Lunedì

(Saul Ferrara)

 

 

Alfredo si passò la mano sul mento e lo sentì ruvido. “Maledetta barba! Ma come cavolo fa a crescere così rapidamente?!”, disse innervosito alla sua immagine riflessa nello specchio. Ogni mattina si radeva accuratamente, doveva farlo anche se avrebbe preferito farne a meno. Era la sua professione ad imporglielo, un importante uomo politico come lui non poteva farsi vedere in giro con la barba di un giorno, avrebbe dato l’idea di essere una persona  trascurata e questo era un brutto biglietto da visita. Si esaminò con maggiore attenzione, una sottile ombra grigiastra gli copriva le guance. “Per oggi può andare” disse, sempre rivolto allo specchio. Dopo aver posato il rasoio inutilizzato dentro l’armadietto del bagno provò una sorta di infantile euforia; nella sua vita fatta di piccoli e grandi doveri il non farsi la barba una mattina era paragonabile ad un atto di rivolta, forse il primo di una lunga e pericolosa serie. Poi arrivò il turno dei denti, e il dilemma fu se lavarseli o non lavarseli. Decise che sarebbe stato preferibile lavarseli e non solo per motivi igienici ma anche perché lui sorrideva continuamente,  ai suoi elettori ed a quelli che non lo avrebbero mai votato, ai giornalisti e perfino ai suoi peggiori nemici. Insomma, sorrideva a tutti e per tanto doveva essere sempre sicuro della brillantezza dei suoi denti. Indossò un elegante completo blu e si annodò una costosa cravatta di seta: adesso era pronto per affrontare la sua giornata di lavoro così ricca di impegni. Tutto sembrava identico come sempre; l’autista che lo aspettava nel posteggio riservato, la segretaria seduta sul sedile posteriore dell’auto diplomatica con l’agenda colma di appunti e post-it poggiata sopra le ginocchia. Tutto era identico tranne che per un particolare all’apparenza insignificante: quel giorno Alfredo non si era fatto la barba. Prima di entrare nell’auto si passò nuovamente la mano sul volto e provò al tatto il piacevole punzecchiare della sua pelle aspra. Era una sensazione così diversa dall’ordinario che per un attimo si sentì un’altra persona. La segretaria iniziò subito ad elencargli la frenetica scaletta di appuntamenti che gli avrebbero occupato l’intera giornata, ma Alfredo non l’ascoltava, c’era qualcosa che aveva catturato tutta la sua attenzione. Dopo un po’, come se solamente allora si fosse reso conto di non essere solo, esclamò: 

<< Lo vedete l’arcobaleno? Non è bellissimo?!>> 

La sua  voce vibrava  di meraviglia, come se fosse stato un bambino che vedeva per la prima volta quel fenomeno.

<< Era ora, sono giorni che piove ininterrottamente!>> disse l’autista, mentre con continui colpi  di clacson cercava di farsi spazio nel caotico traffico cittadino. L’arcobaleno, come un lucente ponte variopinto, sembrava poggiasse un’estremità sulla bassa collina dove una volta sorgeva l’osservatorio del circolo degli astrofili, mentre l’altra si perdeva tra le nuvole.

<< Fermati!>> ordinò con fermezza Alfredo all’autista e questi obbedì immediatamente senza dir nulla. La segretaria, invece, iniziò a protestare pacatamente, ricordandogli che erano già in ritardo sul primo impegno del giorno. Alfredo scese dall’auto, e  totalmente indifferente a quanto gli stava dicendo la segretaria, cominciò a incamminarsi verso la collina. Dopo due ore di marcia su un terreno fangoso Alfredo raggiunse l’osservatorio. Le sue scarpe acquistate in un noto calzaturificio artigianale si erano aperte lungo le cuciture e la cravatta, rivolta al contrario e con il nodo allentato, ora dondolava sulla sua schiena come un minuscolo mantello.  Il suo abbigliamento, certamente non il più adatto ad una faticosa escursione, era ormai in condizioni indecenti, ma Alfredo non sembrava curarsene perchè l’unica cosa che lo interessava era raggiungere il luogo esatto dove nasceva l’arcobaleno. Quando finalmente raggiunse la tanto agognata meta si trovò davanti ad una scena che per un attimo lo paralizzò: l’arcobaleno non era più lì, si era spostato in un punto non precisabile del distante orizzonte. Non fu però il presunto spostamento dell’arcobaleno a  bloccarlo, quello in fondo se lo aspettava, ma  il trovarvi un ragazzino che con un piede sollevato stava tastando il vuoto.

<< Che stai facendo?!>> chiese Alfredo

<< Cerco l’arcobaleno, scommetto che anche tu sei qui per questo.>> rispose il ragazzino, per nulla sorpreso dalla presenza di Alfredo.

<< Ma non dovresti essere a scuola?>> chiese con tono autoritario Alfredo, indicando lo zaino buttato sull’erba.

<< Si, ma oggi è lunedì e il lunedì è il giorno più duro per me. A dirla tutta,  ogni nuova settimana che inizia è sempre più dura della precedente. A scuola tutti mi prendono in giro perché dicono che sono strano…e tu perché hai bigiato il lavoro? Anche tu  vieni preso in giro?>>  disse il ragazzino

<< No, io sono un uomo importante e tutti mi prendono sul serio, anzi troppo sul serio, e ti assicuro che a volte può essere peggio che essere presi in giro. Sai, alla fine pensi anche tu di essere una persona così seria da smettere di sorridere.>>

Il ragazzino guardò Alfredo con attenzione,  come se il discorso che aveva appena fatto non fosse concluso e che  dovesse ancora dire la parte migliore.

<< Anche io alla tua età odiavo i lunedì e per gli stessi motivi.>> aggiunse dopo un po’ Alfredo, riconoscendo nel malessere che provava quel ragazzino lo spettro che per tanti anni aveva albergato nella sua vita. Alfredo però era riuscito a vincere quello spettro, con lo studio e con una insaziabile ambizione.

<< Capitava anche a me di bigiare la scuola e di rifugiarmi qui, ma poi ho capito che solo lo studio poteva aiutarmi e sono diventando il più bravo della classe. Poi al liceo ho vinto ogni anno la borsa di studio, ero il migliore in tutte le materie.>> disse Alfredo senza nascondere l’orgoglio che provava nel rievocare i suoi lontanissimi successi scolastici.

<< Ed hai smesso di odiare i lunedì?>> chiese il ragazzino

<< Non subito, ma col tempo ci sono riuscito. Anche se in verità dovrei dire che fino ad oggi ero convinto di esserci riuscito.>>

<< Mi aiuti a trovare l’arcobaleno?>>  chiese con entusiasmo il ragazzino

<< No, è inutile cercarlo, l’arcobaleno sarà sempre in un altro posto.>> rispose con amarezza Alfredo, rendendosi conto delle tante verità che si nascondevano in quella banale affermazione e di quanto fosse stato  folle a mollare tutto per spingersi fin lassù. “Ma dopo tutto un giorno di ferie dalla razionalità me lo merito” pensò subito dopo per giustificarsi.

<< Allora tanto vale rimanere qui.>> disse il ragazzino, sdraiandosi sull’erba ancora umida di pioggia ed invitando  Alfredo a fare lo stesso.

<< Giusto, tanto oggi è lunedì e non c’è niente di buono da aspettarsi da un lunedì. Rimaniamo qui, questo è un luogo amico.>> e detto questo si sdraiò accanto al ragazzino.

<< Ti insegno un gioco. Vediamo chi riesce a individuare nella forma delle nuvole una somiglianza con la cosa più strana? Tipo non so, come una nuvola che ricorda una moto con il sidecar o un elefante con il baldacchino sul dorso.>> disse il ragazzino con il suo solito tono carico di esaltazione.

<< Va bene, accetto la sfida. Questo gioco lo facevo tantissimi anni fa da solo. Su, inizia tu. Tocca al più giovane iniziare la partita.>> disse Alfredo accarezzandosi compiaciuto il volto non rasato

Poi, con la massima concentrazione, entrambi si misero a scrutare il cielo alla ricerca di una nuvola dalla sagoma  stravagante.