(Berlusconi, con fanciullesca impazienza, fa cenno al sottosegretario Bonaiuti di entrare.)
Bonaiuti: Mi avete mandato a chiamare, Cavalier Berlusconi?
Berlusconi: Sì, Paolo. Entrate. Sedete.
Bonaiuti: E dunque, Cavalier Berlusconi?
Berlusconi: (senza riuscire a frenare un sorriso) M’è venuta un’idea. Vorrei discuterne.
Bonaiuti: Senz’altro, signore.
Berlusconi: La prossima volta che riunisco il consiglio dei ministri...
Bonaiuti: Ebbene?
Berlusconi: Quando li inviterò a farmi domande...
Bonaiuti: Sì, signor presidente?
Berlusconi: Alzate una mano e chiedetemi: “Signor presidente, quanto dovrebbero essere lunghe, secondo voi, le gambe di un uomo?”
Bonaiuti: Chiedo scusa?
Berlusconi: Mi domandate quanto credo che le gambe di un uomo debbano essere lunghe.
Bonaiuti: Posso chiedervi perché, signore?
Berlusconi: Perché? Perché ho pronta un’ottima risposta.
Bonaiuti: Ottima?
Berlusconi: Abbastanza lunghe da arrivargli a terra.
Bonaiuti: Come?
Berlusconi: Abbastanza lunghe da arrivargli a terra. Ecco la mia risposta! Capito? Quanto lunghe dovrebbero essere le gambe di un uomo? Abbastanza da arrivare a terra.
Bonaiuti: Capisco.
Berlusconi: Non vi pare spiritoso?
Bonaiuti: Posso essere sincero, signor presidente?
Berlusconi: (seccato) Be’, oggi ho fatto ridere tutti.
Bonaiuti: Davvero?
Berlusconi: Assolutamente. Ero con i miei ministri e alcuni amici, e Giancarlo Fini a un certo punto mi domanda quanto sopra e io gli sparo quella mia risposta e tutti si sganasciano dal ridere.
Bonaiuti: Posso chiedervi in quale contesto, signore, la domanda vi venne posta?
Berlusconi: Prego?
Bonaiuti: Stavate discutendo di anatomia?
Berlusconi: Oh, be’, no, ehm.
Bonaiuti: Perché mai lo voleva sapere, allora?
Berlusconi: Mah! Chissà!
Bonaiuti: (preoccupato) Capisco.
Berlusconi: Bonaiuti, siete impallidito.
Bonaiuti: Una domanda piuttosto strana.
Berlusconi: Sì, ma la mia risposta ha fatto ridere. È stata fulminea.
Bonaiuti: Nessuno può negarlo, Cavalier Berlusconi.
Berlusconi: Una grossa risata. L’intero governo, a scompisciarsi.
Bonaiuti: E Fini cos’ha ribattuto?
Berlusconi: Grazie tante, e se n’è andato.
Bonaiuti: Non gli avete chiesto perché volesse saperlo?
Berlusconi: A esser franco, ero troppo compiaciuto della mia risposta. Lunghe abbastanza da arrivare a terra. M’è venuta di getto, così, fulmineamente.
Bonaiuti: Sì, lo so. Solo che... be’, questa faccenda mi ha impensierito.
(Berlusconi e Naomi in camera da letto, nel cuore della notte. Lei sotto le coltri, lui passeggia nervoso su e giù.)
Naomi: Vieni a letto, papy. Che ti rode?
Berlusconi: Quell’uomo di oggi. Quella strana domanda. Non riesco a levarmela di mente. Bonaiuti ha suscitato un vespaio.
Naomi: Lascia perdere, papy.
Berlusconi: Magari ci riuscissi! Ma quegli occhi spiritati... imploranti... Cosa può averlo spinto...? Ho bisogno di bere.
Naomi: No, papy.
Berlusconi: Sì.
Naomi: No, ho detto. Sei nervoso in questi ultimi tempi. È per via di questi maledetti giudici comunisti.
Berlusconi: No, no, macché. È che non ho considerato il lato umano della cosa. Ho pensato soltanto a sparare una battuta spiritosa. E così una questione complessa mi è sfuggita, per far ridere il consiglio dei ministri. Mi odiano, comunque.
Naomi: Invece ti amano, papy.
Berlusconi: Sono vanitoso. Però è stata fulminante.
Naomi: D’accordo, una risposta spiritosa. Lunghe abbastanza da arrivargli al busto.
Berlusconi: Da arrivargli a terra.
Naomi: No, al busto, gli hai detto.
Berlusconi: Macché! Non farebbe mica ridere.
Naomi: Per me fa ancora più ridere, così.
Berlusconi: Trovi?
Naomi: Ma certo.
Berlusconi: Naomi, non ti rendi conto!
Naomi: L’immagine di un paio di gambe che arrivano al busto...
Berlusconi: Lascia perdere. Il whisky, dov’è?
Naomi: (trattenendo la bottiglia) No, papy. Non bere, stasera. Non lo permetterò.
Berlusconi: Naomi, cosa ci è successo? Ci si divertiva tanto!
Naomi: (tenera): Vieni qui, papy. C’è la luna piena, stasera. Come quando ci incontrammo.
Berlusconi: No, Naomi. La luna era al primo quarto, quella sera.
Naomi: Era piena.
Berlusconi: Al primo quarto.
Naomi: Piena.
Berlusconi: Vado a controllare sull’almanacco.
Naomi: Oh, dio, lascia perdere, papy!
Berlusconi: Scusami!
Naomi: È per via di quella domanda? Delle gambe? Non riesci a darti pace?
Berlusconi: Cosa avrà voluto dire?
(114 Boulevard princesse Charlotte a Montecarlo. Gianfranco Fini arriva dopo una lunga giornata passata nella sede di Futuro e libertà. La sua compagna Elisabetta gli corre incontro. )
Elisabetta: Ebbene, gli hai chiesto scusa?
Fini (fuori di sé) Oh, Elisabetta, ho fatto una tale stupidaggine!
Elisabetta: (amara) Cosa?
Fini: Non gliel’ho chiesto.
Elisabetta: Coooosa? Non gliel’hai chiesto?
Fini: Non so cosa m’ha preso. Lui era là... il presidente del consiglio circondato da ministri, e dai suoi amici. E qualcuno gli ha detto: Cavalier Berlusconi, il presidente della Camera è venuto per parlarvi. Deve farvi una domanda.
Io me l’ero preparata e, per tutto il viaggio, non avevo fatto altro che ripeterla: “Presidente Berlusconi, signore, ho commesso un errore. Non volevo mettere in discussione la vostra leadership. Sì, convengo che è grave, me ne rendo conto, ma mettere in gioco il bene del paese per questo mi sembra una crudeltà. Signor presidente, signore, potreste perdonarmi? Io mi sdebiterò con il lodo Alfano”.
Elisabetta: Frase ben congegnata, senz’altro.
Fini: E invece, chissà perché, con tutti gli occhi fissi su di me, quando il presidente mi fa: “Ebbene, cos’avete da chiedermi?” Io... io gli dico: “Presidente Berlusconi, quanto dovrebbero essere lunghe, secondo voi, le gambe di un uomo?”
Elisabetta: Cosa?
Fini: Proprio così. Questa qui, è stata la mia domanda. Non so come m’è venuta. Quanto lunghe dovrebbero essere, secondo voi, le gambe di un uomo?
Elisabetta: Ma che razza di domanda è mai questa?
Fini: Non lo so neanch’io, ti dico.
Elisabetta: Le gambe di un uomo? Lunghe quanto?
Fini: Oh, perdonami, Elisabetta!
Elisabetta: Quanto lunghe dovrebbero essere le gambe di un uomo? È la domanda più cretina che abbia mai sentito!
Fini: Lo so, lo so! Non continuare a dirmelo.
Elisabetta: Ma perché la lunghezza delle gambe? Voglio dire, le gambe non sono un argomento che t’interessi particolarmente!
Fini: Mi girava la testa. Annaspavo alla ricerca di parole. Non ricordavo più la domanda che m’ero preparato. L’orologio scandiva i secondi. Non potevo restar lì muto, imbambolato.
Elisabetta: E Berlusconi? Ti ha detto qualcosa? Ti ha risposto?
Fini: Sì. Mi ha detto: “Lunghe abbastanza da arrivargli a terra.”
Elisabetta: Lunghe abbastanza da arrivare a terra? Cosa diavolo vuol dire?
Fini: Chi lo sa! Ma tutti sono scoppiati a ridere. Certo, è gente ben disposta verso il capo, quella là.
Elisabetta: (con uno scatto improvviso) Forse tu non volevi veramente chiedergli scusa!
Fini: Cosa?
Elisabetta: Forse dentro di te, nel profondo, sei geloso di lui!
Fini: Tu sei pazza. Io... io geloso di lui?
Elisabetta: Perché no? Lui è più bello. È più bravo di te a maneggiare i soldi e gli assegni a vuoto! Lui ha saputo fregare il partito e l'Italia, più di chiunque altro abbia mai fatto.
Fini: Basta! Smettila!
Elisabetta: Siamo franchi: tu, Gianfranco, come leader fai schifo.
Fini (tremante di paura) Sì, lo ammetto! Odio e detesto stare a destra. Vorrei essere comunista! Gli uomini per me sono tutti uguali. E poi l'Italia! Non distinguo un mafioso da un politico. Tu che vieni dal nord... che hai frequentato scuole signorili... ridi di me! Ti fai beffe di me! Semino rape e crescono fagioli. Credi che questo non incida sul morale di un uomo?
Elisabetta: Se soltanto stessi ad ascoltare Bocchino, non ti succederebbe di sbagliare.
Fini: Voglio morire! Tutto mi crolla intorno!
(Bussano alla porta. Elisabetta va ad aprire. Sulla soglia compare nientemeno che silvio Berlusconi. È stravolto, ha gli occhi rossi.)
Berlusconi: Onorevole Fini...
Fini: Signor presidente...
Berlusconi: Quella vostra domanda...
Fini: Lo so, lo so... Che stupidaggine, da parte mia. Non capivo più niente, ero nervoso.
(Fini cade in ginocchio, piangendo. Anche Berlusconi piange.)
Berlusconi: Dunque, avevo ragione. Era un non sequitur.
Fini: Sì, signore. Perdonatemi!
Berlusconi: (piangendo senza ritegno) Vi perdono. Tiratevi su. Ho già perdonato la Gabanelli, oggi stesso. Così pure verranno perdonati tutti quelli che hanno evaso le tasse.
(Abbraccia Fini.) Quella vostra stupida domanda mi ha indotto a un esame di coscienza. Ho riveduto tutta la mia vita. Ti sono grato, per questo.
Elisabetta: Anche noi abbiamo fatto alcune revisioni, Silvio. Posso chiamarti Silvio?
Berlusconi: Ma sì, certo, perché no? Anzi che ne dite di fare un viaggetto con me ad Antigua? Ho una piccola spiaggetta privata, potremmo abbronzarci un poco, fare un bunga bunga con le primitive del posto...
(Mentre Gianfranco ed Elisabetta preparano le valige sotto lo sguardo compiaciuto del Cavaliere, cala il sipario.)