Una lepre saltatrice
(Claudio Esposito)
Nel mondo animale, come ho avuto occasione di osservare durante le mie passeggiate, assume una certa rilevanza il modo di spostarsi da un posto all’altro : l’andatura e il portamento delle bestie, oltre che esprimere e quantificare la robustezza, l’equilibrio dei garretti e la potenziale attitudine a sfuggire eventuali attacchi di predatori, ne rivelano il carattere e, a scrutare attentamente, scoprono l’indole mettendo a nudo il temperamento più intimo che l’istinto sottende.
Prescindendo dagli uccelli e da ogni altro volatile – troppo elevati per le mie modeste capacità speculative – ho notato che gli animali camminano : alteri, sornioni, placidi, infidi, nervosi o tranquilli; oppure corrono, per paura, necessità, per cacciare, talvolta per gioia…
Noi lepri saltatrici, per l’appunto, saltiamo.
Una volta mi è stato detto che esistono anche altri animali saltatori, o perlomeno dall’andatura simile per qualche verso a un procedere a balzi. Ma da come me li hanno descritti deve trattarsi certamente di creature grossolane le quali, lungi dal saltare con stile e univocità pur nel variare delle traiettorie e dell’intensità di ogni slancio verso l’alto, avanzano inconsapevoli ed ottuse, spinte unicamente da un impulso che le porta a camminare sobbalzando o al massimo a ballonzolare sgraziate; giammai a librarsi armoniosamente come noi, che rimaniamo un po’ sospese a mezz’aria e ricadiamo al suolo leggere per poi proiettarci di nuovo su e avanti con altri salti briosi, mai uguali ai precedenti, però ugualmente scattanti e veloci.
Credo che quegli animali, in realtà, non sappiano né amino saltare, e se talvolta per puro caso eseguono un salto appena discreto non se ne rendono neppure conto, e continuano nei loro miseri sussulti che si ripetono ad un ritmo monotono e svogliato.
Noi lepri saltatrici, al contrario, intendiamo il salto come arte : siamo delle ottime artigiane munite di tecnica sopraffina; alcune di noi sono maestre nei vari tipi di salto, altre infine, pochissime, sono artiste inarrivabili, uniche per bravura, inventiva, esperienza e ingegnosità, e per questo vengono ammirate incondizionatamente dalla massa del popolo, portate in palma di mano, proposte ai cuccioli come modelli da imitare, mitizzate dalle vecchie lepri nei loro racconti fantastici durante le lunghe nottate invernali.
Comunque, tralasciando di dissertare sull’arte eccelsa di questi geni straordinari, va detto che tutte noi, dalla meno dotata alla più abile, saltiamo non per raggiungere un determinato luogo – o meglio, non soltanto per questo – ma come attività senza altri fini, per il salto in se stesso : ruzzando incoscienti, balzando in alto con la testa voltata all’indietro per parlare con le compagne che ci seguono, tuffandoci in uno stagno, riemergendone subito dopo scuotendo l’acqua tutt’intorno e inarcando la schiena nella preparazione di un nuovo salto…
Del resto ogni atto, anche non strettamente attinente al salto né a questo collegato in modo indiretto (atti per la verità assai rari), ogni più piccolo gesto, viene fatto per il semplice gusto di farlo.
La nostra principale, direi esclusiva occupazione è il gioco, il movimento continuo, un’inesauribile, “saltellante” curiosità, carattere distintivo presente dalla nascita sino al momento in cui la morte riesce finalmente a fermarci – ma non a cancellare l’espressione di moto scolpita ormai per sempre in noi – e restiamo così a contemplarla, i muscoli tesi nell’atto di saltare, il pelo dritto, le narici aperte ad afferrare l’aria, i grandi occhi attenti che si spalancano in una muta, interminabile domanda.
Abbiamo sperimentato molteplici categorie di salti, e ancor più variegati sottotipi nell’ambito di ciascuna di esse. Eseguiamo poi a modo nostro questi balzi adoperando ogni volta tecniche diverse secondo l’umore del momento, ma addestrandoci sempre in tutte le varianti, che proviamo e riproviamo durante gli assolati pomeriggi quando percorriamo in lungo e in largo le sconfinate pianure dell’Africa meridionale, palestra naturale per milioni di salti effettuati senza soluzione di continuità.
La savana, al nostro passaggio, diventa un colossale, rossiccio tappeto palpitante e noi stesse, così strettamente vicine eppure diverse, formiamo un unico fiume che ondeggiando si gonfia gagliardo in avanti e si lascia dietro un letto vuoto e polveroso.
In coda a questa fiumana arrancano le più lente, le vecchie, i cui cassettini dallo scatto a malapena abbozzato non hanno più nulla ormai dei salti potenti e sicuri che, da giovani, le facevano rifulgere nella loro aggressiva bellezza.
Il ricordo dell’antico splendore ne allevia tuttavia la stanchezza, gli acciacchi dell’età si fanno sentire di meno, e i musi avvizziti si schiudono in un tenue sorriso mentre i leoni, facili assassini, affondano le zanne in quei piccoli colli ricurvi che poi strapperanno masticando insieme carne grinzosa, terra e rabbia impotente, sconfitti dal grosso del branco sfrecciato via beffardo e già sparito all’orizzonte.
In mezzo al gruppo saltellano poi le lepri adolescenti, accompagnate e protette da quelle più anziane che, aiutate dai loro compagni, sorvegliano i salti incerti dei cuccioli e portano in bocca i più piccoli reggendoli per la collottola.
Un po’ oltre saltabeccano le giovani, tra le quali io, che non dovendo più seguire genitori e tutrici si allenano a piacimento nei salti più disparati : di lato, di schiena, a testa in giù, a piroetta, con giravolta fissa o mobile, a zampe unite, sulle punte, di piatto, a occhi chiusi, con capriola… e respirano contente a pieni polmoni inebriate da tutta quella scoppiettante libertà (in realtà soltanto apparente : la direzione infatti è sempre la stessa e non una, anche volendolo con tutte le forze, può separarsi dalla massa delle compagne che le urta continuamente i fianchi togliendole il respiro).
Io – e anche qualche altra – sono conscia di quanto sia illusoria tale libertà, ma questa consapevolezza, e la mestizia che inevitabilmente ne deriva, vengono in me attenuate dall’idea che provo a farmi dell’incedere maestoso delle meravigliose lepri della milizia d’onore le quali, ben al di là del mio gruppetto, scortano le principesse, i capi e i dignitari che si trovano nelle primissime file, alla testa, sempre nascosta, dell’interminabile teoria, e i cui salti devono essere talmente perfetti, da non potersene sostenere la vista. Allora cerco di immaginarli, quei salti : ad occhi chiusi la fantasia
galoppa più forte dei miei mediocri saltelli, non odo più il coro instancabilmente pettegolo delle compagne che mi circondano, non ne avverto il puzzo, la polvere, il fumo : tutto è cancellato di colpo dalla figurazione di quel saltare semplicemente soave, di quell’equilibrio incomparabilmente leggiadro, e penso commossa che quelle formidabili saltatrici sono in grado di osservare le colline lontane, o addirittura di intravedere i favolosi monti Drakensberg dalle remotissime cime inviolate.
L’incoscienza beata e l’animalesca, frenetica vitalità presenti nella maggior parte di noi, vengono spesso accomunate dai rappresentanti più autorevoli del nostro popolo alle fantasticherie interiori e alla sognante apertura mentale che alcune – come la sottoscritta – sviluppano nel loro piccolo e tentano di coltivare mentre sono trascinate in colonna nell’amorfo corteo ciondolante.
I notabili considerano infatti questi atteggiamenti, pure diametralmente opposti, alla stessa stregua, bollandoli assieme come inutili, alienanti e stolti.
Mi sembra di capire che, purtroppo, debba trattarsi di un astuto espediente mediante il quale alcuni governanti, spalleggiati da pochi “mostri sacri” (i cosiddetti “maestri”, vecchi campioni di salto consacrati e mummificati dal successo un tempo forse meritato, ma ora squallidamente prezzolato…) riescono a raggiungere il proprio scopo supremo : mantenerci tutte unanimemente vuote nella soffocante mandria per meglio dirigerci, etichettarci a piacere, e controllare i nostri salti affinchè non intralcino i loro meschini interessi…
E vedo che questo ignobile disegno viene assecondato e sorretto – non so fino a che punto in buona fede – dall’alta e media borghesia leporina, da quelle ipocrite saltatrici sussiegose, così frequenti in tane di un certo ambiente, le quali, pontificando, vomitano false certezze e facili giudizi, vestendoli poi di significati assoluti.
In questa maniera vengono inesorabilmente traditi lo spirito ludico – connotato fisiologico della specie – la fantasia, la naturale predisposizione all’indipendenza e all’autonomia di pensiero, la gioia di saltare in libertà, la libertà stessa.
Ma allora, perché devo continuare a saltellare nel mucchio ? Chi mi impedirà di deviare dalla moltitudine beccheggiante scartando rapida e correndo lontano con guizzi poderosi e gagliardi ?
Sì certo, potrei farlo : prima dovrei affinare le mie attitudini esercitandomi con costanza e abnegazione fino a giungere, al momento opportuno, a eseguire salti sufficientemente elevati e stilisticamente accettabili, che mi consentano di dirigermi sicura verso gli altipiani, per scalare infine senza paura la grande catena dei Drakensberg…
Poserei le zampette sulle vette innevate, salterei nel silenzio assoluto ubriacandomi di libertà, lo sguardo perso ad abbracciare un panorama paradisiaco di ghiacciai eterni, superbi contrafforti troncati da forre abissali, e anfratti e bastioni e pinnacoli galleggianti in un oceano incontaminato di nubi perenni, spettacolo mai contemplato da occhio di lepre…
Già, però, ammesso che questi monti esistano per davvero, non so dove siano, come arrivarci, nessuna di noi lo sa; e poi, quand’anche per sbaglio indovinassi la strada, sarebbe un viaggio
lunghissimo e sicuramente mi esaurirei ben prima d’essere arrivata… figuriamoci ! Sono già esausta ora dopo appena un giorno di piccoli saltini in pianura !
No, non è possibile.
Domani cercherò la mia compagna, osserverò, salterò, curioserò nei campi, giocherò, e di nuovo salterò finchè sfinita tornerò nella tana, mi metterò a dormire con i miei leprotti e insieme, forse, sogneremo di saltare sui Drakensberg.
All’alba poi, prima del risveglio dei leoni, salteremo fuori, a pensare, a provare nuovi salti, a raccontarci, saltando, i nostri sogni…