigata.

<< Sandro, che gioia rivederti! Pensavo di essere rimasto da solo a combattere contro la vecchiaia. E’ così difficile questa guerra, i tedeschi erano più buoni.>>. La voce di Don Antonio vibrava di dolore, non aveva mai parlato con nessuno di quanto era difficile per lui continuare a vivere di stenti, ma ora aveva ritrovato un amico con cui sfogarsi, con Sandro poteva finalmente liberarsi di quel pesante fardello.

<< So tutto amico mio,  anche per me è difficile tirare avanti. Vedrai che assieme troveremo un modo per risolvere i nostri problemi. Ti ho cercato proprio per questo. Ho un progetto.>>

<< Un progetto!? Non capisco…di quale progetto parli?>> chiese perplesso Don Antonio, ormai affaticato da tutte quelle inaspettate emozioni.

<< Su, andiamo al bar a prenderci un buon caffè così ti spiego tutto. Il Picchio e Il Furetto hanno un’ultima missione da compiere. Vedrai che dopo riposeremo più sereni. >> disse Sandro prendendo dolcemente sottobraccio l’amico ed incamminandosi verso la piazza della vicina stazione dei tram.

 

<< Ma sei impazzito, ti è andato in pappa il cervello!?>> sbraitò Don Antonio allarmando tutti gli avventori del bar, dopo aver ascoltato inebetito il “il progetto” del Picchio

<< Zitto! Non farti sentire.>> disse Sandrone avvicinando una mano alla bocca dell’amico.

<<  Sandro, è stato un piacere rincontrarti ma…non voglio avere a che fare con questa follia. Ho novantuno anni e non ho mai rubato uno spillo, ed ora dovrei assaltare un portavalori? Beviamoci un buon caffè e non tornare più sull’argomento. Siamo troppo vecchi per queste bravate.>>

<< Antò, non fare lo stupido, questa è la tua occasione per smettere di vivere come un mendicante, la tua tanto onorata onestà non ti ha portato a nulla. Abbiamo combattuto una guerra rischiando ogni giorno il plotone d’esecuzione ed ora ci tocca morire di fame. Pensaci bene e vedrai che ho ragione. Ho calcolato tutto, andrà tutto liscio come l’olio, ma dobbiamo farlo questa notte, io non ho molto tempo a disposizione. >>

<< Certo, secondo te dovrei finire i miei ultimi giorni in prigione. Non se ne parla nemmeno!>>

<< Antò, alla nostra età non si finisce in prigione, e poi nel gabbio si sta meglio che fuori, lì almeno non dovresti rovistare nell’ immondizia per rimediare la cena.>>.

Il cameriere preoccupato dal tono concitato di Don Antonio si avvicina a lui e gli chiede a se stava bene.

<< Sto bene, grazie giovanotto. Visto che è qui, per cortesia  può portare due caffè?>> rispose Don Antonio abbassando subito la voce.

<< Due!?>> chiese stupito il cameriere.

<< Si due! Corretti con il sambuca. Grazie >>  rispose Don Antonio con tutto il contegno che riuscì a simulare.

<< Va bene, come vuole lei. Glieli porto subito.>> disse il cameriere in un modo eccessivamente affettato, come se stesse assecondando la richiesta di un povero pazzo.

<< Antò, e meglio se andiamo via. Quello lì ci ha preso per due matti, è inutile aspettare, non ci porterà nessun caffè.>> affermò Sandrone dopo un lungo sospiro. Il cameriere,  contrariamente a quanto aveva detto Sandrone, tornò dopo pochi minuti con i due caffè. Li posò sul tavolino davanti al soddisfatto Don Antonio, poi con un gesto rapido ed elegante mise sotto uno dei piattini lo scontrino ed assunta la postura di una guardia svizzera attese che gli venisse pagato il conto.

<< Pensaci tu, sono a corto di liquidi.>> disse Sandro all’amico che a testa china, con il naso che sfiorava il piano del tavolino, cercava di decifrare i minuscoli caratteri della ricevuta fiscale.

<< Sono tre euro e cinquanta centesimi .>> cantilenò il cameriere.

<< Ma sono un sacco di soldi per due caffè!>> esclamò Don Antonio senza interrompere la difficile operazione di lettura.

<< Sono tre euro e cinquanta centesimi .>> disse nuovamente il cameriere usando lo stesso tono e le stesse pause di prima, tanto da ricordare le voci artificiali delle segreterie telefoniche

<< Va bene, mi fido…ma restano comunque troppi per due caffè.>>. Detto questo Don Antonio frugò dentro le tasche dei pantaloni e raccolta una manciata di spiccioli, da dieci e cinque centesimi, iniziò a contarli lentamente, come se ritardare il pagamento potesse diminuire il suo dispiacere di privarsi di tutte quelle lucide monetine.

<< Ecco, tenga il resto.>> disse Don Antonio, dopo aver impilato in due piccole colonne identiche i soldi del conto. Il cameriere, che aveva seguito impassibile l’operazione, raccolse subito gli spiccioli con la stessa   indifferenza che un  croupiere riserva alle fiches.

<< Cinque centesimi di mancia! Grazie, signore lei è molto generoso.>> commentò sarcastico il cameriere andandosene.

<< Non vedi, non puoi neanche permetterti un misero caffè. Ci vediamo stanotte alle tre nel parcheggio dell’Ipermercato. Ti ricorderai di venire? >> disse Sandro senza guardare l’amico. Ma Don Antonio finse di non sentire e iniziò a sorseggiare il caffè.

<< Segnati l’indirizzo di mio figlio. Devi portarla a lui la mia parte del bottino.>>. Sandro aveva liberamente interpretato il silenzio di Don Antonio come una risposta affermativa e stava per ripetergli il suo strampalato piano.

<< Sandro, io l’indirizzo di tuo figlio lo prendo ma solo per avvertirlo che sei finito in galera. Io stanotte resto a casa. Su, dettami l’indirizzo e chiudiamo l’argomento una volta per tutte. >> e detto questo, Don Antonio prese la penna stilografica dal taschino della camicia e scrisse con grossi caratteri infantili sul tovagliolino di carta l’indirizzo che Sandro gli dettò.

<< Caro Furetto, ora devo andare, ci vediamo più tardi.>> disse poi Sandro,  serio in viso, alzandosi dalla sedia.

<< E il caffè non lo prendi?>> chiese Don Antonio indicando la tazzina fumante.

<< No, prendilo tu, ti servirà per stanotte.>> rispose da dietro la spalla Sandro allontanandosi

 

 

 

Durante la notte Don Antonio, forse per colpa dei due caffè,  non riusciva a prendere sonno ed alla fine, dandosi del vecchio idiota, uscì di casa per recarsi sul luogo dell’appuntamento con Sandro. Alle tre in punto era come da copione dietro i carrelli nel parcheggio dell’Ipermercato  ma il Picchio non si era ancora fatto vedere. Secondo l’allucinante piano del suo vecchio compagno di brigata, Don Antonio doveva rimanere lì finché il portavalori, dopo aver prelevato l’incasso della settimana dalla cassaforte dell’Ipermercato, non si fosse allontanato verso l’uscita. Per uscire dal parcheggio il blindato della Sicurtransport sarebbe dovuto passare per una breve ma ripidissima salita che  avrebbe obbligato il conducente a rallentare quel tanto da consentire ad Antonio di raggiungere gli sportelloni posteriori. A quel punto Sandro, che si sarebbe dovuto trovare all’interno del portavalori, ma non gli aveva spiegato come, gli avrebbe lanciato la busta contenete l’incasso.

<< Bravo il mio Furetto! Ero sicuro che saresti venuto.>> Sandro era apparso come dal nulla alle spalle di Don Antonio .

<< Ma sei pazzo, vuoi farmi venire un infarto? Fatti sentire la prossima volta.>> disse Don Antonio mettendosi una mano sul petto per sentire il battito cardiaco.

<< Ma va, che non muori per così poco! Vedrai sarà un gioco da ragazzi.>>. Sandro era eccitatissimo come non lo era mai stato neanche nelle missioni più pericolose della loro carriera di partigiani.

<< Appunto, un gioco da ragazzi, ma noi non siamo più ragazzi da un sacco di tempo e certi giochetti non possono riuscirci bene.>> puntualizzò subito Don Antonio, ancora incapace di spiegarsi perché avesse cambiato idea, presentandosi a quel folle appuntamento.

<< Non fare l’uccellaccio del malaugurio e tieniti pronto, stanno per arrivare.>>. Non appena Sandro finì di parlare  i fari del blindato illuminarono il parcheggio. Don Antonio si accucciò subito per non farsi vedere mentre l’amico, con la stessa misteriosa rapidità con la quale era apparso, scomparve nel nulla. Dopo qualche minuto Don Antonio sentì sbattere i pesanti sportelli, quello era il segnale che annunciava il suo ingresso in scena. Il camioncino portavalori, proprio come aveva detto Sandro, stava arrancando in salita. Don Antonio, con il fiato rotto per lo sforzo, si trovava a pochi passi dai portelloni posteriori del blindato quando questi, come d’incanto, si aprirono per un breve istante,  sufficiente però quel tanto da consentire a Sandro di lanciare fuori una voluminosa busta, sigillata con del nastro adesivo. Come fosse riuscito Sandro ad entrare all’interno del portavalori, senza farsi vedere dalle guardie, era per Don Antonio un gioco di prestigio di cui non riusciva capire il trucco .

“La prossima volta che lo vedo dovrà dirmi come ha fatto” pensò il Furetto, mentre raccoglieva la busta da terra per  metterla dentro un sacco della spazzatura. Ma alle guardie non era sfuggito il rumore dei portelloni che si richiudevano e fermato il blindato scesero per controllare. Don Antonio, come previsto dal piano, doveva avvicinarsi al più vicino cassonetto dell’immondizia e rovistarci dentro, fingendo di cercare qualcosa da mangiare.

<< Questa parte ti dovrebbe uscire piuttosto bene.>> gli aveva detto ironico Sandro, quando al bar gli aveva rivelato il suo “progetto”. Le guardie intanto, accortesi del furto, avevano avvertito immediatamente la polizia e iniziato a perlustrare il parcheggio. Dopo un paio di minuti le pattuglie della polizia avevano bloccato tutte le traverse vicine all’Ipermercato. Furono due poliziotti a vedere Don Antonio, che in realtà non faceva nulla per nascondersi. "Farsi notare per non destare sospetti" era  il motto del Picchio durante la resistenza.

<< Cosa sta facendo?>> chiese un agente puntando il fascio di luce della torcia verso il volto di Don Antonio.

<< Io?! Niente, cerco solo qualcosa da mangiare, di giorno…mi vergogno. >> rispose Don Antonio con un filo di voce.

<< Ok, ma ora se ne vada, sta intralciando delle indagini. >> disse con arroganza l’altro agente, accompagnando le parole con dei bruschi movimenti delle mani. Don Antonio si mise in spalla la busta nera della spazzatura e stava per andarsene quando l’agente che aveva parlato per ultimo lo fermò.

<< E lì dentro cosa c’è?>> chiese con la medesima arroganza di prima.

<< Bhe… qui dentro… c’è…>> Don Antonio si stava facendo prendere dal panico, e per istinto sarebbe stato quasi pronto a scappare, pur sapendo bene che lo avrebbero raggiunto subito, quando intervenne l’altro agente. 

<< C’è il suo pranzo di domani.>> disse con aria disgustata al collega, per poi, con cattiveria chiederne conferma a Don Antonio. 

<< Vero, che lì c’è la tua spesa? >>

<< Si, signore.>> si limitò a rispondere Don Antonio.

<< Allora buon appetito.>> dissero all’unisono i due agenti ridacchiando.

<< Grazie, ora posso andare?>> chiese Don Antonio, pensando a quanto erano stupidi e cattivi quei due poliziotti.

<< Si, puoi andare. Sciò, sciò, sparisci che dobbiamo lavorare.>> dissero gli agenti con disprezzo.

 

 

 

Don Antonio non riusciva a crederci, non aveva mai visto nella sua lunga vita tanti soldi tutti insieme. Appena arrivato a casa aveva aperto la busta per guardarne il contenuto ed ora sul suo umile letto c’era una coperta di banconote fruscianti. La sua vita, grazie al Picchio, era cambiata ed adesso poteva passare i suoi ultimi giorni senza la deprimente preoccupazione di cosa mangiare per cena. Contò più volte il bottino, ma ogni volta che superava i centomila euro, per l’emozione doveva ricominciare daccapo, come se non sapesse andare oltre quella cifra. Dopo numerosi tentativi riuscì a contare tutto quel denaro: il bottino ammontava a centosessantaduemila euro. Calcolò che la metà esatta era ottantunomila euro ma decise che a Sandro avrebbe dato novantamila euro, in fondo era stata un’idea tutta sua quella del furto al portavalori e quindi meritava la fetta più grossa della torta. Mise la parte del bottino che spettava a Sandro dentro una scatola di scarpe e si sdraiò sul letto, voleva riposare un po’ prima di prendere il treno che lo avrebbe portato nel paese, per fortuna non molto distante, dove viveva il figlio del suo amico.

 

 

 

Arrivato alla stazione, come prima cosa, si diresse in un bar per bere un cappuccino, questa volta senza preoccuparsi del costo, e per sciacquarsi un po’ nel lavandino della toilette. Il piccolo e malandato treno locale puzzava come una stalla e Don Antonio voleva cercare di togliersi da dosso quel persistente cattivo odore. Poi prese un taxi e si recò all’indirizzo che gli aveva dato Sandro. Il figlio del Picchio viveva in uno squallidissimo e cadente quartiere popolare. Quando bussò alla porta, priva di campanello, dall’interno dell’abitazione sentì uno strano stridore di gomme. Dopo un po’ la porta si aprì ma Don Antonio non vide subito l’uomo che gli aveva aperto perché questi si trovava seduto su  una sedia a rotelle.

<< Cerco Sebastiano, il figlio di Sandro Capocchi.>> chiese Don Antonio, cercando di non far trasparire l’imbarazzo che provava nel trovarsi davanti ad un invalido.

<< Sono io. >> rispose l’uomo con voce triste, forse consapevole che era il suo stato ad aver messo in imbarazzo quell’ospite sconosciuto.

<< Io sono Antonio Foschi, un caro amico del tuo papà.>> disse Don Antonio, porgendo la mano a Sebastiano che la strinse energicamente, come per fargli capire che  nonostante tutto era abbastanza forte da non accettare la pietà altrui.

<< Piacere…ma se siete venuto per mio padre…purtroppo non c’è più…è morto. >> disse visibilmente commosso Sebastiano.

<< Morto! ma non può essere!>> esclamò Don Antonio, tremando dalla testa ai piedi nel tentativo di non farsi sopraffare da quella notizia. Aveva visto il Furetto poco più di una decina di ore prima e non riusciva ad immaginare cosa  potesse essergli  accaduto.

“Forse è stato ucciso durante la fuga dal blindato” pensò alla fine, riflettendo sul loro ultimo rocambolesco incontro.

<< E’ morto cinque anni fa. >>  disse Sebastiano aumentando lo stupore del povero Don Antonio.

<< Cosa!? Cin…que… anni fa! Per cortesia mi faccia entrare, ho bisogno di sedermi. >> disse l’anziano, sicuro che questa volta il suo malandato cuore non avrebbe retto al colpo.

 

 

Don Antonio, dopo due generosi bicchieri di grappa ed un sonnelino sul divano letto, si sentiva abbastanza in forze per affrontare il viaggio di ritorno. Sebastiano lo aveva invitato a rimanere lì per la notte, ma Don Antonio aveva rifiutato

<< Se devo morire oggi voglio morire nel mio letto.>> aveva detto, deciso a non perdere altro tempo in un posto così lontano dal suo amatissimo monolocale. Poi, prese la scatola di scarpe con dentro i soldi e la posò sulle ginocchia di Sebastiano.

<< Questi te li manda il tuo papà; non chiedermi niente, per favore, anzi aprila quando sarò andato via.>>. Detto questo usci, camminando con un passo abbastanza spedito per la sua l’età.

 

 

 

Era, quasi mezzanotte quando Don Antonio potè finalmente trovare conforto nel suo modesto ma rassicurante letto. Aveva vissuto troppe emozioni in un solo giorno e si sentiva come se galleggiasse su delle enormi bolle di sapone, ma era felice come non gli capitava di esserlo da troppi anni. Si sentiva ancora vivo ed era quella la vera ricchezza che gli aveva donato il Picchio: i soldi avevano perso la loro importanza,  ora sapeva che anche se vecchio  era ancora capace di stupirsi della vita. “Porterò il resto del bottino a Sebastiano. Lui ne ha più bisogno di me” pensò, tirandosi le coperte fin sotto il mento.

 

 

Saul Ferrara