Artur contro tutti

(Massimo Millella)

 

 

La stanza è tutta rossa, le lenzuola sfatte strisciano sul pavimento, fotografie di ragazzine senza vestiti alle pareti, quattro bottiglie di un whisky scozzese, McClutcheon, pregiate e vuote a riempirsi di aria stantia, ma perfettamente appoggiate ai quattro angoli, pezzi di carta igienica, stracci di giornale sporchi di merda, un catalogo di un ipermercato, un gatto impiccato al lampadario, a quanto pare, da parecchi giorni. Uno scuba sul comodino e un aspro odore di cocaina. Ci vive qualcuno che non vuole viverci a lungo. Certe persone non hanno paura di riconoscere la morte e la fine in ciò di cui si circondano, non si distraggono, anzi, concentratissimi, tendono continuamente alla conclusione di tutto, non si lasciano abbattere dalle prime botte di entusiasmo e nè si rassegnano ai momenti di fortuna e di gloria. Devono schiattare e male, per questo stanno al mondo.

Sotto il letto si intravede un movimento, è probabilmente lì che si nasconde il padrone di questa stanza.

Esita a farsi riconoscere, ma è evidente che soffra a stare nell'oscurità. La televisione è l'unico segno di continuità di questo istante, è accesa e trasmette cose, indifferente. C'è una pubblicità, molto vecchia, mi sembra di riconoscere Renzo Arbore, che pubblicizza una birra, meglio, la birra. Era il 1982. Forse lo è ancora, ma non lo ritengo possibile. Sarà una replica, penso, ma sono dieci anni esatti che non accendo una tv e non posso sapere se ormai mandino in onda soltanto repliche di pubblicità vecchie. Decido di non chiedermelo nemmeno. Avanzo a passo breve, allungando l'ombra nella stanza, mi avvicino al letto, chiunque vi si nasconda sotto, è terrorizzato. Non sarò io a chinarmi, sarà lui, questa cosa, a venire fuori, probabilmente per scappare, o per aggredirmi, ma sono preparato ad entrambe le possibilità. Ha denti pericolosissimi, è vero, potrebbe mordermi le caviglie se resto così in piedi, ma in questo caso gli sparerei in faccia, o magari sul collo, per non rischiare di colpire me stesso. E' una bestia furba, ma pavida: se mi siedo sul letto, non farà altro che pisciarsi sotto e sperare che io me ne vada.

"non me ne andrò mai, amico mio." sibilo, lasciandomi andare sul letto. Restiamo così, per una manciata di minuti, senza un movimento che sia uno. In televisione è cominciato un quiz, che ha tutta l'aria di essere di successo, visto che il presentatore dà l'impressione di essere un pappone, abbraccia e palpa le femmine nude attorno a lui e dice parole alternate a risate e cenni d'intesa col pubblico. Con me, cioè, e con la cosa che sta qui sotto di me.

Ho 45 anni e la mia vita è diventata questa cosa qui che sta sotto di me. Devo stanarla e ammazzarla, ogni dieci quindici venti giorni, sì cambia, ma in fondo è sempre la stessa feccia. All'inizio era una tortura, sembrava di ammazzare mia madre, tutte le volte. Lo dissi al Professor Seimancic, pensando di trovare una soluzione fuori da me. Le sue parole furono semplici e schiette, com'era nel suo stile, "Ammazza tua madre e capirai che non è la stessa cosa.". Entrai nella scatola e naturalmente capii (succede a tutti, dopotutto). Quella notte la scatola fu la mia migliore amica e ammazzai mia madre dieci quindici venti volte di seguito, all'inizio urlando dal dolore, schiacciandomi contro il pavimento per costringermi a stare immobile, ad evitare questa follia. Mia madre aveva un bel vestito rosso scollato. La decapitai per cinque volte di seguito, poi scelsi altri tipi di decessi. Non voglio entrare nello specifico, nè intendo vantarmi, ma la scatola mi premiò, entrai nel girone conclusivo, affrontai tutti i peggiori incubi, cominciai contro i peni infuocati che venivano a sondare il mio culo, ero armato solo di una pesantissima affettatrice non solo ingombrante ma, come scoprii dopo una continua e cruenta mutilazione, anche inutile, infatti più li combattevo e meno capivo che quello era soltanto il primo livello, robetta da principianti: apparve chiaro che lasciarsi sconfiggere da essi sarebbe stato come non crescere mai, li ignorai e passai il turno; mi attendevano le seicento ore consecutive in una specie di studio commerciale in cui una persona stava seduta, l'altra in piedi, non si guardavano mai, solo toccavano delle carte, fogli, protocolli, e non parlavano se non dello zucchero nel caffè, due volte al giorno, in quella che loro chiamavano "pausa". Erano quasi sempre immobili, non c'era rumore di traffico fuori, non sembrava ci fosse bisogno di passare alcuna scopa di tanto in tanto, solo tra le sette e le otto, il tempo mutava un pò perchè i raggi del sole, tutti i giorni, illuminavano la montatura degli occhiali dell'uomo in piedi. Quello seduto non faceva niente. Dopo seicento ore, questi prese la testa dell'altro e la schiacciò tra le mani, con un gesto secco, senza violenza. Dopodichè, mi parve di capire che quello seduto ero io e che avevo vinto. Venne il momento della finale e scesi in campo senza capelli, nè peli. Giocai a Las Vegas tutti i soldi che avevo guadagnato, probabilmente presso lo studio commerciale ma non ricordo proprio perfettamente la ragione di tutto quel denaro, mi divertivo a scopare solo con le puttane che mi ricordavano la rossa del film Brazil, naturalmente solo quelle che mi potevo permettere, e mi alzavo dal tavolo con voci di scimmie che urlavano nella mia testa, posso ricordare di non aver mai sudato, nè caldo nè freddo, ma in compenso sprofondavo, dormivo nelle buche del deserto, mi cibavo di formiche, avevo solo un frac, sempre pulito impeccabile, sospeso tra la sabbia e il cielo assolato, era la mia vita, le buche, le puttane, il frac, il gioco che mi strappava giorno dopo giorno non solo il denaro, che odiavo, ma l'entusiasmo, la passione, la paura di perdere.

Era sicuro che avrei perso, prima o poi, tutto. Questa consapevolezza fu decisiva. Lo dissi al croupier, con entrambe le mani tra le cosce di una ungherese cicciona, lui annuì, mi prese tutti i soldi e mi mandò via da Las Vegas. Diceva di poterlo fare, di averne il diritto, insomma il potere.

 

Uscito al sole, allo scoperto, senza più dubbi su chi fossi o su chi sarei voluto diventare, la scatola mi scelse. Non parlavamo molto, anche perchè il Professor Seimancic morì, sventrato da una bomba, a Seoul, molti anni fa. E non riuscii più a comprendere il difficile linguaggio della scatola, senza un maestro, senza un mezzo qualsiasi per interpretarla. Da allora ho creduto ad ogni cosa, ad ogni Madonna apparsa, ad ogni fantasma nel bosco, ad ogni bugia delle donne, ad ogni missione che mi fosse affidata. Il mio compito è questo, uccidere, distruggere tutto ciò che esiste. Perchè è tutto vero, reale, concreto, tangibile. La gente non ci crede e fa finta che quello che vede non ci sia per davvero.

Quel pappone in televisione ha appena regalato dei soldi a un concorrente. Il concorrente è felice, ma se spegnete l'apparecchio non esiste più, svanisce e non torna più. Per quello i papponi conduttori sono sempre gli stessi nell'arco di una stagione, per rassicurarvi del fatto che no, non stavate sognando ieri. Io sono il vostro pappone e ci sarò sempre. Poi lo incontrate al supermercato e vi emozionate perchè pensavate che non esistesse. Principianti, ancora alle prese con i peni infuocati.

Ho raschiato la faccia delle Madonnine che piangevano lacrime umane, perchè magari vedendo il sangue avreste creduto al miracolo con molta più convinzione. Ma niente, è un falso, dite voi.

Io ho ucciso Batman e ho trascinato la sua carcassa fino in una piazza ucraina, è stata una lotta durissima, sanguinosa, da uomini. E lui ha avuto la peggio, ma niente, le autorità hanno fatto sparire il corpo, prima che diventasse un caso. Lo fanno sempre. Batman nella vita era un direttore d'orchestra, molto conosciuto, anzi direi di fama mondiale. Di notte volava come un pipistrello e se ne stava a scomparire dietro un enigma e l'altro, all'oscuro di tutto e di tutti. La mia missione era abbatterlo e tirarlo fuori dall'immaginario collettivo. Ho salvato tutti i gerarchi nazisti che ho potuto, affinchè potessero essere persone viventi e non icone di satana, invece non li cerca nessuno, schiattano di vecchiaia, in alberghi e case di riposo, circondati di affetto. Da dieci anni che non conosco nessuno che sia fittizio, immaginario. Mi innamoro di ogni donna, ho fatto un figlio con ognuna, non posso pensare alla loro crescita, perchè ho continue missioni da portare a termine, ma seguiranno il mio esempio, ne sono certo. Se io fossi intelligente direi loro fino alla nausea che "tutto ciò che pensate, che amate o che temete, esiste davvero. Questa è la scatola."

Ma non ci crederebbero, ci credono sempre meno. Perciò devo uccidere, perchè le carcasse dei presunti sogni siano ben visibili, prove inconfutabili.

 

Il Quiz è finito, iniziano ad abbandonarmi le forze, occhi e braccia pesanti, mi stendo, lascio che la cosa sotto di me pensi che io sia un pò distratto. La trappola funziona. La cosa si trascina fuori dalla parte oscura del letto con un rumore bavoso e un fetore improvviso. Si precipita verso la porta, la sta per aprire, è disgustoso, penso io: lo sparo, silenzioso, abbatte l'orrenda creatura che si accascia al suolo e, in sostanza, perisce. Lo guardo negli occhi sbarrati da animale morto: "Fai schifo Topolino"

 

 

Quello che da noi chiamiamo Topolino, noto perchè Topolino bla bla MIckey Mouse Walt Disney, è in realtà uno squallido alcolizzato, maniaco e pedofilo. Lavora a Disneyland dove viene pagato una miseria per fingere di essere un pupazzo, non si cambia negli spogliatoi, è uno schifoso topo gigante, vive in una stanza d'albergo, di antichi risparmi e di qualche macabro spogliarello per soli ricchi filippini. Ogni notte torna in camera con una ragazzina diversa e si diverte con fruste e cinghie, poi ne divora i corpi perchè di questo si ciba Topolino, di corpi di vergini, sangue e carne giovane.

Puzza di vecchio. La mia missione è compiuta, lo schifoso enorme topo è riverso a terra. Gli tolgo i pochi stracci che ha addosso, lavo il cadavere e lo avvolgo in una coperta.

Me lo trascino sulle spalle, lasciando dietro di me l'inferno. La notte prima o poi ammazzerà anche me, penso, e mi sento sempre più forte. E Topolino sempre più leggero.

 

Sulla via del ritorno, consulto la scatola, ma non capisco molto. Si allude a Gesù, credo, che ogni notte scende sulla Terra, ruba una decapottabile rossa e va a sfracellarsi a 200 all'ora contro un muro. Deduco sia la mia prossima missione.

 

Artur.