Umanità

(Barbara Pareti)

 

L’orsetto bianco mi guardava, dondolando sulle ginocchia della bambina dai capelli ricci, e pensai che gli ci voleva proprio una bella lavata, per levare quelle macchie di unto e fango e chissà che altro. Sarebbe stato un orsetto carino, con la sua pelliccia morbida e i suoi occhietti neri, ma a guardarlo ora faceva venire un po’ di  tristezza, e rifletteva la miseria della sua padroncina, e di sua madre, in piedi accanto a lei.

E non pensate che le stessi giudicando, con sguardo critico e freddo, ma anzi, seduta di fronte a loro in quel tram sferragliante, mi persi nelle pieghe dei loro abiti, e nei colori dei loro occhi, e nei loro odori forti.

Mi capitava spesso di perdermi nell’ osservare i  comportamenti e atteggiamenti di chi non sapeva di essere osservato, come ad esempio negli aeroporti, nelle stazioni ferroviarie, nelle sale d’aspetto. La gente non ama essere osservata, la mette a disagio, si sente nuda di fronte a te e in genere tende a chiudersi, ad incrociare gambe e braccia, a farsi piccola, trasparente. Ma se ti fai piccolo e diventi tu l’elemento trasparente, allora puoi notare le cose più strane e meravigliose.

Per esempio, vedere l’anziana signora con l’abito grigio e la collana di perle che entra nella macelleria all’angolo e ne esce con un cartoccio che porterà con incedere solenne  ai gatti randagi del vicinato, lei che in tutta la sua vita da signora bene aveva sempre odiato quelle bestiacce maleodoranti e sgradevoli. E allora rammenti che in tutta la sua vita agiata e di esteriorità, l’unica cosa che mai nessuno le aveva donato era affetto, incondizionato, leale, e che col passare degli anni, e dopo la malattia che le aveva portato via i seni e la voglia di vivere, solo un micino sparuto e fragile le si era avvicinato una mattina, al parco, e le si era strusciato contro una gamba, e l’aveva guardata negli occhi. E lei aveva davvero pianto tanto quella mattina, e ora tutto le era più chiaro.

Oppure il bimbo biondo dal sorriso da rockstar, che vedi correre leggero per i marciapiedi e ai giardini pubblici che, mentre gli altri coetanei sparano coi fucili a molla e si fingono supereroi, si china meravigliato, col fiato sospeso, dinanzi a una coccinella posata su una fogliolina, o una formica impegnata nel trasporto del suo carico molte volte più grande di lei. E lo vedi, attento, assorto, gli occhi grandi e la bocca aperta, farsi coccinella e formica, diventare simile a quel microcosmo che piedi incuranti calpestano senza pietà.

O ancora la maestra elementare, una donnina piccola e ossuta, carina se non fosse così asciutta, che ogni sabato si dirige nel negozio di minerali e cristalli e si perde nei loro colori e nelle loro forme e nel loro splendore. E li conosce uno ad uno, ne conosce la provenienza e le proprietà, e li accarezza e li annusa come cuccioli, e ogni volta ne esce con uno diverso, che metterà in una bacheca accanto al letto, per ammirarli ogni sera, prima di dormire, e portarne uno al petto nel recitare le preghiere, il quarzo rosa, quello del cuore, quello degli spiriti puri.

E poi c’è l’uomo dal cappello, un signore distinto che vedi passare per strada, sempre col suo cappello, sempre diverso, e ogni volta potrai dire esattamente se è di buon umore o meno, e cosa si appresta a fare. Cappello nero di taglio classico? Va in banca, a parlare col direttore, e questo lo mette sempre in apprensione, e vuole fare bella figura, e sapere come vanno le sue finanze, e se gli investimenti sono buoni o si corre qualche rischio. Cappello a scacchi marrone? Va a passeggiare nel parco, e questo lo mette di buon umore, sa che andrà a respirare aria buona, a vedere belle ragazze che corrono per mantenersi  in forma e nipotini coi nonni, molti dei quali sono suoi conoscenti e amici. E poi c’è il cappello da sera, da viveur, quello che indossa alle serate danzanti, dove sa che incontrerà alcune delle sue vecchie fiamme, quelle che ancora lo guardano con occhi accesi perché sa di essere ancora un bell’uomo. E allora lo vedi entrare nella sala con passo sicuro e con il suo bel cappello di raso, e le donne si voltano a guardarlo e a tutte rivolge un sorriso, ad alcune un baciamano, da vero gentiluomo.

E insomma questa osservazione di umanità mi piaceva, mi faceva sentire ancora più parte di un disegno  immenso e benevolo, e vedere le persone  ignare del mio occhio  su di loro era dolce e intenso, a tratti commovente.

E così ora guardavo la bambina dai capelli ricci e gli occhi neri che si spazzava il naso per poi mettersi in bocca il prezioso ritrovamento e questa scena mi ispirava tenerezza, mentre la madre, dal volto stanco, sicuramente stava pensando a cosa preparare per cena e come far quadrare il bilancio famigliare, mentre solo pochi anni prima avrebbe dovuto solo pensare a quale abito indossare per andare fuori con le amiche, a passeggiare e farsi ammirare dai ragazzi che apprezzavano le sue forme generose e la sua pelle bruna. E nell’attimo in cui abbassò lo sguardo sulla figlia dal vestitino rosso che un tempo era stato suo e che la madre aveva gelosamente conservato per la prima nipote, ebbe un fremito e un timido sorriso apparve a rischiarare quel viso indurito, e la bimba sentì questo sguardo d’amore, e le strinse un dito con la manina calda e appiccicosa.

Mentre l’orsetto che un tempo era stato candido e che ora sfoggiava una livrea di macchie multicolori, stretto fra le ginocchia della piccola ricercatrice  di tesori corporei, mi sorrideva sotto i suoi occhietti di plastica nera e anzi, posso giurare di averlo visto farmi l’occhiolino, ma mi raccomando,  non ditelo in giro…