Per Amore o Disperazione

(Emanuela Longo)

 

 

Seduta su quella panchina solitaria, Laura si lasciava avvolgere dagli assordanti suoni che il silenzio generava nella sua mente lacerata.

L’autunno era arrivato inesorabile, portandosi con sè la tristezza degli alberi nudi che costellavano senza vergogna il piccolo parco semivuoto, appeso alla luce fluorescente dei lampioni della sera, appena accesi e in attesa di illuminare.

 

La confessione di Mattia l’aveva gettata in un vortice di sconforto, di rabbia, di amarezza e di confusione.

In un attimo comprese che tutto ciò che con lui aveva goduto, sofferto, udito, visto, annusato, toccato, gustato, sembrava essersi dissolto nei labirinti della memoria.

Laura non aveva certamente immaginato un finale così poco teatrale tra loro due. Le due anime elette, le due metà finalmente ricongiunte, i due destini incrociati: così li definiva la gente del piccolo borgo in cui vivevano insieme da anni, perso in quell’ormai sconosciuto universo siderale che ora le sembrava avverso e traditore, come ogni forma di vita che la circondava.

Non voleva capire Laura, non poteva. Non riusciva ad accettare, a concepire, o anche solo ad immaginare la sola squallida immagine muta che le balenava in mente in quell’istante, mentre il freddo la scuoteva dentro, facendola sembrare in preda ad impercettibili convulsioni.

L’unica immagine che scomposta come in tanti piccoli fotogrammi ora le si presentava davanti, erano i suoi occhi. Grandi più del solito. Neri più della notte. Occhi pieni di stille, trattenute a fatica e pronte ad inondare violentemente i loro cuori e le loro vite.

 

-“Devo trovare la mia identità prima che guardandomi allo specchio io possa accorgermi di aver già smarrito me stesso”.

 

Parole crude e balorde ma biascicate con fatica, quasi se le trascinasse da secoli, risuonavano nella sera ormai scesa sulla panchina e su Laura, come una cappa che toglieva il respiro e la volontà di respirare ancora, da sola. Riviveva intimamente e in silenzio le scene già vissute poche ore prima, senza la facoltà di poter ragionare lucidamente.

L’aveva spiazzata, prepotentemente, senza volerlo, eppure con violenza. Mattia quel pomeriggio di ottobre aveva deciso di dire tutto, di uscire dal suo angolo buio in cui era confinato da anni, per sfuggire all’opprimente sensazione di sentirsi un uomo mancato, diverso, sbagliato. Ora sentiva il bisogno di esser finalmente se stesso, di abbandonare la sua maschera costruita con cura per zittire le perspicaci pettegole, che più di Laura avevano intuito già tutto. 

Laura, a suo modo, l’aveva amata sul serio, perché era stata l’unica persona ad illuminare con intensi sprazzi di luce quel suo angolo privo di vita. Eppure ora, un mare di violenza e autodistruzione sembrava sommergerlo; il sole nero della depressione gli appannava la vista, e prepotente si faceva avanti la rinuncia ad amare.

Inerme e attonita Laura lo osservava, apparentemente desiderosa di abitare i vorticosi labirinti che si districavano nella mente di Mattia. Lo scrutava con la vergogna di chi, con ingenuità e amore aveva sottovalutato e talvolta ignorato le incessanti richieste silenziose di Mattia. Nella sua testa da tempo continuava a ripetersi, con un difficile lavoro di autoconvincimento, che se c’era l’amore non esisteva null’altro; non c’era nessun uomo o donna o scelta sessuale, ma ora ogni tentativo di giustificarlo moriva sul nascere, come i fragili fiammiferi accesi si spengono al vento.

 

 

Di Mattia, più nessuna notizia dopo il pomeriggio di vent’anni prima, che sconvolse e travolse definitivamente la vita di entrambi.

Laura sedeva ancora su quella panchina solitaria, nel piccolo parco semivuoto. Gli alberi, rinvigoriti dalla primavera e il sole ad illuminare le anonime vite che divoravano attimi di felicità sotto i suoi occhi. Scrutò poco convinta un corpo che le rassomigliasse ancora, un sogno travestito da donna.

Sedeva sulla solita panchina, in silenzio da anni, da quando in una vertigine di anestesia, anche la sua vita era cambiata, per amore o disperazione.