L’Ombra

(Saul Ferrara) 

 

<< Se ti piace così tanto posso vendertelo ad un buon prezzo? Che faccio, te lo incarto insieme alla focaccia?>> gli chiese il fornaio, scatenando un coro di risatine. A Ilario occorse un minuto abbondante per fare ritorno alla realtà e rendersi conto di trovarsi nel panificio e di essere diventato la stravagante attrazione degli altri clienti. Era successo di nuovo e ultimamente gli capitava sempre più spesso. Entrava in un negozio per comprare qualcosa e se malauguratamente all’interno si trovava uno specchio, “zac!”, si parava davanti a fissarlo finché non andava in trance. Tutto era cominciato una mattina mentre si faceva la barba. Si stava radendo il mento quando aveva visto, attraverso lo specchio, un’ombra grigia spuntare poco sopra la sua testa. Da allora temeva di essere  seguito da una oscura presenza e gli specchi erano diventati gli unici strumenti che avrebbero potuto  avvertirlo quando questa fosse riapparsa per attaccarlo. Di questo Ilario era sicurissimo: l’ombra non aspettava altro che un suo momento di distrazione per saltargli addosso.

<< Allora!? Cosa hai deciso? La focaccia da sola viene tre euro, con lo specchio invece trentacinque. Ma vedi di muoverti che la gente aspetta… >> disse il fornaio indicando con l’indice bianco di farina i clienti in fila  che cercavano di soffocare le risate.

<< Oggi prendo solo la focaccia, per lo specchio facciamo la prossima volta.>> disse con voce seria ed impostata Ilario, nel vano tentativo di recuperare almeno una piccola parte di immagine, dopo quella ennesima figura da cretino. Uscito dal fornaio iniziò a pensare come risolvere quell’imbarazzante problema, non poteva più rimandare, doveva necessariamente trovare una soluzione o nel giro di pochi giorni sarebbe finito nel reparto di psichiatria. I vicini di casa, che ormai si erano accorti di quella sua strana mania per gli specchi, avevano iniziato ad evitarlo. Un giorno, ad esempio, era rimasto per cinque ore chiuso dentro l’ascensore a specchiarsi. Quando l’ascensorista, accompagnato dall’amministratore del condominio, aveva forzato le porte lo avevano trovato tutto intento ad ammirarsi davanti allo specchio. Era scoppiato un putiferio, i condomini che erano accorsi preoccupati volevano linciarlo, e doveva solo all’intervento pacificatore dell’amministratore, se dopo qualche scusa farfugliata, era riuscito a raggiungere incolume il suo appartamento. Ilario quel giorno aveva bloccato l’ascensore per rimanere a specchiarsi in tutta tranquillità senza curarsi minimamente delle voci allarmate che chiedevano se all’interno dell’ascensore ci fosse qualcuno. In fondo un paio di vicini arrabbiati non erano niente in confronto all’agguato di un’ombra maligna venuta da chissà quale mondo parallelo. Ma adesso la pensava diversamente, forse la strategia dell’ombra era proprio quella di farlo considerare pazzo dagli altri. L’ombra, per colpirlo meglio, voleva isolarlo dal branco dei suoi simili. Sull’argomento aveva visto di recente un documentario dove un etologo spiegava che i predatori allontanano sempre la vittima prescelta dal gruppo così da poter avere meno difficoltà ad attaccarla. Ilario, dopo una lunga ed arrovellata riflessione, decise di andare da Giovanni,  amico di vecchissima data e medico con la passione per il paranormale. Giovanni ascoltò  con attenzione  il racconto di Ilario, poi parlò con tono professionale.

<< Come medico ti consiglio di fare una seduta da uno psichiatra.>>

<< E come amico?>> chiese Ilario

<< Lo stesso.>> rispose Giovanni porgendogli un biglietto da visita.

<< Questo è il migliore della città. Prendi un appuntamento e digli che sei amico mio.>>

<< E come esperto di fenomeni paranormali cosa mi consigli?>> chiese Ilario mentre si infilava il biglietto da visita nel taschino della camicia, con l’intenzione di buttarlo appena uscito dallo studio di Giovanni.

<< Lo stesso.>>

<< Caspita, oggi è la mia giornata fortunata! È la prima volta, in tanti anni che ti conosco, che il medico, l’amico e l’esperto esoterista dicono la stessa cosa. Cosa ti è successo, sei andato anche tu da questo?>> domandò ironico Ilario battendo una mano sul taschino della camicia, e pentendosi subito dopo per quella battuta indelicata.

<< Si. >> rispose secco Giovanni e con quel monosillabo si concluse la loro discussione. Ilario, provò tristezza per Giovanni, il suo vulcanico amico da quando aveva divorziato si era spento all’improvviso senza neanche fare un bel gioco pirotecnico d’addio. Poi prevalse la sua indole egoistica e si consolò pensando che sicuramente era meglio vedere le ombre come succedeva a lui, che diventare l’ombra di se stesso  come era capitato a Giovanni.  Ilario, però, contrariamente a quanto aveva deciso in un primo momento, il giorno dopo si recò dallo psichiatra consigliatogli da Giovanni. Un medico corpulento lo accolse cordialmente, anche se Ilario non aveva fissato alcun l’appuntamento, e lo fece accomodare sul lettino per la prima seduta  di psicanalisi. Per un’ora abbondante Ilario dovette raccontare, senza tralasciare i particolari più irrilevanti, la storia dell’ombra persecutrice, per poi rispondere ad una raffica di domande che curiosamente all’inizio ricordavano quelle di un colloquio di lavoro.

<< Qual’ è il suo titolo di studio?>> chiese come prima cosa il dottore, dando ad Ilario l’impressione che il tenore delle  domande successive  sarebbe dipeso dalla sua risposta 

<< Sono laureato in ingegneria informatica.>> mentì Ilario provando una certa soddisfazione nel farlo.

<< E come lavoro  cosa fa? Insegna o è un libero professionista?>>

<< Più che un libero professionista sono un professionista della libertà.>>

<< Può essere più chiaro?>> disse il dottore con una voce monocorde che non  tradiva alcuna emozione.

<< Non lavoro, mio padre ha lavorato anche per me. Ho ereditato un discreta fortuna e vivo agiatamente con le  rendite che ottengo da qualche investimento, e  penso che anche i miei figli potranno fare lo stesso, ammesso che un giorno ne abbia. Sa, mio padre era molto ricco e per quanto io mi impegni a spendere più di quanto incassi non sono ancora riuscito a diventare povero.>>

<< Capisco. E come passa le sue giornate?>> chiese atarassico il dottore

<< Leggo, ascolto musica, dipingo, esco con gli amici. Mi piace divertirmi e faccio solo quello che mi diverte. >> rispose Ilario con un certo orgoglio, in fondo era davvero felice del suo stile di vita e pensava che chiunque lo sarebbe stato al suo posto.

<< E non sente la sua vita un po’ vuota? Il lavoro crea anche motivi di gratificazione personale. Lei è sicuro di essere soddisfatto, non sente il bisogno di costruire qualcosa? Mi dica, quando è successo l’ultima volta che si è  sentito gratificato per qualcosa?>>

<< Beh, mi faccia pensare…si, ora ricordo. Una mattina, era verso mezzogiorno, sono andato a comprare il giornale e per strada ho incontrato degli impiegati che andavano a prendersi un caffè al bar. Loro erano già stanchi, consumati da ore di lavoro, io, invece,  ero fresco come una rosa e mi sono sentito un uomo fortunato.>>

<< Tutto qua? L’unica considerazione che lei ha fatto è di essere più fortunato di chi lavora?>> chiese il dottore, questa volta però nella sua voce  si avvertiva una certa disapprovazione per quanto aveva sentito.

<< No, naturalmente no, ho anche capito che comprare un quotidiano a mezzogiorno è una gran cazzata, le notizie sono già vecchie; ed è stato proprio  quel giorno che ho smesso di comprarlo. Poi, se proprio devo essere sincero, lo compravo solo perché ritenevo che tenersi informati fosse un dovere per  gli uomini della mia età, ma la maggior parte delle volte arrivato a casa neanche lo sfogliavo.>>

<< Mi scusi ma quanti anni ha?>>

<< Quarantatre.>>

<< E non ha mai lavorato né sentito il bisogno di farlo?>>

<< Mai lavorato in vita mia e ritengo che il lavoro debiliti l’uomo e lo renda simile alle bestie.>>

<< Mi parli della sua vita sentimentale. È sposato? >>

<< No! Non voglio nessuna accanto che mi dica cosa devo fare e come devo vestirmi. Io non voglio una vita sentimentale, mi accontento di averne una sessuale, e per quella non occorrono né fidanzamenti né tanto meno matrimoni.>>

<< E per le faccende domestiche come è organizzato?>> chiese il dottore battendo nervosamente la penna contro il ripiano del tavolo.

<< Sono più che organizzato! La mia colf è più brava di Mary Poppins. Io non faccio assolutamente niente, al massimo vado a comprare il pane, ma succede raramente e dopo la figura che ho fatto l’ultima volta  penso che non ci andrò mai più in vita mia. >>

<< Ho capito tutto. Secondo me lei dovrebbe cercare di prendersi più cura di se stesso e di coltivare degli interessi che non siano sterili divertimenti. L’ideale sarebbe quello di iniziare a  lavorare, pensa di poter riuscire a trovarsi un lavoro, uno qualsiasi, anche part-time? >>

<< Trovarmi un lavoro!!! E perché dovrei lavorare?! Le ho detto che non ho bisogno di lavorare, sono ricco!>> esclamò sconcertato Ilario, come se il medico avesse suggerito ad un animalista vegetariano di mangiare carne di cane.

<< Deve considerare il lavorare  una terapia che l’aiuterà  a sentirsi meglio.>> disse il dottore con tutta la paterna severità che gli proveniva dalla sua professione.

<< Ma…ma…in sostituzione di questa terapia  non possiamo adottarne una farmacologia ? Io ho la massima fiducia della moderna ricerca farmaceutica. Ormai tutto si cura con le pillole…>> disse quasi implorando Ilario

<< Va bene, va bene. Cambiamo terapia visto che  lei trova il lavorare un’esperienza  così traumatica . Vediamo se questa le piace? Stasera annunci alla sua cara colf  che da domani ha due settimane di ferie e in questo periodo sarà  lei a sbrigare tutte le faccende domestiche. >>

<< Dottore è sicuro che non c’è qualche pillolina che fa al caso mio? Anche le iniezioni per me vanno bene.>>

<< Si, sono sicuro.>>

<< Allora, se devo assolutamente scegliere tra lavorare e il fare casalingo, preferisco la seconda opzione.>> disse Ilario con il tono basso ed avvilito di chi sta trattando  una resa umiliante.

<< Va bene, noi ora ci vediamo tra cinque giorni a quest’ora. Mi raccomando, faccia quello che le ho detto, è per il suo bene.>>

 

 

Il giorno dopo Ilario si alzò alle sette e trenta del mattino dopo una lunga lotta con la sveglia che non voleva smettere di trillare. Era una sveglia moderna, una di quelle vocali che si spengono momentaneamente con la voce ma che dopo tre minuti riprendono a suonare e continuano così, tra pause e trilli,  fino a quando non si pigia l’apposito tasto. Ilario, ovviamente, non l’aveva mai utilizzata e non sapeva come funzionasse e quindi passò  una buona mezz’ora ad insultare la sveglia ogni tre minuti, finché infuriato non la scagliò contro il muro riducendola in mille pezzi. Dopo lo sveglicidio, però, era troppo nervoso per riaddormentarsi e non gli rimase che alzarsi per affrontare la sua prima giornata da casalingo. Non si alzava così presto dai tempi del liceo e la luce del primo mattino gli sembrò così innaturale da dargli fastidio agli occhi. Quella levataccia, dopo tutto, era un sacrificio dettato da un piano che aveva in mente e la ormai defunta sveglia era servita allo scopo. Teresa, la sua colf, felice per quelle inaspettate ferie-premio, prima di andarsene gli aveva scritto, giorno per giorno, le cose che doveva fare. La lista era lunga tre pagine ed Ilario aveva deciso di fare tutto in un solo giorno, cosi nei restanti tredici giorni avrebbe condotto la sua normale vita da nullafacente. Come primo impegno doveva dedicarsi alle faccende domestiche, come riordinare la casa e fare il bucato.

“Con gli elettrodomestici spaziali che ho mi sbrigo in un batter d’occhio.” pensò Ilario sfregandosi le mani.

Ma le cose non andarono esattamente come si aspettava, e dopo tre ore di lavoro stremante e con ancora tutti i vestiti appena lavati da stirare, decise di prendersi una pausa.

“Vado alla posta a pagare le bollette così mi riposo un po’. Non ho mai sudato così tanto in vita mia, neanche quando giocavo a tennis!” disse Ilario a se stesso mentre si apprestava a farsi la seconda doccia del giorno.

Sfortunatamente per il novello casalingo l’ufficio postale non si rivelò come il luogo più adatto per rilassarsi. L’aria era resa così viziata dal numero di persone che aspettavano, pigiate in tante file disordinate, da essere quasi irrespirabile. Dopo un lasso di tempo che ad Ilario apparve lunghissimo, passato a subire  spintoni per difendere la propria posizione nella fila e ad ascoltare anziani che si lamentavano della pensione troppo bassa e della pressione troppo alta, finalmente raggiunse la tanto agognata meta. Lo sportello, durante l’interminabile attesa, era diventato nell’immaginazione di Ilario il traguardo di una disumana maratona. Ma anche lì ad aspettarlo c’era un nemico di cui lui ignorava l’esistenza: l’arroganza degli impiegati frustrati.

L’impiegata, una grassona con la faccia truccata come un marines che cerca di mimetizzarsi in una foresta color fucsia, lo rimproverò per le condizioni delle bollette.

<< Ma dico io, le sembra questo il modo di trattare le bollette?! Sono tutte appallottolate! Non posso certo perdere tempo a stirargliele!>> disse acida l’impiegata con una voce stridula che faceva accapponare la pelle.

<< Sono solo un po’ sgualcite, con tutto questo pigia pigia…>> cercò di giustificarsi Ilario timidamente

<< Per questa volta lascio perdere, ma lei faccia più attenzione a come mi porta le bollette. Ha capito?! >> strillozzò aggressiva l’impiegata

<< Si ho capito, ha ragione.>> disse Ilario, cercando di dominare l’impulso di prendere a pugni quel faccione variopinto.

Intanto si erano fatte le due e i morsi della fame iniziavano a farsi sentire, con crampi sempre più dolorosi. Ilario, però, stoicamente ignorò la fame e si incamminò lentamente verso il vicino supermercato. Aveva deciso di farsi una bella scorta di cibi precotti da mettere nel forno a microonde. Certo, le buone pietanze cucinate da Teresa gli sarebbero mancante, ma l’idea di provare a cucinarle lui non lo aveva minimamente sfiorato. Nell’accogliente e vasto spazio del supermercato Ilario trovò il primo momento di meritata tregua in quella frenetica giornata. Iniziò a percorrere gli ampi corridoi assecondando il movimento del carrello che, causa una ruota traballante, andava sempre nella direzione opposta a quella verso cui veniva spinto. Quel vagare in mezzo a prodotti di qualsiasi genere impilati quasi fino all’altissimo soffitto, lo stava rilassando oltre ogni aspettativa e avrebbe continuato ad andare in girò così, senza pensare a nulla, fino all’orario di chiusura, se all’improvviso non fosse apparsa lei, l’ombra maligna. La vide riflessa su di uno specchio del reparto cosmetici ed Ilario accelerò immediatamente il passo allontanandosi velocemente da lì, per poi iniziare a girare per i corridoi a zig zag, come se volesse far perdere le sue tracce. Ma presto Ilario si accorse di quanto fosse stata ingenua quella sua strategia: mentre imboccava il corridoio del reparto “biscotti e merendine”, la vide ferma a pochi passi da lui. Era la prima volta che gli appariva  davanti, fino ad allora si era mostrata sempre alle sue spalle, e questa novità fece diminuire il  terrore che solitamente lo assaliva. “Se non ce l’ho incollata alla schiena posso affrontarla meglio.” pensò Ilario nel vano tentativo di infondersi un po’ di coraggio. Ma l’ombra non lo aggredì, anzi era così assorta a guardare lo scaffale dei biscotti che non sembrava essersi neanche accorta della sua presenza, e solo dopo un pò si girò verso di lui per  parlargli.

<< Signore, mi scusi: mi può dire quanto costa questa confezione di biscotti? Ho lasciato gli occhiali a casa e senza non riesco a leggere.>> disse l’ombra con una pacata voce da vecchietta. Quello non poteva che essere un astuto tranello, ma Ilario si sentiva pronto ad affrontarla e stette al gioco dell’ombra.

<< Tre euro e cinquanta centesimi.>> disse, leggendo con una certa difficoltà per la distanza, il prezzo, scritto con caratteri minuscoli su di un adesivo incollato sul  ripiano dello scaffale.

<< Ma è troppo per un pacco di biscotti! Non se ne parla nemmeno. Grazie.>> disse l’ombra, per poi riprendere ad osservare le altre confezioni di biscotti alla ricerca di una all’apparenza più economica. Ilario non sapeva più cosa pensare né tanto meno cosa fare e, abbandonato il carrello colmo di surgelati, si diresse verso l’uscita. Poi, arrivato all’uscita, cambiò idea e tornò sui suoi passi. Quell’incontro con l’ombra era stato troppo bizzarro e pensò che doveva necessariamente esserci una spiegazione razionale, forse era stata  una banale allucinazione o più probabilmente soffriva di una strana malattia agli occhi. Il carrello era ancora dove l’aveva lasciato, con tutti i surgelati che stavano gocciolando, ma l’ombra era sparita. Lo prese, ed iniziò a spingerlo faticosamente in direzione della cassa più vicina, e quando finalmente l’ebbe raggiunta rivide l’ombra, che sembrava aspettarlo, questa volta seduta al posto della cassiera. Ilario si guardò in giro per capire se anche gli altri clienti la stessero vedendo, come stava accadendo a lui, ma quello che vide non gli piacque per niente. Non c’erano altri, o per meglio dire non c’erano altri come lui, tutti, dai salumieri al bancone ai clienti che giravano per i vari reparti, erano delle ombre.

<< Signore, si sente bene?>> chiese preoccupata la cassiera ombra.

Ilario non rispose e nella sua mente maledì lo psichiatra che gli aveva consigliato quell’assurda terapia. Era tutta colpa sua se adesso si trovava in quel supermercato ad affrontare una pericolosa situazione, senza alcuna possibilità di uscirne incolume, perché la causa prima di tutto quello che stava vivendo era stata la sua  infelice idea di fargli condurre per un po’una vita ordinaria, idea che l’aveva portato a trovarsi in quel luogo, circondato da un esercito di ombre. Era andato da lui per risolvere  il problema di una sola ombra che lo seguiva ed ora erano centinaia, ed a scatenare quel peggioramento, di questo ormai era più che convinto, erano stati tutti quegli stupidi impegni da casalinga, quell’immersione profonda nel piatto mare dell’ordinario. Ilario sentì un bruciore agli occhi e delle lacrime scorrergli lungo le guance ma al pianto presto si alternò una irrefrenabile risatina isterica. Si sentiva diviso, separato in due corpi, con sensazioni e desideri opposti. Stava impazzendo, o forse lo era sempre stato e ora si avviava verso la guarigione? E le ombre erano l’effetto di una esperienza paranormale o appartenevano al quel mondo normale che aveva sempre così disprezzato e mantenuto distante da lui? Le due nuove identità che abitavano dentro Ilario, come era prevedibile, stavano rispondendo in modo differente, ma entrambe gli imponevano di tenere gli occhi chiusi, ben stretti, per impedirgli di scoprire d’ essere diventato anche lui un’ombra.