Recita un Padre Nostro
(Francesco Paolo Gambino)
“Chiè Nunzio, mancu st’ainnata travagghiamu, vero?”
Mario, il pescivendolo, lo diceva a tutti. Bastava che qualcuno del rione passasse davanti la pescheria, e allora si allargava il petto, prendeva il secchio, lavava il bancone, e diceva la sua battuta; se gli domandano quanti lavorano come lui nel quartiere di Cruillas, risponde che se c’è uno che travagghia, quello è lui: gli altri occupano soltanto il tempo.
Nunzio comunque si era abituato al suo saluto particolare. E poi quella mattina andava di fretta. Troppo di fretta.
Si sfregava le mani in continuazione, le gambe parevano correre per conto loro, e aveva il respiro di chi s’ingoia qualche cosa e poi non riesce più a sputarla via.
“Nunzio, un ciuri m’aviti a rialari!” Grazia, la fruttivendola, ne era quasi innamorata. Lui per di più le sorrideva , ma le mostrava infine la fede al dito; lei allora abbassava lo sguardo, fino a quando lui non si allontanava: “Un ciuri, Nunzio…quantu siti beddu!”.
Arrivato in prossimità della piazzetta sotto l’arco, rallentò improvvisamente; un piccolo corteo funebre avanzava dalla parte opposta alla sua; si fece il segno della croce tre volte, e proseguì senza guardare in faccia nessuno.
“Muriù, muriù, u figghiu mio!”
Mentre camminava, il cellulare nella tasca dei pantaloni vibrava, vibrava, ma lui niente. Quelle sue mani o se le sfregava, o le rinserrava in due pugni stretti.
La chiesa era ormai a pochi passi, e pareva padre Sebastiano quello che all’entrata parlottava con una parrocchiana.
Nunzio gli corse incontro:
“ Padre Sebastiano, i mostri, i mostri!”
Gli stava tirando un risvolto della tunica, per attirare più facilmente l’attenzione:
“Nunzio, che fai?”
“I mostri don Sebastiano…I mostri!”
“Che gridi, vuoi farti sentire da tutti? Vabbene, Silvana, tante belle cose e sia lode a Dio. Vieni Nunzio”.
Silvana si allontanava, con un risolino particolarmente audace. Don Sebastiano, quel risolino glielo aveva ricambiato con gli occhi.
“Nunzio, il segno della croce: bene così. Seguimi in confessionale”.
Il parroco indossò la stola,e prese tra le mani due rosari:
“Padre, i mostri sono tornati”.
“Sei sicuro?”
“Si”.
“Quando li hai visti?”
“Stamattina”.
“Ah…”
“Che devo fare ?”
“Che vuoi fare figliolo…recita un padre nostro, ogni giorno alla stessa ora. E sia quello che vuole Dio”.
“Si, padre”.
“Tieni. Uno per te, e uno per tua moglie. E domenica vi attendo a mezzogiorno per la messa”.
“Si, padre”.
Nunzio si sollevò, baciò riverente la mano al prete, e si avviò verso l’uscita.
I rosari legati al polso destro, attraversò il quartiere di nuovo con passo spedito, con una forma di tosse ansiosa, che quella sigaretta appena accesa rendeva più fastidiosa.
Passò di nuovo per la piazzetta, di fronte al bancone di frutta di Grazia, davanti la pescheria di Mario:
“Chiè Nunzio, mancu st’ainnata travagghiamu, vero?”
Si arrestò dinanzi alla saracinesca abbassata della sua fioreria; la sollevò e si introdusse come un ladro, richiudendosela alle spalle:
“Nunzio, finalmente! Tutto ci distruggono, tutto!”
La moglie si ancorò al petto rigido del marito: i mostri erano ancora là, non se ne erano più andati.
“Nunzio, che dici? Lo abbelliamo un po’ questo negozio, ah?”
Tremò di colpo; chiuse le palpebre, strinse i denti, tirò un respiro a pieni polmoni, e inginocchiandosi, intonò a voce alta:
“Padre Nostro, che sei nei cieli…”
I mostri avevano cominciato le loro macabre gesta. E sbattevano casse di fiori con furia contro il pavimento, sputandoci e ballandoci sopra.
“…sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno…”
“Non ne ha soldi, è mischineddu…u capisti tu?”
Il più giovane di loro aprì la cassa, sparpagliò fuori le banconote rimaste; aprì i cassetti, scaraventando per terra tutto ciò che poteva.
“…sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra…”
L’altro andò nel retrobottega e ritornò trascinando un carrello pieno di piante di ogni tipo, qualità e misura:
“E noi fuoco ci diamo!”
“…dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori…”
Si alzò una fiamma tenebrosa, che avvilì di colpo l’aria.
“Mamma, il fuoco…”
“Vattene sopra tu, scimunito!”
“…e non ci indurre in tentazioni….”
Un mostro puntò dritto il passo verso il bambino,sceso dal piano di sopra. Se lo portò in braccio, accarezzandogli il mento:
“No!No! Lui no!” urlò la madre inginocchiandosi di scatto.
“…ma liberaci dal male…”
Nunzio sgranò gli occhi. Dalla tasca del giubbotto sfilò una pistola e sparò dritto contro i mostri. Uno fu raggiunto alla mascella, e l’altro, quello che aveva il bambino in braccio, fu freddato alla schiena.
“Nunzio, chi facisti! Si pazzu!”
Caddero tutti e due, distesi in una pozza di petali, steli e sangue, con le fiamme che si spargevano rapidamente verso di loro.
Nunzio era sicuro di avere sconfitto i mostri. Ma quando per terra uccisi si ritrovò i cadaveri di due ragazzi imberbi, due giovani di borgata, due picciotti come a migliaia ne vede passare per le strade, allungò le mani, singhiozzante, su due ghirlande rimaste immacolate; le depose vicino ai corpi, socchiudendo di nuovo gli occhi:
“…amen”.