Il cartello
(Meltea)
Mi arrampicai tutto solo, perché ricordavo la strada. Era un pomeriggio, un luminoso pomeriggio d’aprile, mi sentivo assonnato ed arrabbiato per tutta una serie di cose. Era un periodo che la fortuna non mi aiutava. La volontà personale si trovava invece mortificata e tentava di rivolgere la propria rabbia all’esterno per non far male a sé stessa. Per non farmi male.
Mi ricordavo quel posto perché là abitava mia nonna prima che si trasferisse a N. Quand’ero bambino io, le casette bianche erano ancora popolate, fu dopo, verso gli anni ’80 che la gente rifluì verso il paese di N. e lasciò quegli edifici, che oramai non servivano più neanche a luogo di villeggiatura. Troppo isolati, là nel mezzo ai monti, troppo freddo anche di primavera. Giusti giusto gli appassionati di montagna.
Risalivo quelle strade ripide dunque, con la mia auto che arrancava pensando a tutti i ricordi che là avevo lasciato, a Giovanni, mio coetaneo che all'epoca abitava là, poi la famiglia si trasferì a Roma. Non l’ho più rivisto. All’epoca aveva un gran testone, non era molto intelligente, sapeva giocare solo a piantar lenticchie- perché erano le cose che vedeva fare a suo nonno. Suo nonno era alto e burbero, Ugo si chiamava, mi pare, morì presto, io avevo tipo sette anni. La famiglia allora decise di migrare al paese. La vecchia Pia però non li seguì. Disse che la sua casa era là e là credo viva ancora, perché nessuno mi ha mai informato della sua morte. Mia madre me l’avrebbe detto subito.
Quell’Ugo, Pia l’aveva sposata giovane. A me aveva fatto da nonna. Ricordo ancora casa sua, con quel camino gigantesco e quel cagnolino sul mobile delle scale con la testa in movimento. Doveva esser stato un ricordo di qualche vecchia macchina. Saranno andati al mare qualche volta, Pia, Ugo e il padre di Giovanni. Era la testimonianza che almeno una volta dal paese si erano allontanati.
Ero cresciuto fra quel paese e S., poco lontano da N., di là viene la famiglia di mia madre. Mio padre invece nacque qua, coi miei nonni vennero via negli anni ’60. Ma continuarono a fare questa strada prima in motoretta (il babbo davanti, mio nonno a guidare, mia nonna dietro e la gabbia coi piccioni nel portapacchi) poi con la prima macchina. Targata Genova. Tutti i genovesi per strada ci salutavano, quando c’erano poche macchine in giro usava. Dubito che mio nonno sia mai stato a Genova.
Un grosso animale che mi tagliò la strada (ma fu velocissimo a scapapre, fortuna per lui) mi fece tornare con la testa al posto di guida, oramai ero quasi arrivato. Da lassù non si vedeva la valle, c’era riflesso. Il sole picchiava molto forte per essere in primavera. Ma la strada era quella, anche se di cartelli non ne abbondavano. Scalai di marcia, voltai a destra e l’altra valle, quella più piccola ed interna alle montagne, si aprì. Un terreno brullo e verde pallido insieme ad una spianata grande e vuota accoglieva il vecchio paese come un grembo. Decisi di fermarmi in un punto di osservazione per potermi godere la vista senza l’obbligo di stare attento alla strada.
E allora mi fermai. Mi fermai sullo spiazzetto panoramico, con piazzetta per osservare la vallata e poi strapiombo. Mi osservavo i piedi per non essere preso dalla vertigine. Poi osservai alla mia destra: c’era fisso nel prato uno strano cartello, un senso unico puntato verso la valle, verso nessuna strada. “Qualche burlone l’ha rubato dal paese e ce l’ha piantato” pensai. Senso unico. Ma se metti senso unico in quella valle non torni più indietro, che assurdità!
Decisi dunque di andare avanti, ancora avanti, raggiungere il paese. La macchina aveva adesso preso il via lungo quella pianura piccola, ma a suo modo sterminata. Non c’era un albero che uno. Le case bianche del paese si confondevano col paesaggio, io lo distinguevo perché lo conoscevo a menadito tramite le storie raccontate da mio padre, che le aveva sentite dai nonni, su personaggi, avvenimenti d’altri tempi, di altre dimensioni…sapevo ad esempio che poco prima del ventennio fascista spirò un garibaldino e che uno degli sceneggiatori di Destinazione: Piovarolo, con Totò, al momento di stendere il copione si ricordò di una certa questione politica nata dalla sua morte e la deformò per esigenze di scena.
Si chiamava Eugenio…Eugenio Coccia, se non sbaglio. Visse una novantina di anni. Era una sorta di eroe nostrano, un omino di ferro. Adesso una via di N. si chiama Eugenio Coccia. Le vie del paese invece si chiamano via della chiesa, via delle mura, via delle rose…sono rimaste così, nessuno le ha politicizzate o attualizzate. Non è passato né De Gasperi né Togliatti. La figlia del Coccia era coetanea della mia bis nonna. Fece un figlio, tra gli altri, che fece un altro figlio che fece una figlia. Si chiamava Teresa Magnani. La prendevamo tutti in giro perché era grassa e goffa. La vestivano come una pezzente. Ci dicevano, portate rispetto, che è nipote del Cavalier Coccia. Ma noi non ci badavamo. A noi pareva strana, con la sua mania di allevare animali di ogni genere, tanto c’è posto. A me piaceva Milly. Le misero a nome così perché in viaggio di nozze i genitori erano stati a Torino ed avevano visto la cantante. Il prete criticò la scelta ed impose il Maria iniziale. Maria Milly, biondina. E il fratello Luciano, come Tajoli.
Parcheggiai davanti alla bottega di Luciano. Pareva chiusa. “Se n’è andato anche lui” pensai con un fiume di tristezza soffocato per la gola. Il paese pareva più deserto del solito, nonostante la primavera e poi l’estate lo porti ad animarsi di turisti. Girai, girai. Vidi la chiesa chiusa, le stradine strette da cui la neve dell’inverno non era stata tolta, vidi le casine grandi quanto quella di Barbie. Stavo quasi per piangere. Quando una vocina mi chiamò da una finestra.
“Luca…Luchino…”
Alzai gli occhi e la vidi, con la testa avvolta nel foulard da cui usciva uno sbuffo di capelli, tutta gobba e ripiegata su se stessa, ma non morta. Gli feci cenno di aprirmi, ma non aveva citofono. Scese le scale a piedi e piano piano. Mi sorrise aprendo la porta. Disse una frase che sul momento mi parve strana, disse:
“Luca…allora alla fine eri tu…”
Gli risposi: “Sì, sì”. Poi mi invitò su al piano superiore. Salivo per quelle scalettine strette un tempo a me familiari. Rividi il cane con la testa in movimento, invecchiato, ma al suo posto. Pia mi offrì del té e delle lenticchie. Volle sapere di me, se ero sposato, se non ero sposato.
“No, no, sono giovane ancora”
“Lo immaginavo” rispose ammicando e lasciandomi ancora più confuso.
Parlammo di questo e di quello. Mi disse di suo figlio, abitava ad A. adesso. Gli dispiaceva, disse, per la fine che avrebbe dovuto fare, ma era un ingenuo. E al mondo non c’era bisogno d’ingenuità. “Com’è dura, povero Giovanni” pensai “Infondo è un brav uomo”. Non mi disse però cos’è che gli era successo. Mi raccontò invece della mamma della Milly, era stato l’ultimo funerale in paese, al quale era stata presente solo lei e i familiari. Il fratello della Milly allora aveva lasciato la bottega e se n’era andato a N. Pia in paese era rimasta sola.
“Sola?” chiesi “Ma non hai paura? E se ti sentissi male?”
Mi squadrò con uno sguardo che se non fosse stato molto materno mi avrebbe fatto rabbrividire. “Caro mio” mi disse “ Nasciamo e muoriamo soli”.
Chiacchierammo, la lasciai e mi rimisi in marcia. La strada pareva adesso più pesante, non ero pronto ad affrontare le montagne e a lasciare questo paese fantasma e questa donna anziana sola. Per un attimo pensai di caricarla in macchina e portarla a N. Avrebbe rifiutato, mi dissi. Sbucai da quella curva col cartello stano di senso unico, ma non ci feci più tanto caso. E invece avrei dovuto perché di là iniziò improvvisamente a fare caldo. Un caldo che non si reggeva, pareva di bruciare. Anzi, si bruciava.
Non potetti andare avanti. Sulla macchina il sole fece l’effetto di una benzina e tutt’un tratto mi ritrovai con la pelle rovente scaraventatomi fuori da una macchina bruciata. Non capii. Raggiunsi presto l’altro lato della vallata e c’era ancora quel cartello strano. Mi rotolai sull’erba, perché nella conca il clima era diverso e l’erba bagnata. Avevo bisogno di rinfrescarmi.
Rotolai fino a valle e feci la pianura a piedi. A poco a poco quello che prima era stato un enorme spiazzo vuoto si popolò di animali, di coppie di animali. C’erano non solo gatti, cani, topi, ma anche Leoni, tigri, una giraffa che riconobbi perché un circo la perse proprio in questa zona. Tutto questo aveva un che di surreale, il cartello, Pia, le coppie di animali…avevo rivisto, risentito tutto questo. In un passato che non ricordavo, non affuocavo. Ancora però non capivo.
Arrivai stremato e bagnato. Trovai ad aspettarmi due donne, Pia e una mora coi capelli ricci, alta, magra che mi sorrise con gli occhi che le brillavano.
“Luca” disse
“Teresa” risposi.
Gli animali…
“Luchino non puoi più percorre la strada a ritroso. Non l’hai visto il cartello?”
Chi disse questo delle sue donne?
“C’entra Dio in tutto questo?”
“C’entra l’uomo”
“E cosa fa l’uomo?”
“Distrugge”
“Con quali armi?”
Pia guardò Teresa.
“Sono cose che sai bene” disse poi l’anziana donna “Cosa sia quel caldo, cosa sono le bombe, cos’è l’energia, cos’è l’amore e l’odio. Sei un uomo anche tu, infondo”
Non ebbi cuore di chiedere che fine hanno fatto gli altri.
Fattostà che da allora questa è la mia casa. Pia sta male, è bloccata a letto e forse presto morirà. Teresa è incinta, io coltivo lenticchie e forse sto iniziando a capire come far crescere gli alberi dai semi che Teresa ha raccolto per sfamare le bestie e per sfamare noi. Noé aveva il compito facilitato, Dio lo avvertiva, lui obbediva. Ma la nostra vita è ben difficile, non siamo santi, dio non lo sentiamo e non ci parla. Abbiamo solo avuto questa vocazione, che è il dono più bello del mondo perché la vita è in mano a noi ed è una maledizione perché certe volte è dura, ti viene da pensare che forse era meglio non aver preso quella macchina ed essere morto con gli altri. Perché mentire a me stesso, sono morti. E mi mancano, mi mancano immensamente. Noé era un giusto, gli altri no. Io non sono da meno degli altri, ci sono uomini e donne migliori di me. E allora perché, mi chiedo.
Ma bisogna andare avanti. Oggi la cavalla ha figliato.