E comm’è stato?
(Vincenzo Napolitano)
“Rosa, tieni duie ‘ova?”
Filomena in vestaglia sul balcone e sporgendosi dalla ringhiera, si rivolgeva all’inquilina del primo piano che stava innaffiando i suoi gerani.
“Si, Filumè, acala ‘o panaro.”
La comunicazione ed i collegamenti tra gli abitanti di quell’edificio si svolgevano con i mezzi empirici che ancora oggi sopravvivono in questi rioni: la viva voce e lo scendere e salire di un cestino di vimini legato saldamente ad un cordoncino.
Il principio, congenito alla partenopeità, di mutua assistenza e l’esigenza, anche se con invadente curiosità, di allargare l’ambito familiare partecipando alle gioie ed ai dolori del vicino di casa favoriscono, di solito, un reciproco adattamento privo di spigolosità e livori ed una vita di condominio improntata a rapporti di buon vicinato.
In questo caso il risultato non era difficile da raggiungere poiché solo tre famiglie convivevano in quel palazzotto, sulla scalinata Pisacane, che poteva vantare su di una storia che affondava le sue radici solo negli anni Cinquanta.
Al pian terreno abitava Pasquale, (detto anche “Polbelmondò” per la sua rassomiglianza all’attore francese) pensionato della nettezza urbana, al primo piano Rosa, la cassiera della pasticceria Cusumano ed al secondo Filomena, ragazza madre, che si procurava da vivere con lavoretti di sartoria.
L’edificio, sorto senza nessuna licenza edilizia, nello spazio ristretto che divideva due palazzi ottocenteschi era stato costruito senza l’innalzamento delle mura laterali.
Erano state utilizzate, infatti, quelle dei caseggiati adiacenti e la costruzione era stata concepita per essere un unico appartamento, terra-tetto, di circa centosessanta metri quadri. L’aveva tirato su, con le proprie mani e con l’aiuto gratuito dei suoi scagnozzi, Ferdinando Capece, un mammasantissima minore ma abbastanza temuto nel rione.
Quando dopo vent’anni (morta la moglie di cancro e l’unico figlio in un incidente stradale) don Ferdinando, a varie riprese, era stato pizzicato dalla polizia ( per contrabbando di sigarette e smercio d’eroina) e condannato a soggiorni prolungati nel carcere di Poggioreale, il fabbricato era rimasto a lungo disabitato.
Il Capece, cui bene o male un tetto era assicurato dalle condanne che si susseguivano, decise, per renderne più appetibile il collocamento, di dividerlo in tre appartamenti di circa cinquanta metri ciascuno da cedere in locazione.
Così quella costruzione, disuguale rispetto a quelle che la circondavano, si era trasformata in un piccolo e dignitoso condominio; una piccola oasi tra il degrado che la circondava.
Le uova richieste, risalivano, con il cestello che le conteneva, al secondo piano.
“Grazie mille, Rosa.”
“Figurati, Filumè.”
“Rosa, si’ sempe ‘nu zucchero!”
La risata argentina di Rosa si librava nell’aria.
Volendo definire Rosa bastava un aggettivo: simpatica, di una simpatia travolgente.
Ti colpiva sin dal primo momento e non c’era nessuno che gliela riconoscesse, ma aveva un difetto anche questo di proporzioni enormi: non riusciva a trattenersi.
Una classica preda del terzo cerchio dell’Inferno dantesco…
Di fronte ad un intingolo, ad un dolce, emetteva dei gridolini come se stesse per avere un orgasmo e non resisteva, non sapeva frenarsi e si vedeva.
Il suo corpo, tonda e prosperosa com’era, ballonzolava nei vestiti quando si muoveva e le veniva persino l’affanno percorrendo quei dodici gradini che conducevano alla sua abitazione.
Pelle levigata, volto radioso e sorridente avvolto in una vaporosa capigliatura bionda, e due occhi marrone che luccicavano.
Ventisei anni ed un brio che sprizzava da tutti i pori.
Nel suo quartiere godeva di un’indiscussa popolarità ed il suo passaggio, compagnona com’era, era costellato d'appariscenti saluti, da scambi simpatici di motti e da sorrisi sgargianti.
Doveva attraversare il mercatino rionale che occupava la piazzetta antistante all’ingresso della casa ed il suo passaggio era sottolineato, quasi sempre, da una simpatica schermaglia verbale condita da motti salaci.
I vari commercianti ambulanti, non appena l’impattavano mentre si districava tra i loro banchi, interrompevano le attività pur di non perdere la possibilità di rivolgerle la parola e s’improvvisava d’incanto uno scoppiettare di motti e frizzi dialettali.
“Bella ciaciona mia!”, “Steve ‘nquartato e tu me ffaie accuncià.”, “Ah, che fravulella!”, “Guè, me fai scarfà?”, “Tenghe ccà doie sciuccaglie, putarrisse fa’ carte?”...
Lei sorrideva sorniona, e, stando al gioco, ribatteva punto su punto sottolineando con ammiccamenti la schermaglia.
“Folla non ci faccio pe’ cheste guarattelle...” “ Vuie pigliate Napule pe’ Galleria!”
Abitava, come dicevamo prima, sulla scalinata Pisacane, a due passi dal porto, ed il suo appartamento era grazioso (niente di straordinario, però…): due camere, un bagno ed una cucina spaziosa da cui si accedeva ad un piccolo balcone.
La cucina era il suo indiscusso regno, ci si rigirava benissimo e con un’innata predisposizione all’arte culinaria si preparava dei mangiarini da leccarsi le dita.
Di solito coloro che trascorrono tanto tempo in cucina, tra i fornelli, finiscono soltanto per sbocconcellare le pietanze, ma, senza tema di smentite, questo non era il suo caso.
Pur se viveva da sola, i suoi piatti se li preparava curandone persino l’aspetto formale come solo nei ristoranti d’alta classe si usa fare.
Nel momento in cui tutto era pronto rimaneva a rimirarli, sparsi sulla tavola imbandita, mentre l’acquolina si formava rapidamente in bocca, e poi, fermandosi ogni tanto per gustarli sino in fondo, li assaporava lentamente.
Si lasciava andare, si abbandonava a quel piacere dolce e avvolgente che quelle pietanze le provocavano.
Andando a passeggio era davanti alle vetrine delle rosticcerie, a quelle delle pasticcerie che si fermava volentieri, molto più che davanti a quelle dei negozi d’abbigliamento (il suo era sostanzialmente un passeggio gastronomico) e quando si ritirava a casa era spossata dal piacere che quelle visioni le avevano procurato.
Immaginava che per l’uomo della sua vita avrebbe cucinato le proprie leccornie e che avrebbero trascorso insieme gran parte della vita a tavola ed a letto.
In amore non aveva raccolto frutti tangibili: c’era stata qualche breve storia finita bruscamente e talvolta qualche brutta avventura che l’avevano resa guardinga ma non azzerato il desiderio di vivere pienamente la sua vita sentimentale e sessuale.
Gianluigi l’aveva amata davvero: con tutto il cuore, con tutto l’animo e con tutto il suo piccolo corpo.
Era magro come un chiodo, piccoletto ed accanto a Rosa quasi scompariva.
L’aveva corteggiata a lungo ma lei non si decideva, soprattutto per puntiglio; la differenza di stazza e di peso era tanto evidente che temeva commenti maliziosi.
Quando infine accettò d’incontrarlo gli fissò appuntamenti ad orari impossibili: ad ora tarda, all’alba, quando insomma c’era poca gente in giro che potesse vederli.
Pian piano però gli si era sinceramente affezionata ed allora si decise al gran passo: sarebbe dimagrita, si sarebbe messa a dieta strettissima.
Era veramente, da parte sua, una prova tangibile d’amore.
Si recò da un dietologo e n’ebbe una tabella di dimagrimento in cui la facevano da padrone immense insalate senza condimento e frutta a volontà; solo una volta la settimana cinquanta grammi di pasta.
Nell’autobus girava e rigirava tra le mani quel calendario dietetico e si sentìva travolta da una tristezza senza fine; fu tentata più volte di lanciarlo fuori del finestrino.
A casa, tra i mobili di cucina ed il frigorifero in cui era stipato ogni ben di Dio, si aggirava come un leone in gabbia e già dal primo pomeriggio stava per arrendersi.
“E se cominciassi da domani?”, l’interrogativo sibillino, l’escamotage per evitare un immediato impatto con quei cibi ipocalorici assumeva man mano le forme confortevoli di una via di salvezza quando il trillo alla porta le segnalò l’arrivo di Gianluigi.
Si abbracciarono come sempre e come sempre lui quasi scomparve alla vista immerso in quel corpo burroso. Gli mostrò con orgoglio il decalogo dietetico come prova inconfutabile del suo amore ed a quel punto non potette più tirarsi indietro.
La cena che seguì si rivelò come uno dei momenti più terribili della sua vita: lui che faceva financo la scarpetta con il sugo rimasto sul fondo del piatto e lei, torva, che ruminava, invidiandolo, la sua zuppierina d’insalata.
Non potendo Gianluigi seguirla su quella strada (a rischio di ritrovarsi addirittura trasparente) decisero che, in futuro, avrebbero mangiato ognuno per proprio conto e che si sarebbero ritrovati dopo i rispettivi pasti.
Quella notte per Rosa fu veramente da incubo: non faceva che passare da un sogno all’altro ma sempre ritrovandosi davanti montagne di spaghetti, cascate di cioccolato, piogge di cremosi bignè.
Si ritrovò seduta nel letto, imperlata di sudore, ed il primo pensiero fu per il frigorifero che troneggiava in cucina e che non aspettava altro che di essere aperto.
Le parve una vigliaccata, si rifiutò di cedere e trascorse il resto della notte insonne a soffrire per i crampi allo stomaco ed a tormentarsi mentre fissava livida il soffitto.
Improvvisamente, nei giorni successivi, mutò registro: nervosa, scontrosa, per nulla andava in escandescenze.
Inconsciamente addossava a Gianluigi la colpa di tutte le sue sofferenze e cominciò, con diabolica continuità, a mettere in risalto i suoi difetti, a rimproverargli, esasperando i toni, anche le più piccole mancanze. Gianluigi, che non era stupido, aveva fatto presto ad individuare nella dieta il motivo scatenante di quell’inversione di marcia e sopportava, senza reagire, le sfuriate improvvise sperando che alla fine la tensione si sarebbe allentata. Man mano che la dieta procedeva però e la situazione non migliorava per niente incominciò a scalpitare ed a non poterne più di quell’inferno.
“Senti Rosa, se questa dieta ti deve guastare l’umore sino a tanto sai che ti dico? lascia stare perché mi sei sempre piaciuta per quel che eri e continuerai a piacermi anche con qualche chilo in più.”
“Tu si’ na schifezza d’ommo! L’aggio capito, sai? ‘o vvi’, non te ne importa chiù niente ‘e me. Non t’importa che mi ridano dietro, che mi debba a quest’età trascinare affannando! Grazie del bell’aiuto! Che d’è, ammore chiste? se questo è tutto l’aiuto che mi sai dare non aspetterò un momento in più! Sono io che ti lascio. Ora te ne puoi anche andare! Non so che farmene di un nanerottolo come te! Jesce da casa mia e nun te fa vede’ chiù ‘a me!”
Tentò di replicare Gianluigi, di convincerla a non prendere decisioni affrettate, ma si rese ben presto conto che non ce n’erano le condizioni e batté in ritirata.
La storia ebbe fine senza possibilità d’appello.
Neanche quando, in una crisi d’esasperazione, Rosa diede alle fiamme quel meticoloso programma alimentare e si rituffò nei manicaretti mettendo fine alle torture ed alle sue sofferenze.
La solitudine, tra quelle quattro mura, ricominciò ad essere insostenibile e Rosa si proiettava sempre più spesso sul suo balconcino per stabilire, da quella postazione, un contatto con quella vociante umanità che animava la scalinata.
Pasquale si era reso conto che Rosa era in difficoltà e cercò di starle vicino, di facilitarle uno sfogo, di darle una mano.
Sedeva sulla sua poltrona di vimini che occupava quasi tutto il terrazzino e, guardando verso l’alto, stabiliva il contatto tutte le volte che appariva quel donnone biondo.
“Comme ‘va, piccere?”
Ed era come sedersi in un salotto o inginocchiarsi ad un confessionale per Rosa.
Non aveva nessuna remora ad aprire il suo cuore, a confidarsi a quell’uomo che, paziente ed arricchito da quella psicologia popolare che cresce con l’esperienza, era prodigo di consigli.
Parlavano per delle buone mezz’ore e poi scattava, come sollecitata da un timer, la frase ricorrente.
“Quante ‘n’avimmo oggi?”
Nel momento in cui chiedeva la data era come se dicesse: ”Ora devo pensare ai fatti miei”.
“18 gennaio, vero? oggi Annuccia avrebbe avuto sessant’anni e cinque mesi…”
Annuccia, la moglie, con cui era stato sposato per circa dieci anni e che poi, improvvisamente, era fuggita con un tenente dei bersaglieri e non aveva comunicato più notizia di sé.
In quella data, per lui, era come se Anna fosse passata a miglior vita e ne parlava come si trattasse di una defunta.
Quando iniziava questa tiritera bisognava lasciarlo stare: i ricordi s’accavallavano con le fantasie e non era possibile stargli dietro.
Rosa, consapevole di quell’anomalia, per qualche minuto seguiva il suo delirio e poi, con una scusa qualsiasi, si ritirava in buon ordine.
Dopo qualche mese incominciò a gironzolarle intorno un trentenne distinto, impeccabile nel suo doppio petto blu, che aveva fatto in modo di incrociarla più volte sotto casa.
Dapprima un discreto sorriso, poi un saluto e quindi la presentazione. Era lampante il suo interessamento, lei n’era lusingata ed aveva cominciato a sognare. Quando gli si presentò galantemente con un bouquet e le chiese di poterla frequentare non trovò opposizioni ed incominciarono ad incontrarsi. La portò per qualche sera nei ristoranti più rinomati della città e familiarizzarono a tal punto che lei lo invitò nel suo appartamento per una cenetta tete a tete. Aveva curato tutto sin nei minimi particolari, si era sbizzarrita nelle pietanze più appetitose e fantasiose e quando si sedettero a tavola fu un vero e proprio trionfo del palato. Dopo cena, sul divano, sorseggiando un bicchierino di rosolio lui si fece più intraprendente e senza trovare resistenza se la portò a letto. Rosa aveva lasciata pudicamente accesa solo una piccola lampada dalla luce fioca ma Carlo, così si chiamava il dongiovanni, pretese una luce piena e tirò via il lenzuolo sotto cui si era rifugiata. Stette a rimirare per qualche minuto quel corpo traboccante e visibilmente s’accese di desiderio.
“Un attimo solo...”
Scomparve dalla stanza per riapparire con una tazza colma di panna e sedendole a fianco cominciò ad imboccarla ridendone con lei. Spalmò poi parte del dolce sul suo seno e si lanciò a leccarlo avidamente. Rosa, smarrita, guardava Carlo che si dimenava su di lei abbrancandola, palpandola, baciandola e rigirandosi ansante tra quei cuscini di grasso. Sperava sgomenta che alla fine si accorgesse di lei, che la coinvolgesse nell’amplesso ma Carlo, quasi impazzito, continuò maniacalmente a sfogare la sua frenesia su quel ventre sino all’urlo che siglò il raggiungimento del suo piacere.
“E’ stato bellissimo!” sussurrò, abbattendosi sul letto.
“Porco! Bellissimo ‘nu cazzo!”, e lo allontanò malamente da sé.
La notte della metropoli era calda e strafottente, nera e delinquente, e Rosa, sul balcone, si portava dietro la sua tristezza e la sua delusione ingollando un’altra cucchiaiata di profiterole che affondava, alimentandolo, nel colesterolo della cassiera della pasticceria Cusumano la quale, tra cannelloni e polipi alla Luciana, continuava a nascondere le sue ansie, le sue paure e le sue lacrime.
Rimuginava amaramente sulla sua ultima esperienza, lancinante come se avesse nelle sue viscere un lugubre senso d’irreversibilità: un momento angoscioso, come se la barca di salvataggio si fosse staccata dal naufrago un momento prima che egli riuscisse a raggiungerla...
La notte d’agosto rischiarata dalle scie luminose delle stelle cadenti e Rosa, che aveva sempre guardato a quegli eventi naturali come ad un’esplosione gioiosa della natura, fissava il firmamento smarrita. Aveva il buio dentro e desiderava ora che il creato le stesse vicino, partecipasse alla sua pena, al suo vuoto. Lentamente attendeva il gran bacio: quando la notte avrebbe appoggiato le sue grandi labbra sul giorno prima di ritirarsi anche se sapeva benissimo che stavolta non sarebbe stata in grado di subirne il fascino. Il trillo del telefono ruppe quel pesante silenzio ma lei continuò a rimanere sdraiata sulla poltrona sgangherata. Scattò la segreteria telefonica e la voce dell’interlocutore si diffuse gracidante: “Rosa, sono Carlo, so che sei in casa e ti prego di richiamare. Sono distrutto, riconosco che mi sono comportato in maniera disprezzabile e me ne dispiace. E’ venuta fuori solo la parte peggiore di me. Concedimi un’altra chance, non te ne pentirai. Telefonami, Rosa.”
L’alba illuminava il nuovo dì e Rosa temeva che non le portasse niente di cui poter gioire, niente che potesse cambiare la sua vita. Si passò lentamente una mano sulla fronte buttando all’indietro quella ciocca di capelli che, libera, le cadeva sugli occhi e continuò a macerarsi nella sua sofferenza. Finì per concludere che non poteva bruciare tutte le sue residue speranze, i suoi tentativi di aggrapparsi a quello che considerava come uno degli ultimi vagoni della vita che le passavano velocemente accanto.
L’isolamento può costituire un magnifico eden, ma è da facoltosi viziati poterlo assaporare sino in fondo; è un paradiso quando è frutto di una scelta, quando assume le caratteristiche di un bisogno.
Per Rosa, invece, rappresentava l’inferno che aveva già sperimentato e che sperava di non rivivere.
Si alzò a fatica e si trascinò accanto all’apparecchio telefonico, compose un numero e ristette in attesa: “Sono Rosa, ho sentito il tuo messaggio. Sono sola, troppo sola. Sono quasi costretta a fidarmi delle tue promesse. Va buo’, torna.”
Si avviò stancamente verso il letto, vi si adagiò cercando di piombare nel sonno vogliosa di verificare la sua residua capacità di coltivare sogni che rinvigorissero le speranze di un domani che li potesse realizzare.
Ricominciarono a vedersi, a tentare di rimettere insieme i cocci, ma Rosa non riusciva a sciogliere quei lacci, quelle prevenzioni che impedivano alla passione di cavalcare a briglia sciolta.
C’era sempre una diffidenza di sottofondo, uno stare all’erta che le impediva di lasciarsi andare mentre Carlo, dal suo canto, cercava in tutti i modi di cancellare il ricordo di quell’episodio spiacevole dal loro rapporto, di farsi perdonare quel raptus e, teso com’era a dare il meglio di sé stesso, finiva per perdere in naturalezza, sovente impacciato e di solito al di sopra delle righe.
Fu chiaro, sin dall’inizio, che solo il tempo avrebbe potuto aver ragione di quelle tensioni; la loro relazione veleggiava a fatica sostenuta com’era da deboli aliti di vento che non permettevano alle vele di gonfiarsi e permettere una regata scorrevole.
C’era, questo si, da parte di entrambi la volontà di riannodare i fili ma la matassa si rivelava più ingarbugliata di quello che si potesse credere.
Rosa aveva elaborato un un progetto che avrebbe favorito una verifica del loro rapporto e rigirandosi nel letto verso di lui glielo espose..
“Carlo, così non può andare avanti e, nello stesso tempo, non mi sento di rinunziare a te. Perché non lasciamo decantare la situazione e per un certo periodo facciamo a meno d’incontrarci? avremo un po' di tempo per riflettere, per mettere a fuoco i nostri sentimenti e trarne le conclusioni. Si so’ rrose...”
“Forse hai ragione, sento anch’io il bisogno di mettere ordine nei miei sentimenti. Ti amo, Rosa, ma sento che non basta. Sono d’accordo con te: abbiamo bisogno di valutare attentamente questo rapporto, cui entrambi teniamo, senza subire il ricatto della vicinanza.”
“Se mi riesce, prenoto una vacanza di quindici giorni, di cui sento proprio la necessità, ed al ritorno potremo vederci e valutare.”
Non fu difficile organizzare una villeggiatura, viste le proposte che le erano provenute dagli amici, e, dopo tre giorni, Rosa partì per la Calabria.
Tropea, ancorché ferita dalla speculazione edilizia, sfoggiava ancora la sua spiaggia con la sabbia finissima.
Il prendisole benché bello le era scomodo.
Stretto in vita le spingeva il seno verso l’alto e Rosa non si sentiva molto a suo agio attraversando, diretta alla spiaggia con passo cadenzato, la parte posteriore del villaggio turistico in cui aveva trovato sistemazione.
Solo qualche ospite che le sfrecciava accanto intento a smaltire la sua razione quotidiana di jogging.
La presenza delle squadre di pulizia all’opera e l’insolito silenzio tutt’intorno erano il segnale incontrovertibile che, solo da poco, l’alba aveva occhieggiato su quel tratto di costa.
Aveva bisogno di star sola, di riflettere; si era ripromessa di far chiarezza dentro di sé e sapeva benissimo che ci sarebbe voluto del tempo.
Da quando aveva lasciato in sospeso il suo rapporto con Carlo desiderava riappropriarsi della sua vita ed aveva aderito convinta all’invito della sua combriccola per questa vacanza, per lei, insolita.
Sentiva il bisogno di ritrovare le certezze, l’entusiasmo, la gioia di esserci e sperava di riuscirci ributtandosi tra la gente.
Sulla spiaggia si abbandonò su di un lettino lambito dal rimestare del mare, inspirò profondamente e si predispose a godere di quella brezza e dell’odore di salsedine.
Doveva essere sveglia, pronta a rigettare indietro ricordi che significavano soprattutto sofferenza.
Nel sonno, quando la volontà non faceva presa, ritornava in balia di sogni sgradevoli, di ricordi amari e si sentiva come presa alla gola dall’angoscia.
Saltare quanto prima giù dal letto era come una liberazione.
“Anche lei non è riuscita a dormire, stanotte?”
Girò lentamente la testa ed accanto a lei, accasciata su di una sdraio, un’abbondante sessantenne, trasbordante da un improbabile due pezzi, cercava disperatamente una posizione accettabile.
Non accennò alcuna risposta, o piuttosto non ebbe il tempo per farlo, e la signora Galluzzo, così le disse poi di chiamarsi, si affrettò a dichiarare che anche lei non “aveva chiuso occhio per tutta la santissima notte” e che, colpita da una colica epatica, si era dovuta proiettare in bagno, mentre il marito dormiva alla grande, venti volte “o forse ventidue... non ricordo bene.”
Nei minuti successivi la meticolosa descrizione dei malanni presero una cadenza mitragliante per precipitare in ritmi cadenzati ed affini alla nenia.
“Questa è gente o folla?” e Rosa, nonostante i suoi propositi, chiuse gli occhi spossata.
“Signora, signorina... Mi può dare una mano?... Non riesco ad alzarmi...”
Era trascorsa quasi un’ora quando fu svegliata dall’ansimare e dalle suppliche della vicina.
Puntava, infatti, la Galluzzo, i piedi sulla sabbia e le mani sui braccioli ma tendeva a portarsi dietro tutta la sedia rischiando nel contempo di rovesciarsi su di un fianco.
Con un atteggiamento di circostanza, tenendo dentro la risata che covava, Rosa tentò di sollevarla dapprima prendendola sotto le ascelle e poi ponendosi davanti e tirandola, mani nelle mani, verso di sé.
A dire il vero la comicità della situazione faceva in modo che la sollecitazione delle forze fosse non certamente all’apice ma la percezione di non farcela era netta.
“Un momento, permettete? vi do una mano io.”
Chi era quel semidio spuntato dalle acque?
Si era materializzato accanto a loro, ancora gocciolante, una “splendida copia vivente di maschio di Riace” (la definizione mentale apparteneva a Rosa) che, puntando i piedi sulla base della sedia a sdraio, in pochi secondi estirpò definitivamente “l’insaccato” dal suo alloggiamento.
“Ed ora ci andiamo a fare una ricca colazione?”
Rosa gli sorrise: “Perché no?”
E’ troppo abusata l’espressione “botta di vita” ma, in questo caso, centra perfettamente la descrizione di quello che avvenne nei tre giorni successivi.
Senza avvertire gli amici accettò l’invito dell’improvviso corteggiatore e divenne suo ospite sul “venti metri” nella fugace crociera tra le isole del golfo.
Non sperava in niente di più di quello che avvenne: una breve avventura senza i problematici risvolti di una storia a lunga data.
Una storia da vivere attimo per attimo, da gustare sino in fondo più che alla giornata, al minuto.
Voglia di starsene come una lucertola al sole cullata dal beccheggio del natante, voglia di assaporare gli spaghetti alle vongole che il cuoco di bordo preparava, voglia di rotolarsi sulla tolda con quel giornalista che non aveva alimentato illusioni.
Un tuffo nell’edonismo più completo mandando in pensione il raziocinio e le problematiche che la solitudine risvegliava.
Tre giorni non stop e neanche l’esigenza di scambiarsi, alla fine, gli indirizzi ed i recapiti telefonici.
Il ritorno al villaggio tra gli amici, che l’avevano cercata dappertutto, senza sentirsi in obbligo di giustificare la sua assenza; solo uno sguardo, quel suo sguardo radioso, per rassicurarli, per testimoniare il suo stato di grazia.
Se la vita fosse sempre cosi...
No, non se la sarebbe sentita di viverla, per sempre così, la sua vita: nutrirsi di antipasti non rappresentava, per lei, un traguardo appetibile.
“Mare, sabbia, sole, ionizzate i miei problemi, lavate i miei pensieri ed abbronzate il mio cuore tanto da renderlo immune al freddo inverno che verrà!”- Rosa si abbeverava a quel tripudio estivo tentando di accumulare gli antidoti alle incertezza che aveva, momentaneamente, abbandonate e che avrebbe ritrovate al suo rientro.
Carlo era ad attenderla, fiducioso di poter far breccia definitivamente nel suo cuore, ora anche consapevole di non poter fare a meno di lei.
Quei quindici giorni di lontananza erano stati duri da accettare e la gelosia si era fatta largo con subdola autorevolezza.
L’impegno reciproco che avevano assunto di non utilizzare i telefonini e di troncare, in quel periodo, ogni collegamento tra di loro si era rivelato difficoltoso specialmente quando i morsi della possessività facevano dolorare cuore e mente.
L’attese sotto casa, la sera del suo arrivo, e la visione di quella donna, sfolgorante nell’abbronzatura che ne esaltava la procacità, gli provocò un sussulto.
Era lì, davanti a lui, finalmente concreta e bella come quelle popolane rese famose dai pittori napoletani dell’Ottocento.
Mai più, mai più da solo: era con lei che avrebbe vissuto, era lei che desiderava avere al fianco, sempre con lei come in una droga.
Rosa lo guardava e percepiva in lui quel desiderio, quella sconfinata voglia d’amore e fu avvolta da un mantello di tenerezza: gli gettò le braccia al collo e si lasciò andare ad un bacio appassionato.
“Non saprà mai nulla di questi quindici giorni, non saprà di quella crociera, di quei cieli stellati che assicuravano una scenografia da favola ai gemiti di piacere. Dovrà non saper nulla perché gli risulterebbe difficile minimizzare, collocare ai margini quei momenti che non gli sono appartenuti.”
Mentre ritrovava il suo Carlo, Rosa si riprometteva di non ferirlo, di non turbarlo con una verità che non sarebbe stato in grado di metabolizzare.
Carlo era al settimo cielo; finalmente si erano ritrovati e si sentiva impegnato a stupirla continuamente, a fare in modo che non potesse fare a meno di lui.
Si sarebbe festeggiato, pochi giorni dopo, il ventisettesimo compleanno di Rosa e gli amici, d’accordo con Carlo, le avevano organizzato una festa nel locale che solitamente frequentavano.
Si era ballato per tutta la sera ed all’improvviso, spentesi le luci, era apparsa, portata a spalle da quattro amici, una torta monumentale che fu posta al centro della sala.
Immediatamente dopo il classico soffio sulle candeline la parte superiore del dolce si era spalancata ed era apparso Carlo, con un gran fascio di rose rosse, che le aveva gridato: “Voglio sposarti!”.
Era rimasta senza fiato, sbalordita sia per quella fuoriuscita a sorpresa ma anche e soprattutto giacché non avrebbe mai immaginato che il serioso Carlo potesse stravolgere per lei il suo proverbiale aplomb.
Sembrava aver mutato pelle: estroverso, brillante e soprattutto attento ai più piccoli particolari per farla felice.
Alla fine della serata si ritrovarono soli, come nella migliore tradizione dei film hollywoodiani, a ballare nella sala in penombra.
Un risveglio portentoso e questa volta, per lei, la consapevolezza di un amore profondo, intenso e irrinunciabile.
All’indomani mattina, mentre si scrollava da dosso il torpore e ancora nel dormiveglia, fu incuriosita da uno strano ondeggiare che intravide tra le fessure delle persiane e, guardinga, si avvicinò alla finestra; aprì le ante e si ritrovò davanti ad un grappolo variopinto di palloncini cui era fissata una striscia di carta a soffietto lunga fino alla strada con una sequela incredibile di “Ti amo!”.
Scoppiò in una risata gioiosa e senti che il cuore le scoppiava dalla felicità.
Riuscì, senza sforzo, a non tuffarsi più con avidità sul cibo ed il suo fisico riacquistò una linea invidiabile che gli era quasi sconosciuta.
Non poteva più prevedere gli atteggiamenti di Carlo tale era la fantasia e l’imprevedibilità che lo animava.
C’era stata la serenata notturna con un’orchestrina goliardica, (con una sola chitarra e tanti strumenti rudimentali ricavati da pentole di cucina, coperchi, clacson eccetera) c’era stato il finto rapimento che per riscatto chiedeva diecimila baci, c’era stata la scarrozzata serale di duecento chilometri per andare a prendere un caffè a piazza Navona e lei ormai si era lasciata trasportare, senza remore, in questo mondo incantato, surreale.
Quante le volte che si era vista recapitare un mazzo di fiori od un regalo lontano dalle ricorrenze canoniche accompagnati dal solito bigliettino che recitava “En passant, Carlo.”!!!
Sentiva che questa era la felicità che aveva sempre sognato, le corde che avrebbe voluto sentir vibrare ed il si che aveva pronunciato quella domenica sull’altare le era apparso inevitabile, pieno e convinto.
Dopo dieci mesi era nato Tommaso che ovviamente era andato a collocarsi tra di loro per garantirsi la sua porzione d’affetto e questo fatalmente aveva modificato il centro gravitazionale del loro universo.
Era un’evoluzione naturale, uno stimolo ad una crescita più concreta ma Rosa fece fatica ad accettarlo.
Ammetteva razionalmente il nuovo stato di cose ma intimamente si sentiva defraudata, raggirata.
“Non erano questi i patti.”- rimuginava.
Il primo amore, ne era sempre stata convinta, è l’amore per se stessi e non si sentiva in colpa per questo sentimento che ora provava in maniera esasperata; non lo sentiva come sinonimo di nepotismo o narcisismo ed anzi come una spinta a vivere una vita di qualità superiore.
Come se fosse stata, ora, costretta a cedere una sua costola era invasa da profonda pena per questo riflettore che non si limitava più solo a porre solo lei al centro dell’attenzione.
Non le mancava, questo no, la qualità oblativa istintiva che la spingeva, come madre, a proteggere il bambino e a prendersi cura di lui ma era con l’autorinuncia, necessaria in questi casi , che non riusciva a fare bene i conti.
Non riusciva ad accettarla gioiosamente come fanno, in genere, tutte le madri e questo le creava un conflitto deflagrante.
Avvertì l’esigenza di aiutarsi, di obnubilare i sensi dapprima rituffandosi sul cibo, poi con qualche bicchierino di cognac e poi man mano con una dipendenza più accentuata all’alcool.
Che la nascita di Tommaso fosse il punto critico del suo tentativo di abbrutirsi gli psicoanalisti erano riusciti a determinarlo ma quando si erano poi attivati di conseguenza avevano raccolto ben pochi frutti.
Era saltato fuori, dirompente, l’egocentrismo di Rosa, il suo assoluto bisogno di subordinare al proprio io la realtà, l’apoteosi di questo estatica contemplazione di sé esaltata ed alimentata dall’irruzione nella sua vita di Carlo; tutti questi fattori erano elementi che avevano rafforzato quella che ora si presentava come un’esigenza imprescindibile.
Non era e non sarebbe mai stata capace di dividere quell’esaltazione con nessuno, neanche con un figlio: le sarebbe sembrato un salto all’indietro, nel nulla.
Se lo coccolava quell’esserino paffutello, che lanciava gridolini di piacere ogniqualvolta si poteva fiondare tra le sue braccia, ma bastava che facesse la sua apparizione Carlo, che se lo stringesse teneramente a sua volta al petto, per provocarle un’acuta ostilità.
In un pomeriggio primaverile dopo l’allattamento e la rituale passeggiata in attesa del ruttino liberatorio si ritrovò, con le sue angosce, sul balcone della sala e fu come attraversata da una scarica perversa, da una tentazione improvvisa: il desiderio di lanciarsi nel vuoto con quel fagottino dormiente.
L’avrebbe fatto, era decisa a farlo se non l’avesse salutata a gran voce la vicina di casa che, dal balcone adiacente, le aveva rivolto l’invito a mostrarle il bambino.
Da quel giorno fu come pervasa da quel chiodo fisso: l’ineluttabilità di un gesto disperato.
Era lacerata, interiormente dilaniata da queste due forze che si disputavano a colpi di scure il suo cuore: l’affetto materno e la sua incapacità di dividere con qualcuno quello che riteneva le dovesse appartenere in esclusiva.
Non era uno stato emotivo, un obnubilamento, ma un atteggiamento consapevole, razionale, incapace di scendere a compromessi, di effettuare una mediazione.
Si era come impermeabilizzata; le scivolavano addosso le parole dolci, i gesti d’affetto, i tentativi di riportarla alla ragione.
Della Rosa che sprizzava simpatia, di quella che sembrava incarnare la disponibilità più assoluta solo poche tracce che s’inaridivano ogni giorno di più.
L’altezza dal suolo che prima le provocava le vertigini ora era ammaliatrice, la soggiogava e questo si concretava in una seducente forza d’attrazione.
Saltò fuori, dalle sedute analitiche, questa predisposizione autodistruttiva e si organizzò un cordone di costante controllo fatto di presenze discrete ma continuative in modo da evitarle che quegl’impulsi potessero sfociare in una tragedia annunciata.
I sedativi le procuravano sonni prolungati, letarghi in cui i sogni, sogni confortevoli, le garantivano oasi di serenità e gioia.
Nelle visioni oniriche più ricorrenti era come sospesa nell’aria, al di sopra della mischia, con l’umanità più varia che si dava un gran da fare per anticipare i suoi desideri, le sue stravaganze e soddisfare il suo smisurato bisogno d’affetto.
Quando si risvegliava e ritrovava accanto a sé Carlo che se la stringeva affettuosamente c’erano momenti in cui sembrava che l’incubo si fosse dissolto ma bastavano pochi minuti, quelli in cui gli ultimi sussulti del sogno facevano posto alla realtà di tutti i giorni, e l’ottimismo si sbriciolava cedendo il passo al tormento.
Fu in quei tre mesi estivi in cui i nonni ospitarono, nella loro villetta a mare, Tommaso che loro due raggiungevano solo nei fine settimana, che una speranza palpabile prese corpo per dissolversi irrimediabilmente in un’afosa serata d’agosto.
Erano teneramente abbracciati, sdraiati sulla sabbia lambita dalle onde leggere che vi s’infrangevano, e fissavano il cielo illuminato a giorno da una superba luna piena.
“Pecchè, Carlo, nun restamme sempe accussì?... Sule nuie.”
“E Tommaso? Non stiamo bene insieme noi tre? Ci vogliamo bene ed è questo l’importante : siamo una famiglia.”
“E noi due soli, non siamo stati e potremmo essere ancora una famiglia felice?”
“Ma che vuoi dire?”
Si era rincantucciata sul suo petto e dopo un poco l’aveva sentita singhiozzare sempre più disperatamente.
Una settimana dopo la situazione di Rosa era precipitata improvvisamente: febbre alta, deliri e solo rari momenti di coscienza.
Da un atteggiamento all’altro diametralmente opposti: ora, in piena crisi anoressica.
Si rese necessario il ricovero ed una massiccia mobilitazione terapeutica per poterla strappare a quel male oscuro che la depredava giorno dopo giorno.
Si era come essiccata, piegata su se stessa: come se le sue arterie e vene non riuscissero a trasportare linfa vitale.
Non reagiva alle cure, si lasciava andare inesorabilmente: desiderava morire, fare al più presto per raggiungere quel mondo che le si offriva invitante durante i suoi deliri.
Giunse il momento in cui anche i medici si resero conto di non essere più in grado di modificare una situazione che precipitava, di non poter gestire in modo professionale una malattia ma di essere ridotti solo a notai di un atto di volontà che Rosa aveva stilato senza concedere proroghe.
L’intensità delle cure cozzava contro la resistenza che quel corpo opponeva a qualsiasi tentativo terapeutico.
Le emozioni, gli impulsi e i desideri rispondevano all’unisono a quella volontà disperata e la “candela” incominciò a bruciare molto più velocemente di quanto si potesse ipotizzare.
Una violenta ribellione contro la direzione che le terapie indicavano come necessaria per far trionfare la vita.
La volontà severa e intelligente di Rosa o del suo subconscio che proibisce e nega si ergeva come ostacolo insormontabile e paziente e medici si erano mossi su binari paralleli e senza alcuna possibilità di ritrovare un obbiettivo comune.
Non aveva collaborato, Rosa, la cassiera della pasticceria Cusumano.
Chissà se, volando via, non s’era piuttosto rifugiata in un mondo di surrogati, come quello che si era cucito addosso in vita, fatto di languori ed acquoline per pastasciutta, grigliate, sfogliatelle e cannoli alla siciliana...
Quel volto immobile in un leggero sorriso monopolizzava ora, come avrebbe voluto in vita, l’amore ed il dolore dell’uomo che la vegliava.
Non ce l’aveva fatta a crescere, a condividere i sentimenti e l’esistenza con gli altri.
“Scusate Polbelmondò, chi è mmuorte?”
“Rosa, ‘a cassiera ‘e Cusumano.”
“Gesù!... Puverella... E comm’è stato?”