Macchie sul marciapiede

(Angelo Longo) 

 

Entrai nel locale e ordinai subito: “Il solito vino signorina”. Mi tolsi il cappello, poggiai i gomiti sul bancone, fissai le scarpe per un poco poi alzai la testa per esaminare i presenti. Era pieno di gente, ma non c’era nessuno di gradito, nessuno di nuovo. Le facce nelle osterie di montagna sono tutte simili: facce da briscola. Pelli rugose rasate da domenica, che emanano deodorante per coprire il puzzo di vacca. Non so se la gente si taglia peli per sembrare più umana in chiesa o nello specchio di un bicchiere di vino, ma taglia lo stesso e santifica la festa.

 

Il vino qui si beve e basta, non si produce, è l’unico sapore dell’altrove, unico foro nella barca dell’autarchia alpina del Trentino orientale. Foro che spande e ha la forma di collo di bottiglia, io lo riparo con uno sputo: una macchia sul marciapiede.

Nella vallata le montagne corrono parallele agli argini del torrente e si chiudono ad imbuto a Nord e a Sud, filtrano persone, cose e idee. Qui si produce per consumare e si consuma per sopravvivere. Tutti, nessuno escluso.

Anch’io possiedo vacche, maiale, campi di granoturco e orzo, orti. Partecipo al nomadismo stagionale, si sale e si scende sul pendio dei monti come il mercurio nel termometro: più la temperatura è elevata più si va in alto. D’estate in malga, autunno e primavera nelle baite di mezza quota e d’inverno in paese. La domenica, invece, non vede stagioni perché tutti rispondono al richiamo delle campane, il campanile in paese è ancora la costruzione più alta. Tutti a messa la mattina, tutti ubriachi la sera: le osterie lavorano solo di domenica.

 

Arrivò il bicchiere: calice ampio dal vetro consumato, piedistallo sbeccato, colmo di vino rosso.

Il calice è riservato ai vini costosi, di bottiglia, “per bocche buone di sangue cattivo” dicono. Il fiasco, invece, riempie i bicchieri bassi da tavolo, vetro grosso e fondo spesso: vino da briscola. Si ordina in caraffe da mezzo litro, “porta vino e bicchieri urla il vincitore”: reclama il premio. Scommettono vino, vincono vino, sudano vino. «Smetti di bere soltanto acqua, ma fa’ uso di un po’ di vino! 1 Tm 5,23», così sta scritto sopra il cesso degli uomini, quello delle donne non c’è, non serve. Loro aspettano a casa con la schiena sulla stufa, gli occhi sui ferri da calza, già sanno quanto hai bevuto prima ancora che ti levi il cappello.

 

Raccolsi il bicchiere per il gambo e lo portai al naso chiudendo gli occhi. Annusai forte, sorseggiai lento e passai la lingua sui denti poi lo posai.

Assorto nel vino scompare tutto dentro e attorno. Sento solo il liquido scendere, sciacquarmi le viscere, purificarmi il sangue. Lo bevo piano per dargli il tempo di conoscermi, che al secondo sorso sia più preparato, che all’ultimo mi abbia in pugno.

Viaggio col vino, ogni sorso è un bacio alla madre terra e alle sue viti; luoghi lontani, esotici. Anche adesso che i tempi stanno cambiando e bucano i monti con gallerie per far passare tutto, per filtrare tutto, credo che questo viaggio nel fiume rosso del calice rimarrà vivo, attecchirà nella nuova generazione e io passerò il testimone.

 

Finii il calice, pagai e uscii. Sulla strada sputai a terra. Dal colore della macchia rossa sul marciapiede scorgo se il vino ed io siamo in accordo, se sono degno di lui. La macchia sul marciapiede è come un’epigrafe, consacro così la sua morte: vinco la sfida, “non male” sospirai e mi avviai ad un'altra osteria.

“Il solito vino signorina” dissi e fui subito servito. Calice ampio, pulito, bello, forse nuovo. Girai il bicchiere su se stesso un paio di minuti, cigolava la base a contatto col marmo, sembrava raccontarmi qualcosa, gioiva del suo contenuto. Io ascoltavo e interpretavo, poi sorseggiai.

D’improvviso entrò un giovane. Mi urtò nel passare e si sedette dirimpetto a me. Serio, con le braccia lunghe sul tavolo, la testa bassa e gli occhi stretti. Pallido nel viso, pelle liscia, inesperta, nessun cappello ancora. Era solo. “Lo stesso del vecchio con la barba” disse alla cameriera che rapida si voltò a me, “si, si, proprio quel vecchio là e gli riempia di nuovo il bicchiere”. Aveva scelto me o il vino del mio calice? Forse non c’era differenza.

Lo guardai di sfuggita, con la coda dell’occhio. Non volevo ringraziare perchè bere un altro bicchiere nella stessa osteria era come rompere un accordo, un patto di sangue, un rito, ma mentre la cameriera versava accennai un grazie con la mano.

Strappai violentemente il calice dal bancone e bevvi tutto d’un fiato senza premura, senza rispetto. Poi uscii.

Neanche il tempo di espellere saliva che sentii una feroce nausea. Mi avviai verso casa barcollando, tentoni. Con una mano mi appoggiavo al muro, con l’altra premevo le viscere. Poi caddi pesante.

Mi ritrovarono qualche ora dopo. Una macchia rossa sul marciapiede, non era sputo.