IL SILENZIO

(Leonardo Masciadri)

 

Eccola.

Davanti a me.

Solenne.

Fastosa. 

Inquietante. 

La magione della famiglia del conte Uberti mi si stagliava innanzi in tutto il suo oscuro splendore.

Il palazzo, situato nelle vicinanze di via Manzoni, risaltava per magnificenza e ardore architettonico.

 

 

Era una notte limpida, tranquilla; una leggera brezza sospirava tra gli alberi che contornavano la dimora.

I cupi profili della casa non potevano certo indurre a pensieri allegri e frivoli, e le numerose dicerie degli abitanti della zona riguardo certe misteriose apparizioni che sembrava si fossero manifestate all’interno della dimora alimentavano la sua sinistra fama.

Una luna piena, luminosa ed immobile, quasi inchiodata su di una parete di stelle, con la sua delicata luce mi guidava nel piccolo vialetto che dalla cancellata portava all’ingresso principale.

Ero stato informato, prima della mia partenza, che nessuno, inclusi i camerieri, alloggiava più nella casa.

Il conte in persona, chiamandomi qualche giorno prima, e definendomi l’ultima persona di cui si potesse veramente fidare, mi aveva consegnato le chiavi, con le quali avrei potuto esplorare ogni recesso dell’abitazione.

Di fianco al viale d’entrata, seminascosta dagli alberi, una piccola casupola ospitava il generatore che forniva energia elettrica alla casa. All’interno, fissata su di un muro, stava la leva dell’interrutore generale.

La abbassai.

Apparentemente non accadde nulla.

 

Giunsi al portone d’ingresso, dove subito notai i numerosi fregi e le decorazioni neoclassiche che peraltro caratterizzavano l’intero palazzo.

Estrassi da una tasca della giacca il mazzo di chiavi ed inserii la più grande nella serratura. Feci non poca fatica ad aprire, probabilmente a causa della ruggine provocata dall’umidità e dalle intemperie alle quali la casa era stata esposta per diverse settimane.

 

Ed entrai.

 

 

Credo che in tutta la mia vita io non abbia mai visto tanta magnificenza.

Un salone immenso si presentava ai miei occhi. Lungo il suo perimetro, a uguale distanza, uno splendido colonnato si ergeva maestoso e nobile, e numerosi quadri e ritratti, quasi certamente appartenenti ad avi della  famiglia Uberti, adornavano le pareti.

Conoscevo bene i gusti particolari del conte, e sapevo che amava ricreare nelle sue dimore lo splendore e la grandezza che erano state proprie degli antichi imperi, ma non mi sarei mai aspettato un simile spettacolo.

Due imponenti scalinate, rispettivamente a sinistra e a destra dell’ingresso, conducevano presumibilmente ai piani superiori.

Appoggiai per terra lo zaino che trasportavo, contenente oggetti che di lì a poco mi sarebbero stati utili, e rimasi per qualche secondo in contemplazione di quell’ambiente da favola.

Decisi allora di incominciare l’esplorazione della magione partendo dalla scala di sinistra.

Il piano superiore era un corridoio lungo circa una cinquantina di metri, con diverse porte sui lati.

Nulla di particolarmente interessante da notare, a parte una grande quantità di mobili d’epoca, di diversi stili e diverse epoche.

Provai ad aprire la porta alla quale ero più vicino.

Niente.

La serratura non girava.

Probabilmente avevo sbagliato chiave. Provai con un’altra.

Niente ancora.

Le provai tutte, ma nessuna mi permise di aprirla.

Mi rassegnai all’idea, e provai con un’altra porta.

Provai tutto il mazzo di chiavi, ma non ebbi fortuna.

Provai di porta in porta, per tutto il corridoio.

Non mi riuscì di aprirne nessuna.

Strano, pensai.

Mi diressi allora verso il salone.

Salii la scala di destra, ed anche in questo caso mi trovai di fronte un corridoio analogo, solo un poco più lungo.

Provai ad aprire le porte che anche qui si trovavano, ma non mi andò meglio.

Incominciai a domandarmi a cosa servissero le chiavi che Uberti mi aveva dato.

Scesi di sotto, ed incominciai i preparativi per la lunga notte che mi attendeva. Estrassi dallo zaino tre piccoli oscilloscopi, un paio di torce a batterie, con relative pile di scorta, una macchina fotografica con flash, munita di rullini a pellicola altamente sensibile, ed anche alcune razioni di cibo e acqua.

Avevo portato con me anche un’arma, ma la consideravo più una precauzione che una vera necessità.

 

Lo scopo di quella mia permanenza notturna nel palazzo del conte era quella di verificare di persona, possibilmente documentando la cosa, eventuali fenomeni paranormali.

Il conte Uberti, durante il nostro ultimo incontro, mi aveva parlato riguardo a strani fatti accaduti nella sua casa, strane manifestazioni testimoniate dai suoi domestici e da alcuni ospiti  che avevano alloggiato nottetempo nella dimora.

Uberti, a quanto sembrava, non aveva mai visto niente, e mi disse chiaramente che secondo lui si trattava di baggianate, scuse belle e buone della servitù per non essere costretti a lavorare anche la notte.

Non capiva peraltro perché anche suoi ospiti, sicuramente non d’accordo con i camerieri, avevano riferito di queste visioni. Credeva, diceva, che volessero fargli degli scherzi, di cattivo gusto, certo, ma sempre scherzi.

In ogni caso, visto la noiosa insistenza di questi fatti, si era convinto a chiamarmi, sapendo della mia grande passione per l’ignoto e il misterioso.

Guardai il mio orologio da tasca, e vidi che erano da poco passate le ventitre e trenta. Dovevo ancora sistemare gli oscilloscopi e caricare la macchina fotografica.

Quand’ebbi finito entrambe le cose mi soffermai un attimo per controllare che tutto fosse a posto e che non avessi dimenticato nulla.

Mancava ancora una cosa.

Se volevo, infatti, ottenere prove delle più attendibili, avrei dovuto escludere ogni forma di energia elettrica artificiale, ad esclusione dei miei strumenti, onde evitare conclusioni errate o fuorvianti.

Avrei tenuto conto solo di ciò che i miei occhi e le mie attrezzature avrebbero eventualmente registrato.

Presi perciò la torcia, e mi diressi verso la casupola in giardino, dove staccai l’interrutore generale di corrente.

Quando rientrai, tutto era immerso nell’oscurità, a parte qualche leggero chiarore che traspariva dalle vetrate del salone, e da una debole luce verdastra che emanava dallo schermo degli oscilloscopi.

Controllai l’ora. La Mezzanotte era già arrivata da un quarto d’ora.

Mi venne in mente ciò che mi disse ciò il conte, ovvero che i fenomeni, a sentire i domestici e gli altri testimoni, di solito si manifestavano intorno all’una di notte. Avevo, perciò, ancora alcuni minuti a disposizione, e li spesi mangiando qualcosa. E mentre consumavo il mio frugale pasto pensai a ciò che avrei visto quella notte, ammesso che qualcosa si fosse realmente manifestato. E se erano veramente scherzi? Se fosse stata tutta una montatura? Presto avrei avuto una risposta, o almeno è quello che speravo.

Guardai di nuovo l’orologio; mancavano due minuti all’una.

Mi sistemai al centro del salone, seduto per terra, spensi la torcia e rimasi lì, al buio, in attesa. 

 

 

 

Quando da piccoli si ha paura dell’oscurità, ci si mette a letto con un timore difficilmente superabile in breve tempo.

Le coperte diventano la barriera che ci divide e ci salva dal buio, dai suoi misteriosi e infernali visitatori; si infila la testa sotto le lenzuola, e lì, immobili, non resta altro da fare che aspettare il sonno o, nel peggiore dei casi, l’alba.

Per me fu molto diverso.

Non solo mi trovavo a mio agio nelle tenebre, ma anzi, con occhi spalancati gettavo parole di sfida alle creature notturne.

Attaccavo, quando tutti gli altri venivano attaccati.

Mi divertivo, quando invece gli altri tremavano.

Era il mio modo di affrontare le cose. Si può perciò capire come il rimanere fermi in mezzo al salone di una casa ritenuta infestata, per di più al buio totale, non suscitasse in me particolari emozioni. Al contrario, ero ansioso di vedere di persona queste tanto discusse apparizioni.

Il tempo però passava, ed il mio scetticismo aumentava.

Controllai l’ora con la torcia; erano le due e venti. Decisi di prendere ancora qualcosa da mangiare.

 

E fu proprio in quel momento che la cosa si manifestò.

 

Non saprei bene come definirla.

Dapprima una debole luminescenza, quasi una tenue foschia, una sorta di irreale bruma. Poi sempre più densa, sempre più invadente. Avevo a quel punto spento la torcia.

Mi accorsi solo in un secondo momento che proveniva dalla cima della scalinata di sinistra.

Improvvisamente, proprio da quella direzione, si udì un suono acuto, come di una porta cigolante.

Mi venne subito in mente il corridoio e le sue impenetrabili stanze.

Mentre osservavo la luminescenza, mi accorsi che mutava lentamente forma, anche se non riconobbi in essa sembianze familiari. Mutava e si espandeva, ed ormai era ai piedi della scalinata. Gli oscilloscopi non rilevavano alcuna cosa.

Ed ecco che dal corridoio, nel più assoluto e fastidioso silenzio che avessi mai sperimentato, un qualcosa che ricordava una scia di luce si dirigeva lentamente verso di me.

Mi resi subito conto che l’arma in mio possesso nulla avrebbe potuto nuocere a quella materializzazione, e desistetti dall’afferrarla.

Vicino a me stava la macchina fotografica, e a tentoni cercai di prenderla; volevo a tutti i costi scattare delle foto, e documentare così la mia esperienza. La trovai, la impugnai e scattai a caso nella direzione della cosa.

Il flash illuminò parzialmente l’ambiente circostante, e mi sembrò che la cosa ne risentisse, poiché la vidi allontanarsi su per la scala da dove era venuta.

Ripresi fiato. Ero scioccato,a dire il vero; ciò a cui avevo assistito era semplicemente incredibile.

Anche se, come ho detto prima, la paura non mi aveva mai dato del filo da torcere, devo ammettere che in quei momenti provai un’acuta angoscia, una paralizzante sensazione di impotenza, in poche parole un sottile e devastante terrore.

Avrei voluto fuggire via da quel posto, fuggire il più lontano e il più velocemente possibile. Ma non lo feci.

Non riuscii a farlo. E mentre con la mano mi sfioravo la fronte, madida di sudore, improvvisamente udii lo stesso suono di cigolio che avevo sentito poco prima, solo che stavolta ne sentii due, a breve distanza l’uno dall’altro.

E due scie luminose, analoghe alla prima, scesero velocemente la scalinata di destra.

Ormai la paura mi aveva attanagliato, e non mi riuscì neanche di chiudere gli occhi.

Quelle luci si posizionarono sopra di me, ed iniziarono a volteggiare, sempre più velocemente, finendo per sembrare una cosa sola.

Ed in quel momento, dalla scalinata di sinistra, stava tornando la luce che avevo visto per prima.

Proprio sopra la mia testa un prodigio che non è possibile spiegare si stava compiendo.

Le scie ruotavano tutte insieme, in una vorticosa danza, e per un attimo, forse per un inconscio desiderio della mia mente di dare un senso razionale a ciò che non poteva esserlo, mi sembrò che le luci si confondessero in una sorta di abbraccio.

All’improvviso, da quella massa luminosa si sprigionò un lampo di un’intensità così grande e così soprannaturale da farmi cadere svenuto all’istante.

 

Quando la mattina mi risvegliai, la prima cosa che provai fu un senso di nausea, un odore acido e penetrante che stava torturando le mie narici.

Quelli che poi seppi essere i domestici di casa stavano cercando di farmi rinvenire con una boccetta di sali.

Quando videro che stavo risvegliandomi, notai in loro uno sguardo di sollievo.

Mi guardai intorno; la luce del sole entrava prepotentemente dalle vetrate e l’ambiente che fino a qualche ora prima era stato tetro e solenne, era ora piacevole, accogliente.

Mi alzai e controllai le mie attrezzature. Gli oscilloscopi erano ancora ai loro posti, seppur spenti.

Ai miei piedi lo zaino con la torcia, i rimasugli delle razioni di cibo e la macchina fotografica.

Subito pensai alle foto scattate.

Freneticamente, sotto gli sguardi un po’ stupiti dei camerieri, presi la macchina e sollevai il coperchio dello scomparto della pellicola e, con non poco stupore, tutto ciò che trovai fu un piccolo pezzo di plastica fusa. Evidentemente, la potenza sprigionata da quell’irreale lampo era stata formidabile, anche se non so spiegare come non abbia prodotto altri danni.

Io stesso, peraltro, non presentavo segni di bruciature, scottature, o qualcosa che sarebbe dovuto essere una logica conseguenza di quell’inspiegabile fatto. Ma la logica, in questo caso, non poteva essere considerata.

Non mi rimaneva altro che raggruppare le mie cose e andarmene.

Mentre stavo varcando il portone principale, uno dei due domestici mi salutò, aggiungendo che, per fortuna, quella notte non vi erano stati altri incidenti.

Diceva che si sentiva molto sollevato dall’aver constatato che nulla mi era accaduto.

Ma, seppur in mezzo a tanto sollievo, non potei non notare un’espressione avvilita.

Chiesi che cosa era successo d’altro quella sera, e mi disse che, poche ore prima, il conte Uberti era rimasto vittima di un incidente mortale.

Chiesi, senza pensarci, a che ora la disgrazia era avvenuta. Mi rispose che in base alle testimonianze di alcune persone presenti, l’ora del fatto si poteva stabilire per le 2.20

 

Per un attimo credetti di non aver capito bene, ma non era così.

Incominciai a sudare, le mani freddissime.

Il domestico notò la cosa, poiché mi chiese se mi stessi sentendo bene.

Dovetti sedermi e pensare un momento a ciò che era avvenuto.

Il domestico nel frattempo mi aveva portato un bicchiere d’acqua.

Mi sentivo un po’ meglio.

Gli chiesi se la famiglia del conte fosse stata già avvertita.

Mi guardò stupito, e mi chiese se non sapevo.

Non riuscivo a capire, e lo pregai di spiegarmi.

Mi disse che la moglie e il figlio ancora piccolo del conte erano morti alcuni mesi prima, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altra, a causa di una malattia contagiosa.

 

Interruppi bruscamente il suo racconto.

 

Improvvisamente tutto mi era chiaro.

Non era necessario che continuasse.

 

Gli dissi che dovevo andare, ringraziandolo per l’aiuto portatomi.

 

Mi accompagnò fino al cancello.

 

Stava per ritornare verso la casa quando, più per scrupolo che per altro, gli domandai se il conte abitava in una stanza sopra la scalinata di sinistra, e la moglie e il figlio in due stanze sopra la scalinata di destra.

Rispose di si.

E dopo qualche attimo di silenzio mi chiese come facessi a saperlo.

Non risposi, nonostante avessi sentito la sua domanda.

E mentre mi allontanavo, piansi.