Il nulla
(Dario Begotti)
Escono fuori parole da me come un fiume. Vomito sintagmi. È l’unica soluzione se voglio liberarmi del malessere.
“Mai avrebbero capito. Mai!” diceva a sè stesso Carlo, guardando sua madre parlare alla sua vuota faccia. La sua faccia, quando veniva rimproverato dopo aver fatto qualche idiozia, era sempre vuota. Perchè? Per l’incoscienza di qualunque persona irresponsabile e giovane, troppo giovane. La madre non se ne accorgeva del muro che aveva davanti, ma di fatto era come parlare a una foto. Una foto porta un ricordo. Purtroppo i ricordi sono solo cattive illusioni: è come immergersi nel passato. Un passato che purtroppo non puoi modificare. Così la madre di Carlo guardandolo ripensava a quanto era bello quando lui era bambino. Per cominciare suo padre non se n’era ancora andato. Infatti era venuto a mancare quando Carlo aveva circa undici anni. E per “era venuto a mancare” non intendo che era morto, come nella fabula di un romanzo su qualche sventurato bambino equadoregno in una favela. Purtroppo la situazione era peggiore. Era semplicemente e letteralmente venuto a mancare. Una domenica mattina, senza alcun biglietto nè nulla, era sparito. Aveva lasciato tutta la sua roba, ma appunto, come vi raccontavo, mancava nell’aria la sua presenza autoritaria nel fuoco domestico. Non lo videro nè lo sentirono più. Non sapevano neppure se era ancora vivo, per questo fatto uso il termine venuto a mancare. Di fatti non si poteva dire nulla su cosa gli era capitato e sul perchè gli era capitato. Carlo e sua madre potevano solo dire che non c’era più quella figura maschile nel loro mondo. Del resto che lui sia morto o semplicemente scappato non è la stessa cosa? Quell’avvenimento segnò improvvisamente il destino di tutta la famiglia. Nulla aveva fatto presagire prima quello che sarebbe successo. Tutto scorreva lento e normale giorno dopo giorno e la madre accudiva il suo figliolo amorevolmente. Badate bene! Non intendo dire che la dipartita del padre di Carlo avesse cambiato il modo di crescere i figli per la mamma, ma ormai era cambiato l’atteggiamento del figlio. Prima Carlo era un gran mammone: riceveva di buon grado le coccole dalla madre, passava volentieri il tempo con lei nel mentre preparava i biscotti nel periodo di pasqua e Carlo piangeva se lei era troppo stanca per accompagnarlo al parco a giocare. In pratica fino a quei maledetti undici anni aveva avuto l’atteggiamento di un bambino di tre anni innamorato della propria madre, ma da quel giorno in poi non era diventato più lo stesso. Come una nave senza rotta, continuava la sua vita nel mondo da solo, senza nemmeno essere guidato da una stella o una nave ammiraglia. Da quando il padre se n’era andato lui era solo veramente. Era solo contro il mondo. Rifiutava il contatto con sua madre, con i suoi amici e con i suoi compagni di classe. Era stato trasformato in un asociale da un evento semplice e terribile per un bambino di undici anni. Alla fine aveva anche preso atteggiamenti nichilistici verso se stesso e la sua rappresentazione della realtà. Non gli importava nulla di avere un futuro, di mettere su famiglia, di avere un lavoro daquando sarebbe diventato grande e di fare cose gloriose per poi crepare a cent’anni nel suo letto caldo in una casa signorile. Almeno questo era quello che diceva lui a se stesso per motivare quel suo comportamento. Probabilmente, anzi quasi sicuramente, il suo problema era... come fare?
Come si faceva a crescere e poi capire qual’è la propria via senza un padre che con la sua figura ti dà una tua sicurezza. Poche persone possono capire a fondo questa sensazione. Quella sensazione che hai quando un’importante figura genitoriale viene a mancare. Il pensiero che ti viene in mente è “perchè mi hai lasciato proprio ora?” e l’unica risposta che sai darti è “ Non dovevi farmi questo!”. È una frase che non ti risolve proprio nulla, dato che è una risposta irrazionale senza evidente connessione a una domanda logica. Non c’è più nulla che ti dice di trattenerti nelle azioni che la maggior parte delle persone ritengono essere cattive abitudini. Quella parte di te è nascosta e parla solo raramente in un tono sottile sottile. E così era accaduto per Carlo. Carlo nel giro di tre anni aveva già provato l’ebbrezza degli alcolici, delle droghe leggere, e del distruggere nel buio della notte oggetti privi di senso per lui, compiendo atti di vandalismo. A scuola non si applicava e aveva forti problemi a inserirsi nei gruppi di amici che normalmente a scuola si formavano. All’età di diciotto anni era diventato un rifiuto. Fumava regolarmente spinelli e sigarette malgrado la sua salute cagionevole glielo proibisse, beveva molto durante le sere del fine settimana con i pochi amici, con cui era riuscito a stabilire un empatia, ma che in realtà gli erano indifferenti. Tutto ciò per anni aveva dato un forte dispiacere alla madre, che provava ogni volta a farlo ragionare, tutte le volte che lo trovava in camera a fumare chissà cosa o gli apriva la porta quando tornava alle quattro di mattina ubriaco.
- Sappi che quello che fai ricade su di te! Io posso sembrare opprimente, ma lo faccio per te. La tua salute prima o poi cederà.- gli diceva quella sera tentando per l’ennesima volta di fargli smettere di farsi del male con sostanze che gli regalavano attimi di felicità biochimica.
- ok, mamma ora esci che devo vestirmi e uscire.- quella era la frase che Carlo usava per scrollarsela di dosso, e la madre sapeva che non avrebbe ottenuto nulla da lui dopo una simile risposta. Il tono di carlo aveva detto a chiare lettere che quello che lei gli stava dicendo era sostanzialmente privo di interesse. L’indifferenza sul tema era ancora peggio di una reazione violenta. Non solo Carlo gli dimostrava che non sarebbe cambiata la situazione, ma che per di più l’opinione di sua madre a riguardo non gli importava. Alla fine la sua vita era banale. Ogni giorno era fatto di banalità su banalità, routine su routine, noia su noia. La vita è come un libro imperfetto, che vivi pagina dopo pagina per poi concludersi in nulla. Ogni persona vive il suo libro della vita da protagonista. La maggior parte della gente non si accorge di come la fabula e l’intreccio della sua vita sia un inutile successione di giorni uguali, pagine che cambiano di poco. Ogni avvenimento è banale , così come gran parte di loro hanno un futuro mediocre che viene presto sommerso dall’oblio. C’è chi al liceo crede di essere immortale e poi muore in un letto a settanta anni, dopo aver avuto un grandioso passato da impiegato modello. Carlo pensava che se doveva vivere, lo avrebbe fatto al massimo anche a costo di uccidersi per i piaceri dissoluti. Lui era uguale a tutti gli altri. Sarebbe morto nell’arco di cinquant’anni al massimo sessanta. Era una persona banale con una vita banale, per questo che ti ringrazio lettore perchè sei riuscito ad arrivare a questo punto, data la noia che questo brano contiene. Carlo non aveva torto nel pensare che era banale. La sua vita si basava su cambiamenti di punti di vista a seconda della sostanza che aveva in corpo. Era talmente mediocre che non era neanche capace di avere emozioni proprie e genuine o meglio, quelle che aveva non lo soddisfavano. Non voleva però cambiare la situazione anche perchè credo che ci si trovasse bene. La tristezza, la paura e l’insicurezza sono degli ottimi nascondigli per evitare se stessi. Come ogni storia a questo punto ci si dovrebbe aspettare una svolta. Una svolta che mi spiace deludere non ci sarà. Carlo non esiste più. Una mattina, stanco della noia, ha preso e se n’è andato. Partito come suo padre. Che fine ha fatto? Si sa che voleva scappare dalla sua mediocrità, costringendo a una svolta la propria esistenza. Doveva ripartire da zero. Solo così poteva riscattarsi. Cominciò a vivere in strada, non avendo altri posti dove andare. Viveva di elemosina, scrivendo spaiate parole la sera. Cosa scriveva? Ci sono tre tipi di scrittori nel mondo. Il primo tipo è l’intellettuale, l’uomo che scrive storie che esprimono una sua idea e un suo messaggio, sia esso filosofico, politico o religioso. Gli intellettuali sono quelli che studi in letteratura a scuola sostanzialmente. Il secondo tipo è l’avido. E’ lo scrittore che scrive storie senza nessun messaggio culturale che però, solo per divertire il lettore, contengono in esse una fabula avvincente con un intricato intreccio. È insomma lo scrivere parole giusto per venderle. Poi ci sono gli scrittori come Carlo. Lo scrittore forse più genuino che ci sia. Una scrittura senza finalità. Lo scrittore come Carlo sa che non pubblicherà mai nulla, nè che a nessuno importerà ciò che scrive. La sua penna però scrive lo stesso e non sta zitta. Scrive tutte le cose che non può dire alla gente, nemmeno alle persone più care, tutto ciò che prova e ciò che secondo lui è bello. Carlo di cose ne aveva da raccontare. Di emozioni da rappresentare su carta ne possedeva una collezione intera dentro di sè. L’unica emozione che risultava piena per lui e degna di essere rigettata su carta era la sua nausea per quello che era diventato e il disgusto per la sua vita vuota. La sua vita non era affatto come si era aspettato che sarebbe stata. La penna era stata la sua unica amica. Era lei che lo ascoltava e non lo tradiva. Carlo aveva imparato che nessuno ti ascolta meglio di un foglio di carta Però più svuotava se stesso più si sentiva ancora più stupido. L’unica cosa che lo distingueva dalla massa era la sua grandiosa e mortale tristezza che aveva fino ad allora custodito come un tesoro. Le sue esperienze passate e un’adolescenza squallida erano sue e solo sue e avevano contribuito a costruirlo. Senza quelle non era più nulla e non sarebbe diventato nulla. Alla fine di quel tripudio di letteratura personale. La sua penna aveva assorbito tutto quello che lui odiava di sè stesso e si era fatta carico lei di tutto il nero veleno che aveva in corpo. Sollevato, quando aveva ormai scritto tutto quello che poteva scrivere, una sera realizzò che ormai tutto il suo dolore era svuotato. Quindi sorrise e abbassò lo sguardo, guardandosi le mani che avevano scritto quella montagna di parole che riposavano sdraiate sui fogli lì a fianco. Poi fissò i polsi. Il suo viso si illuminò. Sapeva che fare.
Nel mattino del sette novembre del 1988, la nausea era finita in viale Sarca di Sesto san giovanni. Un corpo vuotato di vita riposava sul marciapiede, su una bara di cartoni e giornali. A fianco dei fogli bagnati dalla pioggia, un taglierino e tra le braccia una bic nera.