Alzati Gennà!

(Luigi Pagano)

 

Portici, di sera, è bellissima vista dalla spiaggia del Granatello.
Le imbarcazioni dondolano pigre sulla tavola nera d’acqua;
I treni attraversano la vicina stazione con fischi lunghi e decisi ma sono canti di sirene per Gennaro e Marisa.
Il freddo diventa occasione per stare vicini, abbracciati, aggrovigliati l’uno nell’altro.
Marisa ha occhi neri e profondi come questo mare che li circonda, capelli biondi ossigenati e mani curate che toccano, esplorano sotto il cappotto di Gennaro, con la lingua fa acrobazie nella sua bocca mentre gli sbottona i pantaloni. Gennaro ha 25 anni. Cinque meno di Marisa, e forse è la prima volta che fa sesso, anche se lui crede sia amore. Gennaro non è molto alto ma ha due braccia come clave e mani callose che graffiano la pelle di seta di Marisa.
Da qualche finestra aperta, arriva il mitico Pino che li avvolge con le sue note: canzone dolce e disperata come il loro amore: un amore preso in prestito dalla vita solo per pochi attimi, poi si ritorna alla routine, all’ipocrisia del quotidiano…
Canta Pino, canta per questa luna che li guarda mentre Gennaro le sbottona la camicetta.
Canta Pino, canta per questa città sfruttata e maledetta che porta violenza nei vicoli e amore nel cuore.
Astrigneme cchiù forte…
E famm’ascì a paura…

Dei passi…, un rumore…e tre tizi sbucano dal nulla: quello al centro si atteggia a grande capo, fa un passo avanti, ha un completo bianco su una camicia rosa e chilogrammi di oro al collo. Le cicatrici sul suo viso sembrano danzare, sotto la luce della luna, mentre impreca: - E accussì guagliò, te vulive fottere mia moglie! E bbravo! -
Marisa trema, e non per il freddo.
- je…, je…, non sapevo… - Gennaro capisce che è nei guai e cerca di salvare il salvabile. Ma senza successo.
- Statte zitte! – risponde completobianco poi si rivolge ai due gorilla che leggermente in disparte guardavano la scena scaracchiando rumorosamente:- Guagliù, sapite chello c’avite ‘a fa! A sta zoccola ce penzo je!-
E si tirò a se quello amore preso in prestito che con lo sguardo basso e sottomesso lo seguì fin dentro l’auto parcheggiata non molto lontano.
Il biondino esile e pelle scura si avvicina a Gennaro, mentre sorride mostrando i suoi denti d’oro. Gennaro cerca di dire qualcosa, ma l’altro, robusto, con la barba e gli occhi piccoli e vicini gli tira un calcio dritto nello stomaco buttandolo a terra; il biondino si accanisce con la bocca di Gennaro riempiendogliela di sangue. Gennaro cade a terra, il sangue si mischia nella sabbia scura. Resta cosi per qualche minuto. Gli lasciano riprendere fiato. Pensa che tutto sommato se l’è cavata bene. Ma s’illudeva.
Ma po’, a colpa è a mia…
Gennaro si alza. Cerca i vestiti sparpagliati sulla sabbia. Ha freddo. Tanto freddo. Ecco che i gorilla ritornano alla carica: quello con la barba e occhi piccoli, prende Gennaro per la testa e la tiene ferma sotto la ascella, denti d’oro si sbottona i pantaloni; Gennaro capisce, impreca pietà, supplica pietà…
A colpa è a mia ca nun te saccio cchiù piglià…

Il dolore è forte, loro ridono. Gennaro urla. Urla tutto l’odio del mondo; piange tutto il dolore e la vergogna che sente, chiede pietà con tutta la disperazione di cui è capace.
E colpa mia…
Lo lasciano a terra nudo e sporco. Il biondino gli parla mentre si sentono gli urli di dolore del suo amore rubato provenire dall’auto:- Ne’ strunz’, crero cà mo’ è capite: e mugliere e l’ate nun se toccano, figurammece chella d’à scigne!- e senza più voltarsi si allontanarono verso l’auto.
Dopo pochi secondi Gennaro era da solo; frale e genuflesso, davanti al dolore e alla vergogna.
Pino continua a cantare, incurante di ciò che era successo; del resto che ne sa lui dell’amore: lui, l’amore lo canta, non lo vive.
Ma è sulo pe parlaaAA’, pe parlà…

Alza la testa al cielo, la cara vecchia luna lo guarda con rispetto e compassione e inizia a parlargli: - Alzati Gennà. Hai vinto tu. Ti hanno maltrattato, picchiato, tolto dignità, ma hai vinto tu. Quello che gli hai tolto, loro non potranno mai riprenderselo, perché tu lo porti nel cuore e nessuno potrà togliertelo mai. Loro quello che posseggono l’hanno conquistato con i soprusi, la violenza, la paura. Ma sono conquiste effimere; in realtà non hanno nulla. Si, è vero hanno soldi, auto lunghe, donne quante ne vogliono, potere…ma non possiedono nulla. Basta poco per rompere gli equilibri e trovarsi sotto terra. E così vivono guardinghi, sospettosi, la notte fanno sogni agitati e puerili, io li vedo. Li vedo piangere nella solitudine della prigione da loro stessi creata. Non proveranno mai la gioia di portare i loro figli al parco, di emozionarsi davanti a un tramonto o perdersi in uno sguardo di donna. Alzati, Gennà! Hai vinto tu.-
Sulo pe parlà.