La Prima Domenica Di Pioggia

(Meltea)

 

Ho camminato, poi mi sono fermato. C'era Notre Dame davanti a me ed io, povero infreddolito mi sono detto perché no. Perché no, Laurie, perché no. Hai qualcosa da perdere, qualcosa da guadagnare? Ma la pioggia soffiava col vento e mi è mancato il tempo di formulare pensieri articolati. Sono entrato.

Sono entrato coi turisti, flotte di ispanici, italiani a naso insù, li capivo, ma rinchiuso nel mio giaccone non li guardavo- o avrebbero capito. Che. Li. Capivo. E non voglio. Ma con loro ho camminato un bel po', davanti alle statue dei santi, davanti ai rosoni, davanti ai confessionali in scatole trasparenti, come gli uffici pubblici, col prete con la targhetta davanti, come nelle banche. Ho camminato ancora. Ancora, Laurie, cammina. Sono uscito con la mente, ma faceva freddo. Mi sono seduto sulle panche. C'era un signore anziano che scacciava i turisti dall'area per i credenti, per i fedeli. Mi ha preso per francese. Mi ha preso per fedele. Mi ha lasciato là.

Non entro in una chiesa da un secolo in realtà. È la pace che cerco, è la pace che voglio. E non ne ho.

L’ho lasciata non so dove, non so quando. Qualche volta la ritrovo, qualche volta la perdo di nuovo, mi sembra lontana. E irraggiungibile. Imprendibile. Poi la riprendo. Poi riscappa. Marcio verso di lei. E camminando verso di lei mi trovai in Notre Dame. È la pioggia. È la pioggia la mia benedizione e la penna le mie mani giunte. La penna le mie mani giunte. Sul foglio.

La vidi, fece il suo ingresso come aveva fatto duecento anni fa. O più. Ma c’era gente stavolta, la cattedrale non era vuota. Entrò lo stesso, la vidi, capelli neri, occhi verdi, bella, sconvolta, fuggiva. Fuggono sempre quelli come lei, pensai con rispetto e guardai oltre. Gli altri non la videro, ma io sì. Io sì. Era bella. Quanto vorrei che mi parlasse, pensai. Parlami. Parlami, puoi fidarti di me. Perché? Mi chiesi. Perché sono solo, risposi. E le mie gambe sono come le colonne di questa cattedrale. E la mia testa è la terra. E la mia faccia il pavimento.

Ci sono cose che non si possono spiegare. Perturbanti. Che accadono, o accadono a metà. O poi prendono la piega sbagliata, poi. Si avvicinò. Tremavo. Ma volevo che ti avvicinassi. Ti sedesti vicino a me senza guardare, senza chiedere. Io non ascoltavo. Avevo provato, avevo sentito tre parole: sempre le stesse: Dio, Fede, Gesù, Vera Fede. Il gesuita seguitava, il bambino cantava, la voce si spandeva per lo spazio, per l’alto, per dimensioni passate riportate alla luce da quella voce non fanciullesca, non femminea, aspra, adolescenziale. Non sono qua per le parole, pensai, ma per la Cattedrale. Le parole non danno più conforto in chi non ne vuole. Da. Loro. La Cattedrale ti porta dentro sé, ti mangia, ti genera. Voglio essere generato dalla Cattedrale e dirmi fratello vostro, pensai, per questo. Avrei tanto voluto che lei sentisse i miei pensieri.

Ma lei si tolse il cappuccio. Guardò avanti. Aveva uno sguardo vulnerabile. Lo vidi, lo capii, non dissi niente. Niente. Zitto come sempre, Laurie, il grande osservatore del mondo. Una mossa, una fitta. E niente rimpianti.

Lei invece. Lei invece si mosse. La luce entrava dal rosone di sinistra, capii che il temporale era finito. Ed era iniziato quello interiore. Con me. Dentro di me. Lei prese le sue due mani, bianche, piccole, le giunse. Il gesuita pregava dall’altare. Lei pregava per sé. Lei e sé. La guardai. Parlava piano. Parlava a sé stessa dentro la cattedrale. Dentro me. Io non riesco a pregare. Non riesco da tempo. Non riesco, senza una penna, senza un foglio. Senza che le mie preghiere abbiano una sostanza. Siamo sperduti, Laurie, mi sono detto. Sei sperduto. Ed anche lei. Lei ha le sue mani, ho risposto. Io ho le mie gambe. Le mie gambe come le colonne di questa cattedrale. È questo, è questo che mi rende forte.

Dopo la cena, sono uscito velocemente ridendo. Una cattedrale. È questo che voglio diventare.