Le storie del Gino

(Borabora)

 

 

 

<< “Dai.. basta scorreggiare!” Esclamò durante l’omelia il prete dal pulpito, sfinito da quel crepitio.

Ne aveva tirata una che rimbombò in tutta la chiesa, tanto da far tremare la teca di cristallo contenente una sacra reliquia.

Tiè beccatevi quest’altro fagiano, PRRRAMM!

A questa seconda deflagrazione, Don Gaetano, scese tutto incazzato dall’ambone e, serrando la mascella, corse verso quel pirla del Gino che intimorito prese la via del portone, emettendo secchi scoppietii in tutto e per tutto simili a quelli di un cinquantino con la marmitta bucata.

Al culmine dell’abbrivio il prete riuscì, con la punta della scarpa, a calciare il culo del Gino che, in tutta replica sparò l’ultima mitragliata giusto sul sagrato.

Ma vaf…” si morse la lingua Don Gaetano strofinandosi la scarpa col paramento, “La devi finire!” gli urlò dietro agitando il pugno nell’aria. In tutta risposta, Gino fece un plateale inchino, naturalmente accompagnato da uno spettacolare pirdo imperiale 5 stelle.

Tale fu lo spostamento d’aria che il toupet del vecchio sig. Enzo, lì seduto nei pressi sull’abituale panchina, volò via di colpo.

Mmminchia Gino…” esclamò l’anziano ex bidello toccandosi la pelata; quella parrucca se l’era comperata con la liquidazione, ed ora vedersela scoreggiata per aria dal Gino lo faceva inferocire; due ore ci metteva, ogni mattina, due ore per sistemarsela.

Prendi questo, delinguente - urlò il vecchio colpendo Gino col bastone – vammela a raccogliere mbescille!”. Disgraziatamente il toupet finì in bocca ad un bavoso terranova, solerte, il Gino abbatté il molossoide con una spingardata da antologia del decibel. Il bestione reso innocuo, il parrucchino recuperato, missione compiuta.

Il padrone del cane, allora, rivolgendosi al Gino…” >>.

Non la finiva mai con le avventure del Gino (scorregGino, per gli amici), tant’è che alla fine, mi arrendevo alla cantilena e mi addormentavo ridendo. Mio nonno era un burlone con una fertile fantasia per le storie stupide.

Chi lo avrebbe mai detto che un giorno, quel affabile vecchietto, sarebbe finito sulle prime pagine di tutta la stampa?

 

All’età di settantasei anni mio padre decise di parcheggiarlo in un ricovero, non perchè fosse particolarmente ammalato, si trattò più che altro di una specie di vendetta.

Gliela aveva giurata negli anni che lo avrebbe sbattuto all’ospizio, ed al minimo indizio di senilità, quella bestia se lo tolse dai coglioni in quel modo. Bel figlio riconoscente, farò così anch’io con lui. Lo giuro!

Dapprima si trattò di un ricovero abbastanza decente, poi, visto che costava, lo mandò in un gulag a Vimodrone. Che squallore.. ancora ricordo.

Nei saloni e nei corridoi di quell’istituto c’erano vecchietti posteggiati alla rinfusa su delle sedie a rotelle vecchie ed arrugginite; che schifo, che infinita tristezza. Ti guardavano mogi con occhi oramai spenti, rassegnati alla morte.

Quelli un po’ più vivaci erano sedati con dei farmaci, fino ad essere ridotti a larve senza volontà, senza nemmeno più la dignità di voler defecare o mingere con le proprie forze.

Cristo santo! Li imboccavano ficcandogli il cucchiaio giù in gola, quanti ne ho visti vomitare persino dal naso.

Chi si meritava questo?

Coloro che avevano vissuto onestamente, rispettando le regole, lavorando tutta la vita per poi godersi a malapena uno straccio di pensione.

“Prega per la salute” soleva ripetermi il nonno; già… capisco la sua preoccupazione, e so di quante sue suppliche i santi hanno fatto collezione. Ma a che gli è servito pregare? E rimanere in buona salute?

Per vivere la morte consciamente? Cose da masochisti.

Mille volte meglio sia la pazzia l’ultima compagna di vita. O no?!

La classica goccia che fece traboccare, è il caso di dire, il vaso da notte, fu quando un pomeriggio, durante l’ora delle visite, mio nonno aveva bisogno di pisciare. Era da qualche giorno che il vecchio faceva un po’ di fatica, mi dicevano con premura gli addetti; lo accompagnarono in bagno e da lì non usciva più. Cazzo, passano dieci, quindici minuti e vado a vedere. Sento degli urli, la porta è semiaperta, e che ti vedo? Due che lo tenevano e il terzo infermiere che brutalmente cercava d’infilargli una cannula su per il pisello.

Brrr.. il povero nonno si agitava come una furia, dopo l’ennesimo fallimento dell’operazione, l’aguzzino (e non mi scordo quel ghigno feroce del suo viso) deve avere spinto sto catetere così forte che il nonno lo colpì d’istinto con il braccio. L’aguzzino sfilò rabbiosamente il lembo di tubicino dal pene del nonno provocandogli, immagino, un dolore della madonna. Poi, colpendolo con un rabbioso buffetto sulla testa, gli ha detto:”Che ti scoppi la vescica vecchia testa di cazzo!”

Intervengo e minaccio i tre, gli tolgo il nonno dalle grinfie e lo porto a sedere sul sofà, al mio cenno di andare in direzione per porgere un reclamo, il nonno mi ferma e dice “Perdonali..”

“Non sanno quello che fanno” aggiungo io aspramente.

No.. - proseguì lui - .. è che sono dei poveri disgraziati. Non dire niente, ci penso io. Mandami qui tuo padre domani”.

A casa riferii tutto a mio padre, il quale si dimostrò seccato poiché lo disturbavo durante il telegiornale. In sostanza, non gliene fregava una beata fava. Sti cazzi, l’amore!

Io so perfettamente che il nonno voleva ammazzare mio padre per averlo mandato in quel posto infernale, ma, l’indifferenza salva la vita; e a mio padre salvò la vita non aver dato seguito alla richiesta del nonno, andando all’ospizio.

Così, la furia omicida del povero vecchio si orientò sui tre infermieri della minzione violenta.

Li scannò tutti e tre con un coltellaccio rubato in cucina.

Lo trovarono in stato confusionale in un corridoio dell’istituto, con ancora in mano la lama e tutto schizzato di sangue.

Qualche giorno dopo morì; il cuore non resse alla gioia.

Racconta ai tuoi figli del Gino…” furono le ultime parole del nonno; questo, almeno, è quanto mi ha riferito un testimone che era al suo capezzale.