Potrei pagare a fine mese?

(Gaetano Fortunato Grasso)

 

Ben vestito, profumato, aveva in mano la sua prima valigetta ventiquattrore. In vera-finta-pelle era costata meno di cinquantamila lire in un grande magazzino. L’impermeabile, la camicia bianca, la giacca nera e la cravatta ne facevano un perfetto esemplare di pinguino metropolitano.

Era una mattina fresca e autunnale del 1990 ed era la seconda volta che si presentava all’editore. Il primo incontro era stato per prendere accordi, ma il nostro eroe non aveva capito niente di quello che avrebbe dovuto fare: troppo occupato a chiedere il compenso orario, osservava l’editore e sperava di poter ottenere diciottomila lire l’ora.

Invece l’editore, commosso, gli disse: “Ma sì, facciamo venti e non se ne parli più!”

Della generazione dei sempre-giovani, usava indossare un ampio maglione, dei blue-jeans e un giaccone; ma quella mattina aveva voluto darsi un tocco, come dire, di eleganza: così sbarbato e lindo si era avviato all’appuntamento. Alle otto doveva presentarsi alla casa editrice e lì avrebbe davvero saputo quello che gli si chiedeva: prestazioni professionali, di una qualche professione di cui non aveva la più pallida idea, ma che immaginava di poter svolgere ugualmente. “Potrei essere proprio la persona che cercano,” diceva, fiducioso, in cuor suo.

La casa editrice occupava due piani di una palazzina moderna circondata da un ampio e ben tenuto giardino. Al primo piano si trovavano la redazione e la direzione, al piano terreno c’erano gli uffici e il magazzino.

Erano le sette e tre quarti del mattino, e nella redazione sembrava non esserci ancora nessun altro al di fuori dell’editore, che venne così di persona ad aprire l’uscio.

Il nostro disse, ben sapendo di essere arrivato puntualissimo all’incontro: “Buon giorno, non sono arrivato tardi, vero?”

“No, no. Prego, si accomodi,” rispose l’editore.

Un uomo giovane aspettava seduto in uno dei locali che formavano la redazione, davanti ad una splendida scrivania, su di una comoda seggiola.

L’editore disse: “Le presento l’ingegnere. Rappresenta la Advanced Computer Corporation Italia. E’ con lui che dovrà lavorare.”

Il nostro fece un bell’inchino con il capo e strinse la mano al giovane ingegnere.

“Piacere, piacere,” disse e rimase in attesa.

Ma l’editore, inaspettatamente, aggiunse: “Vi lascio un momento da soli, sarò di ritorno tra poco. Cominciate pure.”

E sparì.

Il nostro non aveva alcuna idea del luogo in cui si trovava. Tutto avrebbe pensato tranne che quella stanza fosse l’ufficio dell’editore in persona. Così non stette tanto a pensarci e cercò di sedersi all’altro capo della scrivania su di una, apparentemente comodissima, poltroncina-manageriale; in questo modo avrebbe potuto trovarsi di fronte all’ingegnere, e il nostro non vedeva l’ora di estrarre dalla valigetta in-vera-finta-pelle il notes, la penna e tutto l’occorrente.

Ma senza poter fare nulla di tutto questo, prima ancora di potersi accomodare sulla poltroncina-manageriale, rovesciò a terra una montagna di fogli, depliant e appunti vari che si trovavano accatastati in un angolo della scrivania. Imbarazzatissimo, il nostro cercò invano di rimettere tutto a posto, togliendo dalla scrivania in-vero-mogano la sua valigetta in-finta-pelle, raccogliendo alla rinfusa la carte sparse per terra, dicendo intanto: “Mi scusi, mi scusi.”

In quel momento, cioè nel momento peggiore, riapparve l’editore.

Il nostro impallidì, mentre quello, sornione, gli diceva: “Comodo, comodo,” e, con l’aria di chi lo usava quotidianamente, si avvicinò al personal ultima serie Advanced Computer Corporation, che si trovava a portata di mano, di fianco alla scrivania.

Fu così che il nostro capì di essere nel posto sbagliato, all’ora sbagliata, di un giorno di quelli che è meglio dormire che uscire; ma non si fece prendere dal panico, cercò di riordinare le idee, di fare mente locale, di concentrarsi sui fogli di carta sparsi per terra, di non guardare in faccia nessuno dei due... insomma, riuscì a sopravvivere quel tanto che permise ai due di organizzare un trasferimento in altro luogo più comodo, dove, attorno ad un immenso tavolo per riunioni, le sedie erano tutte uguali e non ci si poteva sbagliare.

Parlò l’editore e parlò l’ingegnere, sempre l’uno si rivolgeva all’altro, e il nostro, che riprendeva un po’ di sicurezza nei suoi mezzi, cercò tra le tasche una sigaretta.

Dai loro sguardi comprese, però, come nessuno dei due fumasse; quindi, con la sigaretta ancora spenta tra le dita, dovette indovinare con quale diavoleria avrebbe potuto aprire la finestra. Aprirla quel tanto che non succedesse a nessuno di buscarsi un raffreddore e, nello stesso tempo, lui potesse giustificare la sua debolezza, senza essere condannato a morte per questo. Ci riuscì anche stavolta: dopo alcuni minuti la finestra era aperta. Un miracolo, praticamente; infatti, se gli avessero chiesto di richiuderla, cosa che per fortuna non avvenne, già le difficoltà potevano rivelarsi insormontabili.

Infine l’editore si alzò: “Le lascio il nostro dottore. Ne faccia buon uso,” disse al rappresentante della Advanced Computer Italia in quella stanza.

Il nostro, che dottore non era nemmeno per idea, distolse lo sguardo, non commentò e guadagnò così alcune ore di respiro durante le quali avvenne quanto vi sarà raccontato tra poco.

 

L’ingegnere era un gran parlatore. Giovane, più del nostro eroe, si era laureato come si deve e la Advanced Computer Italia aveva piena fiducia in lui. Alto, longilineo, beneducato, occhiali e barba corta, sposato e responsabile sembrava quel tipo di persona perfettamente a suo agio in qualsiasi situazione.

Il nostro se ne rese conto già dopo i primi minuti, mentre cercava di comprendere meglio quale tipo di prestazioni gli venivano richieste.

L’ingegnere entrò subito in argomento, ma prima di raccontare la conversazione che ne scaturì, bisognerà spiegare di che cosa effettivamente si trattava.

La Advanced Computer Corporation era forse la più importante azienda multinazionale di computer: costruiva e commerciava computer in tutto il mondo, dal momento in cui questi strumenti erano stati inventati, e manteneva la sua posizione di leader del settore; dal canto suo, l’editore era specializzato in editoria elettronica.

La loro collaborazione era quindi di vecchia data e ora avevano progettato di realizzare insieme una “macchina multimediale”, una specie di “televisore interattivo”, da presentare nelle Fiere commerciali e da proporre ai responsabili di Supermarket e di Grandi Magazzini. Su modello di quanto già realizzato negli USA e in altri paesi, si voleva proporre l’installazione nei negozi di queste macchine, che funzionavano come un televisore, dotati di suono e immagini, ma potevano interagire con il cliente come un computer: inserendo una tessera e toccando lo schermo in particolari punti si poteva dialogare con esse e riceverne servizi particolari.

Il nostro era stato invitato a presentarsi all’editore da un amico comune. La sua collaborazione era stata richiesta in quanto lui avrebbe dovuto essere ‘un esperto di comunicazione linguistica’ e la consulenza riguardava appunto il testo, il ‘parlato’ che questa macchina avrebbe usato con l’utente. L’ingegnere doveva appunto spiegargli quali erano gli argomenti. Per prima cosa gli consegnò dei fogli in cui, tra illustrazioni e commenti, si trovava lo schema di quanto doveva essere progettato e scritto. Occorre, infine dire, che a quell’epoca una macchina di questo genere era appena stata costruita e disporla di software multimediale era un’impresa nient’affatto semplice, con la tecnologia disponibile.

“Adesso guardiamo questo ‘storybook’, questa traccia,” esordì l’ingegnere.

L’editore, sulla base di un incontro che i due avevano avuto in precedenza, una ‘chiacchierata’, come si espresse l’ingegnere in quel momento, aveva fatto preparare una successione di immagini.

“Qui si fa la presentazione,” continuava l’ingegnere, “La ‘stazione’, così viene chiamata in gergo questa macchina, il televisore se lei preferisce, funziona in questo modo: se nessuno si avvicina, se nessuno interagisce, fa della pubblicità, non rimane morto con una ‘schermata’ insignificante.”

“Si fa notare.”

“Si fa notare. Quando invece arriva un utente e tocca lo schermo...”

“Perché attirato dal dito illustrato qui...”

“Si va!” concluse l’ingegnere.

“E se durante questa pubblicità,” interloquì il nostro, “tra un annuncio e l’altro, la macchina suggerisse all’utente come può essere usata?”

Contento di come il nostro tentasse di partecipare attivamente, l’ingegnere pensò d’incoraggiarlo, affrontando subito quest’aspetto: “Ora vediamo come farlo. In ogni immagine appare disegnato sul video un tasto STOP. Nelle immagini che lei ha sott’occhio questo tasto non appare, ma nella realizzazione finale ci saranno...”

Il nostro, che voleva esprimere meglio il suo pensiero, cortesemente lo interruppe: “Mi scusi, ingegnere, lo dico perché altrimenti l’utente si potrebbe trovare di fronte a uno strano marchingegno. Curioso l’utente lo guarda perché quello gli parla, ma poi finisce per dire tra sé: ‘Oh, è la pubblicità!’, e se ne va. Se invece le parole che sente lo invitano a intervenire attivamente, suggerendogli come fare...”

“Ecco,” riprese l’ingegnere, “Io pensavo di farlo con la prima immagine, con un intervallo di alcuni minuti, tre, cinque, o anche meno - adesso decidiamo quanto - se nessuno tocca la ‘stazione’, parte automaticamente una presentazione generale che si può guardare come uno spot televisivo.”

 

I due discutevano i vari aspetti del lavoro e prendevano sempre più confidenza l’uno dell’altro. Molto cortesemente, cercavano di capire come avrebbero potuto collaborare il meglio possibile alla realizzazione di un prodotto tecnologico tra i più avanzati e ancora quasi del tutto inedito nel nostro paese.

Nella sala riunioni della Casa Editrice dove i due lavoravano penetrava una luce intensa di sole e vento che rendeva ogni cosa gradevole. Anche il piccolo magnetofono che usavano per registrare le loro parole e guadagnare tempo, seppure avesse i suoi anni, sembrava, lindo e ben tenuto, come fosse appena uscito dalla fabbrica, e il suo design un po’ antiquato gli dava un’aria molto dignitosa da vecchio strumento, poco sofisticato, ma solidissimo.

Il magnetofono, come adesso farà il lettore, registrava ogni cosa, potendo così assistere alla nascita di quegli spot pubblicitari di cui tanto si parla, il più delle volte a sproposito. L’occasione è infatti di quelle ghiotte: invece di trovarsi preda del fascino del risultato finito, si può qui assistere al lavoro che porta a quel risultato, alle decisioni che ne determinano le caratteristiche fin nei minimi particolari. Approfitti, il lettore, di questa possibilità e non tralasci di leggere le pagine che seguono: si sia già occupato di pubblicità per ragioni di lavoro, o ne abbia solo usufruito per orientarsi negli acquisti, troverà qualcosa che, in parte almeno, gli potrà essere utile.

 

“Io vorrei mettere un messaggio di poche parole che consenta di presentare la ‘stazione’. ‘Cosa è possibile vedere?’ La voce di sottofondo dovrebbe dire che si tratta di un esempio di quanto si può fare...” riprese l’ingegnere.

“A chi dovrebbe dirlo?” chiede il nostro creativo.

“Deve dirlo al signor Supermarket nella presentazione che faremo in Fiera,” rispose l’ingegnere, “Faremo vedere la ‘stazione’ al proprietario della catena di supermercati più importante del Nord Italia. La voce dovrà dire, per esempio: ‘Buon giorno, sono la ‘stazione multimediale’ Advanced Computer. Sono in grado di ‘parlare’ con il cliente, di interagire con immagini grafiche di qualità. Mi rivolgo a te, signor Supermarket,’ è come se dicesse, ‘e ti faccio vedere alcuni esempi di quello che potrei fare per te nel negozio. Non un prodotto finito, quello lo faremo insieme, ma ‘abbozzi’, ‘pennellate’, vedrai degli ‘schemi di presentazioni’ per la realizzazione che più ti piacerà. Azioni promozionali riferite ad attività di marketing generiche, che tendono ad evidenziare la qualità dei tuoi prodotti, momenti specifici della vita del tuo negozio, indipendentemente da chi c’è di fronte al video. E servizi ‘mirati’ alla clientela. In questo caso riconosco il tuo cliente. Caro signor Supermarket io posso riconoscere la tua massaia, il tuo single...”

“E la macchina lo conoscerebbe per nome e cognome,” intervenne il nostro.

“Esatto! Per nome, cognome e indirizzo,” confermò l’ingegnere. “La macchina lo guida, gli presenta tutta una serie di possibilità...”

“Gli fornisce dei servizi.”

“... quelli che il signor Supermarket desidera fornirgli...”

“Esatto! “ disse il nostro.

“... dei servizi che sono legati ai suoi obiettivi aziendali...”

“Esatto, esatto.”

“Perfetto.”

 

I due s’erano intesi, ma questo primo annuncio non riuscì che dopo molta fatica e parecchio lavoro. Fu l’intervento dell’editore in persona a risolvere la situazione. Il risultato fu ottimo per sintesi e musicalità.

Ecco che cosa fu deciso alla fine:

Questa è una stazione multimediale.

E’ così che un Personal Computer, una grafica di qualità e il suono digitale possono trasformarsi in uno strumento promozionale!

La dimostrazione utilizza il software multimediale Advanced Computer e moltiplica le possibilità del vostro Personal permettendo un’interazione con l’utente in linguaggio naturale.

Certo non si dicevano tutte le cose che avrebbe voluto l’ingegnere, ma però quelle frasi erano così accattivanti che chiunque si sarebbe fermato per assistere alla dimostrazione; ma né il nostro, né l’ingegnere pensavano durante quel primo incontro a una soluzione così buona: loro andavano avanti, cercando di scambiarsi le idee.

 

L’ingegnere: “ ‘Fai la tua scelta,’ dice il parlato, oppure: ‘Fate la vostra scelta.’ Bisogna decidere se usare il ‘Lei’, il ‘Voi’, o usare il ‘Tu’. Usare il ‘Tu’ forse rende più ‘friendly’ la macchina, dà una sensazione di maggior vicinanza. Però rivolgendomi al signor Supermarket... Magari in questa fase iniziale mi rivolgo con il ‘Lei’ e successivamente invece, all’ipotetico cliente, con il ‘Tu’: ‘Buon giorno signor Rossi,’ o ‘Ciao Marco Rossi.’ Dobbiamo decidere in questa seconda fase se dare del ‘Tu’ oppure no.”

L’ingegnere non poteva immaginarlo, ma il nostro si sentì per la prima volta davvero parte in causa. Era espertissimo nel dare del ‘Lei’ o nel dare del ‘Tu’. Per tutto il tempo aveva dato del ‘Lei’ rigorosamente a tutti: ‘Posso fumare, le dispiace?’, aveva detto. “Se non ha nulla in contrario, posso aprire la finestra?”

Quando le carte erano rotolate a terra: “Mi scusi, mi scusi!”

Così si fece coraggio e disse tra sé: ‘Ora lo spiego a questo signor ingegnere, che mi è sempre più simpatico e vediamo se capisce.’

“Nel momento in cui io fossi un ‘utente particolare’ che sceglie un servizio che mi riguarda e inserisce la sua ‘scheda personale’, può essere simpatico che la macchina si rivolga a me con il ‘Tu’. Il problema è che non deve contenere ‘imperativi’.”

L’ingegnere: “Beh, qui si vedrà la forma più adatta.”

Il nostro: “Perché in un certo senso se dare del ‘Lei’ crea della ‘distanza’ rispetto al ‘Tu’, impedisce però a me ‘utente’ di sentirmi in qualche modo preso...”

“E di creare quel legame,” intervenne l’ingegnere, “quel ‘feeling’ particolare che vogliamo però ottenere.”

Il nostro insisteva: “Io mi pongo questo problema, forse sbaglio, ma devo dire che quando ho cominciato a lavorare con un calcolatore, molti anni fa, ricordo di aver avuto una certa titubanza nei suoi confronti. Non riuscivo ad essere verso questa macchina immediatamente tranquillo, come lo sono con il giradischi o con il televisore, come lo sono con altre macchine. Chi non usa abitualmente il computer, non si trova sul lavoro o nella vita quotidiana di fronte al computer, come per l’appunto è l’utente tipo del supermercato...”

“E’ rischioso che il ‘parlato’ si rivolga in modo freddo, distaccato...” disse l’ingegnere.

“E già, ma la ‘macchina’, la ‘stazione’ rischia anche di mettere soggezione. Io mi pongo questo problema.”

L’ingegnere: “La massaia, secondo me, si spaventa e il ‘single’ non si spaventa. Però bisogna decidere: o usiamo il ‘Lei’, ma il ‘Lei’ è freddo; o usiamo formule tipo ‘inserire’...”

“Dipende da come è usato il ‘Lei’,” disse il nostro, “Se il ‘Lei’ è molto cortese, per esempio, allora può essere simpatico, persino amichevole. Noi, per esempio, ci diamo del ‘Lei’, ma parliamo in modo molto cortese. Ci mettiamo a nostro agio.”

L’ingegnere adesso aveva davvero capito: “E’ vero, ci mettiamo a nostro agio, anche se non ci diamo del ‘Tu’.”

Il nostro: “Il ‘Tu’ usato da una macchina potrebbe spaventare qualcuno, produrre in lui la paura che la ‘stazione’ voglia fargli fare qualcosa di non conveniente. Questa paura può venire, perché lui è entrato in un negozio dove porta del denaro, dove acquista delle cose; e lui deve capir bene che non è una diavoleria per fargli comprare quello che non vuole. Deve capir bene esattamente il contrario di quello che è.”

“Certo. Insomma, la ‘stazione’ dev’essere come dire... gentile.”

“Dev’essere, sì, dev’essere...”

“Gentile, meticolosa, e poi gli rifila tutto quello che vuole.”

Il nostro rimase un po’ sconcertato della disinvoltura dell’ingegnere, ma poi trovò le parole: “Si potrebbe anche usare il ‘Tu’, ciò che conta è che il ‘parlato’ dica: ‘Guarda come potresti utilizzare meglio il tuo supermercato. Ci vieni sempre, compri sempre certe cose. Ecco io posso aiutarti a fare queste operazioni in modo più conveniente.’ Allora questo ‘parlato’ a mio parere dovrà sottolineare moltissimo l’aspetto del servizio. Ad esempio, la macchina invece di dire semplicemente: ‘Inserite la vostra carta’, oppure: ‘Inserisci la tua carta’, può dire: ‘Inserisca la sua carta e provi a scegliere ‘Il bilancio familiare’. ‘Il bilancio familiare?’, l’utente si dice, ‘Oh che bel servizio! Questa macchina fa il bilancio della mia spesa, mi dice quanto spendo in bevande, cosa spendo in caffè, quanto spendo in prodotti per la casa, eccetera, eccetera. In surgelati, eccetera, eccetera.’ E coglie l’elemento del servizio. Anche se può domandarsi: ‘Perché il supermercato fa questa operazione per me?’ Questa è una domanda che l’utente può sollevare. Cioè: ‘Perché questo è un servizio per me? E’ un servizio perché faccio meno fatica che a farlo da solo questo lavoro. Perché non avevo mai pensato di fare questo lavoro.’ Ecco, magari. L’utente potrebbe dire: ‘Io non avevo mai pensato di poter fare un bilancio suddiviso. Questa macchina me lo fornisce. Ma così lo sa anche il supermercato!’ Allora ci dev’essere la garanzia di una certa segretezza, dovrà essere chiaro che lo sa la macchina e nessun altro.”

L’ingegnere voleva tornare al concreto: “Il modo di porgere queste informazioni è da trovare.”

Il nostro: “Mi scusi, ingegnere, è lo stesso problema che sorge quando ci si trova di fronte a un questionario. Quando siamo di fronte a un questionario, ci chiediamo sempre: ‘Io qui devo firmare, nome e cognome, eccetera eccetera. Qui vogliono sapere cosa penso io.’ Possiamo essere molto disinvolti e dire: ‘Ma sì, diciamoglielo!’ E possiamo mentire, possiamo su certe domande essere reticenti. Ma il questionario può essere costruito in modo che si cerchi proprio questo: se si risponde a una certa domanda con reticenza o è del tutto evidente che si sta mentendo, vuol dire che si possiede un modo di pensare caratteristico. Ci possono essere strumenti di questo genere nei questionari. L’anonimato in queste cose è importante. Mi è capitato di ricevere una telefonata da un giornale: voleva che scegliessi, tra un elenco di persone, il mio candidato sindaco. Era una telefonata che facevano proprio a me, al mio numero, e cercavano proprio la persona che si chiamava come io mi chiamo. Be’ avevo qualche problema a rispondere. Può darsi invece che altri non siano come me.”

“No, ma è vero.”

“Ci sono dei problemi. Non è detto che questa macchina venga colta come un servizio semplicemente perché lo é, potrebbe al contrario essere percepita...”

“Come il Grande Fratello di Orwell.”

“Esatto. E’ questo che volevo dire.”

“Bisogna operare con le parole in maniera da sfumare certi aspetti ed evidenziarne certi altri,” concluse l’ingegnere.

“Per esempio, come utente io sono interessato a questo servizio personalmente. Io uso abitualmente il supermercato, tranne che per alcune cose che necessitano essere fresche, come il pane, certi insaccati e certe cose particolari. Però, per esempio, compero la frutta al supermercato. Potrei comprarla dal fruttivendolo, non so, ma mi trovo comodo: dovrei andare dal fruttivendolo, dovrei andare da questo, da quest’altro. Allora vado al supermercato e, devo dire, la frutta non è malvagia, se proprio non si prende quella più scadente. Forse non è meno buona di quella del fruttivendolo e forse costa un po’ meno. Queste sono le mie ragioni. Così per la frutta e così per tante altre cose. Mi piacerebbe sapere quanto spendo di questo, quanto spendo di quello. Per me sarebbe interessante, però potrebbe sorgermi la paura che in una certa misura si vengano a sapere i fatti miei. Io, forse, personalmente non mi pongo questo problema, ma un altro invece potrebbe temerlo.”

“Qui si potrebbe evidenziare il ‘bilancio familiare’,” intervenne l’ingegnere, “esattamente come ha fatto una società in Svezia. Quella società aveva usato una formula di questo tipo: ‘Cara signora Maria’, se era la signora Maria che si presentava alla ‘stazione’, ‘sappi che, se stampi questa ‘cosina’, puoi giustificare a tuo marito le spese del mese. Nel mese hai speso trecentomila lire e io ti giustifico come sono uscite. Ne sono uscite cento in scatolame, cinquanta in frutta, altre cento in formaggini e in carne fresca, il resto per bevande.’ La ‘stazione’ quindi dava alla massaia uno strumento inopinabile, perché la somma degli scontrini che lei aveva pagato, e la signora Maria non doveva la sera fare i conti a casa, conservarsi gli scontrini.

“Ammesso che la signora Maria lo facesse.”

“Ammesso che lo facesse, che non li perdesse.”

“E che lo faccia qualcuno.”

“Lo fanno in tanti!”

“Ah sì?”

“Il ‘bilancino familiare’ elaborato a casa sul personal è una delle cose più diffuse.”

“Non so, non sono informato. Davvero?”

“Perlomeno è uno dei motivi per cui comprano in tanti il personal computer: per fare il controllo del proprio conto corrente bancario, delle fatture e anche delle spese di tutti i giorni...”

“Ah sì? E’ una delle motivazioni? Non lo sapevo.”

“C’è un tipo di cliente che è interessatissimo a questa cosa. Il single, piuttosto che la famiglia in un’età compresa tra i 29-35 anni, l’inizio quindi della vita coniugale con o senza figli, che ha una serie di problemi economici o che si pone l’obiettivo di pagare la casa, eccetera, eccetera. Ci sono genitori, come mio padre per esempio, che se non ha lo scontrino, se non si tiene la ‘storia’ degli scontrini, non sta bene. E se non sa mese per mese quello che sta spendendo, soffre. Allora si può dire che se questo signore compra tutto o quasi in questa catena di negozi è possibile fornirgli questo servizio, di controllo sulle sue spese, di ‘check’ su quello che è il suo negativo. E’ possibile dargli questa informazione con un livello di dettaglio che altrimenti non avrebbe, con un livello di precisione che non potrebbe comunque permettersi, a un costo che è zero. Il negoziante ci guadagna tutto il resto, poterlo pilotare.”

“D’accordo, poterlo pilotare ma anche andargli incontro, mi sembra. Qui su questi fogli, oltre al ‘bilancio familiare’, c’è la possibilità di ottenere un credito mensile, o qualcosa del genere.”

“E’ un vantaggio. Paghi le tue cinquecentomila lire la quarta settimana al mese, non so, l’ultimo venerdì del mese...”

“Esatto.”

“Allora, riassumendo,” proseguì l’ingegnere, “all’inizio la ‘stazione’ si presenta. Componenti hardware quelli che dicevamo, software quello che dicevamo. Quindi comincia a dialogare con il cliente. ‘Inserisca la sua carta. O inserisci la tua carta.’ O se il linguaggio vuole essere confidenziale...”

“‘Prego, inserisca la sua carta.’“

“Giusto! La macchina ti aiuta, diventa confidenziale, no? ‘Con il lato colorato rivolto verso l’alto.’“

“Sì.”

“‘Attendere prego’ o ‘Attenda prego’. Quindi si passa all’immagine successiva. Sulla carta ci sarà scritto: ‘Signor Marco Rossi’. La stazione qui dovrà dire: ‘Buon giorno signor Rossi, fra tre giorni è il suo compleanno. Le ricordo che ai possessori della ‘carta fedeltà’, quella che lei sta usando, è offerto un particolare servizio. Il nostro negozio le suggerisce, per questa occasione, un bel pranzetto...’ E qui arrivano le foto del primo piatto libidinoso, dell’antipasto bellino, eccetera, eccetera. ‘Se lei compra gli ingredienti da noi, le regaliamo una bottiglia di questo prodotto...” Che potrebbe essere un Cordon Rouge, un Ferrari o una bottiglia meno pregiata. Ecco, la forma usata per dire: ‘Buon giorno signor Rossi... buon compleanno, le ricordo che nei nostri negozi avviene questo...” è un po’ da trovare.”

“Le faccio una domanda. Questo è per l’appunto il mio lavoro?”

“Ecco, infatti. Io le sto dando delle indicazioni. E’ da trovare vuol dire: ‘Me la trovi!’“

“Va bene.”

“Io le sto dicendo quello che vorrei comunicare al cliente. La forma è... Sono nelle sue mani!”

“Va bene,” disse il nostro, e lo disse in modo così convincente che l’ingegnere si rassicurò.

“Il compleanno,” continuò, “si compone di più pezzi, non è un’immagine fissa. Saranno molte immagini che scorrono una sull’altra. Si vedranno l’antipasto, il primo piatto, il secondo, la frutta e poi ‘cin’, i due bicchieri di Champagne che brindano con una bottiglia in regalo. Durante tutto questo tempo c’è lo spazio per dire: ‘Buon compleanno, signor Rossi...in questi negozi si pratica... questo è il pranzo che le suggerisco...’ chiusura, ‘ciliegina’, ‘Le regalo la bottiglia!’

“Queste immagini saranno disegni o...”

“Sono foto. Fotografie fumanti, odorose di piattini prelibati. L’editore dice che ne ha di molto belle, non pubblicate.”

“Comunque, non saranno disegni e nemmeno un filmato.”

“No, no. Potrei fare il filmato ma mi costerebbe troppo, perché chiaramente devo preparare il piattino, devo cucinarlo per fare il filmato. Le foto sono delle cose statiche, posso usare materiale che già esiste... Ce la caviamo.”

“A questo punto,” continuava l’ingegnere, “ci sono le scelte disponibili per quelli che hanno la tessera e quindi hanno un codice di accesso personalizzato. Le scelte sono quattro. La prima, quella che lei vede su questo foglio in alto a sinistra: ‘Il biglietto dell’azienda tranviaria’, con la fotocopia del biglietto. E’ un opzione che scelgo portando il dito sul biglietto. Volendo aiutare l’utente, si potrebbe ripetere: ‘Per fare la sua scelta...’“

 

E così parlarono un po’ di questa faccenda del ‘biglietto dell’azienda tranviaria’. Si trattava di un’opportunità, che faceva il paio con il ‘parcheggio gratuito’, per coloro i quali, clienti del supermercato, dovevano per una qualsiasi ragione arrivare al negozio da lontano. Se erano in automobile, nessun problema: il parcheggio entro certi limiti era garantito. Se arrivavano invece in tram, autobus o in metropolitana ecco che il Supermarket, come se niente fosse, una volta controllata la ‘Carta Fedeltà’ e il ‘biglietto’, rimborsava la corsa.

Il nostro non commentava il senso di queste manovre, banali e un po’ truffaldine; ma sapeva bene che proprio ‘cosine’ come queste, per usare un termine caro all’ingegnere, facevano il loro effetto sulla ‘sciura Maria’, la quale poteva comprare solo il latte e avere lo sconto del biglietto.

Tutte quelle ‘cosine’, tipo ‘prendi tre e paghi due’, l’offerta speciale di prodotti ‘freschissimi’, ovvero di scorte da smaltire, funzionavano. E il nostro comprese che c’erano persone il cui lavoro era proprio questo: inventare ‘cosine’ al servizio del signor Supermarket.

‘Chissà che cosa penserebbe mister Supermarket di me,’ si diceva, ‘di me vecchio contestatore sbandato.’

Ma già un’altra volta, presso un altro Editore, aveva incontrato vecchi amici, che la contestazione caotica dei suoi vent’anni anni, gli avevano fatto abbandonare. Li aveva incontrati dopo quasi dieci anni, un po’ invecchiati, lì ad arrotondare lo stipendio di insegnanti. E aveva commentato la cosa con una bella frase: ‘Quelli che la Lotta di Classe divide, il Capitale unisce.’ ‘Bei tempi,’ si diceva ancora, ‘Si parlava ancora di Capitale. Oggi si parla, ormai, solo di Ecosistema.’

 

Erano arrivati alle ‘offerte speciali’, le offerte 3 x 2.

Il nostro: “Qui, se ho capito bene, non si tratta di fare la pubblicità del prodotto, ma dovremo fare la pubblicità del negoziante.”

L’ingegnere: “Del negozio. E’ il negozio che fa queste campagne 3 x 2, che magari regala lo scontrino con dei meccanismi di giochi a premio. Tramite le immagini che la ‘stazione’ mostra al cliente fare propaganda al ‘banco della gastronomia’, alla ‘frutta e verdura freschissime’, ai ‘surgelati speciali’, al ‘pesce che ha soltanto lui’. Il negozio offre prodotti particolari e li presenta in modo particolare. Quindi non dev’essere la galleria degli spot della Barilla, degli spot di altri prodotti, ma dev’essere la ‘galleria del Supermarket.’ Il Supermarket presenta se stesso, evidenzia la freschezza dei suoi prodotti, i loro fattori nutritivi, la scelta accurata degli stessi. Il pesce, per esempio, si presta a dire: ‘Lo abbiamo pescato noi nei mari del Nord.’ Alcune di queste immagini sono significative non tanto per il prodotto in sé, ma perché ‘lo abbiamo scelto per te con una logica particolare.’ Una catena svizzera, che forse conoscerà, perché è abbastanza famosa, si è imposta nel suo paese come una delle più importanti, perché ha nel suo statuto il benessere del cliente. Ed è così vero che, prima di prendere un prodotto e metterlo nei suoi scaffali, fa mesi e mesi di prove, di analisi di laboratorio, di test.”

“Davvero?” commentò il nostro, incredulo.

“Proprio così. E dopo aver scelto un prodotto, a caso, senza preavviso va presso il fornitore e fa dei controlli, per vedere se quello che riceve risponde ancora a quello che avevano fatto esaminare nel ‘testing prova’. Il consumatore identifica in questa catena di distribuzione il proprio protettore. E’ un termine bruttissimo, d’accordo, ma il consumatore percepisce il negozio come chi si fa carico di selezionare i prodotti sulla base di logiche che riguardano, per esempio, il non utilizzo di mezzi chimici di concimazione. Per cui le mele sono quelle coltivate con il ‘metodo naturale’, le pere sono quelle ‘con la buccia che posso mangiare’, l’ortofrutticola è coltivata lontano dalle strade, così non si becca tutti i gas di scarico. Questo messaggio, che in questa catena svizzera è scritto nello statuto, è un messaggio che vorrebbe dare anche il signor Supermarket, il signor Grandi Magazzini, il signor...”

“Che non ce l’ha scritto nello statuto.”

“Non ce l’ha, però vorrebbe...”

“Vorrebbe dirlo senza averlo o vorrebbe scriverlo?”

“Be’, no. In pratica, alcuni in Italia, si stanno attrezzando per farlo. La carne di certi supermercati è un esempio, è selezionatissima. All’Euromercato hanno della frutta e del pesce che sono spaventosamente belli. Ci sono dei banchi della frutta secca che si trovano nei negozi di via della Spiga a Milano, con le gerle di vimini, i ‘cosi’ di ottone, posizionati in un certo modo. Ci sono dei banchi di carne equina, con l’uomo che la taglia, quindi non già insaccata, non...”

Il nostro: “Questo l’ho notato anche in altri supermercati. C’è per l’appunto il bancone, con l’omino che ti serve così che si può chiedere qualcosa di particolare, del peso voluto. Si ristabilisce con il cliente quel rapporto particolare tipico del singolo negozio e che si era perduto in un grande spazio.”

“Infatti ne teniamo conto e per questo ci sono alcune immagini come la ‘Gastronomia’ o il ‘Pesce’ dove le parole da spendere sono: ‘L’abbiamo selezionato noi’, e te lo serviamo come più preferisci.’ ‘Abbiamo selezionato la gastronomia della Valtellina, della Toscana, dell’Emilia’, non lo so. E del ‘pesce freschissimo’, per darti qualcosa che nessun altro ti dà, ‘un prodotto sano, un prodotto fresco, un prodotto genuino’. Genuino, adesso c’è questa gran rincorsa ai prodotti genuini.”

 

L’ingegnere era un fiume in piena e il nostro a volte si distraeva. Era più forte di lui: non capiva bene tutti i vari aspetti, avrebbe forse voluto affrontarli poco per volta. Non prendeva appunti, perché s’era deciso di registrare la conversazione in modo che lui potesse riascoltarla a casa. E così a volte rivolgeva lo sguardo verso una parete, oppure verso il minuscolo registratore che lavorava per lui. Ascoltava l’ingegnere, e lo seguiva solo quando qualche parola lo colpiva. L’ingegnere non pareva accorgersi di tutto questo fuggire del nostro fuori di quella stanza, verso il giardino antistante la casa, verso la vecchia stazione e le vecchie case che stavano intorno.

 

L’ingegnere era scrupoloso e faceva la sua relazione in modo completo, perché i tempi di realizzazione erano molto stretti.

“Il signor Supermarket,” continuava, “confezionerà per il suo cliente finale un ‘mix’ di queste cose, o di altre. Io voglio che sia per lui come vedere velocemente una serie di quadri in una galleria. Come se, visitando una galleria, ci fosse qualcuno che lo sta tirando di corsa perché lo deve portare da un’altra parte. Lui vede obbligatoriamente quello che c’è sulle pareti di questa galleria, a destra e a sinistra. La sensazione che deve avere, lui, signor Supermarket, nel visionare la realizzazione di questo filmato multimediale, è proprio di attraversare di corsa una galleria di proposte, che potrebbe sviluppare in modo più completo, e che rappresenta un ‘mix’ limitato di tutte le possibili. Quindi anche lo ‘speech’ non deve dare la sensazione di un fatto compiuto, deve accennare a quello che l’immagine sta proponendo, facendo capire che è solo un esempio. Come quando si ascolta della pubblicità in un paese straniero: si comprendono alcune parole, che sono parole chiave, e non si completa tutta la frase, perché non la si capisce, o perché non la si sente. Tutto il nostro lavoro sarà fatto con una musica di sottofondo e una voce che di volta in volta emerge e poi scompare, riemerge e poi scompare di nuovo. Sarà la stessa per tutte le immagini, darà loro continuità, ogni volta che si passa da una all’altra successiva. Il vero rischio è che il ‘parlato’ sia troppo parlato e diventi noioso. Questo è il rischio maggiore di queste cose. Bisogna che sia molto efficace, che dia quel ‘più’, ma che sia contenuto al minimo.”

Il nostro: “Cercherò di fare del mio meglio, anche perché io non m’aspettavo una cosa simile. Personalmente, non so come dire, non so se ce la farò.”

L’ingegnere: “Lei cominci a lavorare, poi rivediamo tutto insieme.”

 

Così finì quella mattina. Ritroveremo i due protagonisti dieci giorni dopo, quando il nostro presentò il lavoro. In effetti si era così impegnato che aveva addirittura osato scrivere due paginette per illustrare il tema e i criteri degli annunci. L’ingegnere ne fu entusiasta. Ma conviene raccontare come il nostro c’era arrivato.

 

Il nostro abitava in un bilocale con annessi cucinino di cottura e bagno. L’aveva rimediato in affitto dopo essersi separato. Moglie e figlia abitavano nel loro vecchio appartamento. Un appartamento non molto più grande di quello a cui adesso il nostro stava tornando, verso l’una, con la valigetta vera-finta-pelle e la cassetta registrata.

Il nostro rimediava lavori qua e là e campava di questo. Aveva uno scoperto in banca di circa tre milioni, ma sempre ne era venuto fuori; però questa volta erano due mesi che non riusciva a pagare l’affitto e a mandare l’assegno a sua moglie.

Per questo quando passava dalla portineria tirava dritto come se avesse una fretta indiavolata. Ma non era sufficiente: la padrona di casa abitava nella stessa scala, ed era una pena incontrarla, salutarla con gli occhi bassi e promettere che presto avrebbe saldato ogni cosa.

Mangiò quel poco che era rimasto in frigorifero: formaggio, olive, una mela. Squillò il telefono. Era sua moglie. Non lo salutò nemmeno, ma appena riconobbe la sua voce, esclamò:

“Allora, quando mandi l’assegno? Sono due mesi che aspetto.”

Il nostro: “Sì, lo so. Me lo dice anche la padrona di casa, quando mi incrocia per le scale. Per non parlare della Banca: non ci vado neanche più; mi faccio cambiare gli assegni dagli amici, pur di non sentirmi dire che è ora che la finisca di essere sempre in rosso.”

La moglie: “Ho capito! Anche questo mese non ci posso far conto.”

Il nostro: “Invece no! Ho appena trovato un lavoretto che potrebbe avere prospettive interessanti.”

La moglie: “Un lavoretto! Come al solito! Li conosco i tuoi lavoretti.”

Il nostro: “No, guarda, questa volta può essere una buona occasione.”

“Hai un contratto?”

“No, ma sono in parola.”

La moglie: “Come tutte le altre volte! Ma quando capirai che cosa vuol dire stare al mondo?”

Il nostro: “Di questi tempi bisogna agire con cautela. Non posso rischiare di irritare l’editore. Già mi è venuto incontro. Bisogna che abbia pazienza e, sulla base dei risultati, ottenga la sua fiducia.”

“Sono anni che fai così. Cercati un posto sul serio, fai il rappresentante! Sbattiti davvero!”

“Il rappresentante non è un lavoro adatto a me: rischio di non combinare nulla e di perdere tempo.”

La moglie: “Ma, in sostanza, quando mi potrai mandare qualcosa?”

Il nostro: “É un lavoro che devo fare presto e presto, suppongo, mi pagheranno. Alla fine del mese dovrei avere l’assegno dell’editore.”

“Anche se non ce la fai con gli arretrati, mandami lo stesso qualcosa. Fallo per tua figlia!”

“Lo farò senz’altro, stai tranquilla!”

La moglie: “Be’, la vuoi salutare?”

Il nostro: “Sì, grazie.”

La figlia: “Ciao, papà! Come stai? É un pezzo che non ci vediamo.”

Il nostro: “Sì, lo so. Tu stai bene?”

La figlia: “Benone, papà. E poi fra una settimana...”

Il nostro: “Lo so. E’ il tuo compleanno.”

La figlia: “Ma è speciale. Sono diciott’anni.”

Il nostro: “Lo so, lo so.”

“Che regalo mi farai?”

“Tu come vai a scuola?”

“Bene. Ho una sola insufficienza.”

Il nostro: “In matematica, scommetto.”

La figlia: “E hai vinto la scommessa. Ma ho 7 in italiano, e 8 in storia.”

Il nostro: “Ma devi avere la sufficienza anche in matematica, altrimenti il regalo sarà meno bello.”

La figlia: “Lo sai cosa vorrei?”

Il nostro: “No, ma non me lo dire, per favore. Recupera in matematica, mi dici quanto costa e lo prendi da te.”

La figlia: “Davvero lo farai?”

Il nostro: “Se te lo dico!”

“Grazie, papà. Ti ripasso la mamma?”

“Meglio di no. Abbiamo già parlato.”

Al nostro era passato tutto l’entusiasmo.

Già l’assegno che avrebbe ricevuto sarebbe servito solo a coprire parte dei debiti. Così per quel pomeriggio non si mise al lavoro: si coricò presto, un po’ rassegnato, e si svegliò al mattino prima che sorgesse il sole. Si lavò, si sbarbò e si vestì di tutto punto. Uscì e comprò il suo solito giornale.

 

Una dichiarazione del Capo del Governo ribadiva la necessità di varare per la fine del mese la Finanziaria, altrimenti si sarebbe dimesso. Perché i nostri interlocutori europei, dichiarava, vista la crescita quasi esponenziale del Deficit Pubblico, non ci avrebbero dato più una lira di credito. Questo, paradossalmente, lo sollevò. Decise di bersi un bel cappuccino in un bar vicino casa già aperto a quell’ora, di procurarsi delle sigarette decenti e di mettersi al lavoro.

Da dove cominciare? Il nostro aveva i fogli della traccia, stampati dell’editore, ma da lì non riusciva a ricavare granché. Aveva un ricordo vago della mattina precedente e dimenticato completamente che cosa desiderava l’ingegnere. Ricordava vagamente il problema della presentazione, per esempio. La differenza di tono e linguaggio che bisognava avere tra il rivolgersi al signor Supermarket e al cliente Rossi, e così via. Ma non era sufficiente per cominciare.

Quindi per prima cosa ascoltò la cassetta registrata. Allora fu come rivivere la mattina precedente. Riuscì persino a divertirsi, rassicurandosi.

Così accese il suo personal, che non era un Advanced Computer Corporation, ma un ‘clone’, come in gergo venivano chiamati i facsimili costruiti nella Corea del Sud o a Hong Kong; mise nuovamente la cassetta nel registratore e cominciò a segnare quelle parti che lo interessavano. Occorreva però una quantità di tempo notevole. Il sole era ormai alto, e lui calcolò in circa 20 ore un lavoro completo. Non riusciva infatti a selezionare quello che serviva in modo adeguato, bisognava davvero trascrivere quasi tutto.

“Metterò in conto anche queste ore?” si chiedeva.

Ci vollero due giorni perché riuscisse a trascrivere tutto, ma poi ne fu soddisfatto. E pensò: “Basta usare le stesse parole, o quasi, dell’ingegnere, riassumere, e tutto è fatto.”

E così la mattina del terzo giorno, finalmente cominciò. Da quale punto? Dal biglietto dell’azienda tranviaria e dal Parcheggio Gratuito ai possessori della Carta Fedeltà.

Scrisse: ‘Caro cliente, si procuri una carta fedeltà, quella dei nostri affezionati clienti! Per parcheggiare, per lei nessun problema: con la carta avrà il posto riservato. Oppure lei usa la metropolitana, l’autobus o il tram? Niente paura: le rimborsiamo il costo del biglietto.’

Ci mise dieci minuti a scriverlo, ed era abbastanza soddisfatto.

Tanto che passò subito a un altro: prendi 3 e paghi 2.

Scrisse: ‘Questa settimana nella catena dei nostri negozi c’è un’offerta speciale di svariati prodotti. Ma per i clienti abituali, che possiedono la carta fedeltà, l’offerta è 4 x 2! Inoltre svariati prodotti sono ulteriormente scontati: il tonno, per esempio, del 15%, il caffè del 10%, il detersivo del 25%. Perché lei, che è nostro cliente da tanto tempo, non ne approfitta?’

C’erano voluti altri 15 minuti.

‘Straordinario!’ si disse e, dopo essersi preparato un buon caffè e aver fumato un’intera sigaretta, decise di uscire.

Era soddisfatto, sicuro di sé e l’avvenire era sereno e senza difficoltà, pericoli o seccature. C’era il sole, la gente sorrideva e la vivacità dell’andatura per una volta non era fretta. Che bello! Persino lui guardava le vetrine. Incredibile!

Non si lasciò sfuggire un bel negozio di abbigliamento. Vide un cappotto, che aveva l’aria di essere molto caldo e morbido. Il manichino indossava anche un completo di giacca e pantaloni, nonché una camicia ben modellata, e persino la cravatta non era tanto chiassosa. Per curiosità cercò di fare la somma dei vari prezzi: ci sarebbe voluto tutto l’assegno, se fosse stato in grado di dichiarare e fare accettare 80 ore di lavoro.

‘Sarà meglio mandare qualcosa a mia moglie e fare il regalo a mia figlia,’ concluse.

Per un po’ proseguì con meno brio. Tutto intorno a lui era invece come prima. Il traffico, l’insieme del quartiere, i passanti continuavano ad essere quasi allegri. Immersi nelle loro faccende, questo sì, però anche disinvolti, liberi di impegnarcisi oppure, semplicemente, occuparsene senza obblighi né fatica.

Il nostro si rinfrancò, si lasciò riprendere dalla contentezza e, quando i suoi occhi si soffermarono su un’Agenzia Viaggi che conosceva bene, si avvicinò. Si offriva una settimana alle Maldive, piuttosto che a New York o San Francisco. Il prezzo era conveniente, ma bisognava, per avere il denaro sufficiente, dichiarare circa 100 ore di lavoro.

‘Sarà meglio che paghi gli affitti arretrati alla padrona di casa,’ si disse.

Stava per fermarsi davanti a un negozio di HI-FI, così come aveva fatto, per curiosità, anche con gli altri, ma diede solo un’occhiata e se ne tornò a casa. Persino un Concessionario di automobili tipo ‘Usato Sicuro’ non degnò d’uno sguardo.

S’era fatta ora di pranzo, e mentre si preparava qualcosa da mangiare, ascoltò la radio. Gli interessava il radio giornale, ma capitò nel momento in cui stavano ancora trasmettendo annunci pubblicitari.

Si accorse che li ascoltava in altro modo da come aveva sempre fatto. Si accorse di apprezzarli e che c’era qualcosa che li rendeva gradevoli, in alcuni casi. Pensò che si trattasse di ritmo e recitazione, prima di tutto, ma non poteva fare a meno di ricordare i suoi due primi annunci. C’era quel ritmo? La recitazione, che sarebbe stata eseguita da professionisti, dello stesso tipo di quelli che stava ascoltando, sarebbe stata sufficiente a renderli gradevoli? Aveva scelto le parole giuste, insomma?

 

Mangiò in fretta, stampò i suoi due annunci e cominciò ad esaminarli meglio.

Uno cominciava con ‘Caro Cliente...’, non gli piacque per niente. Si disse: ‘Che diavolo sto facendo, gli mando una letterina?’

Continuava l’annuncio: ‘... si procuri una carta fedeltà, quella dei nostri affezionati clienti!...’, quant’era mieloso! Per non dire di come era passato al problema del parcheggio: ‘Per parcheggiare, per lei nessun problema...’ Una ripetizione orrenda.

E più leggeva su carta o recitava ad alta voce questi due annunci, più si disperava. Bevve un caffè, che ancor più forte lo avrebbe fatto star male, si accese una nuova sigaretta e si disse: ‘Altro che dieci minuti!’

Ascoltò un po’ di musica, si rilassò, quindi uscì nuovamente nel primo pomeriggio.

 

Prese un tram e in centro si infilò in una libreria. Cercò prima da sé tra gli scaffali, quindi chiese al libraio: “Ci sono testi di tecnica pubblicitaria?”

“Sì, certamente,” disse quello.

Il nostro: “E lei me ne potrebbe addirittura suggerire qualcuno?”

Il libraio: “Questo, per esempio, è un buon testo.”

Il nostro lesse il titolo: “La parola immaginata”, di Anna Maria Testa.

“Quanto costa?” chiese il nostro.

“Ventimila lire,” rispose il libraio.

“Aggiudicato!”

 

Il nostro eroe cominciò già sul tram a leggere questo testo su cui riponeva le sue ultime speranze. E passò il resto del pomeriggio e della serata a leggere e a sottolineare quello che gli sembrava interessante.

‘Credo che l’abilità di un creativo’, leggeva, ‘risieda in primo luogo nel riuscire a scartare il più velocemente e il più rigorosamente possibile le soluzioni sbagliate.’ Il nostro era davvero felice, perché proprio questo gli era accaduto coi suoi primi tentativi.

Ma su che base si può fare questo, dato che un ‘giusto’ assoluto non esiste?’ Già, vediamo, diceva tra sé. ‘Basta verificare la presenza o l’assenza di determinate caratteristiche tecniche, che prese una per una sembrano banali, ma che tutte insieme danno luogo ad una fitta rete di vincoli, e ad una severa autocensura preventiva.’ Bene! Bene! Proprio quello che mi serve! ‘Prima di tutto, il messaggio deve risultare congruente con il prodotto e con la sua immagine attuale e desiderata.’ Prima di tutto, pensava il nostro. “Nel prodotto è già contenuto, potenzialmente, il suo mondo: cioè il sistema razionale, emotivo e retorico che meglio può rappresentarlo.” Chiarissimo! “Bisogna individuarne le caratteristiche esclusive”, esclusive! “o sceglierne alcune significative” significative! “che verranno rese esclusive attraverso la comunicazione, e tradurle sinteticamente” sinteticamente! “in parole e immagini.”

Ah, come sono contento, pensava il nostro, proprio il testo che cercavo! “Ciò va fatto in modo comprensibile” comprensibile! “tenendo conto del sistema di valori, del livello culturale e della capacità percettiva del target.”

D’altra parte, il messaggio deve riuscire interessante”, interessante! Una parola, e come? “E questo capita se dentro c’è almeno un elemento capace  di suscitare curiosità” curiosità! Ecco come. “L’interesse può essere destato dal contenuto della comunicazione,” contenuto! Originalità, insomma. Oppure, parole veramente azzeccate. “o dalla sua forma.” forma! Ritmo e armonia, nel costruire il messaggio e nell’accostare le parole! Bene, bene!

Il nostro era davvero felice, ma l’entusiasmo sarebbe cresciuto ancora leggendo: “E, naturalmente, la comunicazione deve essere espressa in modo convincente ma, soprattutto, accattivante.” Ah, diceva tra sé il nostro, com’è brava l’autrice. “Credo che i messaggi autoritari non servano, e che possono riuscire dannosi. Lo stesso vale per i messaggi offensivi, ricattatori, volgari o terrorizzanti.” Proprio come sembrava anche a me, quando parlavo all’ingegnere. “E, finalmente, il messaggio dovrebbe poter coinvolgere”, coinvolgere! Com’è giusto e come si esprime bene quello che può essere spiritoso e non condizionante! “almeno per un istante il destinatario, e non solo in termini emotivi o utilitaristici, ma anche, perché no, sotto il profilo estetico e ludico.”

 

Il nostro si mise subito all’opera e fece un esercizio, per capire se aveva afferrato davvero le questioni più importanti.

Un’automobile viene preferita perché è più veloce, scattante, silenziosa. Perché consuma poco e non inquina, perché il design è originale. Perché è confortevole e strutturata a moduli interni modificabili. Perché è sicura, ha una carrozzeria solida e i vari meccanismi di trazione, di frenata, o di resistenza agli urti sono il frutto della tecnologia più avanzata. Perché gli optional, in questo caso, sono di serie. Dall’aria condizionata ai vetri elettrici, dalla chiusura centralizzata al sistema di allarme antifurto. Infine, perché la garanzia è reale e non nominale, l’assistenza diffusa su tutto il territorio, e se la cambi con la vecchia fai un affare, per non parlare dei finanziamenti a tasso di interesse zero.”

Gli occorse circa un’ora per arrivare a questa stesura, ma poi si disse: ‘Ora posso affrontare il supermercato!’

 

Riusciva a comporre circa due annunci al giorno. Era severissimo e meticoloso. E finalmente, fissato un appuntamento con l’ingegnere, venne il giorno della presentazione del lavoro.

Dopo i convenevoli, i due decisero di darsi del “tu”. Presero posto in una piccola stanza della Casa Editrice e, questa volta, era il nostro creativo in erba a dover parlare.

Aveva stampato tutto quanto in duplice copia perché l’ingegnere potesse seguire più agevolmente. Esordì dicendo: “Mi è sembrato giusto intanto stabilire i criteri e il tema, poi le caratteristiche generali degli annunci. Quindi prima di leggere gli annunci veri e propri, ti leggerei queste note.”

L’ingegnere: “Vai pure.”

Il nostro: “ Il tema, innanzi tutto.

 

DOVE TROVI TUTTO, SCEGLI IL MEGLIO E COSTA MENO?

NEL TUO SUPERMERCATO!

Fare la spesa al supermercato è un’esperienza comune a tutti: nemmeno il più snob degli svariati tipi metropolitani, nemmeno uno di quelli che vanno solo in “Erboristeria”, alla “Casa dei formaggi” e dal “Fornaio”, non capita mai al supermercato, non compera, in certe occasioni, quello che si trova al supermercato.

Il supermercato offre dei vantaggi: trovi un po’ di tutto; trovi degli stessi prodotti marche diverse, così che puoi scegliere quella che più ti piace; puoi organizzare la spesa in modo da acquistare in una sola occasione quanto ti occorre per diversi giorni e delle più svariate cose; i prezzi, grazie alla grande distribuzione e al grande smercio, sono più convenienti di quelli dei negozi e il pagamento può essere fatto più comodamente (assegni, carte di credito); la qualità dei prodotti spesso è la stessa di quella che trovi nei singoli negozi; la loro freschezza e genuinità è forse più controllata dal direttore del singolo supermercato e dall’azienda, nonché dalle autorità, per quanto riguarda problemi analoghi (conservazione e periodo di validità per i prodotti deperibili), rispetto a quanto faccia il singolo negoziante, meno soggetto a controlli e con interessi più direttamente personali a vendere la sua merce.

Certo, al supermercato trovi tutto, ma c’è sempre tanta gente, c’è spesso da fare la coda alle casse con il carrello; qualche volta è un po’ lontano da casa e per portare tante cose devi usare l’automobile; ti induce in tentazione: vorresti comprare solo ‘due cose’, senza accorgertene riempi il carrello; il rapporto con il prodotto non è mediato da un’altra persona, che oltre a vendertelo, forse lo consuma proprio come te... ma il prodotto è lì, freddo, distaccato, reso vivo solo dalla réclame televisiva che forse ricordi quando lo vedi.

Insomma, andando al supermercato si perde quel rapporto particolare che si instaura con il singolo commerciante, che conosci da tanto tempo, che ti consiglia sui vari prodotti quando hai l’imbarazzo della scelta o sono nuovi per te, che si ricorda dei tuoi gusti e ti mette da parte quelle cose che ti piacciono... il commerciante con cui puoi parlare della stagione come va o della squadra di calcio, di figli e nipoti o, che so io, della guerra in IRAQ...

Tutto questo è così vero che, dove le condizioni lo consentono, anche nei supermercati, per la gastronomia, soprattutto, ma anche per altri prodotti (carne, pesce, pane e dolciumi) riappare il ‘bancone’ con la ‘vetrina’ tipico del negozio e compaiono figure umane che stanno tra il ‘commesso di negozio’ e l’esperto ‘salumiere,’ l’esperto ‘macellaio,’ l’esperto ‘pasticciere.’ Proprio per restituire quel carattere ‘familiare’ che indubbiamente un gran bazar in un grande spazio non può avere.

 

Queste sono, credo, le caratteristiche, positive e negative, dell’immagine supermercato nei fruitori dello stesso, siano essi giovani o vecchi, maschi o femmine, bianchi o neri.

Il supermercato è appunto ‘altra cosa’ del negozio.

Rendere il supermercato più familiare, aggiungere al termine che lo designa un aggettivo possessivo, come posso fare per un negozio che frequento sempre... questo, credo, potrebbe essere l’obiettivo di uno strumento che voglia offrire servizi nell’ambito del supermercato e voglia, nello stesso tempo, reclamizzare i servizi che offre.

Insomma, se potessi dire “il mio supermercato”, come dico “il mio negozio preferito”, allora vorrà dire che la distanza, inevitabile nel supermercato rispetto al negozio, è di molto diminuita.

Certo, solo diminuita. Nessuno dirà mai davvero “il mio Supermercato”, così come dice “il mio salumiere”. Ma anche il salumiere non è di suo esclusivo uso, ne mai lo sarà, esattamente come il supermercato. Il fatto è che una cosa “la posso dire”, l’altra no, una cosa ha senso per la comunità linguistica, l’altra no.

Però se anche per un momento penso al supermercato come a qualcosa di simile a quello che penso del “mio ufficio”, della “mia officina”, cioè un luogo, sempre quello, dove vado a fare, a scadenze più o meno fisse, certe operazioni utili a me, allora avrò reso, dentro di me, il Supermercato, i Grandi Magazzini, la Cooperativa, il mio Supermercato, i miei Grandi Magazzini, la mia Cooperativa. Dentro di me, in cuor mio, “anche se non lo dico o non lo posso dire”.

Per questo ho creduto bene, di raggruppare tutti gli annunci necessari a commentare figure e luoghi del supermercato su questo tema: ‘un supermercato che ti offre un servizio come questo non può essere che il ‘tuo’ supermercato, cioè quello che tu ti meriti. E se non lo è, cosa aspetti a farlo diventare tuo?’

Così ho fatto alcune scelte di linguaggio e ho deciso che il tono migliore fosse quello che usa un amico o un’amica quando vuole darti un buon consiglio, quando vuole dire: ‘fai come me.’ Per questo ho usato il ‘tu’, che è sì più diretto di un ‘lei’ o di un ‘voi’, ma qualche volta può disturbare, per l’eccessiva confidenza che comporta, oppure per il tono aggressivo e imperativo che può sollecitare. Per questo ho optato per un ‘tu’ cortese come un ‘lei’ e privo di imperativi, (tranne uno: Approfittane!).

Il tono è confidenziale, misurato e spiega più di declamare o di proclamare; forse in qualche caso spiega un po’ troppo, ma con una recitazione ben fatta, sta nei tempi massimi consentiti.

Ogni annuncio ha un inizio breve e accattivante, il cui senso è del tipo: ‘Avresti mai pensato che?’

Per questo contiene spesso delle espressioni in tono interrogativo, un po’ insinuanti, (ma, spero, senza farlo in modo troppo evidente), e poi una risposta, che è generalmente sempre la stessa.

Alle domande: Come? Perché? Dove? Quando? si risponde sempre, ma in modo appropriato: ‘proprio qui, nel tuo supermercato.’

In conclusione questi sono i criteri con cui ho svolto il lavoro: spero che siano buoni.

Il nostro: “Questo per quanto riguarda il tema. Poi ho scritto delle note di lettura agli annunci, perché si capisca chiaramente come sono stati concepiti.

 

Tutti gli annunci cercano di sviluppare il tema: DOVE TROVI TUTTO, SCEGLI IL MEGLIO E COSTA MENO? NEL TUO SUPERMERCATO!

Le caratteristiche degli annunci sono sempre le stesse:

cordialità nel tono, pur usando la forma diretta del “tu”;

di ogni annuncio esiste una versione “lunga” di circa 45 secondi, come nel caso di PRENDI TRE E PAGHI DUE... e una più breve, composta da un minor numero di parole, di circa 20 secondi;

per facilitare la recitazione, nella redazione dell’annuncio ho operato la scelta di andare spesso a capo, quando a mio parere occorre riprendere fiato, ho lasciato un rigo quando sarebbe consigliabile una pausa, ho scritto in maiuscolo quelle parole che dovrebbero essere pronunciate con una certa enfasi;

la scelta delle parole, la costruzione e la successione delle frasi, il ritmo e l’intercalare, nonché il tono suggerito dalle parole stesse sono coerenti con il tema generale e la necessità del suo sviluppo;

qualche volta l’annuncio si rivolgerà in modo “malizioso”, come nel caso della SPESA REGALATA... qualche volta si tratterà di “capire il tuo problema” e “ti sono solidale e ti aiuto a risolverlo,” oppure si “suggerisce”, si “propone” e si danno le relative informazioni, come nella RICETTA DEL GIORNO.

Detto questo, Il nostro cominciò a leggere gli annunci:

 

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Quando finì di leggere tutti gli annunci in sequenza, il nostro si rilassò un momento, pronto ad ascoltare le osservazioni dell’ingegnere.

Il quale esordì in questo modo: “Ci sono alcune ‘cosine’ che vorrei dire... Visto che l’insieme suona bene, si potrebbe concludere l’annuncio ‘dove trovi cosa’ con una sola frase, con un solo slogan, con una sola riga: ‘trovi tutto, nel tuo supermercato!’“

Il nostro: “E magari fare in modo che rimanga la piantina del quartiere con l’edificio e il parcheggio, oppure quella del negozio stesso con i suoi vari reparti... la piantina...la musica...”

L’ingegnere: “Qualche secondo di attesa...”

Il nostro: “...poi c’è la voce... Perché no? Potrebbe essere così.”

L’ingegnere: “E questo sarebbe un modo molto bello per chiudere. Questo è il finale che mi stavo appuntando, mentre leggevi.”

Il nostro: “Sì, potrebbe essere fatta con uno slogan così, con la musica, l’immagine della piantina...”

L’ingegnere: “Ci sono ancora due ‘puntini’ che vorrei fissare, visto che sono caldi. La chiusura potrebbe essere veramente questo flash che dicevamo poco fa... Volevo vedere se si riusciva ad utilizzare diversamente ‘il tuo supermercato’. Che è ripetuto troppo spesso negli annunci. E’ un bombardamento.”

Il nostro: “E’ un bombardamento, infatti. Ma qualche volta, come nel primo annuncio, per esempio... ora ti rileggo la prima parte:

 

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Dove puoi fare una scorta di caffè e risparmiare? Nel tuo supermercato!

E una scorta di tonno al naturale? E il detersivo per tutto il mese? Nello stesso posto: nel tuo supermercato!

 

Ho messo due domande e ho aggiunto nello stesso posto. Questo ‘nello stesso posto’ rende completamente diverso il secondo ‘nel tuo supermercato.’ Si potrebbe utilizzare questa stessa strategia per altri annunci.”

L’ingegnere: “No, non è tanto il fatto di ammorbidire oppure no. Mi stavo chiedendo se la scelta di ripeterlo così spesso sia giusta, o se invece non si potesse utilizzare questo slogan solo in fondo, nell’ultima immagine. ‘Trovi tutto, nel tuo supermercato!’“

Il nostro: “Metterlo solo in fondo, quindi? Sottolinearlo solo in fondo?”

L’ingegnere: “Sottolinearlo con questa costanza, con questa insistenza soltanto in fondo. Questo per due motivi, perché se da un lato è accattivante nei confronti del signor Supermarket, del signor Grandi Magazzini... rischia di essere un po’ troppo evidente, un po’ troppo sfacciato, e rischia anche di appesantire tutta la dimostrazione. Io ho avuto modo di guardarmi una serie di altri progetti, non in questo ambito, ma per altre società. Tutto il lavoro si presentava in maniera più o meno bella, più o meno noiosa, più o meno antipatica o efficace, per un eccesso, mai una carenza, di ‘parlato’. Ho visto che l’eccesso di ‘parlato’ risulta, non dico dannoso, però smorza quelle sensazioni che suscita uno strumento che è in grado di comunicare non solo con le parole, ma anche con le immagini... Allora le scelte che dobbiamo fare nel combinare i tempi di ciascun annuncio dovrebbero tenere conto dell’esperienza di colleghi, che sono specializzati in queste stazioni di lavoro e che mi hanno dato suggerimenti. Noi potremmo, nello scegliere un certo tipo di messaggio, togliendo alcuni pezzettini come ‘il tuo supermercato’ che ricorre molto spesso. Si può farlo senza rovinare la frase in cui si trova, riportandolo tutto in fondo.”

Il nostro: “Sì, potrebbe essere una buona soluzione.”

L’ingegnere: “Questo vuol dire che non solo scegliamo l’annuncio più corto perché vogliamo essere più concisi, ma potremmo scegliere altre volte il più lungo, magari ricucendolo un momentino. Togliendo ‘il tuo supermercato’ dove si può rendere la frase più concisa. Contemporaneamente renderemmo ‘il tuo supermercato’ meno insistente, un pochino meno pressante, proponendolo, in qualche modo, meno aggressivamente. Io ho apprezzato moltissimo il lavoro, devo dire, l’avessi dovuto fare io non sarei mai arrivato, nemmeno fra dieci anni, con questa efficacia, semplicità e anche musicalità. Sono molto contento, mi piace molto. Ora volevo riuscire a trovare il modo di renderlo un po’ più incisivo, un po’ più ‘cattivo’, se così si può dire.”

Il nostro era felice e non aveva nemmeno timore di mostrarlo.

Così disse: “Ti ringrazio molto.”

“Figurati!” rispose l’ingegnere.

E ripresero a lavorare.

 

Ogni annuncio fu esaminato punto per punto, e ci vollero due incontri per definirli tutti in forma compiuta. Il nostro li leggeva, nella versione lunga e in quella breve, e con l’ingegnere cercavano di migliorare ogni cosa, riducendo i tempi, da una parte, facendo crescere l’efficacia e la musicalità, dall’altra.

Il lavoro infine era stato consegnato all’editore e il nostro era in attesa di incassare l’assegno. Aveva già fissato un appuntamento con lui, e si sentiva felice. Così felice che decise di fare una buona scorta di provviste al supermarket sotto casa.

Si trattava di un negozio della stessa catena per la quale aveva lavorato.

Era appena stato rinnovato con la costruzione di un grande parcheggio sopraelevato e l’ampliamento dello spazio di vendita. Dotato di casse ultramoderne, predisposte alla lettura automatica di prezzi e codice del prodotto, era tra i migliori e meglio attrezzati della città.

Il nostro, deciso a riempire il carrello, vi entrò entusiasta, e quale la sua meraviglia quando, una volta varcata la soglia, quasi non riusciva più a riconoscerlo.

Come per incanto tutto ciò che lo circondava sembrava composto di un numero infinito di reparti, che si moltiplicavano l’uno di seguito all’altro, con i loro scaffali e le loro merci, in un modo che non avrebbe mai creduto possibile. Sembrava che l’universo intero fosse diventato un solo, grande, unico supermarket. Si stropicciò gli occhi, credendo di sognare, ma dovette ammettere che non di sogno si trattava, perché lui era ben sveglio, e il carrello era ben reale tra le sue mani. Eppure, senza che lui lo volesse, e senza che lui potesse distinguere dalla realtà quello che i suoi occhi vedevano, tutto gli appariva gigantesco. Gigantesco il reparto frutta, il settore detersivi o quello dei formaggi. Infiniti i banchi della carne fresca e del pesce, quelli della gastronomia e dei dolciumi. Per non parlare degli scaffali dove centinaia di qualità di vino, di ogni colore, annata e prezzo, facevano bella mostra di sé, in magnifiche bottiglie da trequarti, o in bottiglioni da due litri.

Ma quale la sua sorpresa nel vedere (ma era proprio lui a vedere?) dei video parlanti disposti strategicamente all’imbocco di ciascun corridoio.

Vicino a questi televisori si poteva sentire una musica suadente, mentre sul video scorrevano immagini fumanti di spaghetti al tonno e alle olive, oppure panoramiche del banco del pesce fresco, oppure della gastronomia con insalate russe e capricciose in bella vista.

Mentre lui estasiato guardava a una certa distanza il video, giunse una signora intraprendente che, presa posizione a mezzo metro dal televisore, lo toccò proprio nel riquadro intitolato: Spesa Regalata.

Ed ecco che una voce cominciò a dire:

VORRESTI AVERE LA SPESA REGALATA? PRENDERE TUTTO QUELLO CHE TI SERVE... GRATIS?

Ogni giorno qualcuno dei nostri clienti

realizza questo desiderio.

Sarà a te, oggi, che la fortuna sorriderà?

Per partecipare non occorre nulla: basta fare la spesa nel tuo supermercato.

Infatti, in un momento scelto a caso, una delle nostre casse si illuminerà.

Chi si troverà in quel momento a quella cassa

avrà diritto a disporre di tutta la spesa fatta... GRATUITAMENTE!

I tuoi prodotti preferiti, le mille cose che trovi nel tuo supermercato...

TUTTO GRATIS!

Chi sarà oggi la persona fortunata?

“Incredibile!”, mormorò il nostro tra sé, mentre la signora si precipitava alla cassa riempiendo il carrello di ogni cosa incontrasse lungo il tragitto.

Allontanatasi la signora, provò lui stesso a toccare il tasto Gastronomia, ed ecco, assieme all’immagine, la voce che dice:

Il salumiere? La casa dei formaggi? Gli antipasti?

Vieni alla GASTRONOMIA!

Farai di un pasto qualunque un pranzetto delizioso.

Prodotti tipici di tutte le regioni,

preparati COME UNA VOLTA,

con la genuinità DI UNA VOLTA!

Accompagnali con il vino giusto!

Trovi tutto... nel tuo supermercato!

Il nostro stava già per precipitarsi verso il bancone, deciso a prendere olive, insalate capricciose e russe, pâté e affettati, per non parlare di mostarda e mascarpone, stava già per farlo che, ripensando alle sue necessità di spesa, si ricordò che occorreva anche della frutta.

Toccò il tasto Frutta, ed ecco la voce dire:

PER LA TUA DIETA?

É OTTIMA LA FRUTTA DI STAGIONE.

La frutta possiede poche calorie

e contiene mille vitamine utili

a mantenersi in forma e a vivere meglio e più sani!

VUOI LE PRIMIZIE? TI PIACCIONO I FRUTTI ESOTICI?

Puoi trovarli nel tuo supermercato e a prezzi controllati!

Questo annuncio lo colpì talmente che decise di rinunciare all’insalata russa, all’affettato e al mascarpone. Aveva in effetti bisogno di un po’ di dieta. Ultimamente aveva messo su un po’ di pancia e bisognava forse accontentarsi un bell’ananas, oppure, meglio ancora, di una spremuta di pompelmo.

Stava per dirigersi verso il reparto frutta, che la macchina, senza che lui l’avesse toccata, e quasi indovinando il suo problema, disse:

Come fare a portare a casa tutta la spesa?

Non temere: a casa te la consegniamo noi!

Vorresti pagare a fine mese?

Con la CARTA FEDELTÀ puoi farlo!

Vorresti acquistare prodotti ancor più convenienti?

Ai possessori della CARTA FEDELTÀ questo capita spesso!

Ma quanto spenderai in questo e in quello?

C’è IL BILANCIO FAMILIARE: senza fatica puoi stamparlo e portarlo a casa!

Il nostro era stupefatto, già si dispiaceva di non possedere la carta, che questa gli apparve d’incanto tra le dita. Il nostro l’inserì ed ecco che la macchina gli disse:

I prodotti in offerta a 3 x 2 a tutta la clientela

per te sono ancora più convenienti.

Il detersivo a lire 3.300

con uno sconto ulteriore del dieci per cento.

Il tonno a sole 1.100 lire

con un risparmio ulteriore dell’otto per cento.

E il caffè è per te quasi regalato, lire 3.100.

Se vuoi ottenere questo super-sconto

indica il tasto STAMPA.

Otterrai il buono da utilizzare alla cassa.

Mai spesa fu più felice, pensò il nostro. Che bella la comodità, che bello il progresso. Ed era così entusiasta che rimase nel negozio più a lungo del necessario, osservando beato se stesso e tutti i clienti, gente del suo quartiere che aveva volti familiari, muoversi sorridenti e spensierati nel sogno di una vita dove far la spesa era diventato un piacere, e consumare una delizia.

Certo, quando uscì, carico di provviste e colmo di gioia, ricordò i suoi affanni, i suoi mille problemi, ma il sogno e la speranza restavano nella sua mente vivi come fossero stati realtà.

 

Il giorno del pagamento pattuito il nostro era visibilmente emozionato. L’editore lo riceveva nello studio con la scrivania in-vero-mogano e la poltroncina-manageriale dove il primo giorno di lavoro aveva rischiato di precipitare nel ridicolo. E non era questa l’unica complicazione.

Il nostro aveva fatto un calcolo orario intorno alle 80 ore, che poteva sembrare eccessivo. Ventimila lorde per 80 erano giusto quello che gli serviva per accontentare moglie, figlia, e padrona di casa.

A lui non sarebbe rimasto nulla, solo la possibilità, facendolo passare per la Banca, di dimostrare che qualche cosa stava facendo e ottenere una dilazione sullo scoperto.

L’editore aveva un bel viso e un ottimo colorito, degli occhi penetranti e i capelli completamente bianchi. Era un uomo capace di fascino e di carisma. Se n’era bene accorto il nostro, quando insieme all’ingegnere avevano cercato di difendere il primo annuncio e lui, con una prontezza e una semplicità straordinarie, dettò loro quello che avrebbero dovuto usare.

Ora il nostro gli chiedeva i soldi pattuiti. Aveva segnato tutte le ore dedicate allo studio del problema, a riportare su carta il contenuto delle cassette, il tempo speso per assistere alla creazione del nastro con il parlato nello studio di registrazione, e così via. Aveva preparato in maniera pignola e meticolosa una nota esauriente, ma alla fine aveva deciso di non presentarla. E fu un errore.

Lui non aveva gonfiato i tempi, ma era stato lento. Per paura e timidezza tenne la lista nella sua ventiquattrore vera-finta-pelle, e alla domanda, rispose:

“Settantasei ore.”

L’editore non fece una piega, ma commentò:

“La prossima volta si fisserà un prezzo forfetario.”

A quel punto il nostro avrebbe voluto tirare fuori la nota, ma rimase paralizzato. Lui ci sperava proprio in una ‘prossima volta’, ma capiva che le parole dell’editore significavano proprio il contrario, che invece non ci sarebbe stata affatto una ‘prossima volta’.

L’editore riprese: “Siamo ai primi del mese, e l’Advaced Computer Corporation Italia non mi ha ancora pagato il lavoro fatto. Non le dispiace se l’assegno... si, insomma, potrei pagarla a fine mese?”

Il viso del nostro si spiegazzò in mille parti e le gambe gli tremarono. Ma disse: “La capisco,” e se n’andò salutandolo cordialmente.

 

Rivide la stazione ferroviaria, le bancarelle di Natale illuminate a festa, il via vai sulle scale che portavano alla metropolitana, il capolinea del tram, dove una vettura stava per riprendere il suo giro... sentì gli odori di dolciumi, di caldarroste, i profumi delle donne che gli passavano accanto.

Osservò l’allegro trambusto delle altre persone con malinconia, senza partecipazione, ma anche senza un vero distacco: lì, in bilico tra il confondersi in mezzo a loro e scappar via, verso casa, verso un rifugio.

Camminò in fretta e quando giunse all’angolo della via principale decise di non imboccarla. Preferì sgattaiolare in una stradina secondaria, meno ricca di negozi, dove le automobili parcheggiate erano tutte utilitarie. E si sentì meglio.

“In fondo,” disse tra sé, “mancano solo una ventina di giorni. Per la Befana ne potrò disporre.”