Lalla

(Vincenzo Napolitano)

 

 

Enrico, con le trecentomila del premio di produzione, aveva acquistato un paio di scarponcini all’ultima moda e quella mattina rinunziò all’ascensore per saggiare l’elasticità delle calzature venendo giù per le scale fino all’androne. Giunto in fondo si fermò davanti alla cassetta della posta e, ansimando, introdusse la chiave nella toppa. Era stato sempre così: quella maledetta serratura non ne voleva sapere di aprirsi al primo tentativo; ce ne voleva sempre un secondo o un terzo. Era, in ogni caso, un’operazione che aveva un suo misterioso fascino perché il nero fumé del vetrino impediva l’ispezione dall’esterno e le sorprese erano sempre in agguato. Il cincischiare con la chiave portava a una leggera frenesia nell’attesa d’infrangere quel piccolo segreto. Solo un paio di volte, infatti, il frutto raccolto era parso proporzionato all’armeggiare: la cartolina precetto per il servizio militare e una proposta d’assunzione alla ditta di traslochi che attualmente costituiva la sua fonte di reddito. Si ritrovò, stavolta, tra le mani solo alcuni   pieghevoli pubblicitari tra i quali non mancava la solita offerta del viaggio, dal costo di sei euro, all’abbazia di Loreto. Mentre accartocciava quei volantini il portoncino si aprì di scatto e il bagliore di un raggio di sole si stagliò obliquamente sul pavimento. Un’elegante donna, poco più che trentenne, era apparsa sulla soglia. Ostentava  capelli fulvi, resi ancor più appariscenti dal controluce. Non era un condomino ed era in netta difficoltà nel trasporto di una voluminosa valigia che trascinava a due mani. Si era sentito in dovere di aiutarla e, sorridendole, aveva provveduto a caricare quel bagaglio sull’ascensore..

- Grazie.

- A che piano?

- Terzo.

- La nuova inquilina?

- Sì.

- Piacere, sono Enrico, Enrico Fiume, abito al quarto.

- Lalla, Lalla del Giudice.

Premette il pulsante e, quasi senza accorgersene, si ritrovò a fare il percorso a ritroso.

Un sorriso imbarazzato e poi quella mano, quella mano che gli avvolse con decisione l’inguine. Un sobbalzo… Incredulità e turbamento e, dopo 

 

un attimo, il respiro gli era diventato affannoso. Un imbarazzo palpabile, il silenzio totale e un rossore che gli imporporava le gote.

La signora Lalla, impassibile, non mollava la presa e non lasciava trasparire alcuna emozione mentre la cabina sembrava procedere con una lentezza inusuale.

Solo la porta scorrevole che si spalancò al terzo piano mise fine a quell’imbarazzante situazione ed Enrico depositò la valigia sulla soglia.

- Grazie mille. Sei stato veramente gentile.

- Dovere... Arrivederci.

- Ciao.

Se non fosse stato per la prova tangibile della pulsione Enrico avrebbe dedotto di aver sognato, uno dei tanti erotici per lui abituali, e, riguadagnato il pian terreno, s’incamminò verso il lavoro quotidiano.

Quel suo procedere più frettoloso era dettato dal desiderio di sfuggire agli sguardi dei passanti che, n’era sicuro, gli avrebbero letto sul viso il disorientamento, per meglio dire il turbamento, che si portava dietro.

Era stato da sempre un teorico assertore della necessità di coniugare il sesso con l’amore, pena l’inadeguatezza del rapporto, e ora quella sorda eccitazione che ancora pulsava gli comunicava un impatto con la realtà che metteva in dubbio quel principio.

Avrebbe avuto bisogno di un attimo di riflessione per mettere ordine nei suoi pensieri ma non ce n’era alcuna  possibilità. La fretta di arrivare in ufficio non gliene dava la possibilità.

Era caratterizzato, il suo posto di lavoro, da un continuo andirivieni reso ancor più frenetico dalla possibilità di poter gustare, nelle ore canoniche, un ottimo caffè che personalmente confezionava con una moka sul fornelletto elettrico collocato in un angolo nascosto della stanza.

- Allora, pronto il caffè?

- Tra qualche istante ...

- Non ti vedo in perfetta forma.

- Forse non lo sono.

- Guai personali?

- No, non direi...

- Allora?

-          Così... Capita alle volte ... Senza un motivo...

 

 

Rossella era sempre la prima presenza mattutina. Gioiosa, sempre disponibile, confessava di non riuscire a carburare senza quella tazzina fumante. Era addetta con successo ai rapporti con i clienti e godeva pertanto di un’ottima considerazione da parte del titolare dell’azienda.

Non si riusciva ancora a capire se quel feeling che aveva instaurato con Enrico celasse qualcosa di più profondo. Del resto, se così era, pagava il pedaggio di tutti coloro che universalmente sono etichettati come “amici carissimi”, quelli con cui ci si può confidare liberamente e che sembrano esclusi da coinvolgimenti d’altro tipo. Rossella per Enrico era senz’altro più di una collega e non di rado lui la cercava per confidarsi nei suoi momenti di crisi come per condividerne quelli d’euforia ma sembrava non aver mai preso in considerazione l’eventualità di implicazioni più intime. Avrebbe voluto Enrico, anche quella mattina, ricorrere al suo parere ma non se l’era sentita di sciorinarle i motivi del suo turbamento.

Il tempo aveva optato per un cambio repentino e dalle nubi grigie apparse all’improvviso si era riversata sulla città un nubifragio dalle proporzioni bibliche ed Enrico, all’uscita dal lavoro, si era rifugiato su di un autobus di linea che sembrava navigare più che circolare nel traffico. Stipato nella calca attendeva con ansia il momento che il mezzo “attraccasse” a cinquanta metri dalla sua abitazione. Non sapeva se augurarsi o temere il ripetersi di quell’incontro mattutino e stavolta, non tanto per la carica erotica che lo aveva caratterizzato, quanto piuttosto per capirne le finalità. Agganciato con fatica alla maniglia, circondato e sospinto da donne alle prese con ombrellini che non volevano saperne di chiudersi completamente e che continuavano a vomitare acqua piovana, viveva nel timore che prima o dopo una mano s’allungasse per fare “scopa” con l’episodio mattutino. Il concetto prettamente maschile di “mano morta” aveva, sorprendentemente per lui, acquistato anche una dimensione al femminile. In quei cinquanta metri che lo dividevano dal portone era riuscito ad inzupparsi sino all’osso e, quando   il   portoncino si spalancò, ristette , per un attimo, trepido nell’androne guardandosi intorno. Nessuna presenza e neppure un rumore. S’infilò in casa e cominciò a liberarsi dagli indumenti. Allo squillo del telefono  non si scompose  lasciando alla segreteria telefonica il compito d’incamerare il messaggio.

-          Ciao, Enrico, sono Giacomo. Vuoi venire stasera al cinema con noi ?

 

 

Sotto la doccia il turbinio continuò e cercò di andare indietro nel tempo per cogliere qualche analogia. Gli ritornò alla mente una sensazione, anche se di tipo diverso, legata ai suoi quattordici anni. Elisa, la compagna di giochi del pianerottolo, si era, di scatto, alzata dalla sedia ed era venuta a sederglisi in grembo mentre il video trasmetteva “Love Boat “. Per una buona mezz’ora, mentre s’impossessava di loro un’eccitazione insolita, erano rimasti in quella posizione senza che nessuno dei due tentasse di andar oltre.

Si erano trovati con i visi accesi (la cosa era terminata lì) e, come ora, era stata la donna a far finta di niente. - Si...ma ora è diverso... non si tratta di prime pulsioni...

Da quel giorno il percorso in ascensore si caricava di tensioni e di curiosità, nell’attesa o nel timore, che un altro incontro con Lalla potesse concludersi alla stessa maniera. Dopo una decina di giorni tutto parve stemperarsi e l’episodio ebbe una sua sistemazione, in un angolo della memoria, come tanti altri che perdono di consistenza con il trascorrere del tempo. Giunse l’otto marzo e aveva comperato un mazzolino di mimose destinate a Rossella e, stringendolo tra le mani, si era diretto all’ascensore dove, all’apertura delle ante, si ritrovò di fronte Lalla, la signora Lalla Del Giudice.

- Buon giorno.

- Ciao, Enrico.

Entrò e la porta gli si richiuse alle spalle.

- Sono per una collega d’ufficio...La festa della donna...

- Già...la festa della donna...

Stavolta lo fissava negli occhi mentre la mano effettuava lo stesso percorso e l’identica dolce presa. Enrico era in tilt ma non abbassò lo sguardo e cercò in quel viso un segnale, un minimo di eccitazione, una qualsiasi modificazione mentre si sentiva di nuovo ribollire.

Nulla... Come se quella mano non le appartenesse... E, come la volta precedente, solo il termine del percorso mise fine a quel gioco che aveva in se un’evidente perversione.

- Ciao.

- Buon giorno.

Procedette dietro di lei sino al portone, soffermandosi sulle curve  

 

 

armoniose di quel corpo, la sopravanzò in prossimità dell’uscita e le tenne l’anta aperta per permetterle un’agevole uscita e la seguì, con lo sguardo, mentre si allontanava a passi rapidi verso la piazza.

- Cosa c’è nella   sua mente lo sa Iddio... Ma io sto facendo la figura del coglione... Devo reagire... in qualche modo prendere un’iniziativa, rispondere per le rime ...

Tutto sommato ora incontrarla cominciava ad essere un piacere nonostante si sentisse completamente spiazzato.

Nei giorni successivi, ci aveva arzigogolato su ampiamente, era stato più di una volta tentato di arrivare al terzo piano e bussare alla sua porta.

Ci aveva rinunciato perché era consapevole che se non avesse avuto la fortuna di un’immediata disponibilità sarebbe stato costretto, avvitandosi su se stesso, a farfugliare frasi smozzicate ed era proprio l’ultima cosa che desiderava accadesse. Gli sarebbe piaciuto apparire sicuro dei propri mezzi, del suo fascino, ma avrebbe dovuto, per spingersi oltre, essere certo di aver suscitato un vero interesse con qualche segnale che non si fosse limitato a quel gesto che gli appariva inusuale ma anche così meccanico da non svelare alcuna consistenza retrostante. Spiava dal terrazzino, sostava più del dovuto sul pianerottolo con le orecchie tese, ma sembrava che Lalla fosse scomparsa nel nulla. Sprofondato nella poltrona, davanti al video che continuava a vomitare notiziari e dibattiti, vivisezionava quegli episodi, quasi con una moviola mentale, per capirne la logica e ogni volta perveniva a soluzioni diverse, a nuove tattiche da adottare inconsciamente e sadicamente proiettandosi nella confusione più totale. Ma ecco che una sera, ritornando da teatro, se la ritrovò che lo precedeva di una trentina di metri e si sentì come nella posizione di un cecchino che, non visto, poteva comodamente attendere il momento opportuno valutando tempi e modi per l’attacco.

- Buona sera.

- Ah, sei tu Enrico.Mi ero spaventata.

- Mi dispiace.

Attesero l’arrivo dell’ascensore.

- Ho assistito ad una bell’edizione della “Dodicesima notte.

-          C’ero anch’io. Sono d’accordo: una bella messinscena. Strano che non ci siamo incontrati. 

 

 

L’ascensore illuminato era davanti a loro; entrarono e quella mano percorse il consueto e comprovato tragitto.

- Ora le tocco il seno... oraletoccoilsenooraletoccoilseno e poi me la scopo.

E, con decisione anche se teneramente, prese il suo seno tra le mani.

- Ma come ti permetti ? sei impazzito?

- Veramente io credevo... E allora la mano ?

- Non hai capito niente, Enrico, niente. E’ solo un flappeggio e tu non l’hai capito.

Uscì con foga e richiuse di scatto la porta alle spalle.

Con il dizionario tra le mani, senza una reale capacità di concentrazione, continuava ad interrogarsi: - Flappeggio ? ma avrà detto veramente flappeggio?

Lo Zingarelli, infatti, recitava: ”Flappeggio - nelle aerodine a velatura rotante (elicotteri, autogiro ecc) l’oscillazione delle pale dei rotori attorno alle cerniere di vincolo al mozzo causata dalle variazioni di velocità ed incidenza.”

- Non è possibile... Forse ho capito male... Ma no... Ha detto proprio così!

- Senti Rossella, se io fossi un oggetto ti pare che potrei assomigliare ad un elicottero ?

- Elicottero ?... Ma che stai dicendo ?

- Niente... Niente... La solita imbecillata delle nove meno un quarto...

Nei giorni successivi cercò di effettuare ulteriori approfondimenti ma rimase , come del resto noi , nell’ignoranza .

“Lalla dell’ascensore “  (così l’aveva ormai denominata) si era come volatilizzata nel nulla e per parecchi mesi non ci fu l’opportunità di quegli strani incontri . 

Come tutti si aspettavano , e in ufficio tutti facevano il tifo perché ciò avvenisse , l’affettuosa amicizia con Rossella si trasformò in qualcosa di più coinvolgente ma ancora per qualche tempo Enrico rimase con lo spauracchio .

Temeva, infatti, che, nei momenti d’intimità, Rossella gli si potesse rivolgere con un - Non ti preoccupare...Sto flappeggiando un po’...

Col tempo non aveva sciolto l’enigma ma aveva abbandonato la ricerca .

Forse risentendo per caso in seguito quel termine qualche brivido gli sarebbe corso lungo la schiena ma,  fortunatamente per lui , non successe.

Anche per questo non salì mai su di un elicottero.