La macabra statua ( ovvero Arte Di Uccidere Parte seconda)

(Dany)

 

“Quella ragazza era davvero conciata male. Eppure non è il solito omicidio. Questa volta  è diverso.” pensava  il maresciallo, uscendo quella mattina dall’edificio. Le sinuose curve perfette delle ingiurie scritte con l’acido sulla pelle, le carni mutilate con un preciso gusto estetico per le geometrie dei tagli, la guancia strappata, le gambe scomparse, tutto sembrava seguire  una strana logica, ma quale principio seguisse era  ignoto al maresciallo. Perchè martoriare così un corpo e perlopiù in modo coì selvaggio?” si chiedeva continuamente. In vent’anni di lavoro ne aveva visti di cadaveri, ma mai era rimasto così scioccato come questa volta. Da dove sarebbe potuto partire con le indagini, senza sapere nemmeno un briciolo di psicologia dell’assassino? Quello che sapeva, se così si può dire dato che non era del tutto sicuro che le sue supposizioni fossero esatte, era solo che il suo uomo era un artista pazzo da legare che aveva buone conoscenze di anatomia e neurologia. Aveva bisogno di documentarsi. Doveva sapere ciò che l’assassino sapeva.

Faceva freddo quella mattina a Milano. Il maresciallo camminava a passo spedito sul marciapiede, chiudendosi nella giacca come a voler proteggersi dalla violenza del freddo. Era fortemente  intenzionato a capire di più sull’”artista” che stava cercando. Per trovarlo lo avrebbe studiato come si studia a scuola un pittore o uno scultore  in storia dell’arte. Quindi la domanda che si poneva nella sua mente era: da dove sarebbe partito uno studioso se avesse voluto studiare  il pensiero e la tecnica di un pittore? Da quel che si ricordava dalla scuola, sul libro di testo, su cui aveva trascorso le ore ad annoiarsi studiando vecchi artisti morti e ammuffiti, il capitolo iniziava sempre con un quadro storico di riferimento, la biografia dell’artista  in questione, ciò che egli aveva fatto, cosa voleva comunicare con le sue opere e come aveva prodotto tali opere. Nel caso che doveva risolvere l’assassino aveva ucciso una ragazza, l’aveva resa un essere ripugnante, l’aveva insultata e l’aveva lasciata  lì a marcire. Cosa voleva comunicare? A una prima analisi, certamente aveva reso disprezzabile la donna, voleva suscitare ripugnanza su quell’essere Ciò però sembrava essere un pò riduttivo: cosa aveva potuto scatenare un livello di misoginia così alto nel cervello di una persona? Insomma perchè aveva sentito il bisogno di suscitare il disprezzo per una donna? Forse aveva avuto una delusione d’amore talmente opprimente, che sente non solo di non trovare più l’anima gemella nel mondo femminile, ma anzi di odiare tutto il mondo femminile. Forse però voleva anche comunicare qualcosa su di sè. Come se dicesse “ Guardami! non hai disprezzo per la mia persona? Non odi un uomo che rende mostri le creature  più perfette?”.

Le conoscenze del maresciallo non bastavano per capire la logica di tutto quello. Avrebbe dovuto parlare con qualcuno. Avrebbe dovuto trovare una persona che pensasse come il killer, ma allo stesso tempo che non fosse così psicotico come lui.

 

- Cosa fai? - chiese sorpresa Matilde, svegliata bruscamente e buttata giù dal letto. Giacomo prese per il braccio la ragazza  e la alzò con violenza dal letto.

- Scusa, ma devo cacciarti da casa. Fra  poco devo andare al lavoro.- Disse  in tono freddo. - Prendi i tuoi soldi e  i vestiti, poi esci da casa.-

- Come? Io ti faccio godere tutta la  notte sottostando ai tuoi piaceri perversi e mi cacci via così? Sarò anche una puttana ma anche io... -

-Vai fuori!-. La ragazza  non aveva nemmeno finito la frase che Giacomo l’aveva presa e sbattuta fuori dalla porta del suo appartamento con la stessa facilità con cui si mette alla porta un animale, come un gatto o un cane.

Così Matilde, una comunissima prostituta, era nuda su un pianerottolo, con i vestiti in mano e  una faccia sbalordita. Sentì un rumore. Dalla porta dietro le sue spalle uscì una vecchina.

La vecchina la guardò con un espressione dura e dolce allo stesso tempo.

- Il signor Molenti l’ha sbattuta fuori appena sveglia vedo. Forse la consolerà il pensiero che  non è la prima e  non sarà l’ultima. Quell’uomo ne mette una diversa alla porta quasi ogni tre giorni. Entri. Le preparo un caffè. -.

Matilde si rimise il vestito a fiori di porpora e entrò nella casa dell’anziana signora.

- Lo scusi, ma giacomo è un pò strano. Non è cattivo. E’ come se non avesse sentimenti. Quindi non ha una morale che gli dice che ciò che fa  è bene o male. Lui è semplicemente così. Alla fine è un brav’uomo rispettato da tutti.- Così la vecchia continuò a consolare Matilde, che triste sorseggiava il suo caffè, fissando il nero del liquido caldo nella tazza.

Intanto Giacomo, docente di Psicologia dell’Arte e della Letteratura all’Università di Roma, si preparava per andare a lavorare  in facoltà. Si vestì in fretta e furia per correre in facoltà, era in ritardo. Doveva essere in ufficio alle nove e erano già le otto e mezza.

Uscì dal condominio, prese la macchina e andò a lavorare.

Appena entrato in ufficio, posò la giacca  sulla sedia per i visitatori davanti alla scrivania e si sedette al suo posto circondato da un mare di fogli, libri e compiti da correggere. Neanche il tempo di prendere la sua infallibile Bic dal portapenne che il telefono squillò.

- Buongiorno! Parlo con il professor Giacomo Molenti della Università “La Sapienza” di Roma?-

- Sì, sono io. Lei chi è?-

- Sono il maresciallo Biorti dei carabinieri di Milano. Scusi se la disturbo, ma avrei bisogno che lei venisse qui a Milano. Abbiamo bisogno della sua assistenza  per una certa faccenda riguardo a un caso di Omicidio.-

- Ah... capisco... capisco... guardi! Mi dispiace dire di no alla sua richiesta di aiuto, ma devo correggere gli esami e  domani ricominciano i corsi e...-

- Abbiamo già parlato col rettore. Non si preoccupi! Verrà rimpiazzato nella correzione dei compiti e  il suo corso verrà procrastinato fino a che  non è tutto risolto. La prego! E’ della massima  importanza! Fra poco verrà a prenderla una pattuglia che la porterà a casa a prendere quel che occorre per il viaggio e che in seguito la accompagnerà in aeroporto.- 

- Quindi in pratica mi state sequestrando?- rispose con tono secco, solo come i professori universitari sanno fare.

- Beh, sostanzialmente sì. Per noi che garantiamo la sicurezza del cittadino, cose di questo genere  sono perfettamente  legali.-

-Ok. Posso solo sapere per cortesia, il motivo per cui devo venire.-

- È un discorso complicato da fare al telefono. Le spiegherò tutto con calma quando sarà qui a Milano. Ci vediamo fra  poco tempo. Per adesso la saluto arrivederci e grazie della sua disponibilità!-. Il Maresciallo riagganciò in faccia al Professore. Giacomo riattaccò il telefono indignato. Proprio in quel momento bussarono alla porta e tre appuntati entrarono nella stanza. Erano venuti a prenderlo.

 

L’aereo per Linate partì quella mattina  in perfetto orario. Alle undici di mattina Giacomo era già sull’aereo, seduto comodamente al suo posto nella seconda classe. A mezzo giorno e dieci era già in arrivo nella grigia e  piovosa Milano. Arrivato in aeroporto, non sapeva cosa fare. Attendeva qualcosa, come una sorta di segno del destino. Si sentiva un totale deficiente lì impalato ad aspettare chissà che cosa in balìa degli eventi, per di più in piedi con la valigia. “ Che cosa ci faccio qui!” pensava. Nella sua testa ci chiedeva assiduamente quale fosse il motivo di vitale importanza che aveva spinto il maresciallo Biorti a farlo prelevare dal suo ufficio con tale tempestività. Dopo cinque interminabili minuti di attesa, vide arrivare un signore basso e robusto circondato da un piccolo manipolo di carabinieri in divisa. Doveva essere il maresciallo. Il professore si avvicinò speditamente.

- E’ lei il professor Giacomo Molenti da Roma?- disse il signore.

- Non sfugge niente a voi tutori della legge! E lei sarebbe il maresciallo Biorti?-.

- Veramente no. Io sono solo il suo assistente. Il tenente Giuventi. Sono stato incaricato di portarla alla caserma dove le verrà spiegato tutto. Le assicuro che è un discorso lungo e complicato. Il caso in questione sembra non avere senso. Ma  ogni cosa le verrà detta a tempo debito!-.

Il tenente Giuventi era un signore di circa quarant’anni, con un naso a patata arrossato dal freddo. Le sopracciglia erano folte e nere che sembravano ridurre ulteriormente gli occhietti piccoli marroni circondate da rughe che  lo facevano sembrare ancora  più vecchio di quello che era. Il lavoro di carabiniere era stressante e aveva consumato la sua faccia. Come se  il nervosismo di ogni caso di furto omicidio o stupro avesse inciso una ruga sul viso. Probabilmente  il numero dei casi che aveva incontrato in venti anni di lavoro poteva essere desunto dal numero di solchi sulla sua pelle. Le guance erano carnose. Quindi potete  intuire quanto la sua testa assomigliasse a una patata.

Il gruppo di uomini uscì dall’aeroporto e montò sulla volante parcheggiata davanti all’ingresso, che rubava prepotentemente  il posto ai taxi.

Arrivati in caserma Giacomo non sapeva da che parte andare. L’edificio era un fatiscente residuo dell’epoca fascista, più che una caserma sembrava fosse un’ospedale. Come caserma era molto grande: dal numero delle finestre sulla facciata come minimo avrebbe dovuto avere  una quarantina di stanze suddivise su tre piani.

- Venga le faccio strada io verso l’ufficio.-.

Giacomo seguiva il tenente che si muoveva sicuro tra  le stanze e i corridoi labirintici tinteggiati di uno squallido color ocra. Arrivati in ufficio. Arrivarono così nell’ufficio del maresciallo.

L’ufficio era  una stanza abbastanza larga e buia. L’unica illuminazione era la lampadina attaccata al soffitto che donava alla stanza  una luce  bianca giallastra. L’enorme finestra sulla parete destra era chiusa dalla persiana, come se volesse impedire a tutti i costi che la luce naturale entrasse e  illuminasse ulteriormente la stanza. Dietro la scrivania sedeva un signore sui cinquant’anni tutto concentrato su documenti e fogli che stava compilando.

- Signor maresciallo.-

- Che diavolo c’è!- disse irritato senza staccare lo sguardo dal suo lavoro.

-E’ arrivato il professor  Molenti da Roma.- Rispose con il solito tono calmo il tenente.

Il maresciallo scattò in piedi facendo cadere all’indietro maldestramente la sedia, quindi si girò prontamente e si mise la sedia in piedi.

- Scusi, signor professore. Molto piacere sono il maresciallo Biorti. - esordì in tono gioviale, cambiando totalmente espressione facciale. Dopo la consueta stretta di mano che caratterizza queste situazioni formali, si sedettero.

- Perdoni la scontrosità di prima , ma sa con il lavoro che faccio, ormai da trent’anni, sono incapace di essere cortese più di tanto. Poi con questo caso che ho tra le mani, ogni momento di felicità sfuma davanti alla realtà macabra con cui mi sto confrontando.-

- Capisco... Beh adesso potete finalmente spiegarmi il motivo per cui sono qui?- rispose Giacomo.

- Giusto! Andiamo subito al dunque. Da dove parto, vediamo...- e così cominciò a cercare tra  i fogli il maresciallo.

- Ah, ecco il fascicolo. Partirò dall’inizio. Due settimane fa abbiamo ritrovato, una ragazza di nome chiara Bianchi, morta nel suo appartamento. La ragazza era stata torturata e uccisa. Presentava insulti e parole ingiuriose marchiate con l’acido sulla schiena, le gambe le sono state brutalmente  mutilate e  la faccia sfigurata. L’autopsia ha confermato i nostri sospetti sulle armi del delitto. L’assassino deve aver usato arnesi comunemente usati da scultori e artisti, come martelli, spatole pennelli e scalpelli. Insomma pensiamo che  il killer sia un artista. Vede queste sono le foto scattate sul luogo del delitto.-

- Maresciallo non vedo come io possa aiutarvi in questa storia. Io insegno psicologia dell’arte, ma  non sono nè un esperto in come  viene prodotta  un opera d’arte nè un criminologo.- Disse prontamente Giacomo, nel disperato tentativo di eliminare questa storia.

- Questo lo sappiamo anche noi, professore. Noi non vogliamo da lei un aiuto nel capire chi è il killer, ma vogliamo che  lei ci aiuti a capire la psicologia dell’artista. Vede ci sono altri elementi che lei dovrebbe sapere.- Il maresciallo porse un secondo fascicolo al professore.

- Guardi un attimo questo, e capirà cosa vogliamo da lei.-

Giacomo aprì il dossier e impallidì. La foto del corpo parlava da sè.

Una creatura, perchè di persona o animale non si poteva assolutamente parlare, si reggeva in piedi retto da un sistema di fili spinati e cavi elettrici fissati alle pareti tramite dei chiodi sopra un letto. Il corpo era stato scorticato completamente. Ogni singolo muscolo era ben visibile, ma la cosa più impressionante era la faccia. Per dare l’idea di ciò che sentiva Giacomo, basti pensare alla sensazione che si ha quando si guarda un film dell’orrore e nel momento di più alta suspance si vede comparire sulla scena un mostro o un cadavere, la cui visione ci spinge a non voler assolutamente guardare, così che ci si copre gli occhi come dei bambini spaventati urlando. La sensazione che  il viso del corpo donava era simile a quella violenta emozione, solo che l’orrore del raccapriccio non si limitava al momento della sorpresa di vedere  una tale scena inaspettatamente, ma durava intensamente per ogni secondo in cui si osservava la figura. La calotta cranica, dove  inteoria ci sarebbero dovuti essere i capelli, era completamente stata privata della cute, così che il viso privo della cartilagine del naso somigliava a una palla da biliardo. Dal rosso sanguinolento dei muscoli facciali spiccavano i due bulbi oculari, circondati dal sistema di muscoli che permettono loro di muoversi quando comunemente muoviamo lo sguardo, e i denti,stranamente bianchissimi privi di una minima macchia di sangue. La bocca era aperta e i muscoli delle labbra erano stortati in una smorfia di dolore. Le pupille puntavano verso l’alto, come se  implorassero pietà a Dio. La pelle strappata al corpo era stata gettata come una stola sulle spalle e sul corpo. Il corpo ritto in piedi come ho già raccontato reggeva sulle mani un libro. La posizione del braccio era stata mantenuta, a quanto diceva  il rapporto, da un robusto filo di nylon legato a un chiodo che attraversava il palmo della mano e entrava nella copertina rigida del libro.

- Sul libro che stringeva c’era scritto qualcosa?- chiese il professore.

- in effetti qualcosa c’era scritto... una frase in latino. Spetti che la cerco ce l’ho segnata da qualche parte. Ah, eccola! Artifex ab Ars non redditum est immortalem, nec dux ab gloria. -

- Signor maresciallo. Lei ovviamente è mai stato all’interno del duomo?-

- Certo che sì! professor Molenti! Non vedo cosa centri questo con il caso dato che...-

- Lei quindi conosce la scultura di san Bartolomeo nella chiesa.- Lo interruppe  il professore.

- Credo di non averci mai fatto caso! Vede signor professore, lei conosceva per filo e per segno il colosseo  prima di studiare storia dell’arte?-

-Credo di no.-

- Per me è la stessa cosa. Io sono nato a Milano, ma appunto perchè ci sono cresciuto in mezzo e perchè ho visto così spesso il duomo che  non mi ci sono mai soffermato. Non sono così tanto interessato nel visitarlo affondo quanto lo è un turista. Per me  è una cosa  familiare che rimane sempre lì fisso e stabile. E’ come quando una persona  in una città di mare, vede così tanto spesso la spiaggia che alla fine ci va molto raramente. Quindi perdoni la mia ignoranza!- rispose  il maresciallo come a dover giustificare la sua lacuna nella conoscenza di Milano.

- In tal caso le spiegherò io la chiave per risolvere l’enigma che ci pone il nostro assassino. Lei conosce san Bartolomeo?- il maresciallo fece un espressione incuriosita di chi non capisce.

- San Bartolomeo è un apostolo morto nel primo secolo in Siria probabilmente. Fu scorticato vivo e in seguito crocifisso. Bartolomeo in aramaico significa figlio del valoroso. Valoroso in latino si dice Fortis. La frase che è scritta sul libro che  il cadavere  impugna significa  infatti  “L’artista è reso immortale dall’arte, e non il condottiero valoroso dalla gloria.” Noti che l’assassino ha scritto Ars con la A maiuscola. Per  i latini l’ars era qualcosa che si creava con le mani. A prescindere dal fatto che la gloria  in realtà immortala nel libro della storia molto spesso il condottiero, capisce bene che  la scena del crimine in questo caso che lei mi ha presentato non è solo un assassinio, ma anche un opera che veicola un messaggio. Probabilmente l’assassino vuole essere riconosciuto come artista, ha modellato con la tortura quest’uomo per farlo apparire come gli era più comodo ai fini della comunicazione, attraverso una chiave interpretativa che solo un appassionato d’arte come  lui può decifrare. Probabilmente l’opera l’ha compiuta mentre la sua vittima era ancora viva... -.

- In effetti dall’autopsia abbiamo scoperto cose sorprendenti. La prima  è che l’assassino ha  inniettato a questa povera creatura un paralizzante che ha inibito l’utilizzo dell’area del cervello destinata ai movimenti, così che il malcapitato non poteva inviare impulsi ai muscoli per poterli muovere, ma sentiva perfettamente  il dolore. Quindi professore la sua intuizione è esatta, tutto è avvenuto quando la vittima era viva e cosciente. La seconda sorpresa è stata che la vittima non è un uomo, ma una donna!-.

-  una donna? -.

- Esatto, una donna! nel sangue non presenta alcun cromosoma XY. L’assassino le ha svuotato il seno e l’ha rincollato dall’interno con dello stucco, modellandolo come un pettorale. Praticamente è impossibile da notare che sia una donna, per di più la parte genitale  è stata asportata. Anche per questo motivo pensiamo che l’assassino abbia studiato da medico.-

- Che sia un medico è tutto da vedere. Anche nelle accademie di arte si studia anatomia e i metodi per  inibire le zone del cervello sono accessibili a tutti basta saper leggere e disporre nella propria città di una buona biblioteca che abbia dei buoni libri di medicina.-

- Quindi ora sappiamo nuove cose  importanti signor professore. Conosce bene l’arte e conosce  il latino. Vuole essere riconosciuto come artista per cui... Tenente!- il tenete accorse all’ufficio in tutta fretta .

- Comandi Signore!-

- Tenente! Mi trovi i nomi e gli indirizzi di tutte le persone che conoscevano le vittime  o ci vivevano nei paraggi, poi vada all’accademia di Brera e si faccia dare i nomi di tutte  le persone che non vi sono state ammesse. Ah, voglio anche i titoli dei libri di medicina che sono stati consultati o prestati da tutte le biblioteche universitarie o comunali, ovviamente con inclusi i nomi di chi li ha presi in prestito o consultati. Grazie professore! Ah, è già arrivata  l’una, è ora di pranzo mangia qualcosa?-