L’isola di Alonso
(Meltea)
Alonso era spagnolo. Proveniva da un’isoletta sperduta nel Mediterraneo, poco meno che un scoglio, vicino Formentera o giù di lì. Un posto che non è neanche segnato sulle cartine. A parte quelle nautiche, giustamente, per non far incagliare le navi.
Incontrai Alonso per la prima volta al Café Le Chat Noir, Pigalle, io abito là. Avevo deciso di prendermi una boccata d’aria, ero scesa, tutto qua. Perché iniziammo a parlare non ricordo. Probabilmente gli chiesi una sigaretta- o lui la chiese a me. Davvero, non ricordo. Comunque si accorse del mio accento. La cosa sul momento mi dette alquanto fastidio, pensai, diamine, tutta la fatica che ho fatto per migliorarlo. “épagnole?” mi chiese. Risposi “Non, italienne”, sorridendo di sufficienza. Dio, come avrei desiderato se ne andasse. Ma restò, per mia fortuna.
Alonso mi parla spesso della sua isola, dice che è un mondo a parte. Ogni mattina la gente si sveglia ed ogni sera va a letto come in ogni parte del mondo.
“Ma non è come qua” dice lui “Ma non si può spiegare, è un altro mondo”.
Ed in francese non riesce a dirlo, io poi lo spagnolo lo mastico giusto giusto per dire due frasi. Prese dalle canzoni di Madonna, poi.
Alonso mi racconta, socchiude gli occhi, guarda in alto e parla, dio quanto parla. Sembra proprio che in me abbia trovato quell’ascoltatore che cercava da tempo. Ma tutto sommato lo ascolto volentieri, mi ricorda, quel che dice, mi ricorda tutta una serie di favole, di luoghi fantastici. L’isola dei Feaci, presente? Dove tutti sono felici ed è sempre l’età dell’oro. Ecco, scordatela. L’isola di Alonso è l’esatto contrario, l’opposto. Ci sono successe tante di quelle cose, che si stenta a credere che non sia segnata sulle mappe. Poi pensi, sono cose di nessun conto, vicende familiari, paure generali, riti, feste…e ti dici (o almeno, io mi dico) che bello che siano incontaminate. Insomma, che alla fine pochi, a quanto lui mi dice, ci abbiano messo piede. Il turismo fa scoprire tante cose, ma ne sciupa altre. Metti, tutta la gente che va a Zante a causa del Foscolo che poverino se ne stava in giro per il mondo a dimenticare la terra natale. Flotte di turisti assatanati, tutti insieme, tutti stipati sulla spiaggia da cui vergine nacque venere. Risultato, di veneri ce ne sono tante quante sulla spiaggia di Viareggio. Comunque.
Un giorno, era il 14 luglio, andammo a vedere la parata, poi gli offrii da bere. Mi disse, da noi una cosa del genere non esisterebbe. Perché? Gli dissi io. Perché…socchiuse gli occhi come suo solito.
“Fondamentalmente” rispose, e non me lo scorderò mai “Perché non ci sentiamo Spagna. Formentera è vicina, ma è lontana, tu entends?”
E poi disse, quelli della mia isola mi dissero, quando dissi che andavo, rispettiamo le tue decisioni. Ma dentro di loro pensavano, bravo, fai bene, quaggiù non è un bello spettacolo. Sì, sì, è questo che pensano dell’isola.
“E tu che pensi?” chiesi.
“Io non penso niente” rispose.
Ma qualcosa pensava, me ne accorsi quando iniziai a notare che ad ogni cosa, ad ogni volta che uscivamo, Alonso non riusciva a non parlare della sua isola. E quando non ne parlava, ci pensava. Tanto che quasi mi invogliava alla visita, se avessi avuto i soldi. Ma procediamo con ordine, successe nel 2005, lo ricordo perché era l’anniversario del Quijote. Qualcuno fece delle manifestazioni, delle letture Cervantesche o che so io. No, non partecipammo, ricordo che vedemmo il cartello per strada, io in quel periodo avevo da fare. Come mio solito- sono prevedibile- mi buttai in una disquisizione sulla figura del Quijote, di come tutto quello che fa per sfuggire al tempo ed alla morte mi affascina. Alonso un po’ ascoltava un po’ no, reclinava la testa, pensava, forse ad altro. Sì, forse proprio ad altro, perché mi rispose che l’isola di Sancio un po’ somigliava alla sua: già a partire dal fatto che non fosse sulle cartine. Risposi, un po’ improbabile, gli danno da credere che l’isola sia nel cuore della Mancha, ma la Mancha non ha isole.
“Ecco questo è il punto” rispose “Un altro dei punti in comune”
Al che non compresi. Ma Alonso parla per metafore, io invece sono una persona pratica, vado al sodo delle cose. E, debbo ammetterlo, stavo iniziando ad incuriosirmi. Perciò glielo dissi, racimolo un po’ di soldi e partiamo e me la fai vedere quest’isola benedetta, mare trasparente, paesino abbarbicato, feste comunitarie, persone che battibeccano continuamente, ma che da questo battibecco hanno tratto delle stupende opere d’arte custodite nel municipio che, di grazia, mi sarebbe anche piaciuto essere una delle poche privilegiate a vederle. Ecco, tutto questo dissi ad Alonso. Che scosse il capo e disse no. Non chiesi altro.
Però…però ricapitò l’occasione. Io, come credo avrete capito, sono italiana, ogni tanto torno a casa, giusto per vedere che fine hanno fatto i miei vecchi e se stanno tutti bene. Tornai tipo tre settimane, era estate, faceva caldo, un caldo insopportabile come può fare solo in Italia. In più i miei abitano in paese che sta in una conca- vi lascio immaginare il resto. L’aria stagnante non è tanto meglio di quella Parigina, ve lo assicuro. Comunque, tornai. Con una tristezza addosso che non vi dico. Non ci posso fare niente, mi fa sempre questo effetto. E lo dissi ad Alonso, tra emigrati…insomma, si cerca un po’ di comprensione. Mi rispose, secco:
“Vedi? Anche per te è così”
Sobbalzai.
“Cioè, è per questo che non torni alla tua isola?”
“Anche” disse “Anche.”
Il fatto è, disse, che la mia isola è molto bella. Questo lo so, risposi. No, non lo sai, disse, la mia isola, e parlò velocemente come se stesse parlando di una donna, la mia isola è come…come un magnete col ferro. I miei compaesani fanno di tutto per andarsene, ma io, disse, io me ne sono andato per vivere.
Iniziai a capire. Chiesi: “Per vedere altri luoghi?”
“Mettiamola così, ma non è proprio così” rispose lui.
Altri luoghi, già, come se si potesse vederne senza avere un luogo in cui tornare. Tutti ce l’hanno, ce l’ha l’orfano, ce l’ha il nomade. Alla fine tutti hanno un posto dove tornare, anche chi non lo sa. Che stupida a fargli quella domanda. Altri luoghi. Altri luoghi, lo stesso luogo, mi rispose, dopo averci pensato su a lungo. Alti luoghi, lo stesso luogo, con la gente che ami e che quando torni, torna la tentazione di restare per sempre, e che tutto rimanga come prima, come è stato.
“Fortuna che ci penso, che mi conosco” disse “L’ultima volta ho fatto anche il biglietto per il ritorno, per evitare la tentazione”.
Ma non solo non posso rimanere, disse. Non posso vedere, non posso ascoltare, non posso parlare con nessuno. Vedere mi ferisce, i suoni mi rimbalzano in testa per mesi e mesi dopo, rimanere mi fa stare male, mi fa venire voglia di correre via. Ogni volta è sempre peggio. E più amo la mia isola, più ho voglia di correre via, perché so, io lo so, che se non ci penso, la sua storia, la sua gente, la mia gente, adesso, come te la sto raccontando, da fuori mi sembrano simili ad una favola. Una bella favola, non necessariamente a lieto fine, ma pregna, che un tempo magari sapevo anche e che adesso mi fa piacere raccontare. Ma non si vive nelle favole, fuori c’è la vita. Ci sono luoghi che se rimango là non vedrò mai, ci sono cose che non farò mai, come se il tempo per me si fermasse, come se non pensassi più a me ma…a cosa, non lo so. Ma è così. Perciò ho deciso, non torno più.
Disse proprio così. E mi spiazzò, non l’avevo mai vista in questi termini. Io non ho…mai sentito così forte lo stimolo di rimanere. Qua ho trovato il mio lavoro, qua è la mia vita. Torno, come si saluta un vecchio amico.
Difatti non riuscii a capire se Alonso in tutto questo fosse troppo romantico, troppo determinista. Veramente, ormai lo conoscevo da un pezzo. Un discorso del genere me lo sarei aspettato da altri, da mie vecchie amiche che non riescono a partire e vorrebbero, da altre che sono sicure che c’è un luogo nella loro mente che hanno lasciato e che sicuramente col tempo è rimasto bello com’era quando sono andate. Ma non da Alonso, che è uno che fantastica tanto, sì, ma poi torna coi piedi a terra e si rende conto che il tempo scorre. E che le cose cambiano.
Eppure lo vidi sicuro di quel che diceva. Di una sicurezza estrema, non da lui. Gli chiesi se fosse doloroso allora, mi rispose, certo, ma necessario.
“Dunque vivrai tutta la vita da emigrante?”sorrise.
“Non lo so. Non lo so quel che la vita vuole da me. So solo che ora come ora è la cosa migliore da farsi”
Lo riconobbi.
“Forse” aggiunse “riuscirò a tornare quando arriveranno i turisti, il luogo sarà devastato e cambierà totalmente fisionomia. Tornerò e ricorderò i tempi andati, come faccio adesso”
“Ne dubiti?”chiesi
“Sì” rispose.
“Sei drastico” dissi.
“Sì” rispose.
Ma forse un giorno tornerà, chi lo sa. Mi viene difficile pensare che uno come lui possa mantenersi così drastico e assolutista. Non Alonso. D’altronde io parlo per me, a me non accade tutto quello che lui dice, o forse accade ma…bah non lo so, non lo so davvero. Sarà una citazione scontata, ma mi verrebbe da dire che nessun uomo è un isola. Nel senso che è inutile mettersi del mare attorno.
“Tu vacci pure però” disse “Poi raccontami. Ho voglia di averne notizie”.
E se e andò. Risalì Rue Lepic in silenzio mentre lo osservavo cercando di capire se mi fosse passato davanti un uomo coerente od un gran bugiardo che, lasciata me, dalle parti di Avers sarebbe scoppiato a piangere ricordando ancora una volta la sua isola. Scacciai il pensiero e dubitai io stessa. Poi volsi le spalle, presi il telefono e mi chiamai un taxi.