Morte di una suora

(Maria Pia Sapenza)

 

( Storia liberamente tratta da un articolo della “Gazzetta di Torino” riportato sul  “Secolo XIX” di Genova nel 1902 )

        

COSI’ INIZIAVA L’ARTICOLO:

 

Parecchi anni addietro Elisabetta L. di Genova, entrava nell’ordine delle religiose di S. Vincenzo, le quali sono le più note della nostra città – dove si trovava l’istituto principale - sotto la denominazione di “ monache di S. Salvario”. La votata a Dio prendeva il nome di Suor Teresa…

 

 

… COSI’ INIZIO IL RACCONTO:

 

 

Suor Teresa scese dal treno assieme ad una consorella. La pesante mantella che le ricopriva,  non era sufficiente a proteggerle in quel gelido inverno con qualche residuo di neve.

La mattinata si presentava promettente, il sole brillava senza lasciarsi desiderare, ma era ingannevole poiché il freddo secco e privo di vento,  che nell’immediato non s’accusa,  piano piano s’insinua nel fondo delle ossa fino ad intirizzirle. Il clima in quelle parti del Piemonte, è come certi vini novelli che sembrano innocui ma tagliano le gambe.

Intorno oltre a loro,  c’erano un paio di viaggiatori, uno spazzino ed il capo treno.

- Vieni, è meglio affrettarci. Non vorrei far aspettare il cocchiere, - disse Suor Teresa alla compagna. L’altra annuì, ed insieme si avviarono all’uscita della stazioncina ognuna con l’essenziale nel proprio sacchetto.

Fuori, sostava un’unica carrozza. Era vetusta, attaccata ad uno smilzo cavallo. In cima, a cassetta, si notava la sagoma imbacuccata del postiglione. Entrambe si avvicinarono e Suor Teresa batté con la mano guantata  sul mezzo, per segnalare la loro presenza.

- Ehi là, cocchiere! Aspettavate noi?

L’uomo si scosse immediatamente. Forse si era assopito.

- Buondì sorelle. Sono arrivato in anticipo e così…Ma aspettate che vi aiuto a salire.

- Non occorre buon uomo. Non vediamo l’ora di arrivare.

Lui però scese dal suo trespolo ugualmente e porse il braccio ad ambedue.

 

 

La carrozza cominciò il suo percorso diretta ad Ivrea.  Le circostanze avevano indotto le due suore a doversi servire di un treno che non faceva un percorso diretto alla loro destinazione; quindi, da Torino avevano telegrafato a chi di dovere, affinché mandasse qualcuno ad attenderle al loro arrivo in quella stazioncina.  

Intorno, la pianura scorreva dardeggiata da lame di luce.

\        Gli zoccoli del cavallo battevano la terra con un ritmo che invitava al sonno. Ogni tanto cumuli di case si delineavano, interrompendo la monotonia del paesaggio e svelando strade e piazze che incuriosivano non poco le due viaggiatrici.

La mattina accoglieva le solite cose di vita. La gente che andava e veniva; i suoni delle campane; le ruote dei carri che giravano e stridevano; i mercatini  rionali che esponevano le loro piccola mercanzia nei sacchi o nei cesti, sognando di esser grandi negozi; le donne che andavano al fiume con i panni sopra la testa.

Suor Teresa guardava e intanto pensava al suo mondo passato. A Genova così lontana.

Era ancora una bambina, quando decise di diventare suora. Per non dimenticarsene  lo aveva appuntato su di un fogliettino, che si era messo in una tasca del grembiule. Amava troppo Gesù. Se lo sentiva vicino, amico e spesso rivolgeva a lui i suoi pensieri. Quando crebbe e poté decidere,  realizzò il suo antico proposito e prese i voti. I suoi genitori non furono contrari, avrebbero tolto una figlia alla miseria e risolto così un grosso problema.

Quanti anni erano passati? Tanti. Da poco più che adolescente giurò fedeltà al Signore ed ora …aveva 34 anni!

Scelse l’ordine delle monache di San Salvario perché un’altra sua compagna lo aveva fatto restandone entusiasta.

Così la sua città per parecchio tempo divenne Torino, finchè  la Madre Superiora non decise di inviarla presso l’ospedale di Ivrea assieme ad un’altra suora, per prestare il suo aiuto ai malati come infermiera.

Ne fu fiera e nello stesso tempo intimorita. Sarebbe stata all’altezza? Guardò la sua taciturna compagna, intenta ora a leggere un libercolo di preghiere.

Di lì a poco la carrozza si fermò. Erano giunte alla meta.

Subito domandarono di suor Celeste, che lì svolgeva il compito di Capo sala.

Suor Celeste era una donna di età indefinita; forse sui sessanta? Un tipo ossuto, con un naso piuttosto pronunciato che di celeste non aveva nulla se non il colore degli occhi. Rigida nei modi e piena di energia, sembrava burbera, ma aveva un cuore morbido come burro.

Accolse le consorelle in una stanza abbastanza spaziosa, situata in una parte prospiciente un gruppo di pini, che rimaneva un poco in ombra.

 Sulle pareti stavano appesi quadri raffiguranti diversi santi, ma dietro la sua scrivania il posto d’onore era riservato ad un grande Cristo in Croce scolpito su legno.

-  Siete le benvenute. Il vostro compito qui non è semplice. Sarete fianco a fianco con la sofferenza ed accudirete i malati in tutto e per tutto…con l’aiuto del personale civile, con tanta pazienza e una parola buona per tutti. Amore, Amore, Amore dovrà essere il vostro imperativo categorico. - Fece una breve pausa poggiando le mani giunte sulla bocca:

- Ora vi accompagnerò alla stanza che vi è stata assegnata, dove riordinerete  le vostre cose. Poi passeremo alla presentazione del personale medico e infermieristico con cui lavorerete a stretto contatto.

Si alzò inspirando profondamente e s’incamminò, subito seguita dalle altre due. Percorsero un lungo corridoio pavimentato da lastroni d’ardesia. Su di esso, da un lato, si succedevano ampie finestre,  da cui si poteva scorgere un immenso giardino.

Ad un certo punto, Suor Celeste girò a destra, dove si evidenziò una sequela di scale. Ne salirono una rampa ed un’altra ancora, sbucando in un nuovo corridoio  molto più breve e stretto del primo. Lì, la Capo sala si fermò dietro una porta; sprofondò una mano nel tascone del suo manto, estraendone una chiave con la quale aprì e che lasciò deliberatamente infilata nella serratura.

- Ecco, alloggerete qui. Posate pure le vostre cose e rinfrescatevi il volto.  Dopo, mi raggiungerete alla mia postazione.

Appena le due monache s’ebbero sistemate nella minuscola camera, non indugiarono e, ancora elettrizzate per il viaggio, scesero dabbasso in cerca di Suor Celeste. La incontrarono nel lungo corridoio, mentre già stava venendo loro incontro.

- E’ quasi ora di pranzo. Andiamo in sala, vi farò conoscere gli altri.

Entrarono insieme in una grande stanza. Nel mezzo, si trovava un lungo tavolo apparecchiato. Intorno, c’era diversa gente tutta riunita per l’occasione: il Primario, due medici e il personale infermieristico.  Avvennero le presentazioni in un clima di estrema cortesia. Si respirava un’aria di fervida, mutua collaborazione.

Dopo il pasto, nel primo pomeriggio, ci fu la visita dei reparti e dei malati.

Ognuna delle due monache venne affidata ad un infermiere, affinché apprendesse i primi rudimenti della professione, tramite un “ruspante” apprendistato.

A Suor Teresa capitò un certo Emilio Gabriel. Un giovane alto, bruno, ancora imberbe. Lui, guardando gli altri allontanarsi, si girò verso di lei sorridendole dolcemente.

- Dunque, il mio nome è Emilio Gabriel. Ma chiamatemi semplicemente Gabriel.

La suora rispose al suo sorriso con la timidezza di una scolaretta.

- Siete molto giovane, Gabriel.

- Ho 22 anni. Ma credetemi, in questo campo ho una certa esperienza.

- Scusate, non volevo metterlo in dubbio.

- Adesso, vi condurrò da alcuni malati e mi aiuterete a medicarli. Continuò lui mentre fianco a fianco , si incamminavano nel lungo corridoio in direzione dei reparti.

- Da dove avete detto di essere originaria? - aggiunse ancora.

Lei lo guardò dubbiosa.

- Non mi pare di averlo detto. Comunque, sono nata a Genova e tramite la mia congregazione, prima di giungere qui, sono vissuta a Torino.

- Io invece sono di Banchette, un comunello in quel di Ivrea. Affermò lui calcando ancor di più il suo accento dialettale.

Fu così che i due incominciarono a conoscersi e a simpatizzare. Gabriel si dimostrava un infermiere veramente preparato, anche nell’insegnamento. Per merito suo la Suora imparò ad assistere i pazienti, apprendendo le nozioni basilari per curarli.

In pochi mesi seppe dosare e distribuire i  farmaci, suturare ferite ed anche effettuare i prelievi. Il suo animo gentile e sensibile si rinvigorì in virtù delle nuove conoscenze. Più volte le capitò di fronteggiare con abilità varie situazioni critiche, sapendo  attribuire loro il giusto grado di emergenza.

Nel suo operato, non mancava mai di spendere una parola di conforto per i sofferenti. Per tutto ciò si guadagnò una benevola popolarità che, agendo in coppia, giovò anche all’altro.

Il tempo, intanto, trascorreva, e tra Suor Teresa e Gabriel si era ormai consolidata una complice amicizia, che agli occhi altrui svelava solo la parte più formale.

Appena soli e liberi da incombenze, trovavano il modo per conversare su ogni argomento, a cominciare da quello religioso per passare a discorsi anche personali ed intimi.

- Il mio sogno è di andarmene lontano, - le confessò un giorno Gabriel mentre aiutava Suor Teresa a stendere dei panni nella parte retrostante il giardino.                                      

- Volete partire, dunque? - gli domandò lei rimanendo con una mano a mezz’aria.

- Ebbene si. Vorrei imbarcarmi su di un bastimento per raggiungere l’Argentina. Lì ci sta il fratello di mia madre. E’ disposto ad accogliermi. Sono giovane, forte. Posso lavorare e col tempo crearmi una buona posizione.

Suor Teresa riprese a stendere e la sua voce fu quasi un sussurro.

- Vi auguro ogni bene.

- Che avete? Mi sembrate triste, -  le domandò Gabriel guardandola diritta negli occhi. – Avete il broncio. Non è che vi dispiacerebbe non vedermi più?

Lei si fece il segno della croce.

- Siete un villano.

Lui si rabbuiò.

- Non vi ho mica offeso.

- Ricordate che io non posso che essere felice se potrete realizzare il vostro desiderio.

Allora si guardarono più intensamente. Lo sguardo dell’uno nell’altro.

Lei lo distolse per prima. Raccolse la cesta dei panni ormai vuota e fece per andarsene. Gabriel la trattenne delicatamente per un braccio, poi le sollevò con un buffo il piccolo mento.

- Anche se siete una Suora,  devo dirvi il mio pensiero. Avete un musetto adorabile!

Lei gli voltò le spalle e a grandi passi rientrò nella struttura.

Dopo quell’occasione tutto  sembrò proseguire per entrambi in maniera uguale. Ma Suor Teresa si sentiva stranamente ansiosa appena vedeva Gabriel e se ne rammaricava, perché con lui non riusciva più ad essere spontanea e rilassata. Cercò, comunque, di non darglielo a vedere.

Un giorno, libera da incombenze, per distrarsi andò a passeggiare in giardino con in mano il suo fedele libro delle preghiere. Non riuscendo a concentrarsi, si diresse  verso “il fondo” piuttosto distante da lì, dove si trovavano le stalle.  Aveva voglia di camminare e di vedere i cavalli. Durante il percorso, sentì dell’acqua scorrere. Veniva da dietro una costruzione, probabilmente la legnaia, sita nella medesima traiettoria. Con circospezione deviò quel tanto che le consentisse di curiosare.

Così lo vide. Gabriel le dava le spalle e a torso nudo stava lavandosi con l’acqua di una vasca. Lì per lì,  pensò al freddo, a quanto quel ragazzo fosse matto e rischiasse di prendersi un accidente. Vicino a lui stava della legna appena tagliata. Ancora lo guardò e questa volta più attentamente. Non riusciva a distogliersi da quel  corpo atletico, gonfio di baldanza e gioventù, da quei muscoli scolpiti .

Improvvisamente, sentì come una pesantezza al basso ventre. Lasciò cadere il libricino e d’istinto si toccò la parte intima da sopra la veste, sentendosi umida di piacere. Stava provando sensazioni sconosciute. Se all’inizio fu presa da un gradevole stupore e dall’ottundimento, poi si fece largo la ragione portandosi dietro un senso di angoscia e di vergogna. Si staccò da quell’ipnotica visione e repentinamente  fuggì via.

Senza nemmeno accorgersene, aveva urtato un vecchio secchio facendolo cadere. Il ragazzo, udendo il rumore, smise di asciugarsi per andare a controllare. Fece in tempo a scorgere  la suora quasi in corsa, diretta a rientrare. Un accenno di sorriso gli sfiorò la bocca. Ma non la chiamò. Tornando sui suoi passi, si avvide del libricino per terra. Si chinò e lo raccolse.

Suor Teresa si introdusse nell’ospedale e poi nel lungo corridoio, guardandosi continuamente intorno, il capo leggermente abbassato ed il respiro affannoso.

Sperava di potersi ritirare nella sua stanza senza incontrare nessuno. Invece, a metà strada, si trovò di fronte  proprio Suor Celeste.

Le due donne si fermarono a distanza ravvicinata. La più anziana aveva uno sguardo cupamente interrogativo. Non ricevendo risposta, non poté evitare di domandare:

- Che avete, state male?

- Sono solo stanca. Ne vengo da una passeggiata e devo essermi infreddata.

- Vi faccio preparare un tè caldo, mia cara.

- Grazie,  no. Mi basterà distendermi un po’ e ritornerò come nuova, -  si affrettò a rispondere la più giovane, sforzandosi di sorridere.

- Come volete.

Nella sua stanza, fortunatamente sola, Suor Teresa iniziò a passeggiare su e giù come una belva in gabbia. Si sentiva sporca. Come aveva osato spiare quell’uomo e lasciarsi sedurre da quelle indicibili sensazioni?

- Mea culpa, mea culpa. Mea massima culpa, - recitò tra sé innumerevoli volte, battendosi con il pugno il petto. E ancora…in ossessiva ripetizione: - Signore io non son degna che tu entri nella mia casa, ma di soltanto una parola e l’anima mia sarà guarita.

Alla fine, esausta, promise solennemente a Dio di non cascarci più…e facendosene una ragione, riuscì a placarsi l’anima.

Quando ritornò alle sue mansioni, sembrava essersi ripresa completamente.

Trascorse dell’altro tempo. Suor Teresa cercava di tenersi occupata il più possibile. Quando terminava i compiti da infermiera, ne cercava altri.  Dava una mano in cucina, aiutava a sistemare il bucato.

Un dì, prima del vespro, Suor Teresa si ricordò di non aver ritirato i panni stesi, come aveva promesso. Non volendo essere redarguita, si mosse per rimediare. Fuori cominciava ad imbrunire e si stava levando un insolito vento.

Si munì di una cesta vuota e stringendosi nelle spalle uscì. Con una piccola corsetta si ritrovò subito tra le lenzuola sventolanti, simili a fantasmi o a vele che  portano lontano gli emigranti. Ne aveva acchiappato per i lembi uno, quando improvvisamente sbucò fuori Gabriel.

Il cuore per poco non le scappò dal petto. Immersa nei pensieri com’era, fu colta alla sprovvista. Non immaginava certo quel tipo di sorpresa.  L’espressione simpaticamente divertita del ragazzo la incoraggiò a sorridere.

- Gabriel! Per poco non mi avete fatto prendere un colpo. Che ci fate qui a quest’ora?  

- Cercavo proprio voi.

- E per quale motivo, di grazia?

- Per questo, - le ribatté evidenziandole il libretto delle preghiere da lei smarrito.

- E’ il mio libretto. Dove l’avete trovato?

- Proprio non lo indovinate?

- Proprio no. L’ho cercato dappertutto e…

- E invece l’avevate perso un certo giorno, quando di nascosto stavate osservando le mie abluzioni.

Lei divenne paonazza ed allungò una mano.

- Datemelo!

- Se lo volete dovete venirlo a prendere, - le disse Gabriel col tono di una piccola sfida, incominciando ad allontanarsi verso “ il fondo”, in direzione delle stalle.

Lei non ci badò. Presa com’era la sua attenzione per il libricino, gli corse dietro. Pur impedita dall’abito, la suora si muoveva rapida, o lui glielo faceva credere, controllando la sua velocità a piacimento e illudendola così di riuscire a raggiungerlo. In questo modo l’attirò nella stalla, fra i cumuli di fieno posti fuori dal recinto dei cavalli.

A quel punto i due si fronteggiarono.

- Datemelo. Non fatemelo ripetere. Lo scherzo è durato anche troppo.

- Avete ragione. Allora raccoglietelo,  - le rispose gettando il libricino in terra, davanti a sé.

- La migliore arma è il perdono, è vero! Ma questo non sarà per voi.

- Vedo che fate progressi, mia cara…

La suora avanzò e si abbassò per raccogliere. Ma lui la bloccò d’improvviso con le sue braccia forti, tirandola verso di sé e incominciando a baciarla con foga.

Lei fu catturata da un vortice, senza più un’identità.  Sapeva, però, ciò che voleva e bramò di piacere per quelle mani che aveva addosso e che la esploravano nei suoi punti più segreti. Mani di maschio. Fino a poco prima sconosciute.  Così rispose in tutto e per tutto a quella insana passione.

Nello stesso momento, le altre suore si raccoglievano in preghiera nella chiesetta dell’ospedale.

I due corpi stremati stavano ora sdraiati l’uno accanto all’altro.

Gabriel guardava il soffitto tenendo tra i denti un legnetto di paglia. Suor Teresa poggiava la testa sul petto di lui.

- E adesso? - gli domandò.

- Adesso cosa? 

- Che ne sarà di me, quando si verrà a sapere.

- Perché mai si dovrebbe sapere, se nessuno lo andrà a raccontare. Dipende solo da noi, che certo non…

- Questa è ora di preghiera ed io non vi ho presenziato.

- Troverai una scusa qualunque…ce ne sono tante… che sei stata male, per esempio. Può capitare un intoppo nella vita, no?

- Mi avranno cercato in stanza.

- E tu sei stata male fuori e …non ti potevi muovere. Che ti possono dire?

- Adesso è meglio incamminarci, - aggiunse lui girandosi verso di lei e baciandole una guancia. - Non insieme, però. Ti lascerò il tempo di arrivare e poi anch’io uscirò.

- Gabriel, - disse lei alzandosi.

- Che c’è?

- Perché? Perché mi hai fatto questo?

- Non penso che ti sia dispiaciuto.

- Sai benissimo ciò che intendo. Cosa ti ha attirato di una suora che ha dodici anni più di te.

- Forse l’intrigo del velo…Sciocchina, scherzo! - si affrettò a spiegare, notando la cupa espressione della donna.  –  Non so di preciso, cosa mi abbia spinto così verso di te. So che eri diventata un chiodo fisso. Il tuo volto, le tue mani, tutto di te mi attrae e mi fa impazzire… - E riprese a baciarla.

Lei con dolcezza si divincolò.

- Ci potrà mai essere un futuro per noi?

- Il futuro non esiste per nessuno, nemmeno per uno della mia età. Viviamo il presente, ciò che siamo ora.

- Io non posso vivere nel peccato, – puntualizzò lei, mentre se ne sgusciava via furtiva dalla tana dei giochi d’amore.     

Di nuovo si ritrovò in stanza e senza aver veduto nessuno. Si era appena  sdraiata, quando entrò la consorella.

- Finalmente! Vi  abbiamo cercata dappertutto. Ma dov’eravate?

- Sono uscita per ritirare il bucato, si è alzato un forte vento e…ho cominciato ad accusare un senso di nausea. La testa mi girava. Non ricordo più niente. Forse mi sono spaventata ed allontanata. Non so.

- L’importante è che ora siete qui. State bene, vero?

- Certo, ora sto meglio.  

- Allora vado a comunicarlo a Suor Celeste.

Quanti mesi erano trascorsi  dal suo arrivo ad Ivrea?  Quasi tre. Ma quali emozioni turbavano ora la sua anima. Si sentiva come sdoppiata. Due facce di una stessa medaglia. L’una che guardava l’altra senza poter in alcun modo intervenire. Suor Teresa conviveva in forte conflitto con Elisabetta. L’amore spirituale e la vocazione da una parte; l’amore carnale e il desiderio di una vita “normale”dall’altra.

Così la poveretta si dilaniava l’anima ogni giorno, vivendo una duplicità sempre più consistente.  Ma non poteva esimersi dall’amare Gabriel. Una forza oscura l’invadeva. Così gli incontri dei due amanti si intensificarono divenendo sempre più audaci.

     Ogni posto si scopriva “adatto” non appena soli e se si poteva ravvisare il pericolo di essere scoperti…tutto era ancora più eccitante.

 

Il tormento del “dopo”, pervadeva inevitabilmente la suora non risparmiandole enormi sofferenze.  Così che la poverina iniziò a mangiare poco e niente. A mano a mano che i giorni passavano tutto si ripeteva regolarmente e in Suor Teresa risaltarono i segni fisici del suo patire. Il suo volto divenne pallido e smunto, gli occhi cerchiati. Spesso fu preda di capogiri. Sembrava quasi un fantasma che risorgeva solo in segreto, per Gabriel.

Suor Celeste si avvide di quegli strani malesseri ed un dì la convocò per un colloquio.

Due tocchi leggeri sulla porta.

- Avanti. - disse la Capo sala che sapeva trattarsi di Suor Teresa.

- Prego, accomodatevi pure. - continuò notandone l’indugio e indicandole con la mano la sedia di fronte alla sua scrivania.

Quella si sedette senza spiccicare parola.

Suor Celeste la guardò da sopra gli occhiali e cominciò il suo discorso.

- Non mi avete chiesto il motivo di questo colloquio. Ma forse lo immaginate. Riguarda il vostro stato di salute. Mi preoccupa. Non siete più la stessa, nemmeno nel lavoro. So che il medico vi ha visitato e che non ha riscontrato in voi nessun problema  organico. Perciò non mi è stato difficile supporre che forse…c’è qualcosa  dal  “di fuori” che desta la vostra preoccupazione. Ditemi se sbaglio.

- No. Non  sbagliate.

- Allora vi farebbe bene confidarvi. Mi piacerebbe esservi d’aiuto.

- Ve ne sono assai grata. Ma nessuno può farlo.

- Oh, Signore Santissimo! Cosa ci può essere di così tanto grave da spingervi ad agire in codesto modo?

- E’ che non sono più sicura di nulla. Propositi e convinzioni del passato: sento che non mi appartengono più. 

Suor Celeste annuì col capo.

- Capisco. Crisi di vocazione.

Gli occhi di Suor Teresa si inumidirono di lacrime.

- Beh, in fondo non è la fine del mondo. E’ capitato diverse volte, e questa non sarà l’ultima. La tua sofferenza, però, mi sembra esagerata, figlia mia. La fede è autentica quando non è sempre sicura. A volte sembra dileguarsi per ritornare ancora più forte di prima.

- Questo però non è il mio caso! - fu l’urlo soffocato dell’altra.

- Perché lo dite. Cosa avete fatto?

- Ho peccato e sporcato l’abito che indosso.

L’anziana suora ebbe un’intuizione.

- Gabriel. C’entra Gabriel in tutto ciò?

- Si.

 

A quell’ammissione, seguì un silenzio che parve infinito. Poi Suor Celeste riprese a parlare.

- Mi pare inevitabile che a questo punto voi non abbiate scelta. Dovete andare via da qui al più presto. Credetemi, sono molto addolorata. Vi consiglio di far ritorno a Torino e …di parlarne con la Madre Superiora. Lei è molto comprensiva ed intelligente. Saprà consigliarvi per il meglio.

- Ma cosa direte agli altri, alla consorella.

- La consorella vi accompagnerà. Ognuno, lei compresa, dovrà credere che motivo del viaggio sono le consuete pratiche di orazione. Oggi stesso sarà mia cura telegrafare alla superiora. Domani mattina all’alba il cocchiere vi accompagnerà in stazione e lì prenderete il primo treno per Torino. Troverete la carrozza ad aspettarvi alla porta principale. Sarà defilata, nello spiazzo situato fra quei pini che potete scorgere da qui, - le disse indicandoglieli col dito.

- Darò subito disposizioni in merito e badate bene di non dire nulla di tutto ciò a Gabriel. Preparerete le vostre cose con gran riserbo. Al dopo, ci penserò io.

Le due donne  si alzarono quasi simultaneamente.

- Grazie. Pronunciò sottovoce Suor Teresa.

Suor Celeste non aggiunse altro. Solo le porse un crocifisso affinché l’altra potesse baciarlo.

Il giorno dopo, verso le prime ore del mattino, la suora salì nella carrozza assieme alla silenziosa compagna, e partì.     

Come fu diverso il viaggio del ritorno. Non c’erano le sferzate di luce a dardeggiare i campi e il tempo plumbeo gravava sul suo petto come un’oppressione. Lei guardò la consorella immersa nelle solite letture e la invidiò . Poi si volse al cielo. Ancora non pioveva; immobile attendeva, pur coperto da nuvole nere. Allora occhieggiò il paesaggio che le sfilava incontro con tutta la sua monotonia e chiuse gli occhi, cercando di abbandonarsi al ritmo cadenzato del cavallo in trotto. I pensieri  però non le davano requie. Si affastellavano uno dietro l’altro, come panni stesi, come vele  gonfie di vento che se ne vanno lontano, sempre più lontano…Assieme al suo Gabriel che non aveva potuto avvisare. Un lampo ed un tuono la destarono. La pioggia ora bucava le nuvole sempre più forte sferzando la sua rabbia ovunque.  Lei si sentì compresa e di ciò fu lieta. In quel preciso istante ebbe chiara la sua decisione. Voleva accennarlo alla consorella, ma quella ora dormiva.     

Tutto il resto procedette come previsto.

Giunte in sede, Suor Teresa si accomiatò dalla compagna e subito chiese della Madre superiora, la quale non si fece attendere.  

Il viaggio intrapreso, l’aveva ritemprata. Si sentiva forte e determinata a far valere i suoi intendimenti. Pronta ad affrontare e a superare ogni ostacolo. Non si vergognava più del suo sentimento. Come ci si può vergognare dell’amore?

 

Queste elucubrazioni, però, si rivelarono inutili. La Madre superiora, una signora matronale, dallo sguardo acuminato che un sorriso bonario nascondeva ai  più, l’accolse con disponibile gentilezza. La lasciò parlare concedendole molta attenzione, e quando la suora le dichiarò il suo proposito di lasciare l’abito monacale, ne accolse la domanda.

         La mattina stessa Suor Teresa ridivenne Elisabetta L.

         Indossò vesti borghesi, modestissime, si ché aveva l’apparenza di una fantesca e poi uscì dall’Istituto.

        Una volta fuori, inspirò a pieni polmoni tutta l’aria che poté.  Un’aria fredda dall’odor di neve. Guardò il cielo e notò che non c’era più traccia di nuvole.       Raramente  lo aveva veduto così terso e puro, di un azzurro profondo ed uniforme.

Forse solo da bambina e come una bambina, ora si guardava intorno interessata ad ogni cosa. Alla gente che tutta imbacuccata andava e veniva, all’anziana signora che arrostiva le sue caldarroste, al piccolo strillone di giornali con indosso una misero cappottino rattoppato che non riusciva a coprire le sue ginocchia viola. Sulla strada circolavano diverse carrozze ed ogni tanto dei nuovi mezzi di locomozione detti autovetture che si muovevano senza cavalli ed erano  roba per signori.

Elisabetta attraversò per raggiungere l’Albergo della “ Stella d’Italia”, in Via Nizza 11, dove chiese una camera.

La giovane donna, in seguito, spedì a Gabriel ad Ivrea un telegramma nel quale lo pregava di partire subito e gli diede appuntamento in albergo.

Il giovanotto giunse lì verso le ventitrè del medesimo giorno e salì tosto alla camera di Elisabetta. L.

 

 

 

 

COSI TERMINAVA L’ARTICOLO

 

Il  Gabriel si coricò sul letto, la donna invece rimase seduta sopra un sofà. Verso le due il giovane, che si era appena addormentato, fu svegliato all’improvviso da un singhiozzare convulso e vide l’Elisabetta accasciata sul divano. Mentre il Gabriel le si avvicinava per chiedere che avesse, la poveretta svenne. Egli tentò di prestarle qualche soccorso, le spruzzò d’acqua il viso, ma poi vedendo che la donna non rinveniva chiamò il personale dell’albergo. Accorse il proprietario Felice A., il quale visto lo stato dell’Elisabetta pensò di mandare per una guardia.

Poco dopo sopraggiunse un agente di P.S. che, aiutato dall’albergatore, dal Gabriel e da certo Giovanni F., trasportò la donna abbasso e a mezzo di una vettura pubblica l’accompagnò al S. Giovanni.

Quando giunse all’ospedale Elisabetta L. era già spirata. I medici che la visitarono, ritennero che si tratti della rottura di un aneurisma, ma, per accertarsene, procederanno all’autopsia del cadavere. Il Gabriel fu invitato a recarsi in questura dove venne trattenuto fino a stamane.

Il povero giovane sembra inebetito dal dolore. ( 11 novembre 1902 )

 

 

 

 

 

COSI’ TERMINO IL  RACCONTO:

 

Quando Elisabetta si vide di fronte il suo amante, non seppe resistere e gli buttò  le braccia al collo.

- Amore mio adorato. Finalmente ti posso vedere, toccare.

Lui si allontanò immediatamente da lei e la guardò.

- Ma che hai fatto, come sei vestita?

- Ho riflettuto molto sulla nostra situazione ed ho deciso. Ho rinunciato al mio abito monacale. Ora sono libera, non sono più vincolata a niente. Potremo sposarci ed andare a vivere insieme senza più alcun timore. Ricordi, quante volte ti rammaricavi che io fossi una suora?

Il giovane era sbigottito, la guardava con occhi stralunati.

- Tu sei pazza. Ma come hai pensato che potessi sposarmi con una vecchia.

- Vecchia? Avevi detto che gli anni per te non contano, che esiste solo il presente.

- Dodici anni di differenza non sono il presente. Nella vita si dicono tante cose.

- Ma se ci sono uomini anziani che sposano delle giovinette!

- L’hai detto: uomini. Non donne.

- Non vedo alcuna differenza.

- Gli uomini possono procreare sempre. Tu tra poco sarai solo un ramo secco.

- Il seme di un vecchio si lascia dietro molti orfani. Ma quando c’è l’amore…

- Amore, amore. Basta con codeste sdolcinerie!  

Lei si sentì svuotata e si lasciò cadere inerme sul sofà.

- Ecco, ciò che tu sei. Finalmente hai gettato la maschera. Mio Dio perdona i miei peccati, la mia cecità. Ci sono cascata bevendo ogni tua bugia. Vigliacco, sei solo un vigliacco! - diceva lei a denti stretti, maledicendo il momento in cui l’aveva incontrato, con tutta l’intensità di un amore che si trasforma in odio.

- Ora sono stanco, - affermò lui sdraiandosi sul letto. - In fondo non è la fine del mondo. Puoi sempre ripensarci , ritornare dalle tue amiche suore. Devi comprendere che io ho i miei progetti, desidero partire…

- Tu, non mi hai mai amata. Non posso ancora crederci che tutto quelle dolci parole e quell’ardore fossero finzioni, - gli rinfacciò lei, con gli occhi ricolmi di lacrime.

- Desiderio è una cosa. Amore è un’altra. Le libidini di un uomo non sono complicate. Anche adesso ho voglia di te. Vieni, facciamolo per l’ultima volta! -

l ‘esortò da sdraiato, invitandola a raggiungerlo con il gesto di una mano.

Fu a quel punto che Elisabetta sbarrò con orrore gli occhi, vedendo tutta l’intensità di un buio che stava ingoiandola. Ci fu un lamento e la poverina si accasciò esanime sul divano.

Lui si sollevò dal letto, pensando che la donna volesse attirare solo la sua attenzione. Quando le si avvicinò, comprese la gravità del suo stato e tentò di rianimarla. Inutilmente. Chiese aiuto ad altri  e la donna fu portata in ospedale.

Lì Suor Teresa, ritornata inutilmente Elisabetta L. per cercare di coronare il suo sogno d’amore, spirò e certo si ricongiunse a Dio.

 

Non si seppe che cosa riservò poi il destino all’aitante Gabriel, se dentro la sua coscienza serbasse il rimorso per ciò che aveva causato.

Ci sono delitti che non perpetra la mano, che non lasciano impronte sul terreno, ma che non per questo sono meno orribili. Più viscidi e vigliacchi, la giustizia umana non può punirli. Quella Divina , si spera, SI.