Nudo e comodo

(Riccardo D'Uggento)

 

E’ un giorno grigio di un qualche mese grigio.

L’orologio segna 23:05.

Forse devo cambiare le batterie. Segnava la stessa ora anche cinque minuti fa.

O il tempo semplicemente si è fermato.

A volte succede. A volte il tempo si ferma davvero, un istante quanto basta per non accorgersene.

E poi tutto riprende di nuovo a scorrere.

Non ho calendari in questa stanza nera. Non ho bisogno di date e non ho nessun appuntamento.

Certo uno ne ho. Ma quello ce lo hanno tutti.

Quindi non mi preoccupo.

Alle 23:05 ho deciso di stendere un po’ di pensieri su un foglio trovato sotto il letto.

La cosa strana è che il letto si trovava nella stanza sbagliata.

Così ho spostato il letto nella stanza rossa e poi ho preso il foglio, dando il via alla danza dei miei pensieri.

Il cielo è un po’ troppo chiaro per essere le 23:05.

Così tiro le tende e come per magia la stanza nera diventa ancora più nera.

Ora sono le 23:05.

Non mi capita spesso di pensare così tanto. La gente dovrebbe pensare meno e ridere di più. Ubriacarsi di vita e continuare a bere per tutta una notte. E poi l’altra. E poi ancora.

Io ultimamente non rido più. Voglio dire, qualche esercizio alla mia bocca lo faccio ancora, ma una di quelle belle risate grosse, enormi, che riempiono la stanza, che abbattono i muri, che allagano i bagni, che investono le persone…ecco una di quelle belle risate è da un po’ che non me le faccio.

Saranno più o meno 23143 giorni.

Ma godo di tanta autoironia. Quella sottile, silenziosa, che al massimo ti fa vibrare qualche addominale, ed è la stessa che mi tiene ancora in vita.

Evviva l’autoironia!!

Evviva l’evviva!!

Lascio la penna. Continuo a scrivere con i pensieri mentre mi dirigo verso la stanza gialla e prendo una bottiglia di whisky.

Bevo e ritorno nella stanza nera.

Devo dire che è più comodo scrivere con i pensieri. Queste righe sono scivolate con le ali.

Ora riprendo la penna.

Ho voglia di parlare di arte. Ma la verità è che non sono in grado di parlare di arte.

Anche se potrei parlare di arte descrivendo il mio non calendario.

Dunque…

Driin Driin

C’è solo una persona che può far squillare il mio telefono a quest’ora della notte. O del giorno. O del pomeriggio.

<<pronto>>

<<Ehi pisellone che fai?>>

<<bevo>>

Se gli dico che sto scrivendo di arte riderebbe per mezz’ora. E io non voglio stare a sentire uno che ride per mezz’ora di me.

<<Ascolta. Stasera al Rue de vinello. Vino e donne. Vieni vero?>>

<<no>>

<<Cristo Al, ma cosa fai rinchiuso sempre in quella tana?>>

<<bevo>>

Se gli dico che non ho voglia di vedere nessuno mi prenderebbe per un pazzo. E io non voglio che qualcuno mi prenda per un pazzo solo perché non esco.

<<Ti chiamo domani>>

<<ok…Ah Mal sai che ore sono?>>

<<le 23:05>>

<<A domani>>.

 

Riguardo il foglio. Ho scritto già più di una pagina.

Apro il cassetto e tiro fuori un pacchetto di sigarette. Brutto vizio, ma a volte quest’aria può diventare elettricità.

Però ho deciso. Da domani smetto con il fumo. Basta sigarette, basta caos nei polmoni.

Mi accendo la sigaretta e mi dirigo nella stanza azzurra.

Piscio per un’eternità.

Se l’eternità porta a questo senso di liberazione…ben venga!

Ma l’eternità la si può trovare in un buco?In un occhio?in un cuore?

Friin Friin

C’è solo una persona che può citofonare a quest’ora della notte. O del giorno. O del pomeriggio. O della sera.

<<si?>>

<<Lo sai perché gli aerei decollano?>>

<<no>>.

 

I soliti scherzi di qualche bambino.

Anche io una volta facevo questo gioco. Ma senza le domande.

Una volta ci si divertiva davvero con poco. Ora si ha tutto e troppo. Così la noia pian piano mette le sue radici. Lentamente riveste con il suo odore i vestiti, i bus, le strade, la quotidianità.

Però in effetti perché gli aerei decollano?

Hanno i motori ma questo mica basta. Ci deve essere qualcosa di più semplice. Come le correnti d’aria.

Si perché le correnti d’aria sono in grado di spostare città.

E l’uomo ha sempre più voglia di volare.

Decido di togliere un po’ di notte dalla stanza nera.

Apro le tende.

Fuori, tanto per cambiare, piove.

Anche il cielo ha le sue lacrime. Anche il cielo ha i suoi dolori, i suoi rimorsi, i suoi sensi di colpa.

Soprattutto se ci guarda da lassù.

Davanti a me c’è un altro palazzo. Sempre uguale, sempre marrone. Se la facciata è rimasta la stessa l’anima si è modificata più volte.

Le finestre hanno cambiato padroni.

Una volta erano schiave di un cecchino. Le voleva bene. Era sempre affacciato a pulirle, a coccolarle con le sue mani.

Se le pareti parlassero quanti peccati in più si saprebbero.

Guardo la strada.

Perso nel solito traffico di macchine che scorrono come schegge impazzite, c’è un uomo con un cappello e un paio di occhiali da sole.

Nasconde il viso e sembra aspettare qualcuno…o qualcosa. O niente.

A volte la gente si incanta e inizia a fissare ciò che lo ha circondato per tutta la sua vita.

Sempre troppo tardi si accorge della vera bellezza delle cose che lo circondano, della storia dei monumenti, dei respiri dei ponti, delle parole dei fiumi, della solitudine delle stelle, della pace delle foglie, della musica dei negozi.

Sempre troppo tardi.

Non si arriva mai pronti, non si arriva mai precisi, puntuali.

Solo una volta sono arrivato in anticipo ad un appuntamento.

Troppo presto.

Mi sono sentito solo in quei minuti ad aspettare. L’attesa mi da ansia.

Avrei potuto fare mille cose in quei minuti. O probabilmente non avrei fatto comunque niente, ma mi piace pensare il contrario.

Sono sempre pieno di idee, di voglia di fare ma poi nella realtà quando si presenta il momento giusto in cui mostrare me stesso….mi perdo.

Mi perdo nelle mie stelle, nei miei cieli .e lì mi sento bene.

Continuo a bere e a fumare insieme.

In fondo è l’ultima sigaretta. Domani smetto.

Sento che il giorno sta finendo, sento che le gambe iniziano a farsi pesanti, gli occhi si stanno per spegnere, le orecchie muoiono, la testa crolla e mi addormento seduto con il mio peso su di un foglio trovato sotto a d un letto.

 

 

 

Il nuovo giorno inizia con tanta voglia di fare.

Sento che questo è un inizio diverso. Mi svegliano gli uccellini con le loro voci. Sembrano che parlano di amore.

Ma perché mi devo fare gli interessi di quei poveri uccellini?

Forse quando si è soli ci si interessa più della vita degli altri che della propria. Ma non è il mio caso.

Ho un po’ di dolore al collo. Non ho dormito molto comodo questa notte.

Fuori piove ancora e sembra pomeriggio.

Rifiuto di guardare l’ora. Tanto il tempo non mi interessa più. Tanto il tempo lascerà le sue gocce sul mio corpo comunque.

Oggi mi sento nuovo. Come se avessi comprato dei vestiti nuovi e ho voglia di mostrarli al mondo.

Urlare “Eccomi qui!!Mi vedete ora?”.

Vado nella stanza gialla e prendo una bottiglia da un litro di latte.

Mi piace il latte. Mi piace il suo colore bianco, neutro,innocente. Non come la neve che poi si scioglie.

Faccio un salto nella stanza azzurra e mi fermo lì per dieci minuti.

Din Din

Chi è che suona alla porta a quest’ora del mattino. O del pomeriggio.

Ho ancora i pantaloni abbassati.

Esco dalla stanza azzurra, mi metto in ordine e apro la porta.

Forse sto ancora sognando, forse sono in piena fase REM.

Davanti ai miei poveri occhi c’è una Dea.

Perfetta nel corpo, un viso disegnato a matita, un sorriso contagioso.

Non dice niente.

Respira e poi mi abbraccia.

Oddio avevo proprio voglia di un abbraccio da una donna. Avevo voglia di essere avvolto da un po’ di calore.

Vorrei abbracciare tutti quelli che incontro,per dare il mio buongiorno a tutte le persone, belle e brutte.

Dio che sensazione.

Essere abbracciati da una sconosciuta in pieno mattino. E’ il miglior risveglio. Forse anche meglio di un bacio. Non c’è saliva, non c’è pelle.

Solo il minimo contatto per far sentire un uomo più uomo.

La stringo forte tra le braccia. Non so per quanto tempo potrò averla ancora qui con me, tra le mie braccia. Non so per quanto tempo ancora mi soffierà addosso la sua vita.

Mi sono innamorato. Farei tutto per lei. Qualunque cosa mi ordinasse con il suo silenzio sarei pronto a farlo. Anche a buttarmi dal balcone completamente nudo.

E’ Venere scesa in terra. E’ la pace dentro a un pezzo di carne. E’ vita nelle vene.

Dopo aver premuto i nostri corpi, senza alcuna malizia, la faccio accomodare nella mia stanza.

Non mi sembra vera. Due gambe che sembrano le autostrade verso il sole, un seno che pare le colline sotto il mare e due occhi in cui perdersi per ore intere.

Non ha ancora detto una parola ma mi ha già raccontato tutto di lei.

Con un indice mi indica la stanza rosa.

La stanza rosa è quella più pulita, quella che non ho mai usato. E’ ancora vergine per me.

Entriamo nella stanza rosa.

Al centro c’è un letto a due piazze e tanti cuscini. Non me la ricordavo così bella questa stanza.

Con gli occhi mi dice di spogliarla lentamente.

Ci baciamo, ci accarezziamo, le nostre anime si strofinano fino a creare luce.

Poi ci stendiamo sul letto.

E il resto è una passeggiata sulle nuvole, un volo nell’oceano, un atto di amore.

 

<<Come ti chiami?>> le chiedo mentre fumo la sigaretta post-amplesso. Tanto domani smetto.

<<Luna>>

 

Luna, sono riuscito a toccarti, ad averti, a salirci sopra. Ho esplorato la tua terra, i tuoi sogni, i tuoi gesti ed è stato fantastico.

Dopo Luna si riveste, mi da un bacio sulle labbra ed esce di scena riempiendomi di malinconia.

In silenzio.

Io resto ancora nella stanza rosa, cercando di trattenere fino all’ultimo istante questo pezzo di felicità.

Ma è già troppo tardi.

Avrei dovuto scattare una foto, chiederle di scrivere qualcosa su un foglio, sulle mie mani, lasciarmi il suo profumo, farla ridere ancora una volta.

Ma è tardi. E’ già andata via, e con se il momento.

Come è dolce a volte la malinconia.

Come è dolce farsi rapire dai ricordi. Sì perché Luna è già un ricordo. E’ già aria sospesa nell’etere.

Dopo un risveglio così l’unica cosa da fare è fare niente.

Abbandonarsi al vuoto perché hai già avuto tutto quello che desideravi in quei pochi minuti.

Non mi ricordavo che l’amore era in grado di fare venire i brividi, di far tremare il cuore lungo tutto il corpo, di farti sentire piccolo e inerme di fronte a tutti i problemi di ogni giorno.

Il resto non esiste più per me. C’è solo lei, e la sua luce.

Torno nella stanza nera e cerco di scrivere qualcosa su quel foglio trovato sotto il letto.

Oggi questa stanza mi sembra piena di Sole. Sapevo che oggi era un giorno diverso.

Sento quelli che abitano sopra di me che litigano.

Lui ha una voce bassa, calda ma nello stesso tempo cattiva, piena di rabbia. Lei non fa altro che urlare, non ha più una voce,ha solo nervoso che esplode.

Urlano così tanto che riesco a sentire cosa si dicono.

 

<<Non mi piace più questo gioco. Sei una puttana>>

<<Allora pagami ed esci da questa stanza>>

 

Fanno troppo rumore e tra un po’ quello con la divisa verde sarà costretto a buttarli fuori.

Questo è un albergo rispettoso.

Intanto quello della stanza accanto continua a studiare Mozart.

Ha due mani che sembrano prendere il tempo e distenderlo in ogni spazio. Sembra nato per la musica, per suonare l’incanto. Sembra Mozart in persona. Chissà forse è lui.

La musica davvero può essere tutto. Può descrivere un istante o una vita.

Non ho tanta voglia di uscire.

Mi vesto e mi affaccio alla porta. Davanti a me c’è l’uomo con la divisa verde che spinge per le scale i due urlatori.

Lei è una ragazza di colore vestita da uomo. Jeans e cravatta.

Lui è un ragazzo alto,biondo vestito da donna. Tacchi e minigonna.

Questo mondo mi fa schifo. Chiudo la porta e decido di non uscire più.

Mi strappo via i vestiti e resto nudo.

Che bello essere nudi nella propria casa, nella propria tana. Nudi di tutto, di ogni paura, di ogni dubbio, di ogni giudice e giudizio.

Io voglio stare nudo e comodo. Che gli spioni mi osservino pure, che i vecchi mi condannino pure.

Io resto qui, nudo e comodo.

La pioggia continua a fare rumore. Le gocce saltellano di qua e di là. Le macchine continuano a correre.

Chissà se la gente sa veramente dove sta andando.

Chissà se le loro mete sono così lontane da andarci in macchina.

Sto di nuovo pensando troppo. Riprendo a bere un po’ di latte.

Friin Friin

Ma la gente non ha niente di meglio che rompere le scatole??

<<si?>>

<<Sai che fine ha fatto Jeff Buckley?>>

<<no>>

 

Peste di un bambino. Che una peste di avvoltoi ti travolga.

Jeff Buckley. Jeff Buckley. Jeff Buckley.

La voce degli angeli.

So solo che ha fatto una brutta fine. La sua morte ancora non la conosce nessuno di preciso. Non ci sono testimoni sufficienti. Si è gettato in un fiume completamente vestito e poi è scomparso nel nulla.

E poi si è allontanato per sempre.

Tutti gli artisti sono un po’ strani. Anche quelli che sono fin troppo normali.

L’arte è un contenitore di ogni forma umana, di ogni forma vivente che lascia la sua firma in questo mondo. Una piccola scia o una grande stella.

Luna è una forma di arte. E’ l’esistenza che la natura può essere perfetta. Che ogni cosa si trova in un determinato posto in un determinato modo per una nascosta ragione.

Non so se il destino esiste. Non so se Jeff mentre si buttava nel fiume ha pensato “Se è destino morirò così”.

Io intanto resto nudo sulla sedia a scrivere. A far finta di contemplare l’universo, di cercare ragioni di cui, sinceramente, non ne ho bisogno.

La vita deve essere puro istinto, irrazionalità. Deve essere preparare una valigia in due minuti e partire. O anche solo restare. Ma sempre con una valigia in mano.

Partire e restare da nessuna parte. O restare partendo da ogni punto, da ogni indecisione, da ogni disequilibrio.

I treni servono a farsi dimenticare. C’è chi li usa per fuggire da se stessi, anche se sa che da se stessi non si scappa mai. Dei binari di ferro non possono cancellare ciò che sei stato, ciò che hai commesso, ciò che non hai fatto, ciò che hai sognato e realizzato.

Driin Driin

C’è solo una persona che conosce il mio numero. Ma ogni volta spero che quel numero passi per mani diverse.

<<pronto?>>

<<Ehi pisellone che fai?>>

<<guardo>>

<<non stancare troppo gli occhi che stasera ti servono>>

<<cioè?>>

<<Stasera, al Rue de l’allegria. Festa con tanto di ballerine brasiliane. Vieni vero?>>

<<non so>>

<<Cristo Al cosa vuol dire che non lo sai. Esci da quella tana e vieni a ballare un po’>>

<<No Mal. No>>

E’ inutile stare a spiegarli come mi sento. Non lo capirebbe mai.

<<Cristo Al ti aspetto stasera>>

<<aspetta e spera>>

<<Ti chiamo domani>>

<<ok..Ah Mal sai che ore sono?>>

<<lo sai Al>>

<<A domani>>.

 

E chi ti dice che io ci sia ancora nel tuo domani?

Anche se domani vorrei svegliarmi solo per cadere di nuovo tra quelle braccia.

Non mi ricordo più come mi chiamo. Devo dire che sono uno smemorato cronico. O forse solo distratto.

Mi capita spesso di mettere un oggetto sul tavolo e poi perderlo di vista, nasconderlo in una nebbia virtuale e scavare per trovarlo.

Si, sono distratto. Ma non indifferente.

Delle bombe mi ricordo sempre, delle morti mi ricordo sempre.

L’amore e la morte. La morte e l’amore.

La vita di un uomo la si potrebbe rinchiudere tra queste due parole, e nel mezzo c’è tutto il resto, tutta una vita a fare, a correre dietro una meta, a illudersi di averla raggiunta. Ma ciò che alla fine resta in superficie sono due giorni.

Due date che rimarranno scritte nel cielo…la nascita e la morte.

Ma il bello è proprio questo. Saper dire tutto in così poco spazio.

Il latte sta per finire.

Fuori la pioggia sembra aumentare di velocità.

Mi affaccio alla finestra. Davanti a me il solito palazzo.

Sempre spento, sempre marrone.

Stranamente non ci sono macchine in questo secondo.

Ora si.

Il mondo ha ripreso le sue corse, i suoi inseguimenti.

Ci sono ladri e poliziotti. Che a loro volta sono ladri di altri poliziotti.

Non si può dividere tutto in bene e male,in giusto e sbagliato.

Nel mio solito panorama c’è di nuovo quella persona. E’ vestito elegante. In frack.

Ma ha sempre il cappello e un paio di occhiali da sole.

Guarda in alto. Sembra bersi tutta la pioggia. Come se l’acqua l’avesse fatta scendere lui.

Il cielo di colpo diventa nero.

Sono le 23:05. Ci scommetto l’anima.

Cosa ho fatto in tutto questo tempo?

Riprendo a scrivere. Ho perso la bottiglia di latte.

Mi viene in mente una canzone e la fischietto.

Deve essere una specie di filastrocca, o una ninna nanna.

Mi ricorda un tramonto.

Il sole mentre scende piano, mentre si inchina alla notte.

Me la fischietto così tanto che inizia a fare effetto.

Mi addormento fischiando la ninna-nanna.

 

Vengo svegliato dalle note di Mozart.

Deve essere la sinfonia n.25. Stranamente oggi il mio Mozart è un po’ stanco. Si sente dalla pressione delle dita. Oggi ha poco cuore.

Infatti smette di colpo e suona note a caso per la rabbia.

Ciò produce un eco di tristezza.

Caro Mozart, ne hai ancora di strada da fare.

 

Decido di dare un senso a questo mio nuovo giorno.

Anche se il vero senso è stare nudo e comodo.

Inizia a fare freddo L’inverno sembra aver preso ogni cosa, i muri, l’estate, il cemento.

Ma io resto così.

E se domani starò male, amen.

Ho ancora male al collo.

Entro nella stanza rossa e osservo la mia biblioteca personale.

Sono tutti miei libri. Tutti scritti da me. Allora sono uno scrittore.

Si, forse sono uno scrittore non famoso.

Ma cosa  rende un uomo uno scrittore?

In questa stanza c’è molta polvere. Molta aria pesante.

Sembra sommersa da nulla. Sembra vuota.

Ho riempito la stanza delle mie parole, delle mie storie, delle mie emozioni, delle mie allucinazioni.

Ma sembra vuota, deserta. Potrei urlare fino all’infinito.

Mi gratto e torno nella stanza nera.

Oggi questa stanza mi sembra piena di Sole.

Mi dirigo nella stanza azzurra.

C’è qualcuno che continua a fissarmi, a imitare i miei gesti. C’è qualcuno che parla insieme a me.

Anche se resto in silenzio.

Din Din

<<Se dopo sei ancora qui ti uccido>>Gli dico con una voce da maniaco.

Esco dalla stanza azzurra e apro la porta vestito di niente.

Davanti a me c’è quello con la divisa verde. Ha una faccia strana. Non l’avevo mai notata.

Ora che il suo viso è così vicino mi ricorda un mostro.

Ha due occhi , un naso, una bocca e dei denti.

Ma la sua faccia è strana.

<<Mi scusi signore per il disturbo che il nostro albergo le ha arrecato questa mattina ma a volte qui vengono a dormire stranieri, e sa come sono gli stranieri. Non conoscono mai le regole. Così sono stato costretto a sporcarmi i guanti, ad alzare il volume della mia voce e a costringerli gentilmente di andare a dormire da un’altra parte. Perché questo, come lei sa, è un albergo rispettoso. Ora le chiavi di quella stanza sono state lasciate in mano ad un’altra coppia. Sembrano persone gentili,calme, oneste,responsabili, amanti dell’ordine e della pulizia,timide ma non troppo, sorridenti quanto basta e, devo dire signore, molto carine, Mi hanno detto che se vuole andare a trovarle, per bere qualcosa, sanno anche fare dei massaggi molto gentili. Io non ho ancora provato ma chissà, se un giorno di questi ho qualche dolore al collo, alla schiena, se sento che le ossa iniziano a scricchiolare, a fare rumori, a vibrare quando parlo, bè, allora signore, mi sa che andrò a fare una visita. Scusi per il disturbo, gentile signore, ma sa in questo albergo teniamo che tutti sappiano chi ci sia dall’altra parte. Buona giornata e grazie.>>

Chiudo la porta.

Chiudo con il resto.

Mi chiudo in me stesso.

Mozart riprende a suonare divinamente.

Vado nella stanza gialla e bevo un po’ di whisky.

Quante parole ha detto quella faccia strana in trenta secondi?

Volevo dirgli che anche io non so le regole, che anche io sono uno straniero nella mia città.

Riprendo a scrivere e a bere.

Mi sa che oggi andrò a farmi fare un massaggio gentile.

Per curiosità. In fondo bisogna provare tutto. Bisogna assaggiare tutte le essenze che la natura ci offre. Lasciarsi andare e andare lasciandosi.

Cambio idea. Decido di andare a bermi qualcosa al solito bar.

Mi vesto con i primi vestiti che trovo sopra il tappeto. Bello questo tappeto. Ha dei motivi onirici.

Mi metto le scarpe. Se le scarpe sono in grado di descrivere un uomo io sono un uomo che o ha pochi soldi o è un gran risparmiatore.

Esco con le mia scarpe bucate di sotto.

Chiudo la porta e mi avvicino all’ascensore.
Mentre aspetto l’arrivo della scatola chiusa passa un nano. Non lo avevo mai visto fino ad ora.

Sembra un personaggio da circo, sembra aspettare qualcuno che lo osservi per mostrare il suo numero.

Ma io non voglio dargli questa soddisfazione. A questo piccolo nano.

Prendo l’ascensore e lascio il mio piano. Saluto quello con la divisa verde e la faccia strana ed esco.

Sono fuori.

Ha smesso di piovere improvvisamente. La strada è piena di pozzanghere e le macchine continuano a bagnare i passanti ad ogni curva.

Davanti a me il solito palazzo. Sempre vecchio, sempre marrone.

Percorro la via e al primo angolo svolto a destra.

Ai miei poveri occhi si presenta una nuova città. Sembra l’altra faccia della luna.

Vedo alberi, bambini che corrono,panchine, fontane,grattacieli,lampioni, palloni, negozi,persone.

C’è anche una nuova giostra enorme con dentro un criceto che corre fino ad impazzire.

Wow.

Riprendo a camminare.

La gente sembra osservarmi, ma mai così tanto da poter intuire chi sono, mai abbastanza per chiedere se sono solo.

Come nei bus.

Quanti sguardi si perdono nei bus. Quanti respiri ti circondano in quell’enorme mezzo di ferro. E quante vite che non conosci e che non vuoi conoscere. Perché conosci già la tua. E non è poi tutto questo granchè. O almeno non è proprio come la volevi tu. Sei lì con le tue cuffie nelle orecchie per isolarti dalla gente che sale e che scende. Nessuno che si conosce. Nessuno che prova a conoscere. Eppure si è così vicini. Forse troppo. Tutti quei corpi schiacciati al tuo tendono ad infastidirti perché tu vuoi restare solo. In pace. Come si è freddi a volte. E lo si è senza rendersene davvero conto. Che poi basterebbe un semplice gesto o un semplice sguardo. Ma niente.

Davanti a te c’è la solita ragazza seduta sul suo posto che legge il suo solito libro. Ti chiedi per un attimo che vita possa fare una così bella ragazza con quel libro in mano. Ha una faccia un po’ triste. Ma sul bus tutte le facce sembrano più tristi. E poi è sempre pieno di vecchi. Come se  su quel bus anche tu sarai destinato a diventare così vecchio. Con quelle rughe e quella schiena sempre più rotta.

Cerchi di osservare fuori. Il mondo esterno. Ma fuori piove e non riesci a vedere niente se non qualche luce che attraversa il tuo panorama. Tra poco è Natale e tutti dovrebbero essere più felici. Le ragazze hanno trovato i loro nuovi ragazzi per passeggiare la sera sotto la neve, le mamme hanno finalmente più tempo da passare con i loro figli e tutti sono più buoni e generosi.

Tranne te. Che hai pochi soldi per fare regali, che hai lasciato la ragazza quattro mesi fa,  che sei stanco ogni giorno e ogni giorno ti sembra un incubo. E’ un momento. E passerà. Come sempre. Come quel bus che ti sta portando alla tua fermata.

Abbandono questo pensiero e decido di vivere un po’ la vita.

Si, decisamente meglio.

Oggi me la voglio spassare.

Il cemento delle strade sembra sempre più rovinato.

Arrivo dal mio amico bar.

<<Ehi Jack, il solito>>

<<Ok Al.. Attento alla salute>>

<<Pensa ai soldi che ti do>>

<<Che mi devi ancora. Lo sai>>

<<lo so lo so….Ora fammi bere>>

Il mio stomaco ha bisogno di essere solleticato. Qualcosa di fresco che riscaldi un po’ il mio piccolo inferno.

Davanti a me c’è un vecchietto. Ha l’aria di un saggio. O forse sono solo cicatrici del suo dolore.

Ha una barba lunga e occhi coperti dalle folte sopracciglia. Ha un sorriso che sembra quello di una scimmia.

Continua a sorridermi ogni volta che provo a guardarlo.

<<Ehi Jack chi è quel vecchio?>>

<<Chiedilo a lui>>

<<Ehi vecchio….che hai da ridere?>>

<<Sorridi sempre anche quando sei triste perché più triste di un sorriso triste c’è la tristezza di non saper sorridere>>. Anonimo.

Gli sorrido. Mi ha spiazzato e la prima reazione istintiva è quella di sorridergli. Cerco di mostrare tutti i miei bei denti che lui ormai non ha più.

<<Ehi vecchio cosa sono quelle cicatrici che hai disegnati sulla faccia?>>

<<Chiunque abbia mai amato porta una cicatrice>>. Alfred De Musset.

<<Mi sa che tu hai amato fino alla morte>>

<<Meglio aver amato e aver perduto che non aver mai amato>> Lord Alfred Tennyson.

<<Già…ehi jack…ho trovato uno più pazzo di me. Dammi ancora un bicchiere>>-

Bevo fino ad affogare. Tossisco un po’ e sputo fuori un po’ di anima.

Quel vecchio non ha più parole sue. Ma mi è simpatico. Sta molto in silenzio quindi mi è molto simpatico.

Fuori il Sole inizia a uscire fuori. Qualche raggio accarezza la città.

Jack continua a pulire il bancone con il suo straccio strausato. Sembra una casalinga instancabile, abituata alla sua abitudine.

Questo locale è sempre vuoto. Tranne oggi.
Bevo l’ultimo sorso e saluto tutti con un braccio alzato nell’aria.

 

 

Cammino per le strade devastate dalle macchine e mi fumo un'altra sigaretta.

Mi fermo ad una panchina in un parco di cui non ne consideravo l’esistenza. Sì, sembro proprio uno straniero.

Se ora avessi una macchina fotografica immortalerei ogni angolo di questa città; non perché bella o magica, ma perché nuova. Nuova alla mia retina,ai miei occhi feriti.

Mi fumo una sigaretta e in lontananza vedo un altro straniero che si avvicina verso di me con aria interessata. Ha i capelli neri e un paio di occhiali spessi comprati per poter avere un’aria intelligente.

Si avvicina lentamente e con la schiena leggermente inclinata verso il mio naso.

<<Mi scusi se la disturbo… ma lei è Charles Kerouac!>>

<<Può darsi>> gli dico guardandolo infastidito.

<<Sì sì ne sono sicuro. Ho il suo libro a casa con la sua faccia sorridente in copertina. Lei ha scritto uno dei più bei libri di questi ultimi mesi. Lo scalzo della notte. La prego mi faccia un autografo.>>

Sinceramente credo che abbia sbagliato persona. Io non sono uno scrittore famoso, non ho mai venduto uno dei miei libri e, soprattutto, non avrei mai dato un titolo del genere ad un mio libro.

Ma firmai lo stesso e gli chiesi se poteva offrirmi tre euro per una bottiglia di birra. Un po’ di notorietà fa sempre bene, ti rende più facile quelle piccole cose che hanno lo stupido potere di rovinarti un’ intera giornata, come evitare la fila alla posta o la coda ai check-in.

Ma lei è Charles Kerouac, prego passi pure di qua così evita tutta la folla.

Quella folla che bela dietro a qualcuno perché sa fare qualcosa, perché possiede qualcosa di diverso da loro, che non è per forza talento, anzi non lo è quasi mai.

Io ho sempre preferito avere pochi lettori, ho preferito l’ombra della ragione e della follia.

Con tre euro in più nella tasca il mio piede si posa in una pozzanghera e l’acqua bagna la pianta del mio piede.

Il ritorno a casa è sempre un po’ brusco. Speri sempre che tornando qualche cosa sia cambiato. Ma non è mai così. Stranamente l’albergo è deserto. Non c’è un’anima viva.

Decido di prendere le scale. Al primo piano ci sono tre porte blu e solo una è aperta.

Mi affaccio a quella aperta e vedo un ragazzino su una sdraio davanti alla finestra.

Alla sua sinistra un televisore acceso mentre un presentatore cerca di far vincere soldi a qualche disperato.

E’ la solita corsa all’oro. L’uomo non cambia mai.

Penso che questa stanza sia ancora più triste della mia. Anzi ne sono certo.

 

<<Ehi ragazzo… cosa fai?>>

<<Lascio che il tempo scorra>>.

 

Chiudo la porta. Lo chiudo dentro bloccandogli la porta con una sedia.

Al secondo piano non ci sono stanze .O almeno non ci sono porte.

C’è solo una pianta destinata a morire davanti a un muro completamente bianco.

Sopra la pianta vi è appeso un crocifisso. C’è un uomo morto su una croce e sotto una pianta che sta per morire.

L’universo mi si vomita addosso. Le stelle cadono e i pianeti si scontrano, la città brucia e il cielo piange merda.

Arrivo nella mia stanza. Nella mia casa.

La stanza nera è sempre la stanza nera, così come tutte le altre. Mai un cambiamento.

Almeno negli addii qualcosa è destinato a modificare, qualcosa o qualcuno è destinato a trovare nuove strade.

Ma nel ritorno c’è sempre quella sensazione che niente sia cambiato per davvero.

Allora addio mondo. Mi addormento in piedi.

La pioggia ha ripreso la sua danza, sembra essersi impossessata dell’intera città. Davanti a me sempre quel palazzo malinconico. Sempre marrone, con un'unica finestra accesa.

Nella penombra della luce c’è una ragazza bionda. Le darei sedici o diciassette anni.

Continua ad osservare la strada, poi alza lo sguardo e i suoi occhi si fermano sui miei.

Accenna un sorriso.

Ora le do sicuramente sedici anni.

Mentre sorride inizia a toccarsi i capelli,li gira, li rotola e poi li lascia cadere.

Poi con una mano si tocca le labbra e lascia scivolare un dito sulla sua lingua.

Si toglie la camicetta e mi mostra il suo seno.

Ha il seno di una donna. Bello sodo, fresco.

Si tocca le tette e poi si gira. Mi mostra la sua schiena bianca, perfetta.

Come la pioggia i suoi vestiti cadono dal suo corpo, la gonna scivola come acqua dalle sue gambe.

Ha solo le mutande.

Mi mostra il sedere e poi si gira.

Mi sorride ancora una volta.

Mi sta facendo andare il sangue alla testa questa bambina.

Si accende una sigaretta.

Me l’accendo anche io.

Fumiamo insieme, come se ogni boccata di fumo fosse una carezza sui nostri corpi, sul suo seno, tra le sue cosce.

E’ la prima volta che mi piace fare sesso a distanza.

Arriva a metà sigaretta e mi saluta. Con lo sguardo.

E’ arrivato qualcuno, un ragazzo con la barba mi sembra.

Le dà dei soldi e inizia a spogliarsi.

Poi chiude le tende e cala il sipario.

“E’ solo un'altra troia” , penso.