Nostalgia

(Luciano Marchionna)

 

 ……le ambasce attuali hanno la loro origine

 nelle estasi che sarebbero potute essere.

E.A. Poe, Berenice

 

La televisione in cucina, in una cucina sporca e sotto sopra con i piatti e le pentole gettati lì nel lavandino ancora da lavare, era rimasta accesa; l’alto volume si diffondeva per la casa spargendo, in tutti gli angoli del modesto appartamento, la voce del conduttore che, durante il Tg1 di tarda sera, annunciava, in modo concitato, la notizia del giorno: la vittoria di Barack Obama alle presidenziali americane.

Riverso sul  letto di una stanza disordinata, dove camicie, pantaloni, calze e slip bivaccavano indisturbati un po’ sulla panca della voluminosa tastiera e un po’ sul pavimento, giaceva immobile Riccardo Roddi: le braccia erano completamente spalancate così come le gambe che sbucavano dalla spessa coperta di lana; la mano tratteneva debolmente un cellulare sgusciante dal palmo esanime, mentre la scritta lampeggiante “Batteria scarica”, accompagnata dal tenue suono del “bip”, appariva e scompariva sul display.

Sul comodino marroncino, infilato nell’angolo del letto, la bottiglia del Glen Grant era giunta al termine: solo poche e irrilevanti gocce ne popolavano il fondo.

Dall’attigua stanza avanzavano passi rapidi: si trattava dei passi preoccupati di Vincenzo, ormai pronto ad accorrere nella camera del fratello per farlo riprendere dalle sbronze nelle quali sprofondava abitualmente.

-         Andiamo Ricca’, svegliati, riprenditi.

 A queste parole seguivano degli schiaffetti sulle scarne e bianche guance che poco effetto sortivano. Allora via in bagno, direttamente nelle fresche acque della vasca: almeno lì la sbronza la si poteva combattere. Ma per vincerla! In vasca sembrava un perfetto sacco di patate in ammollo: si dimenava, agitava le esili braccia leggermente pelose e con occhi spenti e  voce soffusa, seguita da un sorrisetto irreale, mormorava:

- Costanza, sei tu? Sei tornata? Sei tornata da me!

- Ancora con ‘sta Costanza! Ricca’ possibile che ogni volta dobbiamo fare ‘sta storia? Quando finirà? Te lo vuoi mettere bene in testa, una volta per tutte, che te la devi dimenticare?

- Ti ricordi quella sera a Torvaianica quando passeggiavamo tenendoci stretti e tu mi sorridevi guardandomi negli occhi? Mi dicevi che il tuo futuro era con me! Te lo ricordi, te lo ricordi Costanza? 

- Sì va be’. E continuiamo così, tutte le sante sere, tutte le sante notti! Domani ho l’esame, lo capisci almeno questo? - gli replicò il fratello afferrandogli la faccia che subito dopo lasciò facendola cascare nuovamente in acqua. 

All’improvviso vibrò il campanello: il suono prolungato e intenso non lasciava presagire nulla di buono; Vincenzo uscì dal bagno, attraversò lo stretto e breve corridoio e si precipitò ad aprire la porta di casa. Aprì. Si trovò davanti un signore anziano, bassino, in vestaglia, dai radi capelli bianchi arruffati e dallo sguardo  torvo dipinto sul volto rugoso.

Era il signor Ottavio Sabatelli, l’inquilino del primo piano, un conducente dell’A.t.a.c. in pensione da diversi anni; era un tipo scontroso e di non molte parole, uno che raramente va oltre “il buon giorno” e il “buona sera” quando incontra i vicini sulle rampe delle scale o nel portone dello stabile. Nel complesso era una persona buffa: la balbuzie da cui era afflitto, presente specie nei momenti di massimo nervosismo, sottolineava i suoi accessi discorsi:

- Ma cos’è  tutto ‘sto tra…., tra…, trambusto? Cosa crede lei? Pensa di trovarsi in un bo…., bo… bordello? Qui c’è gente civile. La notte si do…, do….dorme ha capito! …… E abbiate un po’ di ri…, ri…, rispetto per le persone anziane! Che diamine!

Vincenzo lì per lì non sapeva come e cosa rispondere: era sinceramente costernato e si vedeva; lui timido, timido, con la faccia pulita da bravo ragazzo, non riusciva a giustificarsi innanzi a quell’ira crescente.

- Mi scusi tanto, veramente mi scusi tanto, sono mortificato, non ho parole. Ma vede mio fratello ultimamente sta attraversando un momento poco felice……..

- Me ne infi…, infi….infischio di suo fratello, i fatti vostri non mi interessano affatto-  ringhiò l’anziano signore, come un cane rabbioso, sollevandosi sulle punte dei piedi e  avvicinando il suo bel faccione infervorato, rosso come il sole al tramonto, alla faccia di Vincenzo che, per l’imbarazzo, in quel preciso istante, sarebbe voluto sprofondare nelle viscere della terra.  

- Da quando siete venuti ad abitare in questo pa…, pa….palazzo, una volta tra…tra….tranquillo, qui non si capisce più niente….. Badi che la prossima volta chiamo i ca…. ca….. beh insomma ci siamo intesi!

- Certo,  non si preoccupi, le prometto che non si ripeterà più - lo rassicurò il ragazzo.

Il signore andò via e Vincenzo tornò in bagno ad occuparsi del fratello che nel frattempo intonava, a voce alta, le note della canzone di Antonello Venditti “ Ogni volta”.

- La vuoi smettere di cantare, scemunito! E’ stato qui Sabatelli, il signore del piano di sotto, era una bestia! Vuoi farci cacciare? Eh? Non riesci proprio a capire che se continui così ci sbattono fuori? Ci sono voluti tre mesi, tre interi mesi, per trovare un appartamento, abbiamo girato tutta Roma in lungo e in largo…..

- Sì, sì, viviamo insieme a Roma nel nostro appartamento, io e te da soli, senza mio fratello tra i piedi! Poi ci sposiamo e resteremo insieme per tutta la vita!

- Io ti strozzo, quant’è vero Iddio un giorno di questi mi dimentico di essere tuo fratello e ti strozzo - ribatté esasperato Vincenzo alle parole insensate di Ricardo.

Con il passare dei minuti il delirio si placò lentamente e la sbronza  si rintanò, almeno per quella sera, in un sonno profondo, un sonno sì profondo ma che indossava la cupa maschera dell’infelicità. Vincenzo lo tirò fuori dall’acqua e, compiendo uno sforzo non indifferente, lo prese in braccio (per fortuna la mole non era consistente!) e lo trasportò nella sua stanza adagiandolo sul letto; dopo si recò in cucina, spense la televisione, ritornò in camera e si coricò nuovamente.

 

La prima luce del giorno vinceva la resistenza degli ultimi istanti d’oscurità; di lì a poco i rumori assordanti di tram e macchine ed il camminare frenetico di gente indaffarata avrebbero sottratto la Capitale all’atmosfera magica ed ovattata del silenzio notturno.

Nell’appartamento dei fratelli Roddi dominava ancora il buio il cui  protagonista principale ed indisturbato, era lo snervante ticchettio dell’orologio della cucina. Riccardo si era appena alzato e si stropicciava gli occhi ancora preda del sonno; entrò nella stanza di Vincenzo, dosando i suoi movimenti, si sedette sul letto e dolcemente scosse le coperte. Vincenzo si girò e sgranò gli occhi sorpreso:

- Ricca’ come stai? Già sei in piedi, ma che ora è?

- Non lo so ma è presto, è molto presto. Ieri mi sono ubriacato un’altra volta?

- Come al solito! Ti sei bevuto l’inimmaginabile. E’ il quarto Glend Grant che ti fai fuori in una settimana!

- Era in offerta speciale. Paghi tre e prendi quattro - sdrammatizzò Riccardo.

- Sì, fai lo spiritoso tu! Intanto ieri Sabatelli per poco non ci mandava via a pedate.

- Non mi dire niente Vince’; so che ti sto rendendo la vita difficile ma proprio non ce la faccio …… I ricordi mi  divorano, l’ansia mi perseguita e mi dà tanti di quei pugni che nemmeno uno alto e grosso come Mike Tyson sarebbe capace di  incassare….

- E secondo te - lo interruppe bruscamente Vincenzo - l’alcol ti aiuterebbe ad incassarli meglio ‘sti pugni? Finita la sbronza i pugni presi fanno ancora più male, Ricca’!  

- Lo so, non venire a raccontarlo a me però vorrei vedere te nelle mie condizioni. Ti innamori di una donna, vivi la storia più bella che ti sia mai capitata tra le mani; e poi questa stessa donna, a cui vuoi un bene dell’anima, ti pugnala alle spalle dicendoti, per una sciocchezza poi, per una questione che poteva essere risolta tranquillamente, che è tutto finito ……. Dimmi, dimmelo tu come si spiega tutto questo?

- Sapessi quante cose non si spiegano nella vita, Ricca’, sapessi tu quante! - gli rispose il fratello mentre si sfilava dalle coperte, sottraendosi al loro tepore, per mettersi a sedere accanto al fratello.

- Ricca’ - continuò Vincenzo sbadigliando - io studio matematica e con le parole ci ho poco a che fare ….. ma quel che voglio dirti è che questa storia sta andando troppo per le lunghe. Qui c’è da mettere un punto grosso e io di punti me ne intendo. Sarò banale, scontato e ripetitivo ma queste sono le uniche parole che sento di suggerirti. Ti ha lasciato? E allora? Vuoi ammazzarti per questo? Tanto adesso lei non c’è, è andata via ….. forse quando ritornerà a Roma, e se deciderà di farlo, probabilmente avrete modo di chiarirvi, lei ti esporrà le sue ragioni e le cose potrebbero tornare a sistemarsi rapidamente ma questo non lo sappiamo né tu né io; ma nel frattempo non puoi aspettare in eterno e continuare a torturarti in questo modo ….. Fa’ qualcosa! Fallo per te stesso, per te stesso, Ricca’.

Ci fu un breve silenzio spezzato dalle parole di Riccardo:

- Oggi hai l’esame?

- Sì, alle dieci.

- Allora in bocca al lupo!

- Figurati! E’ la quarta volta che lo tento, ormai non ci spero più. Se solo quella carogna di Orlandini fosse meno carogna l’esame di “Matematica 2” lo passerei tranquillamente…… Ricca’ va’ a riposarti un altro po’ ché è ancora presto: stasera devi suonare, devi essere in forma .

Riccardo gli diede una pacca sulla spalla, si alzò dal letto e fece per andarsene quando venne richiamato dal fratello:

- Ricca’, lo vuoi un consiglio? La prossima volta trovatene una come si deve!           

Magari quelle realistiche parole fossero servite a tranquillizzarlo e a lenire la pesante tristezza che lo tormentava: la ferita era ancora aperta e nel cuore altro non entravano se non  una grande pena ed una amarezza indescrivibile!

In quel momento si sentiva come un ragazzino al luna park soltanto che, sul più bello, qualcuno aveva premuto un bottone e ogni cosa si era fermata; quel ragazzino era rimasto immobile, deluso ed incredulo, ad osservare quel mondo che un secondo prima lo aveva avvolto con le sue luci e i suoi colori.  

Appena varcò la soglia della sua stanza, Riccardo chiuse gli occhi, gettò un lungo sospiro, carico di rammarico, li riaprì e puntò lo sguardo verso il letto: quante volte si erano amati proprio lì su quel letto disfatto! Quante volte quelle calde lenzuola avevano ospitato la tenera sensualità dei loro corpi! Quante volte i loro respiri si erano mescolati, fusi e persi nei loro sguardi carichi di passione! Quei respiri volteggiavano ancora nell’aria e vivevano imprigionati nelle freddi e bianche pareti. 

Tutto, davvero tutto, aveva il suo profumo in quelle quattro mura, compresa una fotografia poggiata sulla scrivania. Erano tutti e due abbracciati ed il sorriso di lei sembrava promettere tante cose, le cose che un innamorato si attende e che porta nella sua anima come un dolce segreto; lui l’afferrò mentre una prima lacrima iniziava a solcargli il viso cadendo, lì, sul sorriso ritratto.

Ad un tratto una leggera nebbiolina scese sul sorriso di Costanza e Riccardo ebbe come l’impressione  che  quel sorriso, su quella immagine, non ci fosse mai stato.

Il tempo di Riccardo si annullò e acquistò il sapore di quello confinato nei contorni della foto arenandosi negli occhi solari di Costanza. Mamma mia quegli occhioni neri! Come sarebbe potuto rimanere indifferente davanti a quegli occhi?

Attraverso la loro luce, venne subito trasportato in una grande casa circondata da un bel pratino all’inglese, come piaceva a lei; su quel pratino vedeva due bambini, un maschietto ed una femminuccia, sì, proprio un maschietto e una femminuccia che Costanza avrebbe tanto desiderato dall’uomo della sua vita: quei bimbi giocavano, urlavano, si rincorrevano e, con le mani alzate al cielo, ebbri di felicità, andavano incontro ai genitori pronti ad accoglierli tra le braccia.

La distratta sospensione, in cui era perso, svanì d’incanto sotto la decisa luce del sole che avanzava attraverso le strette fessure della tapparella abbassata; e Riccardo ritornò al presente, a quel presente che lo rinchiudeva, con tutti i pensieri e gli stati d’animo tumultuosi, nella sua stanza così tremendamente vuota dove a respirare era unicamente l’alito di un tramontato passato.

Immediatamente la  mente corse alla musica che avrebbe suonato nel locale di Piazza di Spagna; quella  sera, avrebbe proposto al pubblico un pezzo di sua composizione, scritto in inglese proprio il giorno della sua ultima sbronza, dal titolo: “Just yesterday you were in my life”……….. (“Appena  eri nella mia vita”………).