VIAGGIO

(Gabriele Pane)

 

Una landa desolata e brulla si estendeva lungo l’orizzonte. La vista appannata per via della sottile foschia lo rivelava dalla cima della collina in cui mi ero risvegliato. Sopra essa troneggiava un albero; una maestosa quercia dall’età indefinibile, fiera della propria frondosità. Il tronco poteva essere aggirato solo dopo diverse ore di cammino.

Due cavità nel legno nascondevano altrettante fiammelle, la cui luce fioca e debole illuminava un’incisione. Un nome: Yggdrasil. La sua imponenza nascondeva allo sguardo un minuscolo sentiero, ancora più mimetizzato in quel grigio dominante. Ad ogni passo intrapreso lungo l’accidentata discesa, questo diventava sempre più denso. Proseguendo prudentemente, attento a non inciampare sui grossi sassi che s’incontravano facilmente sopra la superficie non lastricata, distinguevo leggeri, onirici bagliori azzurri, come di piccole fiaccole sospese per aria. Non riuscivo a spiegarmi il perché non provassi nessuna emozione - non smarrimento, timore, curiosità o felicità - mi sentivo e comportavo come un passivo spettatore disinteressato; accomodato sopra la poltroncina di un cinema, di fronte ad un film di cui non riusciva a comprendere il significato dei fotogrammi che si rincorrevano attraverso lo schermo.

Eppure non ero annoiato, le mie percezioni erano attive come da molto tempo non capitava. All’erta, in cerca di un indefinito segnale da captare, un’emozione esterna che compensasse la totale assenza del mio animo. Il corpo camminava dritto verso la meta, le fiaccole; l’anima era rimasta indietro, forse, comunque assente: la gabbia proseguiva da sola, l’essenza sparita, portando con sé le emozioni. Una delle stringhe delle scarpe, d’improvviso, venne recisa di netto, in prossimità del nodo, da un rovo saltato fuori alle spalle di un sasso. M’inchinai per allacciarla nuovamente.

Un sottile tonfo alle mie spalle. Poi un altro. E un altro ancora. Non potevo sbagliarmi, erano dei passi. E provenivano da tergo. Con calma innaturale mi voltai, ergendomi nuovamente in piedi. Distinsi una fiammella che danzava saltellando da destra a sinistra. Sospesa per aria, era contenuta all’interno di una lanterna minimale retta da qualcuno…un anziano…ma era ancora un po’ distante.

Finalmente potei distinguerlo: un vecchio, forse dell’età della quercia. L’unico suo indumento era una botte di legno costruita su misura con la precisione di un sarto. Lo copriva dalla base del collo a sotto l’inguine. Dai quattro fori, due posti all’altezza delle braccia, e due sotto la base, uscivano per l’appunto gli arti, sottili braccia ossute, gambe mingherline prive di muscoli e dalla pelle raggrinzita. Il suo volto era quasi interamente coperto da una lunga barba che calava fino alle ginocchia, scoprendo solamente due occhietti vispi e spiritati, fatti brillare dalla lanterna.

Alla mia vista placò il suo incedere.

-Sei tu l’Uomo?- mi chiese, quasi mormorando. L’osservai incapace di proferire parola, completamente disinteressato. Lui non attese alcuna replica: proseguì alla mia destra, lungo il sentiero, dritto incontro le fiammelle che sempre più vivide si distinguevano in lontananza.

-Cerco l’Uomo, dove troverò l’Uomo? Quelle fiamme…

Le parole del vecchio erano trasportate dal vento come musica della natura, accompagnate da un’orchestra di sussurri intonati da grosse foglie aleggianti ai lati del sentiero, senza mai invaderne il tracciato.

Proseguii senza esitazione verso i bagliori sempre più distinti, lontani non più di qualche centinaio di metri probabilmente.

Quando i passi si fecero più spediti, l’orchestra della natura cominciò a conoscere un nuovo suono, introdotto prima sommessamente, indi sempre più prepotentemente, fino a diventare un unico suono ancestrale; ormai le fiammelle si erano trasformate in vere fiaccole sostenute da lunghi treppiedi. Erano ricavati da delle canne di bambù dalla cima triforcuta legata con grossi spaghi di canapa. L’ultimo fiato di un flauto magico sostenuto dal sospirare del vento lasciò il posto ad un battito secco. Una serie, un tempo ritmato, scandito da un altro battito, meno profondo. Il corpo, la gabbia, prese a muoversi inconsciamente secondo quel tempo antico, gutturale.

Rividi il vecchio, obiettivamente inoffensivo, intento ad osservare qualcosa. Non potei fare a meno, spinto da una forza sconosciuta - la curiosità - di avvicinarmi al suo fianco. La luce della sua lanterna non era più rossastra come quando l’avevo scorta per la prima volta, bensì bianca, eterea; un sorriso gli illuminava il volto di fronte allo spettacolo più bello che abbia mai visto. La nebbia  si era diradata, svelando alla vista un anfiteatro di eterna giovinezza, eretto da popoli di arcana tradizione. La magia era tangibile, si respirava, era un veicolo di comunicazione tra due mondi: lo spirito e il corpo, splendido nella sua bellezza infinita. I treppiedi di bambù erano diverse decine, disposti tutti sopra la prima gradinata in basso dell’anfiteatro. Dal lato opposto rispetto ad esse, lungo tutta la linea di confine dell’arena, tre uomini, la pelle d’ebano e il corpo perfetto, completamente nudi battevano, sopra grandi tronchi di quercia cava, lunghe aste di legno lavorato, la cui sommità tondeggiante era composta da un’insieme di stracci legati insieme. Il suono era profondo, arcaico. Al centro dell’arena uno spettacolo meraviglioso: qualche decina di uomini e donne, completamente nudi anch’essi, si dimenavano secondo il tempo dettato dai battitori. Biondi, mori, rossi, bianchi, neri, gialli, dagli occhi azzurri o neri o verdi o castani, occidentali, asiatici, pellerossa, africani, aborigeni, tutti avevano un solo tratto in comune: la loro bellezza avvicinava il trascendentale. Erano lucenti e fiammanti, vividi e radiosi, sereni e persi nella loro trance.

Erano spiriti, forse Idee, non so;  con sicurezza posso dire soltanto che nulla di più incredibile di quel ballo sfrenato e di quella rifulgente magnificenza ha mai sfiorato l’occhio di un uomo. Una bordata di emozioni proveniva da quei tronchi e si addentrava nella bolgia; travolgente come il mare in tempesta la scuoteva, la rivoltava, ne imprigionava l’essenza e, dopo un volo magico, con un’esplosione silenziosa la liberava su quei corpi, quasi una pioggia donatrice di vita. Le mie emozioni erano stravolte, m’invadevano tutte insieme; il vecchio e il corpo unico in movimento dell’arena, ora apparivano terribili, ora mi stupivano, poi m’incuriosivano, poi il panico, il terrore, l’invidia, la contemplazione estasiata.

-Ecco l’Uomo.

Le parole del vecchio rubate a quel tempo ritmato e tribale, provocarono in me una forza incontrollabile, un’energia nuova ed impensabile. Avrei voluto correre, ma una luce improvvisa mi accecò sprigionata dalla lanterna dell’anziano. M’investì in pieno, rubandomi alla vista quel veicolo di magia, per riportarmi deluso sopra un letto freddo, una realtà insopportabile.

Rotolavo, mollemente rannicchiato sotto le calde coperte invernali, in cerca di una posizione più comoda che mi restituisse dolcemente ai miei sogni: quando capitava di ricordare così nitidamente ciò che avevo appena esplorato nella dimensione onirica, cercavo di addormentarmi nuovamente il prima possibile. Forse speravo di trovare nelle elucubrazioni post-risveglio qualche traccia di quella memoria collettiva che tanto m’incuriosiva; forse desideravo addirittura riuscire a svelare un qualche remoto contatto con un altro uomo, anch’esso sognatore ad occhi aperti come il sottoscritto; Probabilmente era semplicemente la volontà di tornare a me stesso, di conoscermi il meglio possibile. Dietro tutto questo in ogni caso si celava una profonda convinzione: che il soggetto più contraddittorio ed instabile, fra quelli che mi circondavano ero io. Il mio folle conflitto mi dilaniava. Contemporaneamente ero tremendamente incuriosito dalla fragile linea che separava la sanità mentale dalla schizofrenia latente. Davo libero sfogo costantemente alle due personalità che laceravano l’Io, impotente assistevo alle vittorie sempre più frequenti del lato oscuro, della mediocrità qualunquista e dilagante, la pigrizia dell’agire.

Rinoa, la mia piccola gatta bastarda, si aggirava all’interno della stanza con noncuranza, saltando libri ammucchiati e fogli di carta sparsi, per andare a sdraiarsi sopra un cumulo di vestiti accatastati in un angolo. Il mio pietoso stato di autocommiserazione non aiutava certo a tenere quel disordine fuori controllo, ma semplicemente ad aumentarlo. Un velo steso dagli occhi cisposi mi nascondeva a poco a poco la vista della mia camera da letto, il rifugio di un animo tormentato.

Lo stato di dormiveglia è forse il più interessante tra le fasi che si attraversano durante il sonno: non si è svegli, ma allo stesso tempo non si può dire di dormire; però capita spesso di sognare, anzi, forse proprio quelli sono i sogni che più rimangono impressi al risveglio…

Così richiudevo gli occhi, pian piano il velo annebbiava la vista ed errando fra universi diversi e non meno interessanti del mio, cercavo di raggiungere il teatro in cui avevo rappresentato quella scena meravigliosa: il ballo frenetico dell’Uomo, momento in cui l’empatia con l’altro da sé e con la natura era totale. In quei brevissimi istanti non riuscivo a riconnettermi con il sogno: Rinoa, con un balzo sul letto, mi aveva svegliato. Rintontito scorgevo, con la vista ancora sfocata, i suoi piccoli occhi gialli che mi guardavano, forse divertiti (mi sono sempre chiesto cosa pensino gli animali di noi, forse nulla dato che non dovrebbero pensare).

Sentivo un forte dolore alla schiena, il giaciglio su cui dormivo era duro, irregolare, non sembrava un letto. Davo la colpa alla posizione innaturale nella quale mi ero addormentato, con la pancia in su, la testa per metà poggiata sul cuscino, per metà sul materasso, le gambe ambedue da una parte, con i piedi fuori dal letto. Però, il materasso era veramente scomodo… Cercavo di fare un verso in risposta al miagolio del gatto, ma non riuscivo ad emettere suoni, la gola secca me lo impediva.

-Anche se mi fai versi mica ti capisco!- quella frase, incastonata nel silenzio totale che mi circondava ebbe su di me l’effetto di una doccia improvvisa: balzai seduto, osservando l’animale sconcertato che, a sua volta, mi squadrava attento. Con quel movimento mi feci veramente male, l’osso sacro batté con forza nel duro giaciglio. Ma perché era così irregolare? Perché stavo dormendo sopra la radice di un albero! E il mio letto dov’era? Però dovevo prima preoccuparmi di altro:

-Hai parlato tu?- domandai alla gatta.

-Sì.

-E me lo dici così? Da quando…

-Da sempre, non mi andava di rivolgerti la parola…

Non muoveva la bocca per parlare. Incredibile. Mi osservava con l’aria di chi si trovava di fronte alla scena più assurda che avesse mai visto, lei! E io cosa dovevo dire di fronte ad un gatto che parla? Nello stupore che mi aveva preso nell’ascoltare la voce umana di Rinoa non mi ero curato di un altro aspetto molto particolare: la radice sopra la quale mi ero candidamente accomodato, convinto si trattasse di un letto, era il prolungamento di un albero, una quercia enorme. Il tronco si estendeva a perdita d’occhio sia in lunghezza che in larghezza rispetto al mio punto di vista. Un nome: Yggdrasil. C’era qualcosa che non andava, ora l’avevo capito: dov’era la mia camera da letto? Estendendo lo sguardo verso l’orizzonte, fin dove i miei occhi potevano arrivare ammirai un paesaggio tanto assurdo quanto splendido: per prima cosa mi colpirono le bolle, arancioni come delle grandi arance trasparenti, salivano verso il cielo emanando un forte odore di sapone. Trasportavano aria, come se la pianura stesse respirando. Prendevano il volo dai prati e sfioravano l’azzurro…prati? Azzurro? Di che sto parlando, quelli non erano prati, non potevano esistere dei campi di grano dalle spighe rosa pallido, un colore tanto carico che quando veniva illuminato dall’intermittente luce del sole colpiva gli occhi con forza, costringendo ad abbassare lo sguardo.

-Hai notato il cielo?- fece una voce alle mie spalle anticipando la roteazione verso l’alto delle pupille.

A bocca aperta alzai lo sguardo verso l’azzurro, interrotto da pennellate più scure, spirali che s’inseguivano, cariche di colore. E’ difficile spiegare cosa vidi in quel cielo, posso presentare solamente un esempio pittorico, frutto di una deviata mente terrena: sembrava un quadro di Van Gogh. Rosso, celeste, indaco, viola, arancione, le varie sfumature di un cielo al tramonto s’inseguivano giocose, nascondendo ogni tanto l’azzurro dominante dell’atmosfera. Colori carichi, colpi di pennello impazziti, le diverse prospettive nelle quali si poneva il pittore prima di dare quello decisivo che ristabilisse l’ordine totale della sua espressione.

-Non sei in un quadro di Van Gogh, puoi stare tranquillo.

Mi volsi verso il luogo di provenienza della voce: una figura con indosso una tunica nera ed una falce di diamante, stava con la schiena poggiata al Grande Albero, le braccia conserte, assorto nei propri pensieri.

-La tua stanza è di là.

Seguii l’indicazione del figuro alle mie spalle e la vidi: un cubo con il tetto a spiovente, due larghe finestre dagli infissi bianchi e le mura dello stesso colore. Ballava, sostenendosi su due agili colonne di cemento armato, mentre altre due, le braccia presumo, si agitavano forsennatamente, in preda a non so quale frenesia. Era circondata da degli omuncoli dotati di strumenti musicali, dal suono che potevo udire sembravano due trombe e due flauti, vestiti di piume colorate, che saltellando ne accompagnavano i volteggi a suon di musica. Descrivere lo stupore con il quale seguii quella scena è veramente arduo: scomparvero all’orizzonte, sempre festanti, finché una spirale bianca, su uno sfondo nero dominante s’impose all’attenzione: era la tunica del figuro che mi dava le spalle e con cenni perentori m’imponeva di seguirlo attraverso un sentiero sdrucciolevole trafficato da numerosi ciottoli indaffarati.

-Chi sei?- gli domandai.

-Stammi appresso.

-No, prima mi dici chi sei.

-Io sono la Morte!

In quel momento sì che mi sentii tranquillo: non sapevo dove mi trovavo ed ero in compagnia di un pazzo che diceva di essere la Morte.

Effettivamente sulla sua presunta pazzia dovetti ricredermi poco dopo osservandolo in faccia: non ne aveva una. O meglio, non una sola: i tratti erano sfocati, come quelli di una foto mal riuscita, e cambiava colore in continuazione, la pelle ora era chiara, poi scura, poi rossa, poi più orientale; il naso prima adunco, poi a patata, poi pronunciato. Osservarlo a lungo aveva un effetto ipnotico e dovetti fare un grande sforzo per riuscire a distogliere lo sguardo. Era alto più di due metri e devo confessare che ebbi un po’ di timore quando mi si avvicinò brandendo la grande falce.

-Sbrigati, il tempo stringe.

Recuperando un po’ di sicurezza riuscii a esprimere un’osservazione.

-T’immaginavo diversa…

-Sono esattamente come mi immagini.

-Come fai ad essere così sicura? Soprattutto: che posto è questo?

-La tua Immaginazione.

In verità tuttora non sono proprio convinto di quella risposta.

-In questo mondo tu sei l’unico che ha il potere di modificare le cose: ogni convenzione, ogni uso, ogni costume, ogni legge…

-Mi vuoi far credere che io sono una specie di…Dio?!

-Beh, non proprio: teoricamente sei in grado di cambiare tutto, ma praticamente non sei capace di farlo.

-E figurati…

La Morte parve piuttosto contrariata da quel commento: nessuno aveva mai messo in dubbio la sua parola e il trovarsi di fronte a colui che l’aveva creata non gli impedì di alzare il tono:

-Ascoltami prima di dire idiozie!

-Guarda che ti faccio sparire!

La Morte si accasciò su sé stessa. Rideva. Una risata spontanea, fragorosa che mi lasciò attonito: non è roba di tutti i giorni vedere la Morte ridere. Anche se la stavo immaginando era comunque un controsenso: la Morte non ride! Non può ridere: è l’ente più triste che ci sia,  è portatore di tristezza.  Non può ridere! Capii ben presto che in quel luogo il  confine fra i concetti “avere senso” e “insensato” erano molto labili. Talmente labili che due rondini grandi come armadi levitavano allegramente sopra le nostre teste conversando con semplicità del più e del meno.

-…allora come sta tua moglie, si è ripresa dalla notizia?

-Macché, ha deciso di emigrare a sud lasciandomi a casa con i rondinelli, come se fosse facile dar loro da mangiare mentre lei non c’è…

I problemi familiari delle rondini non m’interessavano e la Morte aveva smesso di ridere. Così le chiesi:

-Una faccia sola non ce l’hai?

-Io appaio in tanti modi quanti sono i significati che tu mi dai.

-Sono così importante da governare l’immagine estetica della Morte?

-Non tu, il tuo subcosciente.

-Quindi qui dentro governo involontariamente.

-Non governi razionalmente.

-Non capisco.

-E’ il mondo dei tuoi desideri. – semplificò sconsolata la Morte.

-E quelle? Sono rondini?

-Sì, sono rondini.

-Perché parlano?

-Qui parlano tutti gli animali, esprimono le loro idee e s’integrano perfettamente con gli uomini, come tu desideri. Adesso andiamo, non perdiamoci in futili chiacchiere.

-Un’ultima domanda: perché il sole illumina a tratti?

-Perché è pigro. Non ha voglia di lavorare.

Con un grande mal di testa mi avvicinai alla mia guida; obbediente come un cagnolino seguii i suoi passi, attraverso i fasci d’erba che si piegavano al nostro passaggio, commentando la mia vista con risolini sommessi.

Non ci volle molto perché notassi i primi segni di civiltà, all’inizio qualche casa, villette dall’architettura vagamente nordica, se non fosse per i minareti che, dal tetto, si levavano verso il cielo. Lo schema architettonico era uguale per tutte le case, si differenziavano tra loro solo per i colori o per qualche minima differenza come il numero delle finestre, la grandezza dei balconi. Incontrammo altri di quegli omuncoli che avevano fatto ballare la mia stanza, nanetti dalle orecchie a punta che si muovevano indaffarati, trasportando delle carriole piene di dischi tondi di metallo. Uno di loro me ne fece prendere in mano uno: erano estremamente morbidi, potevo torcerli a piacimento.

Mi spiegò la mia guida che servivano per riparare una costruzione corrosa dal tempo -  presso la quale mi avrebbe condotto poco dopo - e che erano composti da materiale organico prelevato da una cava molto distante. Veniva unito all’energia prodotta da un convertitore d’immagini che si trovava dentro la città. Non capii molto da quella spiegazione, ma ebbi modo più tardi di comprendere meglio.

Nel frattempo giungemmo alla città: si trovava all’interno di un parco, ne era parte integrante: quel verde era l’unico aspetto che ricordasse la mia città,. In effetti a pensarci bene tanto verde non era… Pareva un paese normale, ma non ebbi il tempo di percorrerlo in lungo e in largo come avrei voluto, o se lo ebbi non lo ricordo; le immagini che ho di quel momento sono confusi fotogrammi sfocati e rimetterli in ordine sarebbe arduo e distorcerebbe la sequenza degli avvenimenti.

L’unico luogo che posso descrivere chiaramente è la piazza principale, una costruzione a forma di occhio, curata nei minimi dettagli da abili scultori e scalpellasti, artigiani che ne avevano studiato ogni proporzione. Al centro troneggiava una fontana: un sole stilizzato retto da un essere indefinito, vagamente umano, il volto coperto dalla luce del sole reale (particolare curioso era che da qualunque parte lo si guardasse risultava sempre essere coperta, come un’aura divina). Dal centro del sole scolpito sgorgava incessante un’acqua limpida come mai avevo visto, al cui interno la luce si rifletteva creando giochi e complessi disegni rappresentativi, reali…erano reali! Guardando con più attenzione mi accorsi che ricalcavano perfettamente volti, persone e situazioni che avevo vissuto nel corso della mia vita.

-E’ la Fonte. Essa tesse immagini che mettiamo nei dischi che hai visto prima e che portiamo nel luogo dove vengono conservati. – spiegò la Morte con aria saccente.

Non l’ascoltai attentamente nei dettagli tecnici, mi colpiva la Luce, l’idea del ricordo come Luce, fonte di vita per l’intera Immaginazione. Sempre che esso fosse davvero un mondo creato dal mio inconscio.

Interrogativi sempre più astratti mi si ponevano in un vortice incessante; e più questo vortice aumentava d’intensità, più attorno a me i nanetti apparivano indaffarati, correndo su e giù per le strade, trasportando carriole, strumenti, dischi. La Luce. Se il ricordo era Luce, io ero l’energia che dava modo alla luce di essere. Per un attimo la Morte parve spaventata dall’improvvisa accensione del mio sistema intellettivo, ma assunse il controllo di sé molto presto: era un avvenimento a cui aveva già assistito innumerevoli volte.

I miei pensieri vennero bruscamente interrotti dall’arrivo di un nuovo singolare personaggio, un nano anch’esso, più grosso e più alto rispetto agli altri, con il cappello e le orecchie a punta, la schiena incurvata in avanti scoprendo una gobba pronunciata. Ci si fece incontro con passo zoppicante, poggiandosi su un bastone di legno non lavorato ma robusto. Salutò con voce calda, realmente contento di vederci.

-Salute Morte.

Onestamente questa frase mi parve un altro controsenso.

-Salute a te Gobbo.

-Possiamo avvicinarci al Cumulo fuori dalla città? E’ d’accordo il Creatore?

-Io sono d’accordo – intervenni – se mi spiegate prima cosa è.

-Lo vedrà con i suoi occhi, il luogo del nulla.

Sempre meno questo mondo dei miei desideri mi confortava, un po’ troppe stranezze avevo osservato e davo qualche segno di stanchezza. Ciò nonostante seguii i due, la Morte e il Gobbo, chiedendomi fino a dove il mio inconscio si fosse spinto nel generare questo delirio di colori e simboli.

-Perché sei gobbo? Esiste la vecchiaia qui dentro?

-Certo che esiste, ma non per me, io sono la chiave del nulla, la mia gobba è il simbolo della mia fatica.

Non camminammo per tanto tempo, ma mi parve comunque un eternità, attraverso quei campi colorati, le spighe di grano rosa, le bolle arancioni che odoravano di sapone; giungemmo in un luogo incredibile, un luogo che per metà non c’era: il quadro del cielo non esisteva più, improvvisamente diventava nero, vuoto, tutto il mondo spariva in un punto preciso dietro un cumulo enorme di piastre metalliche;  più esse guadagnavano terreno sul vuoto più assumevano i colori del paesaggio, abbandonando quelli del metallo. Era un gioco di costruzioni, la piastra veniva legata alle altre e così via, finché diventava essa stessa costruzione del paesaggio, nel momento in cui si tramutava nella  base sulla quale si sarebbero fondate altre piastre. Era il momento della creazione, credevo io, cercando di interpretare quel cumulo che si estendeva in direzioni indefinite. Il nulla, il vuoto, era avvolgente, non davanti, dietro o di lato, non aveva direzione, lo spazio era una dimensione che non esisteva, si creava quando le piastre, da metallo, diventavano paesaggio, che fosse erba, grano, o alberi, e ciò accadeva dopo aver emesso la prima bolla arancione.

-Non è solo il momento della creazione. –intervenne nei miei pensieri il Gobbo, come se li leggesse attraverso i fruscii del vento.

-Cioè?

-Il nulla che vedi oggi può esserci, domani no, è elastico e non governabile da leggi, noi ci limitiamo ad arginarlo, a riconquistare terreno quando esso si ritira. Ciò che vedi non è fisso, i suoi movimenti sono la conseguenza delle tue azioni: se pensi, indaghi, esplori, esso diminuisce, e noi estendiamo l’Immaginazione, ma se tu non fai niente di questo, ti limiti a far friggere il cervello, la tua mente non può espandersi. Questo è il luogo della creazione sì, della lotta per creare la tua Mente, che è Immaginazione e sentimento, non solo raziocinio: più essa è fervida, più si espande e si colora, ma se essa si addormenta, si ritira e diventa grigia, sterile.

Era dunque il luogo dove veniva costruita la mia Mente. Nanetti indaffarati si arrampicavano su per le piastre, per attaccarne delle altre, altri li rifornivano di piastre nuove. Era uno spettacolo incredibile assistere alla costruzione di una Mente.

-Che significato hanno le bolle?

-Esse sono il respiro di questo mondo, le piastre sono organiche, vive, respirano, esattamente come il cuore del mondo dove tu vivi.

Mi sentii un po’ in colpa nel vedere tutta quella gente così occupata per rendere grande la mia intelligenza…

-Vieni, c’è un ultimo posto che voglio mostrarti. – mi fece la Morte.

-Perché? Ho ancora tante domande da porre al Gobbo.

-Il tempo sta scadendo, l’aumentare della tua stanchezza lo dimostra, presto dovrai andare.

Lo seguii senza fiatare, dopo aver salutato il Gobbo, che si raccomandò più volte di non rimanere troppo tempo con il cervello in standby, perché io non sono un computer che in quella situazione consuma poca energia elettrica. Io quella energia la devo consumare tutta, fino alla fine dei miei giorni, quando l’ultima scarica percorrerà i miei nervi. Annuii in silenzio e mi dileguai, in compagnia della Morte, verso un ultimo luogo misterioso, il più particolare di tutti - così mi disse per strada - attraverso il sentiero che avevamo percorso in senso inverso poco tempo prima;  mi condusse fino all’albero ai piedi del quale ci eravamo trovati e poi giù per un sentiero, che mi pareva familiare, tracciato attraverso una landa brulla, desolata, un percorso costeggiato dai rovi, con grossi sassi che ne rendevano difficoltoso il passaggio. Attraverso quel tracciato la mia stanchezza aumentava. Il primo segno fu una canna di bambù, un treppiede dalla cima triforcuta che reggeva una fiammella, ora spenta. Qualche lampo, un deja-vu, e pian piano, i lampi si facevano sempre più frequenti, finché, trovandomi di fronte al grande anfiteatro ricavato nella roccia, ricordai dove mi trovavo, chi avevo incontrato, e quale bellezza vi avevo trovato.

Proprio chi avevo conosciuto aspettava al centro della pista, inconfondibile con la sua torcia e vestito con una botte di legno. Mi rincuorai e mi commossi di fronte a  lui, quando ci trovammo faccia a faccia. La Morte capì il mio stato d’animo, che si ripercosse nell’intero mondo; il nulla, in quel momento, arretrò come mai aveva fatto e il Gobbo ringraziò.

Diogene mi osservava, gli occhi spiritati, un sorriso caldo che scopriva una bocca sdentata. Salutò facendo ondeggiare il suo lanternino. Come era possibile che un filosofo crescesse dentro la mia testa? Lui lesse i miei pensieri attraverso i fruscii del vento e mi rispose, con le stesse parole usate dalla morte: “io sono il significato che tu mi dai”.

Quel luogo appariva così strano, vuoto, l’energia sprigionata dal ballo forsennato a cui avevo assistito andava ormai allontanandosi, svelando sulla pietra incisioni, rune simboliche che racchiudevano significati lontani da una spiegazione logica: erano lastre di pietra formatesi dalla stratificazione dei dischi organici e racchiudevano in se stesse le immagini conservate, attivate dalle rune stesse, svelando un ragionamento, un’Idea, un archetipo.

-L’archetipo si trova dentro l’Uomo, è la memoria che richiama la pallida copia di esso che noi possiamo percepire. – mi disse Diogene.

-L’archetipo è l’energia che l’Uomo sprigiona – continuò deciso, mentre il mio affaticamento si faceva insostenibile – in quanto composto da luce, suoni, materia; energia visiva e sonora di cui lascia traccia al suo passaggio nel mondo, una debole energia che si unisce al soffio vitale della natura, diventandone parte. L’Uomo però conosce di sé solo la materia, una costruzione casuale, secondo lui, di atomi, a loro volta composti da altri mattoncini, e così via per arrivare chissà dove; invece gli atomi stessi si uniscono nel vuoto attirati dall’energia, da forze piccole che li legano, quelle stesse forze che compongono l’Uomo e i suoi atomi. Esso è partecipe anche della luce, vive dentro essa e da essa è composto, comunica agli altri la propria fisionomia sprigionando energia visiva; è intelligenza che partecipa di quella del grande architetto. E’ soprattutto energia sonora: l’Uomo ha inventato il linguaggio, manipolando i suoni da emettere per esprimere un concetto, distanziandosi dal reale mezzo di espressione del sentimento, le note. Queste non hanno limiti strutturali, si estendono all’infinito e si espandono per tutte le terre; suscitano in chi le incontra le emozioni, perché sono il solo mezzo con cui si raggiunge il sublime, il solo mezzo per scostare il Velo; suggestionando l’ascoltatore scatenano una reazione: il ballo, ritmo preistorico, espressione di rabbia, guerra, amore, malinconia, ha un solo veicolo di comunicazione, il ritmo che abbiamo nel cuore, il ritmo primordiale che non possiamo soffocare perché fa parte della memoria collettiva di cui partecipiamo, schiavi di dolce empatia. L’Uomo è memoria collettiva, la musica, il ritmo, mezzi universali di comunicazione della memoria comune di esseri  uguali fra loro.

Seguii il suo discorso tutto d’un fiato, senza respirare; avrei voluto chiedere di spiegare quelle strane parole di cui non afferravo a pieno il significato, ma una scarica elettrica improvvisa e dalla forza inaspettata mi colse d’un tratto alla testa. Un vortice di fotogrammi confusi e sfocati mi attraversò lo sguardo, risucchiandomi in esso per lunghi interminabili minuti.

Quando aprii gli occhi ero dentro il mio letto e Rinoa mi osservava stranita, forse disturbata da un mio movimento improvviso.

-E tu non dire niente!- le intimai minacciandola con l’indice destro, prima di scendere dal letto ancora rintronato dal sonno.

La gatta, dal canto suo, scosse la testa sconsolata e tornò ad accomodarsi sopra un cuscino. “E chi ti cerca?!” pensò fra se, prima di addormentarsi.